martedì 22 aprile 2014
Lafforgue: «Educazione repubblicana perversa e totalitaria: vuole trasformare l’uomo. Meglio fondare scuole libere, come ho fatto io», 22 aprile 2014, Leone Grotti, www.tempi.it
mercoledì 16 aprile 2014
Per essere contro l’eterologa e l’utero in affitto non serve leggere il breviario. Basta il “Manifesto del partito comunista”, 15 aprile 2014 di Aldo Vitale, www.tempi.it
«Per crescere un bambino occorre un intero villaggio» recita un vecchio proverbio africano che, senza troppi sforzi, può essere ri-adattato al caso nel modo seguente: per far nascere un bambino occorre un’intera tribù.
L’antica saggezza classica per cui “mater semper certa est”, va in pensione per sentenza emessa dalla Corte Costituzionale secondo cui, invece, il divieto (sancito dal comma terzo dell’articolo 4 della legge 40/2004) di procreazione medicalmente assistita (PMA) di tipo cosiddetto eterologo, cioè messo in essere con ovuli o sperma di soggetti esterni alla coppia, è incostituzionale, indi per cui può affermarsi senza timore che, almeno da oggi in modo ufficiale, la maternità, in sostanza, sia come la Gallia ai tempi di Cesare, “omnis divisa in partes tres”.
Dopo l’ultima decisione della Corte Costituzionale, in tema di PMA, si aprono nuovi foschi orizzonti: la fecondazione eterologa, l’utero in affitto, la compravendita di ovuli, sperma, embrioni, feti magari.
Su ciascun tema non sarebbe sufficiente la riflessione d’un mese per sviscerarne adeguatamente le problematiche antropologiche, etiche e giuridiche, ma delle osservazioni sono comunque effettuabili a partire da una domanda: quale è il senso del divieto di PMA eterologa?
Un impettito costituzionalista medio risponderebbe nessuno, soprattutto dopo che la Corte Costituzionale lo ha dichiarato costituzionalmente illegittimo.
Per chi invece non è legato a doppio filo dalle briglie del diritto positivo e crede ragionevolmente e razionalmente nella fallibilità della giustizia umana di ogni ordine e grado, il divieto di PMA eterologa ha un senso, rispettare l’identità e la natura di tutti e di ciascuno.
In primo luogo sarebbe, ovviamente, tutelato il concepito, punto sul quale vi sarebbe tanto da dire, poiché sarebbe rispettato il suo diritto alla relazionalità naturale con i suoi genitori, quella genitorialità chiaramente alterata dall’introduzione artificiosa e artificiale di uno o più elementi che fossero chiamati a vario titolo, biologico e contrattuale, al “collettivismo procreativo” in cui si risolve la PMA eterologa.
In secondo luogo, sarebbe tutelata l’identità e l’unione della coppia che non sarebbe dilaniata dall’ingresso biologico di uno o più soggetti terzi chiamati a partecipare alla catena di montaggio procreativa.
In terzo luogo, sarebbero tutelati anche i terzi che non sarebbero ridotti a meri fornitori di materiale biologico per la soddisfazione di interessi altrui, ma sarebbero rispettati nella loro stessa umanità, cioè in quell’elemento personale che li rende ben più di un più o meno ordinata dispensa bio-chimica da “spremere” all’occorrenza.
Infine, ed è davvero strano che il pensiero progressista, nella sua maggior parte, non si renda conto di ciò, proprio la donna, sia colei che contrattualmente ordina il figlio, sia colei che dona o vende l’ovulo, sia colei che condurrà materialmente la gravidanza.
È, infatti, fin troppo evidente che la PMA eterologa e la gravidanza surrogata altro non siano che le due facce della stessa medaglia e per questo rappresentino entrambe una lesione della dignità della donna, ridotta a mero strumento, o, per dirla con i desueti termini marxisti, costretta a subire “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.
Proprio in termini di logica emancipazionista e femminista, la PMA eterologa, così come la maternità surrogata, dovrebbero essere avversate e non caldeggiate.
Posto che nella sola India, così come in molti Stati degli USA, esiste un vero e proprio mercato della procreazione con un fatturato annuo pari a ben 2,3 miliardi di euro, proprio in una logica anti-capitalista, anti-sfruttamentarista, ed orgogliosamente femminista si dovrebbe inorridire dinnanzi agli scenari aperti dalla suddetta decisione della Corte Costituzionale.
Esiste tutto un mercato riproduttivo globale nel quale, in sostanza, le donne povere, soprattutto orientali, vengono pagate, circa 25.000 dollari, dalle donne ricche, soprattutto occidentali e statunitensi, per condurre le gravidanze al posto di queste ultime, e tutto questo senza che la “grande armee” del movimento femminista emetta anche un solo sospiro di disappunto in merito, nonostante ciò che proprio Karl Marx ha scritto: «Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione» (Il manifesto del partito comunista, cap. II, 1848).
Non tutta la massa progressista, tuttavia, è cieca e sorda nei confronti di tali sfumature.
Si ricordino, a titolo di esempio, le parole di Miriam Mafai nel suo celebre editoriale dal titolo “La donna-cosa” del 7 marzo 1997 e quelle di Pietro Scoppola nel suo editoriale dal titolo “Il diritto di avere un padre” del 14 giugno 2002, o perfino quelle, ri-adattabili al caso in questione, del “Papa laico” Eugenio Scalfari che nel suo editoriale dal titolo “La scienza incivile dell’utero in affitto” del 2 marzo 1997, criticando la clonazione riproduttiva, così si esprimeva: «Intorno al neonato si affollerebbero infatti una serie di altri co-genitori: anzitutto l’individuo (uomo o donna che sia) dal cui corpo è stata estratta la cellula somatica e poi, alle sue spalle, l’uomo e la donna che hanno fornito i loro cromosomi all’individuo clonato, cioè suo padre e sua madre. Ci sarebbero dunque quattro figure parentali biologicamente e giuridicamente titolate a rivendicare il ruolo di genitori, uno dei quali certamente maschio, due dei quali certamente femmine, il quarto o maschio o femmina secondo il sesso dell’individuo prescelto per essere il donatore della cellula somatica».
Il divieto di PMA eterologa, dunque, fungeva da presidio alla tutela del senso, del ruolo e della natura di tutti e di ciascuno, nonostante la Corte Costituzionale abbia preferito imboccare la via del nichilismo etico e giuridico, la stessa, per intendersi, su cui si fonda il pensiero di uno dei più grandi sostenitori della PMA eterologa, cioè Tristam Engelhardt che, nel suo ultimo libro dal titolo Dopo Dio. Morale e bioetica in un modo laico, ammette candidamente ed orgogliosamente che per il mondo laico, di cui è fiero esponente, «tutto è in definitiva assolutamente privo di senso» (pag. 48).
In direzione diametralmente opposta, sebbene sempre laicamente, e in conclusione, si possono ricordare le parole di Edgar Morin per il quale, invece, «le tecniche nate dall’umano gli si ritorcono contro. I tempi attuali ci mostrano una tecnica che si scatena sfuggendo all’umanità che l’ha prodotta. Ci comportiamo come apprendisti stregoni. La tecnica porta essa stessa la sua barbarie, una barbarie del calcolo puro, fredda, glaciale, che ignora le realtà affettive propriamente umane» (Edgar Morin, Cultura e barbarie europee, 2006).
Il "diritto al figlio" capovolge i princìpi costituzionali di Gianfranco Amato, 16-04-2014, www.lanuovabq.it
La vicenda dello scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma ha aperto il vaso di Pandora. I primi ad accorgersene sono i giuristi, i quali hanno denunciato la pericolosa totale assenza di disciplina in materia. Una lacuna normativa talmente grave da far rievocare il mitico Far West. Quello che è accaduto non integra nessun reato, perché la legge penale non prevede nulla in materia. La legge civile, invece, non dice nulla circa l’eventualità che, una volta nati i gemelli, il padre biologico intenda rivendicarne la paternità, o che il padre ingannato voglia disconoscere il figlio che non è a lui geneticamente collegato con il DNA. Si aprono scenari tanto inediti quanto sconfortanti.
Durante un programma radiofonico, il conduttore di una trasmissione che trattava della vicenda del Pertini, si è spinto ad ipotizzare una sorta di sabotaggio. Poiché non esistono precedenti al mondo, e quello italiano è il primo ed unico caso – questa la tesi del conduttore – tutta la vicenda non si sottrae al sospetto di un’azione deliberata per screditare il procedimento di fecondazione artificiale, visto il dibattito in corso. Una perfida manina incaricata dalla lobby clericale e oscurantista del mondo pro-life legato al Vaticano. A parte la risibilità della tesi, sono i fatti a sbugiardare il fantasioso conduttore.
Chi si occupa di bioetica sa che non sono infrequenti episodi come quello accaduto al Pertini, anche se non sempre vengono facilmente riconosciuti. In alcuni casi l’errore si rende evidente ex se, come è avvenuto nel primo incidente di questo tipo registrato in Gran Bretagna il 15 luglio del 2002, quando una donna bianca ha partorito due gemellini di colore nero. In altri casi, invece, i responsabili delle cliniche tentano di evitare lo scandalo.
Qualche anno fa, e precisamente nel 2009, io stesso mi sono occupato, ad esempio, di un caso avvenuto, tanto per cambiare, nel Regno Unito. Una coppia non più giovanissima, Deborah e Paul, si era rivolta all’University Hospital of Wales di Cardiff per “regalare una sorellina” al proprio figlio di sei anni, anch’esso ottenuto attraverso la fecondazione medicalmente assistita. Ecco cosa è accaduto. Dopo vari tentativi falliti, Deborah, ormai quarantenne, ha la possibilità di diventare madre attraverso l’impianto dell’ultimo degli embrioni rimasti. Del tutto inaspettatamente, però, la Direzione della clinica le comunica la ferale notizia: l’embrione, a causa di un incidente di laboratorio, è stato gravemente danneggiato. Pochi giorni dopo viene scoperta una diversa e drammatica verità. L’embrione, in realtà, era stato impiantato per errore nell’utero di un’altra donna, errore che è costato la vita ad un essere innocente. Sì, perché quella donna, avvertita del disguido, ha poi deciso di abortire.
La clinica si è scusata ed ha offerto a Deborah un ciclo gratuito di trattamenti per ritentare l’inseminazione artificiale, ottenendo la comprensibile risposta di un secco no, unitamente ad una citazione per danni. Anche l’incredibile vicenda di Cardiff, tra l’altro, apre inquietanti interrogativi morali e giuridici.
Qual è, per esempio, la motivazione con cui è stata autorizzata la soppressione dell’embrione impiantato per errore? Anche un incidente di laboratorio può ora assurgere a criterio per eliminare un essere innocente? Quali sono i diritti dei genitori biologici di quell’embrione? E’ giusto non averli messi al corrente della soppressione? Si può davvero ridurre tutto, come è accaduto, ad un semplice risarcimento di danno? Si sarebbe forse potuto tentare di salvare una vita innocente consentendo, almeno, la possibilità di proporre una maternità surrogata? La donna che ha abortito, se messa al corrente delle circostanze, avrebbe forse accettato di portare a termine la gravidanza e consentito a Deborah e Paul di avere un figlio? Si può davvero disporre di embrioni con tale disinvoltura, all’insaputa dei genitori naturali?
Tali interrogativi mostrano che quando la scienza corre più velocemente della ragione e del cuore dell’uomo si dischiudono scenari inimmaginabili.
Ma, del resto, è lo stesso principio della fecondazione in vitro che è messo in discussione. Una visione consumistica della vita, in cui dilaga ogni forma di egoismo interiore, fatica a percepire che paternità e maternità non possono essere ridotti ad un mero fenomeno biologico, e che l’uomo è, in realtà, capace di una fecondità infinitamente più grande di quella carnale.
Il cosiddetto “diritto al figlio” in realtà non solo non esiste, ma costituisce un capovolgimento di quei principi costituzionali che antepongono la tutela giuridica del nascituro alla soggettività del desiderio. Tra il capriccio dell’adulto e la tutela giuridica del nascituro, è sempre quest’ultima a dover prevalere. Quantomeno in una società che pretende di definirsi civile.
Questo assunto non deriva né da una concezione religiosa né da una prospettiva politica, ma è semplicemente una questione antropologica legata al senso stesso della vita di ogni essere umano, in quanto ciascun essere umano è inevitabilmente madre, padre o figlio, ed al nesso tra questo senso e il significato di tutto, di ogni rapporto con la realtà. «È per questo» come scriveva mons. Luigi Giussani «che un uomo e una donna che non hanno figli e che ne adottano sono veramente padri e madri nella misura in cui educano un figlio. Molto più della grande maggioranza che getta fuori dal ventre il figlio e non si cura del suo destino». Ma dell’adozione, ossia di questa “tecnica” così poco scientifica, così poco costosa e così profondamente umana parlano in pochi.
martedì 11 marzo 2014
L'antropologia cristiana e le scienze - La bioetica di Lucas Lucas, Roma, 08 Marzo 2014 (Zenit.org) Maurizio Moscone, http://www.zenit.org/
martedì 24 settembre 2013
Omofobia, Scruton: «Una nuova bigotteria laica vuole criminalizzare la libertà d’espressione», Settembre 24, 2013 Redazione - http://www.tempi.it
L'intervista integrale sul Foglio:
24 settembre 2013 - ore 06:59
Parla Scruton
“La legge sull’omofobia? Come i processi di Mao”
“Si sta creando una neolingua come contro l’anticomunismo ai tempi della Guerra fredda. Una lingua di legno”
“George Orwell ha già detto tutto nei suoi famosi ‘due minuti di odio’ del romanzo ‘1984’”, dice al Foglio il filosofo e commentatore inglese Roger Scruton. “La questione omosessuale è complicata e difficile, ma non puoi imprigionare il pensiero con leggi sulla cosiddetta ‘omofobia’ come quella al Parlamento italiano, che altro non è che la criminalizzazione della critica intellettuale sul tema del matrimonio gay. E’ un nuovo crimine intellettuale, ideologico, come lo fu l’anticomunismo durante la Guerra fredda”.
Settantenne docente di Filosofia alla St. Andrews University, autore di trenta libri che ne hanno fatto il più noto filosofo conservatore inglese (è stato definito dal Sunday Times “the brightest intellect of our time”), Scruton commenta così la legge in discussione al Parlamento per la criminalizzazione dell’“omofobia”. Anche Amnesty International si sta spendendo a favore della norma. “A me questa legge sull’omofobia ricorda i processi farsa di Mosca, e quelli della Cina maoista, in cui le vittime confessavano entusiaste i propri crimini prima di essere giustiziati. In tutte queste cause in cui gli ottimisti accusano gli oppositori di ‘odio’ e ‘discorso dell’odio’ ci vedo quella che il filosofo Michael Polanyi nel 1963 definì ‘inversione morale’: se deplori il welfare manchi di ‘compassione’; se ti opponi alla normalizzazione dell’omosessualità sei un ‘omofobo’; se credi nella cultura occidentale sei un ‘elitista’. L’accusa di ‘omofobia’ significa fine della carriera, specie per chi lavora all’università”.
Scruton sostiene che la manipolazione della verità passa attraverso la distorsione del linguaggio, come nell’opera di Orwell, sotto il nome di “Neolingua”. “La neolingua interviene ogni volta che il proposito principale della lingua, che è di descrivere la realtà, venga sostituito dall’intento opposto: l’affermazione del potere sopra di essa. Qui l’atto linguistico fondamentale solo superficialmente coincide con la grammatica assertiva. Le frasi della neolingua suonano come asserzioni in cui la sola logica sottostante è quella della formula magica: mostrano il trionfo delle parole sulle cose, la futilità dell’argomentazione razionale e il pericolo di resistere all’incantesimo. Come conseguenza, la neolingua ha sviluppato una sua speciale sintassi che, sebbene strettamente connessa a quella normalmente usata nelle descrizioni ordinarie, evita accuratamente anche solo di sfiorare la realtà o di confrontarsi con la logica dell’argomentazione razionale. E’ quello che Françoise Thom ha cercato di illustrare nel suo studio, ‘La langue de bois’ (la lingua di legno). Alcune delle peculiarità sintattiche sono state messe in rilievo da Thom: l’uso di sostantivi al posto di verbi diretti; la preferenza della forma passiva e della costruzione impersonale; l’uso di comparativi al posto di predicati; l’onnipresenza del modo imperativo”.
Con la legge sulla omofobia, dice Scruton, “si tratta di instillare nella mente del pubblico l’idea di una forza maligna che pervade tutta l’Europa, albergando nei cuori e nella testa della gente che può essere ignara delle sue macchinazioni e dirottando sul sentiero del peccato anche il progetto più innocente. La neolingua nega la realtà e la indurisce, trasformandola in un qualcosa di estraneo e resistente, un qualcosa ‘contro cui lottare’ e che deve ‘essere vinto’. Il linguaggio comune riscalda e ammorbidisce; la neolingua raggela e indurisce. Il discorso comune genera, con le sue stesse risorse, i concetti che la neolingua proibisce: corretto-scorretto; giusto-ingiusto; onesto-disonesto; tuo-mio”.
Una forma di “rieducazione”
Scruton dice che c’è una paura dell’eresia che si espande nei paesi europei. “Un sistema ragguardevole di etichette semi ufficiali sta emergendo per prevenire l’espressione di punti di vista ‘pericolosi’. La minaccia si diffonde così rapidamente nella società che non c’è modo di evitarla. Quando le parole diventano fatti, e i pensieri sono giudicati dall’espressione, una sorta di prudenza universale invade la vita intellettuale. La gente modera il linguaggio, sacrifica lo stile per una sintassi più ‘inclusiva’, evita sesso, razza, genere, religione. Qualsiasi frase o idioma che contenga il giudizio su un’altra categoria o classe di persone può diventare, dal giorno alla notte, l’oggetto di una stigmatizzazione. Questo politicamente corretto è una censura soft in cui si manda la gente al rogo per i pensieri ‘proibiti’. Le persone che hanno un ‘giudizio’ sono condannate con la stessa violenza di Salem”. Quello del processo alle streghe nel Massachusetts. La lettera scarlatta.
“Chi si angustia per tutto ciò e vuole esprimere la sua protesta dovrà lottare contro potenti forme di censura. Chi dissente da ciò che sta diventando ortodossia nei ‘diritti dei gay’ è regolarmente accusata di ‘omofobia’. In America ci sono comitati, preposti alle nomine di candidati, che li esaminano per sospetta ‘omofobia’, e vengono liquidati una volta che sia stata formulata l’accusa: ‘Non si può accettare la richiesta di quella donna di fare parte di una giuria in un processo, è una cristiana fondamentalista e omofobica’”.
Secondo Scruton, si tratta di una operazione ideologica che ricorda appunto quella durante la Guerra fredda: “Allora erano necessarie definizioni che stigmatizzassero il nemico intestino e ne giustificassero l’espulsione: era un revisionista, un deviazionista, un sinistrorso immaturo, un socialista utopista, un social-fascista. Il successo di queste ‘etichette’ nell’emarginare e condannare l’oppositore ha corroborato la convinzione comunista che si può cambiare la realtà cambiando il linguaggio: per esempio, si può inventare una cultura proletaria con la parola ‘proletkult’; si può scatenare la caduta della libera economia semplicemente gridando alla ‘crisi del capitalismo’ ogni volta che il tema venga sollevato; si può combinare il potere assoluto del Partito comunista con il libero consenso della gente definendo il governo comunista un ‘centralismo democratico’. Quanto si è rivelato facile uccidere milioni di innocenti visto che non stava succedendo niente di grave, era solo la ‘liquidazione dei kulaki’! Quanto è semplice rinchiudere la gente per anni in campi di lavoro forzato fino a che non si ammala o muore, se la sola definizione linguistica concessa è ‘rieducazione’. Adesso c’è una nuova bigotteria laica che vuole criminalizzare la libertà d’espressione sul grande tema dell’omosessualità”.
Da ultimo, dice Scruton, è lo scontro fra il “pragmatista” e il “razionalista”: “Non c’è alcuna utilità nelle vecchie idee di oggettività e verità universale, l’unica cosa che conta è che ‘noi’ si sia d’accordo. Ma chi siamo ‘noi’? E su cosa ci troviamo d’accordo? ‘Noi’ siamo tutti per il femminismo, liberali, sostenitori del movimento di liberazione dei gay e del curriculum aperto; ‘noi’ non crediamo in Dio o in qualunque religione tramandata, e le vecchie idee di autorità, ordine e autodisciplina per noi non contano. ‘Noi’ decidiamo il significato dei testi, creando con le nostre parole il consenso che ci aggrada. Non abbiamo alcun vincolo, a parte la comunità alla quale abbiamo scelto di appartenere, e poiché non c’è verità oggettiva, ma solo un consenso autogenerato, la nostra posizione è inattaccabile da qualsiasi punto di vista al di fuori di essa. Non solo il pragmatista può decidere cosa pensare, ma si può anche proteggere da chiunque non la pensi allo stesso modo”.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giulio Meotti