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martedì 22 aprile 2014

Lafforgue: «Educazione repubblicana perversa e totalitaria: vuole trasformare l’uomo. Meglio fondare scuole libere, come ho fatto io», 22 aprile 2014, Leone Grotti, www.tempi.it

Intervista al grande matematico e premio Fields francese sul declino di un sistema di istruzione ormai devastato da una laicità dogmatica
«La scuola in Francia è stata oggettivamente snaturata e ora è in piena crisi. Il governo Hollande l’ha usata in modo totalitario per trasformare a suo piacimento non solo la società ma l’uomo stesso e il risultato è sotto gli occhi di tutti». Laurent Lafforgue, 47 anni, allievo della Scuola normale superiore, ente costituito per creare la classe dirigente francese, vincitore nel 2002 della medaglia Fields, l’equivalente del Nobel per i matematici, docente permanente presso il prestigioso Istituto degli alti studi scientifici, è una delle teste più fini e brillanti di tutta la République. Eccellente matematico, non è certo un neofita in tema di educazione. Nel 2005 l’allora presidente della Repubblica Jacques Chirac lo ha nominato membro dell’Alto consiglio dell’educazione per riformare la scuola, ruolo da cui si è dimesso dopo appena dieci giorni in forte polemica con gli “esperti” del ministero.
Laurent LafforgueLafforgue è in Italia per tenere un corso di matematica all’università degli Studi di Milano e l’abbiamo raggiunto a margine di un incontro al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza, dove il professore ha parlato davanti a un centinaio di studenti della sua esperienza di matematico. Agli studenti si è presentato così: «Non ho mai deciso di fare il matematico, da giovane preferivo letteratura e filosofia. Dopo il liceo ho intrapreso gli studi scientifici solo perché la matematica mi riusciva in modo naturale e mi richiedeva meno sforzo. Sono le circostanze della vita ad avermi portato al mio lavoro, è una cosa che mi è stata donata e oggi sono felice di essere quello che sono. Studiare matematica è interessante perché è un aspetto della verità, è una grande avventura umana cominciata da grandi uomini oltre duemila anni fa e che altri porteranno avanti dopo di me».
Professor Lafforgue, lei dice che la scuola in Francia è stata «oggettivamente» snaturata; agli studenti parla di «verità» e di «dono»: ma tutti questi argomenti non sono più in voga da un pezzo, ormai.
Questo fa parte del problema della scuola. Come matematici, qualunque siano le nostre convinzioni filosofiche o religiose, noi facciamo l’esperienza dell’oggettività. È semplice: noi vediamo che quando una cosa è dimostrata, vale per sempre. In matematica, al contrario di altre scienze, non si arriva alla conoscenza attraverso delle rivoluzioni: se una cosa è stata scoperta come vera duemila anni fa, non c’è modo di metterla in discussione oggi. Certo, l’approfondimento è continuo, l’arricchimento costante, ma i risultati ottenuti dai nostri predecessori sono ancora veri e lo saranno sempre. Noi abbiamo fiducia nella verità.

Voi sì, ma la cultura europea no. Al contrario, è sempre più relativista e la scuola sembra destinata ad andare di pari passo.

La società è relativista ma la scuola non è obbligata a seguire la società, perché è un luogo particolare dove si crescono i giovani. E i giovani stessi non sono il prodotto della società, sono spiriti liberi e non manipolabili. Ma gli studenti hanno fiducia negli adulti e questo è il problema della scuola.

La fiducia?
No, gli adulti. Oggi i professori, i rappresentanti del sapere, gli intellettuali, nutrono profondi dubbi sul valore di quello che insegnano e della verità. Mi sembra chiaro che se non c’è la verità, allora non c’è più niente da insegnare. E senza insegnamento, non c’è scuola.

Perché?
Perché l’obiettivo della scuola è la trasmissione della conoscenza. Questa è la sua ragion d’essere, anche se per rispondere a questa missione sono necessarie delle condizioni: bisogna rispettare una certa disciplina collettiva, bisogna imparare a essere attenti, a lavorare, a rispettarsi con gli altri, ad ascoltare, a essere pazienti, ad aiutarsi. Questi non sono i principali obiettivi della scuola, ma sono cose che si apprendono in modo collaterale e fanno parte dell’educazione.
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Questo non è quello che pensa l’ex ministro dell’Educazione nazionale di Hollande, Vincent Peillon, appena sostituito nel rimpasto di governo. A gennaio 2013 ha scritto a tutti i presidi: «Il governo si è impegnato a lavorare sui giovani per cambiare la loro mentalità». E ancora: «Bisogna strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita».
Questo pensiero è totalitario. Secondo Peillon la scuola è il luogo dove finalmente si può trasformare non solo la società ma l’uomo stesso. Ma così si snatura la scuola e la si rovina in modo irreparabile. Da tempo in Francia si è cercato di fare della scuola prima di tutto un luogo di socializzazione, dove i giovani possano imparare a vivere in società: questo è stato considerato più importante dell’insegnamento. Quindi fior fiori di teorici hanno scritto che il primo obiettivo della scuola deve essere quello di creare le condizioni della pace nella società, che oggi torna a essere minacciata dalla guerra di tutti contro tutti. E tutti ne paghiamo le conseguenze.

Quali conseguenze?
La nuova scuola voluta per realizzare la pace è estremamente conflittuale. C’è tantissima violenza tra i giovani, che sono gli uni contro gli altri, per non parlare di quella subita dai professori, spesso vittime di violenze fisiche da parte degli alunni. Abbiamo voluto una scuola della pace, e non più del sapere, e il risultato è una scuola dove non c’è più la pace e non si impara.

Perché questo risultato?
Perché quanto più si forza una cosa ad andare contro natura tanto più questa diventerà perversa. Non si può trasformare la realtà in modo arbitrario. Peillon pensa che non esista la realtà, che possiamo modificarla a piacimento. Ma questo non è vero.

Le famiglie come la pensano?
Molti genitori sono inquieti ma la maggior parte di loro non è cosciente dello stato di distruzione della scuola oggi. Io noto due fenomeni. Il primo è che tantissime persone, in ogni ambito della società, hanno cominciato a reagire e parlo di rettori, professori, genitori, persino studenti. Questi però sono ancora una minoranza. La seconda cosa che noto, e che mi sconvolge, è il fatto che i professori abbiano ceduto e accettato questa situazione: come si può essere così rassegnati?

Il governo di Hollande ha lanciato l’insegnamento della teoria di genere nelle scuole primarie. Le famiglie però non sembrano entusiaste, almeno a giudicare dal successo della “Giornata di ritiro dalla scuola”: una protesta che ha portato ben 18 mila bambini a disertare le proprie classi.
L’imposizione della teoria di genere è un’iniziativa di Peillon, che ha portato avanti un programma del governo precedente. Non dimentichiamo che il ministro dell’Educazione nazionale di Nicolas Sarkozy, Luc Chatel, aveva per la prima volta introdotto ufficialmente nei licei la teoria di genere nei corsi di biologia. Questo mi sembra aberrante, perché posso ancora capire nei corsi di filosofia, dove si discute di diverse teorie e può trovare il suo spazio anche quella di genere. Ma in biologia è assurdo perché la differenza tra uomo e donna è radicata nella natura e non c’è spazio per teorie. Ultimamente, però, la gente si è come risvegliata, basta pensare alle proteste della società francese durante il dibattito sull’approvazione della legge Taubira sul matrimonio gay. Io credo che si possa parlare della teoria di genere, magari in filosofia, ma cercare di imporla in modo autoritario nella scuola primaria negando le differenze tra femmine e maschi, questo significa negare la realtà. Quello che si sta cercando di fare oggi è stabilire attraverso la scuola il primato della volontà sulla realtà. Al fondo della teoria di genere, infatti, c’è questa idea: non c’è più verità, non c’è più realtà, solo volontà. Anzi, la sola realtà è la volontà. Penso che la scuola debba resistere.

In che modo?
È estremamente complesso. La scuola dipende dai ministeri e da sovrastrutture difficili da cambiare, su questo ho poca speranza. Si possono però fare due cose: la prima è prendere coscienza di quello che sta succedendo, un passo richiesto innanzitutto ai professori; la seconda è fondare delle scuole diverse. In Francia i privati possono aprire degli istituti e questo è un rimedio al disastro della scuola pubblica e a quello di tante scuole cattoliche associate allo Stato che purtroppo di cattolico hanno mantenuto solamente il nome. Anch’io ho partecipato con alcuni amici alla fondazione di una scuola.

Com’è successo?
Qualche anno fa parlavo del disastro dell’educazione nazionale ad alcuni miei amici: loro mi ascoltavano ma pensavano che esagerassi. Poi hanno cominciato a mandare i figli a scuola e li ho visti sempre più inquieti e arrabbiati. Sono arrivati a un punto tale che hanno deciso di mettersi insieme con altri genitori e fondare una scuola. E anch’io ho deciso di investirci. Queste persone hanno convinzioni diverse, ma la maggior parte di loro ha radici cristiane. La scuola che hanno costruito è un’opera radicata nella fede ma al servizio di tutti: laica e aperta a tutte le confessioni.

Come vi differenziate dalla scuola repubblicana?
Cerchiamo di educare alla libertà, che in un certo senso è il vero scopo della scuola. Mi spiego: perché trasmettere la conoscenza, perché apprendere, scrivere, leggere? È per forgiare spiriti liberi, perché crescano degli uomini. Noi doniamo loro i mezzi affinché possano crescere e sviluppare il loro modo di pensare, aiutandoli a essere critici ed educando il loro senso estetico. Questo è importante: le strutture devono essere belle, i libri belli, le storie belle. Lo scopo finale è la libertà, non inculcare dei concetti.

Il contrario di quello che ha cercato di fare ancora una volta Peillon affiggendo in tutte le scuole la Carta della laicità?
Se si prende il testo letterale della Carta della laicità si scopre che in sé è abbastanza corretto. Più o meno, insomma. Il problema è che in Francia la parola “laicità” ormai è ambigua. Tutti ne parlano ma dando alla parola significati completamente diversi. Peillon, ad esempio, mentre diffonde il suo manifesto, scrive nei libri che con “laicità” intende una nuova religione che debba sostituirsi alla vecchia, distruggendo il cattolicesimo. Ormai in Francia il dibattito sulla laicità è marcio.
@Leone

mercoledì 16 aprile 2014

Per essere contro l’eterologa e l’utero in affitto non serve leggere il breviario. Basta il “Manifesto del partito comunista”, 15 aprile 2014 di Aldo Vitale, www.tempi.it

«Per crescere un bambino occorre un intero villaggio» recita un vecchio proverbio africano che, senza troppi sforzi, può essere ri-adattato al caso nel modo seguente: per far nascere un bambino occorre un’intera tribù.

L’antica saggezza classica per cui “mater semper certa est”, va in pensione per sentenza emessa dalla Corte Costituzionale secondo cui, invece, il divieto (sancito dal comma terzo dell’articolo 4 della legge 40/2004) di procreazione medicalmente assistita (PMA) di tipo cosiddetto eterologo, cioè messo in essere con ovuli o sperma di soggetti esterni alla coppia, è incostituzionale, indi per cui può affermarsi senza timore che, almeno da oggi in modo ufficiale, la maternità, in sostanza, sia come la Gallia ai tempi di Cesare, “omnis divisa in partes tres”.

Dopo l’ultima decisione della Corte Costituzionale, in tema di PMA, si aprono nuovi foschi orizzonti: la fecondazione eterologa, l’utero in affitto, la compravendita di ovuli, sperma, embrioni, feti magari.

Su ciascun tema non sarebbe sufficiente la riflessione d’un mese per sviscerarne adeguatamente le problematiche antropologiche, etiche e giuridiche, ma delle osservazioni sono comunque effettuabili a partire da una domanda: quale è il senso del divieto di PMA eterologa?

Un impettito costituzionalista medio risponderebbe nessuno, soprattutto dopo che la Corte Costituzionale lo ha dichiarato costituzionalmente illegittimo.

Per chi invece non è legato a doppio filo dalle briglie del diritto positivo e crede ragionevolmente e razionalmente nella fallibilità della giustizia umana di ogni ordine e grado, il divieto di PMA eterologa ha un senso, rispettare l’identità e la natura di tutti e di ciascuno.

In primo luogo sarebbe, ovviamente, tutelato il concepito, punto sul quale vi sarebbe tanto da dire, poiché sarebbe rispettato il suo diritto alla relazionalità naturale con i suoi genitori, quella genitorialità chiaramente alterata dall’introduzione artificiosa e artificiale di uno o più elementi che fossero chiamati a vario titolo, biologico e contrattuale, al “collettivismo procreativo” in cui si risolve la PMA eterologa.

In secondo luogo, sarebbe tutelata l’identità e l’unione della coppia che non sarebbe dilaniata dall’ingresso biologico di uno o più soggetti terzi chiamati a partecipare alla catena di montaggio procreativa.

In terzo luogo, sarebbero tutelati anche i terzi che non sarebbero ridotti a meri fornitori di materiale biologico per la soddisfazione di interessi altrui, ma sarebbero rispettati nella loro stessa umanità, cioè in quell’elemento personale che li rende ben più di un più o meno ordinata dispensa bio-chimica da “spremere” all’occorrenza.

Infine, ed è davvero strano che il pensiero progressista, nella sua maggior parte, non si renda conto di ciò, proprio la donna, sia colei che contrattualmente ordina il figlio, sia colei che dona o vende l’ovulo, sia colei che condurrà materialmente la gravidanza.

È, infatti, fin troppo evidente che la PMA eterologa e la gravidanza surrogata altro non siano che le due facce della stessa medaglia e per questo rappresentino entrambe una lesione della dignità della donna, ridotta a mero strumento, o, per dirla con i desueti termini marxisti, costretta a subire “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.

Proprio in termini di logica emancipazionista e femminista, la PMA eterologa, così come la maternità surrogata, dovrebbero essere avversate e non caldeggiate.

Posto che nella sola India, così come in molti Stati degli USA, esiste un vero e proprio mercato della procreazione con un fatturato annuo pari a ben 2,3 miliardi di euro, proprio in una logica anti-capitalista, anti-sfruttamentarista, ed orgogliosamente femminista si dovrebbe inorridire dinnanzi agli scenari aperti dalla suddetta decisione della Corte Costituzionale.

Esiste tutto un mercato riproduttivo globale nel quale, in sostanza, le donne povere, soprattutto orientali, vengono pagate, circa 25.000 dollari, dalle donne ricche, soprattutto occidentali e statunitensi, per condurre le gravidanze al posto di queste ultime, e tutto questo senza che la “grande armee” del movimento femminista emetta anche un solo sospiro di disappunto in merito, nonostante ciò che proprio Karl Marx ha scritto: «Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione» (Il manifesto del partito comunista, cap. II, 1848).

Non tutta la massa progressista, tuttavia, è cieca e sorda nei confronti di tali sfumature.

Si ricordino, a titolo di esempio, le parole di Miriam Mafai nel suo celebre editoriale dal titolo “La donna-cosa” del 7 marzo 1997 e quelle di Pietro Scoppola nel suo editoriale dal titolo “Il diritto di avere un padre” del 14 giugno 2002, o perfino quelle, ri-adattabili al caso in questione, del “Papa laico” Eugenio Scalfari che nel suo editoriale dal titolo “La scienza incivile dell’utero in affitto” del 2 marzo 1997, criticando la clonazione riproduttiva, così si esprimeva: «Intorno al neonato si affollerebbero infatti una serie di altri co-genitori: anzitutto l’individuo (uomo o donna che sia) dal cui corpo è stata estratta la cellula somatica e poi, alle sue spalle, l’uomo e la donna che hanno fornito i loro cromosomi all’individuo clonato, cioè suo padre e sua madre. Ci sarebbero dunque quattro figure parentali biologicamente e giuridicamente titolate a rivendicare il ruolo di genitori, uno dei quali certamente maschio, due dei quali certamente femmine, il quarto o maschio o femmina secondo il sesso dell’individuo prescelto per essere il donatore della cellula somatica».

Il divieto di PMA eterologa, dunque, fungeva da presidio alla tutela del senso, del ruolo e della natura di tutti e di ciascuno, nonostante la Corte Costituzionale abbia preferito imboccare la via del nichilismo etico e giuridico, la stessa, per intendersi, su cui si fonda il pensiero di uno dei più grandi sostenitori della PMA eterologa, cioè Tristam Engelhardt che, nel suo ultimo libro dal titolo Dopo Dio. Morale e bioetica in un modo laico, ammette candidamente ed orgogliosamente che per il mondo laico, di cui è fiero esponente, «tutto è in definitiva assolutamente privo di senso» (pag. 48).

In direzione diametralmente opposta, sebbene sempre laicamente, e in conclusione, si possono ricordare le parole di Edgar Morin per il quale, invece, «le tecniche nate dall’umano gli si ritorcono contro. I tempi attuali ci mostrano una tecnica che si scatena sfuggendo all’umanità che l’ha prodotta. Ci comportiamo come apprendisti stregoni. La tecnica porta essa stessa la sua barbarie, una barbarie del calcolo puro, fredda, glaciale, che ignora le realtà affettive propriamente umane» (Edgar Morin, Cultura e barbarie europee, 2006).

Il "diritto al figlio" capovolge i princìpi costituzionali di Gianfranco Amato, 16-04-2014, www.lanuovabq.it

La vicenda dello scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma ha aperto il vaso di Pandora. I primi ad accorgersene sono i giuristi, i quali hanno denunciato la pericolosa totale assenza di disciplina in materia. Una lacuna normativa talmente grave da far rievocare il mitico Far West. Quello che è accaduto non integra nessun reato, perché la legge penale non prevede nulla in materia. La legge civile, invece, non dice nulla circa l’eventualità che, una volta nati i gemelli, il padre biologico intenda rivendicarne la paternità, o che il padre ingannato voglia disconoscere il figlio che non è a lui geneticamente collegato con il DNA. Si aprono scenari tanto inediti quanto sconfortanti.

Durante un programma radiofonico, il conduttore di una trasmissione che trattava della vicenda del Pertini, si è spinto ad ipotizzare una sorta di sabotaggio. Poiché non esistono precedenti al mondo, e quello italiano è il primo ed unico caso – questa la tesi del conduttore – tutta la vicenda non si sottrae al sospetto di un’azione deliberata per screditare il procedimento di fecondazione artificiale, visto il dibattito in corso. Una perfida manina incaricata dalla lobby clericale e oscurantista del mondo pro-life legato al Vaticano. A parte la risibilità della tesi, sono i fatti a sbugiardare il fantasioso conduttore.

Chi si occupa di bioetica sa che non sono infrequenti episodi come quello accaduto al Pertini, anche se non sempre vengono facilmente riconosciuti. In alcuni casi l’errore si rende evidente ex se, come è avvenuto nel primo incidente di questo tipo registrato in Gran Bretagna il 15 luglio del 2002, quando una donna bianca ha partorito due gemellini di colore nero. In altri casi, invece, i responsabili delle cliniche tentano di evitare lo scandalo.

Qualche anno fa, e precisamente nel 2009, io stesso mi sono occupato, ad esempio, di un caso avvenuto, tanto per cambiare, nel Regno Unito. Una coppia non più giovanissima, Deborah e Paul, si era rivolta all’University Hospital of Wales di Cardiff per “regalare una sorellina” al proprio figlio di sei anni, anch’esso ottenuto attraverso la fecondazione medicalmente assistita. Ecco cosa è accaduto. Dopo vari tentativi falliti, Deborah, ormai quarantenne, ha la possibilità di diventare madre attraverso l’impianto dell’ultimo degli embrioni rimasti. Del tutto inaspettatamente, però, la Direzione della clinica le comunica la ferale notizia: l’embrione, a causa di un incidente di laboratorio, è stato gravemente danneggiato. Pochi giorni dopo viene scoperta una diversa e drammatica verità. L’embrione, in realtà, era stato impiantato per errore nell’utero di un’altra donna, errore che è costato la vita ad un essere innocente. Sì, perché quella donna, avvertita del disguido, ha poi deciso di abortire.

La clinica si è scusata ed ha offerto a Deborah un ciclo gratuito di trattamenti per ritentare l’inseminazione artificiale, ottenendo la comprensibile risposta di un secco no, unitamente ad una citazione per danni. Anche l’incredibile vicenda di Cardiff, tra l’altro, apre inquietanti interrogativi morali e giuridici.

Qual è, per esempio, la motivazione con cui è stata autorizzata la soppressione dell’embrione impiantato per errore? Anche un incidente di laboratorio può ora assurgere a criterio per eliminare un essere innocente? Quali sono i diritti dei genitori biologici di quell’embrione? E’ giusto non averli messi al corrente della soppressione? Si può davvero ridurre tutto, come è accaduto, ad un semplice risarcimento di danno? Si sarebbe forse potuto tentare di salvare una vita innocente consentendo, almeno, la possibilità di proporre una maternità surrogata? La donna che ha abortito, se messa al corrente delle circostanze, avrebbe forse accettato di portare a termine la gravidanza e consentito a Deborah e Paul di avere un figlio? Si può davvero disporre di embrioni con tale disinvoltura, all’insaputa dei genitori naturali?

Tali interrogativi mostrano che quando la scienza corre più velocemente della ragione e del cuore dell’uomo si dischiudono scenari inimmaginabili.

Ma, del resto, è lo stesso principio della fecondazione in vitro che è messo in discussione. Una visione consumistica della vita, in cui dilaga ogni forma di egoismo interiore, fatica a percepire che paternità e maternità non possono essere ridotti ad un mero fenomeno biologico, e che l’uomo è, in realtà, capace di una fecondità infinitamente più grande di quella carnale.

Il cosiddetto “diritto al figlio” in realtà non solo non esiste, ma costituisce un capovolgimento di quei principi costituzionali che antepongono la tutela giuridica del nascituro alla soggettività del desiderio. Tra il capriccio dell’adulto e la tutela giuridica del nascituro, è sempre quest’ultima a dover prevalere. Quantomeno in una società che pretende di definirsi civile.

Questo assunto non deriva né da una concezione religiosa né da una prospettiva politica, ma è semplicemente una questione antropologica legata al senso stesso della vita di ogni essere umano, in quanto ciascun essere umano è inevitabilmente madre, padre o figlio, ed al nesso tra questo senso e il significato di tutto, di ogni rapporto con la realtà. «È per questo» come scriveva mons. Luigi Giussani «che un uomo e una donna che non hanno figli e che ne adottano sono veramente padri e madri nella misura in cui educano un figlio. Molto più della grande maggioranza che getta fuori dal ventre il figlio e non si cura del suo destino». Ma dell’adozione, ossia di questa “tecnica” così poco scientifica, così poco costosa e così profondamente umana parlano in pochi.

martedì 11 marzo 2014

L'antropologia cristiana e le scienze - La bioetica di Lucas Lucas, Roma, 08 Marzo 2014 (Zenit.org) Maurizio Moscone, http://www.zenit.org/


L’antropologia cristiana, come è stato evidenziato[1], è una filosofia dell’uomo condotta sul piano puramente razionale e, in quanto tale, prescinde dalla Rivelazione ed è quindi condivisibile da credenti e non credenti.

Le scienze possono contribuire ad integrare dimensioni dell’uomo che la filosofia non può prendere in considerazione poiché non fanno parte del suo oggetto formale, come ad esempio la struttura biologica dell’uomo, il suo sistema nervoso, ecc.

L’insieme delle scienze empiriche che studiano l’uomo possono  darci, da diversi punti di vista, una “idea puramente scientifica di uomo, la quale - scrive Maritain – può procurarci  delle informazioni inestimabili”[2].

Le scienze, così come la filosofia, devono svolgere le loro indagini all’interno del proprio oggetto formale, quindi non possono invadere il campo che è proprio della filosofia. Infatti, Maritain afferma in proposito:

“L’idea puramente scientifica dell’uomo tende soltanto ad unire insieme i dati misurabili e osservabili presi come tali, ed è decisa dall’inizio a non considerare cose come l’essere o l’essenza, a non rispondere a domande quali: «C’è l’anima o non c’è? Esiste lo spirito o c’è soltanto la materia? Dobbiamo credere alla libertà o al determinismo? […]»”[3].

La filosofia e la scienza sono due “gradi del sapere”[4] che facilitano la comprensione dell’essere umano, come è dimostrato anche dagli studi di bioetica condotti da Lucas Lucas, il quale ha integrato l’antropologia ispirata a San Tommaso con i risultati recenti ottenuti dalla scienza biologica.

La bioetica è una scienza interdisciplinare, che si avvale del contributo, oltre che della filosofia, della biologia, della medicina, del diritto, ecc.

Uno dei temi studiato dalla bioetica riguarda l’embrione, il quale, afferma il bioeticista, “è il nuovo individuo che si forma nel concepimento: nell’istante in cui lo spermatozoo maschile  feconda l’ovulo femminile”.

Lucas Lucas, sulla base della sua riflessione di carattere sia scientifico sia filosofico, afferma che l’embrione deve essere riconosciuto come un individuo biologico appartenente alla specie umana, a livello empirico, mentre a livello ontologico deve essere riconosciuto come una persona in atto.

Riporto qui di seguito alcune parti del suo libro, intitolato Bioetica per tutti[5], per illustrare la sua impostazione metodologica.

L’embrione secondo la scienza

“L’embrione è un essere umano

Affermare che il concepimento dà origine a un embrione, cioè un organismo diverso dai genitori, significa sostenere che esso è un individuo della specie umana, cioè un essere umano. Nell’uomo non è  possibile scindere il biologico dall’umano.

Il biologo constata che nella formazione e nello sviluppo di questo corpo umano non ci sono salti di qualità: è sempre lo stesso corpo biologico.

I dati che la biologia e la genetica ci offrono mostrano che l’essere che inizia lo sviluppo nel grembo materno è un nuovo organismo della specie umana, dotato di un genoma differente da quello del padre e della madre. L’embrione nella fase dello zigote è già un essere umano e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”[6].

In sintesi

l’embrione è un organismo nuovo

“La scienza dice che quando lo spermatozoo paterno si fonde con l’ovulo materno, inizia un nuovo organismo che si chiama embrione.

Tutte le cellule del corpo umano hanno 46 cromosomi, ad eccezione dei gameti – spermatozoo e ovulo – che ne hanno 23, cioè la metà. Lo zigote che nasce dalla loro unione avrà una normale dotazione di 46 cromosomi propri della specie umana: 23 forniti dal padre e 23 dalla madre, ma il genoma è diverso. La scienza quindi dice che lo zigote è un nuovo organismo umano”[7].

l’embrione è un organismo umano

“La scienza dice che questo nuovo organismo è un organismo umano, cioè appartiene alla specie biologica umana.

Nella generazione dei viventi le leggi biologiche sono fisse: da un cane nasce un cane, da un gatto nasce un gatto, da un uomo e da una donna non può che nascere un essere umano”[8].

l’embrione è un organismo programmato

“La scienza dice che l’embrione è un organismo programmato: il suo singolarissimo DNA costituisce il patrimonio genetico del nuovo individuo umano.

Questo nuovo essere non la somma dei codici genetici dei genitori. E’ un essere con un programma nuovo che non è mai esistito prima e non si ripeterà mai. Questo programma genetico, assolutamente originale, individua il nuovo essere dal momento del concepimento alla morte.  In esso sono determinate le caratteristiche biologiche del nuovo individuo, dall’altezza al colore degli occhi, fino al tipo di malattie genetiche a cui andrà soggetto”[9].

Lo sviluppo dell’embrione avviene in modo unitario, coordinato, continuo, graduale

“Unità biologica del nuovo essere

Tutti gli elementi si sviluppano in perfetta coordinazione, come parti di un tutto.

Lo sviluppo è coordinato

La coordinazione esige una rigorosa unità dell’essere in sviluppo. Coordinazione e conseguente unità, le quali indicano che l’embrione umano, fin dall’inizio, non è un semplice aggregato di cellule ma è un individuo”[10].

“Continuità nello sviluppo

Lo sviluppo dell’embrione è un continuum, senza salti qualitativi o mutamenti sostanziali, per cui l’embrione umano si sviluppa in un uomo adulto e non in un’altra specie”[11].

“Gradualità dello sviluppo

Lo sviluppo è un processo che implica necessariamente un succedersi di forme, le quali sono stadi di momenti diversi di un identico processo di sviluppo di uno stesso essere. E’ per questo che un embrione, che sta compiendo il proprio ciclo vitale, mantiene permanentemente la sua […] «individualità» […]”[12].

L’embrione secondo la filosofia

“L’essere umano è persona in virtù della sua natura razionale (spirituale), non diventa persona perché possiede attualmente determinate proprietà e esercita determinate funzioni, né si può fare una distinzione tra individuo umano e persona umana.

Ciò che è essenziale per il riconoscimento dell’essere persona è l’appartenenza, per natura, alla specie umana razionale, indipendentemente dalla manifestazione esteriore in atto di certi caratteri, operazioni o comportamenti. Non si è più o meno persona, non si è “pre-persone” o “post-persone” o “sub-persone”; o si è persona (in atto) o non si è persona. I caratteri essenziali della persona non sono soggetti a cambiamento.

La persona non cambia, non è alterabile, non è in divenire: o c’è o non c’è”[13].

*

NOTE

[1] Vedi il mio articolo pubblicato su Zenit intitolato: L’essere umano è uno spirito incarnato.

[2] J. Maritain, L’educazione al bivio,  Prefazione di A. Agazzi, La Scuola, Brescia 1969, XIII ed., p.17.

[3] Ibidem.

[4] Riguardo alla scienza e alla filosofia come gradi del sapere Maritain scrive: “ Anche se avviene che l' oggetto materiale della filosofia e della scienza sia il medesimo —per esempio, il mondo dei corpi— tuttavia l' oggetto formale, quello che determina la natura specifica delle discipline intellettuali, differisce essenzialmente nei due casi. Nel mondo dei corpi, lo scienziato studierà le leggi dei fenomeni, collegando un evento osservabile ad un altro evento osservabile, e se indaga la struttura della mate­ria, agirà rappresentandosi —molecole, ioni, atomi, ecc.— in quale maniera e secondo quali leggi si comportano nel quadro dello spazio e del tempo le particelle ultime (o le entità matematicamente concepite che ne tengono il posto) con le quali è costruito l'edificio. Il filosofo cercherà , invece, che cosa è , in definitiva, la materia di cui si rappresenta così il comportamento, quale è, in funzione dell'essere intelligibile, la natura della sostanza corporea (che essa sia decomponibile per una ricostruzione spaziale o spazio-temporale, in molecole, ioni, atomi, ecc., in protoni od elettroni, associati o no ad un flusso d'onde, il problema resta integro)” ( Idem, Distinguere per unire. I gradi del sapere , a cura di A. Pavan, Morcelliana, Brescia 1974, pp. 73).

[5] Cfr. R. Lucas Lucas, Bioetica per tutti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balzamo (Mi) 2002.

[6] Ibidem, pp.117-118. Al testo è stato aggiunto: “e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”.

[7] Ibidem, p.118.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, pp.120-121.

[11] Ibidem, p. 121.

[12] Ibidem, p. 122.

[13] Ibidem, p. 126. L’ultima frase è tratta da Idem, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, pp. 117-118.

(08 Marzo 2014) © Innovative Media Inc.

martedì 24 settembre 2013

Omofobia, Scruton: «Una nuova bigotteria laica vuole criminalizzare la libertà d’espressione», Settembre 24, 2013 Redazione - http://www.tempi.it


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legge-omofobia-veglia-manif-italia-hIntervistato oggi da Giulio Meotti sul Foglio, il filosofo inglese Roger Scruton parla della legge sull’omofobia e, più in generale della neolingua orwelliana che ci vuole tutti d’accordo su tutto, non permettendo il dissenso in nome dell’omologazione. Scruton, il più importante pensatore conservatore vivente, spiega che «la questione omosessuale è complicata e difficile, ma non puoi imprigionare il pensiero con leggi sulla cosiddetta “omofobia” come quella al Parlamento italiano, che altro non è che la criminalizzazione della critica intellettuale sul tema del matrimonio gay. È un nuovo crimine intellettuale, ideologico, come lo fu l’anticomunismo durante la Guerra fredda».
COME LA CINA MAOISTA. «A me questa legge sull’omofobia – dice – ricorda i processi farsa di Mosca, e quelli della Cina maoista, in cui le vittime confessavano entusiaste i propri crimini prima di essere giustiziati. In tutte queste cause in cui gli ottimisti accusano gli oppositori di “odio” e “discorso dell’odio” ci vedo quella che il filosofo Michael Polanyi nel 1963 definì “inversione morale”: se deplori il welfare manchi di “compassione”; se ti opponi alla normalizzazione dell’omosessualità sei un “omofobo”; se credi nella cultura occidentale sei un “elitista”. L’accusa di “omofobia” significa fine della carriera, specie per chi lavora all’università».
roger-scruton“DIRITTI GAY”. La realtà non conta più. Ciò che conta sono le definizioni della neolingua. Un nuovo potere totalitario che impone cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa può essere detto e cosa deve essere taciuto. «Le frasi della neolingua suonano come asserzioni in cui la sola logica sottostante è quella della formula magica: mostrano il trionfo delle parole sulle cose, la futilità dell’argomentazione razionale e il pericolo di resistere all’incantesimo». «Un sistema ragguardevole di etichette semi ufficiali sta emergendo per prevenire l’espressione di punti di vista “pericolosi”. La minaccia si diffonde così rapidamente nella società che non c’è modo di evitarla. Quando le parole diventano fatti, e i pensieri sono giudicati dall’espressione, una sorta di prudenza universale invade la vita intellettuale. La gente modera il linguaggio, sacrifica lo stile per una sintassi più “inclusiva”, evita sesso, razza, genere, religione. Qualsiasi frase o idioma che contenga il giudizio su un’altra categoria o classe di persone può diventare, dal giorno alla notte, l’oggetto di una stigmatizzazione».
Così, «chi si angustia per tutto ciò e vuole esprimere la sua protesta dovrà lottare contro potenti forme di censura. Chi dissente da ciò che sta diventando ortodossia nei “diritti dei gay” è regolarmente accusata di “omofobia”. In America ci sono comitati, preposti alle nomine di candidati, che li esaminano per sospetta “omofobia”, e vengono liquidati una volta che sia stata formulata l’accusa: “Non si può accettare la richiesta di quella donna di fare parte di una giuria in un processo, è una cristiana fondamentalista e omofobica”».
UNA GUERRA FREDDA. Una operazione ideologica non diversa da quelle operate durante la Guerra Fredda, tanto che il pensatore ricorda «quanto si è rivelato facile uccidere milioni di innocenti visto che non stava succedendo niente di grave, era solo la “liquidazione dei kulaki”! Quanto è semplice rinchiudere la gente per anni in campi di lavoro forzato fino a che non si ammala o muore, se la sola definizione linguistica concessa è “rieducazione”. Adesso c’è una nuova bigotteria laica che vuole criminalizzare la libertà d’espressione sul grande tema dell’omosessualità».
CHI SIAMO “NOI”? Il punto è che «non c’è alcuna utilità nelle vecchie idee di oggettività e verità universale, l’unica cosa che conta è che “noi” si sia d’accordo. Ma chi siamo “noi”? E su cosa ci troviamo d’accordo? “Noi” siamo tutti per il femminismo, liberali, sostenitori del movimento di liberazione dei gay e del curriculum aperto; “noi” non crediamo in Dio o in qualunque religione tramandata, e le vecchie idee di autorità, ordine e autodisciplina per noi non contano. “Noi” decidiamo il significato dei testi, creando con le nostre parole il consenso che ci aggrada. Non abbiamo alcun vincolo, a parte la comunità alla quale abbiamo scelto di appartenere, e poiché non c’è verità oggettiva, ma solo un consenso autogenerato, la nostra posizione è inattaccabile da qualsiasi punto di vista al di fuori di essa. Non solo il pragmatista può decidere cosa pensare, ma si può anche proteggere da chiunque non la pensi allo stesso modo».

L'intervista integrale sul Foglio:

24 settembre 2013 - ore 06:59
Parla Scruton
“La legge sull’omofobia? Come i processi di Mao”

“Si sta creando una neolingua come contro l’anticomunismo ai tempi della Guerra fredda. Una lingua di legno”


“George Orwell ha già detto tutto nei suoi famosi ‘due minuti di odio’ del romanzo ‘1984’”, dice al Foglio il filosofo e commentatore inglese Roger Scruton. “La questione omosessuale è complicata e difficile, ma non puoi imprigionare il pensiero con leggi sulla cosiddetta ‘omofobia’ come quella al Parlamento italiano, che altro non è che la criminalizzazione della critica intellettuale sul tema del matrimonio gay. E’ un nuovo crimine intellettuale, ideologico, come lo fu l’anticomunismo durante la Guerra fredda”. 

Settantenne docente di Filosofia alla St. Andrews University, autore di trenta libri che ne hanno fatto il più noto filosofo conservatore inglese (è stato definito dal Sunday Times “the brightest intellect of our time”), Scruton commenta così la legge in discussione al Parlamento per la criminalizzazione dell’“omofobia”. Anche Amnesty International si sta spendendo a favore della norma. “A me questa legge sull’omofobia ricorda i processi farsa di Mosca, e quelli della Cina maoista, in cui le vittime confessavano entusiaste i propri crimini prima di essere giustiziati. In tutte queste cause in cui gli ottimisti accusano gli oppositori di ‘odio’ e ‘discorso dell’odio’ ci vedo quella che il filosofo Michael Polanyi nel 1963 definì ‘inversione morale’: se deplori il welfare manchi di ‘compassione’; se ti opponi alla normalizzazione dell’omosessualità sei un ‘omofobo’; se credi nella cultura occidentale sei un ‘elitista’. L’accusa di ‘omofobia’ significa fine della carriera, specie per chi lavora all’università”.
Scruton sostiene che la manipolazione della verità passa attraverso la distorsione del linguaggio, come nell’opera di Orwell, sotto il nome di “Neolingua”. “La neolingua interviene ogni volta che il proposito principale della lingua, che è di descrivere la realtà, venga sostituito dall’intento opposto: l’affermazione del potere sopra di essa. Qui l’atto linguistico fondamentale solo superficialmente coincide con la grammatica assertiva. Le frasi della neolingua suonano come asserzioni in cui la sola logica sottostante è quella della formula magica: mostrano il trionfo delle parole sulle cose, la futilità dell’argomentazione razionale e il pericolo di resistere all’incantesimo. Come conseguenza, la neolingua ha sviluppato una sua speciale sintassi che, sebbene strettamente connessa a quella normalmente usata nelle descrizioni ordinarie, evita accuratamente anche solo di sfiorare la realtà o di confrontarsi con la logica dell’argomentazione razionale. E’ quello che Françoise Thom ha cercato di illustrare nel suo studio, ‘La langue de bois’ (la lingua di legno). Alcune delle peculiarità sintattiche sono state messe in rilievo da Thom: l’uso di sostantivi al posto di verbi diretti; la preferenza della forma passiva e della costruzione impersonale; l’uso di comparativi al posto di predicati; l’onnipresenza del modo imperativo”. 
Con la legge sulla omofobia, dice Scruton, “si tratta di instillare nella mente del pubblico l’idea di una forza maligna che pervade tutta l’Europa, albergando nei cuori e nella testa della gente che può essere ignara delle sue macchinazioni e dirottando sul sentiero del peccato anche il progetto più innocente. La neolingua nega la realtà e la indurisce, trasformandola in un qualcosa di estraneo e resistente, un qualcosa ‘contro cui lottare’ e che deve ‘essere vinto’. Il linguaggio comune riscalda e ammorbidisce; la neolingua raggela e indurisce. Il discorso comune genera, con le sue stesse risorse, i concetti che la neolingua proibisce: corretto-scorretto; giusto-ingiusto; onesto-disonesto; tuo-mio”.  

Una forma di “rieducazione”
Scruton dice che c’è una paura dell’eresia che si espande nei paesi europei. “Un sistema ragguardevole di etichette semi ufficiali sta emergendo per prevenire l’espressione di punti di vista ‘pericolosi’. La minaccia si diffonde così rapidamente nella società che non c’è modo di evitarla. Quando le parole diventano fatti, e i pensieri sono giudicati dall’espressione, una sorta di prudenza universale invade la vita intellettuale. La gente modera il linguaggio, sacrifica lo stile per una sintassi più ‘inclusiva’, evita sesso, razza, genere, religione. Qualsiasi frase o idioma che contenga il giudizio su un’altra categoria o classe di persone può diventare, dal giorno alla notte, l’oggetto di una stigmatizzazione. Questo politicamente corretto è una censura soft in cui si manda la gente al rogo per i pensieri ‘proibiti’. Le persone che hanno un ‘giudizio’ sono condannate con la stessa violenza di Salem”. Quello del processo alle streghe nel Massachusetts. La lettera scarlatta. 
“Chi si angustia per tutto ciò e vuole esprimere la sua protesta dovrà lottare contro potenti forme di censura. Chi dissente da ciò che sta diventando ortodossia nei ‘diritti dei gay’ è regolarmente accusata di ‘omofobia’. In America ci sono comitati, preposti alle nomine di candidati, che li esaminano per sospetta ‘omofobia’, e vengono liquidati una volta che sia stata formulata l’accusa: ‘Non si può accettare la richiesta di quella donna di fare parte di una giuria in un processo, è una cristiana fondamentalista e omofobica’”.

Secondo Scruton, si tratta di una operazione ideologica che ricorda appunto quella durante la Guerra fredda: “Allora erano necessarie definizioni che stigmatizzassero il nemico intestino e ne giustificassero l’espulsione: era un revisionista, un deviazionista, un sinistrorso immaturo, un socialista utopista, un social-fascista. Il successo di queste ‘etichette’ nell’emarginare e condannare l’oppositore ha corroborato la convinzione comunista che si può cambiare la realtà cambiando il linguaggio: per esempio, si può inventare una cultura proletaria con la parola ‘proletkult’; si può scatenare la caduta della libera economia semplicemente gridando alla ‘crisi del capitalismo’ ogni volta che il tema venga sollevato; si può combinare il potere assoluto del Partito comunista con il libero consenso della gente definendo il governo comunista un ‘centralismo democratico’. Quanto si è rivelato facile uccidere milioni di innocenti visto che non stava succedendo niente di grave, era solo la ‘liquidazione dei kulaki’! Quanto è semplice rinchiudere la gente per anni in campi di lavoro forzato fino a che non si ammala o muore, se la sola definizione linguistica concessa è ‘rieducazione’. Adesso c’è una nuova bigotteria laica che vuole criminalizzare la libertà d’espressione sul grande tema dell’omosessualità”.

Da ultimo, dice Scruton, è lo scontro fra il “pragmatista” e il “razionalista”: “Non c’è alcuna utilità nelle vecchie idee di oggettività e verità universale, l’unica cosa che conta è che ‘noi’ si sia d’accordo. Ma chi siamo ‘noi’? E su cosa ci troviamo d’accordo? ‘Noi’ siamo tutti per il femminismo, liberali, sostenitori del movimento di liberazione dei gay e del curriculum aperto; ‘noi’ non crediamo in Dio o in qualunque religione tramandata, e le vecchie idee di autorità, ordine e autodisciplina per noi non contano. ‘Noi’ decidiamo il significato dei testi, creando con le nostre parole il consenso che ci aggrada. Non abbiamo alcun vincolo, a parte la comunità alla quale abbiamo scelto di appartenere, e poiché non c’è verità oggettiva, ma solo un consenso autogenerato, la nostra posizione è inattaccabile da qualsiasi punto di vista al di fuori di essa. Non solo il pragmatista può decidere cosa pensare, ma si può anche proteggere da chiunque non la pensi allo stesso modo”.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giulio Meotti

venerdì 13 settembre 2013

Bagnasco in campo contro l'ideologia di genere di Massimo Introvigne - 13-09-2013 - http://www.lanuovabq.it/



Il cardinale Angelo Bagnasco

La 47ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Torino, dedicata alla famiglia, si è aperta il 12 settembre in un buon clima, che contrasta un po’ con la timidezza di un programma dove non sono state previste sessioni né gruppi di lavoro espliciti su quello che è il maggiore attacco alla famiglia in corso oggi in Italia, incentrato sull’ideologia del gender – che Benedetto XVI definì la più grave sfida cui la Chiesa deve oggi fare fronte – e articolato nelle proposte di legge sull’omofobia, sul riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, sul matrimonio e sulle adozioni omosessuali. Al Teatro Regio di Torino incontro molte persone che si complimentano per le battaglie condotte a proposito di questi temi su La Nuova Bussola quotidiana e altrove – proprio oggi Avvenire pubblica (a pagamento) l’appello di Alleanza Cattolica contro la legge sull’omofobia – e incitano ad andare avanti senza paura.

Il buon clima è stato certamente alimentato dal messaggio di Papa Francesco e dalla prolusione iniziale del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Nella sua lettera, il Papa ricorda anzitutto che alle origini immediate delle Settimane Sociali c’è un laico recentemente beatificato, Giuseppe Toniolo (1845-1918), ma certamente l’impegno sociale dei cattolici italiani affonda le sue radici nella schiera dei santi sociali, particolarmente numerosa e feconda nella città di Torino. Per i cattolici, scrive il Pontefice, «la famiglia è ben più che “tema”: è vita, è tessuto quotidiano, è cammino di generazioni che si trasmettono la fede insieme con l’amore e con i valori morali fondamentali, è solidarietà concreta, fatica, pazienza, e anche progetto, speranza, futuro». Un popolo che disprezza la famiglia, «un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa».

All’Italia, continua Francesco, «come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà, inoltre, riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana. Infine, vogliamo riaffermare che la famiglia così intesa rimane il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta». Si tratta dunque della famiglia «così intesa», fondata sulla differenza e sull’incontro fra un uomo e una donna: non di altri modelli. E «le conseguenze, positive o negative, delle scelte di carattere culturale, anzitutto, e politico riguardanti la famiglia toccano i diversi ambiti della vita di una società e di un Paese: dal problema demografico – che è grave per tutto il continente europeo e in modo particolare per l’Italia – alle altre questioni relative al lavoro e all’economia in generale, alla crescita dei figli, fino a quelle che riguardano la stessa visione antropologica che è alla base della nostra civiltà».

Francesco cita due testi di Benedetto XVI che sono alla radice della critica, fondata sulla nozione di diritto naturale, della «rivoluzione antropologica» contro la famiglia e la morale: l’enciclica Caritas in Veritate e il discorso al Parlamento tedesco a Berlino del 22 settembre 2011. Il Papa spezza pure una lancia per la libertà di educazione, denunciando come tante famiglie italiane vivano una «impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative», e chiede più attenzione alla famiglia nelle politiche economiche. Ma soprattutto alla Settimana Sociale raccomanda di «mettere in evidenza il legame che unisce il bene comune alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, al di là di pregiudizi e ideologie. Si tratta di un debito di speranza che tutti hanno nei confronti del Paese, in modo particolare dei giovani».

A declinare nella pratica italiana la raccomandazione del Pontefice ci ha pensato il cardinale Bagnasco, con un discorso apprezzabile perché è subito partito – senza le interminabili premesse consuete in un certo gergo «ecclesialese» tante volte criticato da Papa Francesco – dal cuore del problema, cioè dalla sfida che la rivoluzione antropologica pone alla Chiesa e al bene comune. Il cardinale ha iniziato leggendo una citazione della psichiatra Catherine Ternynck, che riecheggia la denuncia di Benedetto XVI su un’ecologia che si preoccupa dell’ultima pianta e dell’ultimo animale prima che della vita e della famiglia umana: «Da ogni parte ci esortavano a salvare il pianeta. Non si doveva, con la stessa urgenza, venire in soccorso all’umano? Se l’aria doveva restare pura, se l’erba doveva restare verde, non bisognava anche che il mondo degli umani restasse abitabile? Che cosa si faceva della terra degli uomini?». Si tratta proprio, ha affermato Bagnasco, «del suolo umano che si è impoverito, si è svuotato del suo humus di relazioni, legami, responsabilità e così è divenuto friabile ed inconsistente. Al punto che l’uomo stesso, su questo terreno incerto, finisce per diventare “di sabbia”, una figura fluida, impastata di contraddizioni e con una caratteristica evidente: la sensazione di stanchezza. È un uomo “dalla testa pesante” che fatica a portare avanti la sua vita, dubita del tragitto e del senso».

Non si tratta di depressione psicologica, ma dell’opera maligna di ideologie che non vogliono riconoscere di avere fallito e si fanno invece più aggressive: «Il grande sogno dell’individualismo, che ha segnato di sé l’uomo moderno, lo ha condotto nella post-modernità ad una imbarazzante scoperta: il grande sogno non ha tenuto!». Tra i «luoghi deteriorati» dalle ideologie, il più in pericolo è la famiglia, perché si attacca la roccia su cui è costruita, la differenza originaria fra uomo e donna. «La roccia della differenza è fondamentale per ritessere l’umano che rischia diversamente di essere polverizzato in un indistinto egualitarismo che cancella la differenza sessuale e quella generazionale, eliminando così la possibilità di essere padre e madre, figlio e figlia».

La differenza fra i sessi da «evidenza» è diventata, a partire dagli anni 1970, «problema». Com’è successo? Come già Benedetto XVI, il cardinale Bagnasco ricostruisce la storia dell’ideologia del gender, ricordando come «partendo dalla celebre espressione di Simone de Beauvoir [1908-1986] – “Non si nasce donna, lo si diventa” – si comincia a distinguere il sesso dal genere, come due realtà non sovrapponibili».La categoria del genere diventa «sempre più autonoma rispetto alla categorie di “sesso biologico”, fino a separarsi e a contrapporsi rivendicando un’autonomia assoluta, dichiarando la fine del “dato naturale” e instaurando il primato del “culturale”, della cifra “storica”, della preferenza soggettiva, individuale». Alla fine, si arriva «a negare anche il dato di partenza: la persona nasce sessuata», e ad affermare che non si «è» uomo o donna, ma ci si inventa la propria identità a seconda del desiderio. Bagnasco cita la filosofa del gender Judith Butler, secondo cui oggi «il genere stesso diventa un artificio libero da vincoli. Di conseguenza, uomo e maschile potrebbero riferirsi sia a un corpo femminile sia a uno maschile; donna e femminile, sia a un corpo maschile sia a uno femminile».

Non si capisce l’ideologia del gender, ammonisce il cardinale, se non nel quadro più generale della dittatura del relativismo. Il «capovolgimento dall’oggettivo al soggettivo, dalla natura alla cultura, non è limitato alla dimensione della sessualità, ma rientra in una visione ben più ampia che tocca la stessa visione antropologica: la persona stessa – nella sua complessità – è considerata come risultato mutevole della storia, anziché un dato oggettivo e imprescindibile». 

In Italia, oggi, l’ideologia del gender non si contenta di egemonizzare la cultura. Vuole diventare legge. Ma – afferma con chiarezza il cardinale - «quando, attraverso una decisione politica, vengono giuridicamente equiparate forme di vita in se stesse differenti – come la relazione tra l’uomo e la donna e quella tra due persone dello stesso sesso – si misconosce la specificità della famiglia e se ne preclude l’autentica valorizzazione nel contesto sociale, trattando in modo uguale realtà diverse. Si appiattisce così il concetto di uguaglianza, che non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel dare a ognuno ciò che gli è coerente». Per essere ancora più chiaro Bagnasco cita quanto aveva già affermato lo scorso 23 maggio: «La famiglia non può essere umiliata e modellata da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un “vulnus” progressivo alla sua specifica identità e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento».

Tutto questo dovrebbe essere ragionevole, ma in Italia «ci si oppone alle ragionevoli considerazioni della Chiesa per motivi ideologici. Nei mesi scorsi, il dibattito sulla legge contro l’omofobia ha manifestato con chiarezza questa tendenza». Certo, «nessuno discute il crimine e l’odiosità della violenza contro ogni persona, qualunque ne sia il motivo». Ma «per lo stesso senso di civiltà, nessuno dovrebbe discriminare, né tanto meno poter incriminare in alcun modo, chi sostenga pubblicamente ad esempio che la famiglia è solo quella tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, o che la dimensione sessuata è un fatto di natura e non di cultura».

I problemi della famiglia, ha concluso Bagnasco, sono tanti. Manca «un fisco a misura di famiglia». È in crisi ovunque l’educazione, a causa di un problema più generale  che ha le sue radici «in quella “morte del padre” che ha caratterizzato, a partire dal ’68, le società occidentali, ridefinendo le coordinate dei rapporti non solo all’interno della famiglia, ma anche della scuola, della Chiesa, dell’intera società». Ma tutto parte e torna alla questione cruciale, evocata nel brano dell’enciclica «Lumen fidei» letto all’inizio della Settimana Sociale: per il cattolico la differenza fra uomo e donna è stata iscritta da Dio nella natura, ed è un dato fondamentale e positivo; per l’ideologia di genere è un semplice pregiudizio culturale, da aggredire a colpi di pessime leggi per instaurare sulle macerie della famiglia l’ultima tappa della dittatura del relativismo.

mercoledì 11 settembre 2013

Come si fa a celebrare la giornata contro il suicidio mentre lo si rivendica come un “diritto”? -  Settembre 11, 2013 Carlo Bellieni - http://www.tempi.it/

siringa

L’11 settembre il mondo si mobilita per la prevenzione del suicidio, ma intanto lo esalta come un «atto libero». E la disperazione diventa una malattia sociale.

Articolo tratto dall’Osservatore Romano 

«Non si nasce perché vocati alla morte, ma perché vocati alla vita» scriveva Hannah Arendt che sembra però smentita da un dato sconcertante: il dilagare del suicidio, uno ogni 15 minuti negli Stati Uniti, più morti di omicidi e guerre attualmente in atto sommati insieme, secondo la Associazione mondiale per la prevenzione del suicidio (Iasp). L’11 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, una giornata contro la solitudine, contro un mondo che non è in grado di accompagnare chi è solo o di curare chi è depresso.
L’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) ha preso sul serio questa emergenza fino a promulgare nel 2008 delle linee-guida per i giornalisti per la prevenzione del suicidio, ove si legge: «Evitare un linguaggio che sensazionalizza o fa sembrare normale il suicidio o lo presenta come la soluzione ai problemi». E raccomanda di evitare eccessive descrizioni delle scene dei suicidi e in particolare di quelli di persone famose. Non sembra che queste raccomandazioni siano poi tanto seguite, e questo è un guaio, perché il suicidio è «contagioso» — come ben spiega l’ultimo numero della rivista dell’Associazione medica canadese — e per l’Oms è un male da combattere.
Ma è possibile che esista un male contro cui ci si arma per tutelare il singolo e la società, e al tempo stesso ci si adatti a dire che in fondo «è un atto nobile», «è un gesto libero»? Quando qualcuno reclama il suicidio come un diritto, la lotta a questo male subisce una terribile frenata. E allora si assiste al paradosso di chi nega che il suicidio sia un male sociale e una vittoria della solitudine per promuovere la legalizzazione del suicidio assistito, come se il primo interesse dei malati fosse morire e non essere curati meglio anche nel fine vita. E i paladini della legalizzazione del suicidio assistito arrivano a spiegare che esiste un suicidio “di serie A”, che sono pronti ad autorizzare, e uno di “serie B” che invece sarebbe da prevenire. L’unica differenza tra i due è che nel primo caso le decisioni del suicida sono passate al vaglio di una commissione di esperti, mentre nel secondo si tratta di un atto isolato. Distinzione surrettizia, perché contraddice paradossalmente l’assunto dell’autodeterminazione che loro stessi mettono alla base della scelta suicida: perché il malato di tumore dovrebbe essere autorizzato a suicidarsi e l’imprenditore che ha perso tutto no? La logica che avanzano porta o a fare dei distinguo arbitrari o a permettere a tutti il suicidio, con l’unica clausola di averne sottoscritto l’atto di decisione.
Ma anche chi reclama il suicidio come diritto all’autodeterminazione, non riesce fino in fondo a sostenere che una reazione di fuga sia davvero un gesto libero: oggi il suicidio è una patologia sociale in una società basata sul catastrofismo, che vede come unica via di uscita la censura e la fuga, mai l’affrontare il problema. Si è infatti diffuso a livello sociale quel ragionamento irrazionale («se questo accade, la vita non ha più senso», oppure «se questo accade, tutti mi odiano») che Albert Ellis, psicologo statunitense (1913-2007) poneva alla base di tante patologie mentali. Ma quella che era patologia del singolo ora è patologia sociale: viviamo in una società malata, la malattia è la disperazione e quando tutto appare nero le scelte non sono più libere. D’altronde nella storia la teorizzazione del suicidio è quasi sempre legata a una visione nera della vita; questa può essere talora ammantata di nobiltà (basti pensare alla filosofia cinica) o addirittura di purezza religiosa (vedi il suicidio rituale degli eretici catari, che veniva predicato per sottrarsi alle incombenze della creazione considerata in toto negativa e malvagia), ma resta una visione buia. E non stupisce che in un momento di perdita di valori e di solitudine eretta a ideale, il suicidio torni a essere teorizzato. Dagli studi di Sigmund Freud fino alle recenti ricerche sulla depressione — vedi l’ultimo numero della rivista Depression and Anxiety — emerge il peso della malattia mentale o della solitudine sulle scelte suicide. Ed emerge anche come l’obbligo della società sia di prevenire, come richiede l’Oms, e non di aprire le porte, abbassare le braccia, e autorizzare il suicidio.
Si resta delusi quando sullo stesso giornale si legge in una pagina l’eroismo di chi salva un suicida che sta annegando e nell’altra la teorizzazione del suicidio come diritto. Si potrebbe giungere all’estremo paradosso di ritenere che il salvatore abbia preso una cantonata rischiando la vita per sottrarre il suicida alla morte.
La lotta al suicidio come viene richiesta dall’Oms trova un ostacolo quando questo gesto viene addirittura teorizzato come diritto da far entrare nella legislazione. Una richiesta che, anche se ammantata di alti ideali, è dettata solo dalla profonda contraddizione di una società malata, che non sa essere compagnia alle solitudini delle periferie esistenziali.

martedì 2 luglio 2013

Abbiamo davvero bisogno di recuperare la capacità di discriminare. Più precisamente, abbiamo bisogno di recuperare il ruolo importante del dare giudizi e riconoscere le differenze che esistono nella nostra società e nelle esperienze di vita delle persone. Il motivo per cui abbiamo bisogno di questo è perché viviamo in un’epoca che potremmo chiamare dell’”uguaglianza fasulla”. Un’epoca in cui ciò che viene presentato come “uguaglianza” equivale a omogeneizzazione, imposizione di identità, una tirannia del relativismo, in ultima analisi, la negazione del diritto dei cittadini ad esercitare anche quella intelligente e colta discriminazione nel dare giudizi sui diversi modi in cui le persone vivono. In un tale clima di soffocante monotonia, è davvero importante che la gente prenda posizione e sia discriminante.

Il matrimonio deve “discriminare” le coppie omosessuali - 1 luglio, 2013 - di Brendan O’Neill, editorialista di “Spiked” (marxista, libertario e non credente) - discorso pronunciato alla House of Lords il 15/05/13 - http://www.uccronline.it/

Difesa matrimonio

Penso che una delle parole più diffamate della lingua inglese sia “discriminazione”, in questo periodo storico usata prevalentemente in senso negativo. E’ principalmente utilizzata nel senso di realizzare dure e oppressive sentenze contro le persone in base al loro sesso, alla loro sessualità o alle loro origini etniche.

Il senso positivo – e in un certo senso più vero – del significato della parola “discriminare” si sta perdendo, cioè la capacità di percepire, cogliere e notare le differenze tra le cose. La discriminazione, in modo del tutto onorevole e anche intelligente, è un modo per esprimere giudizi sui diversi valori collegati a cose diverse, ma tale significato è sepolto sotto l’uso più comune della parola per descrivere ogni minima contrarietà verso individui o gruppi specifici.

Questo è un peccato, credo, perché abbiamo davvero bisogno di recuperare la capacità di discriminare. Più precisamente, abbiamo bisogno di recuperare il ruolo importante del dare giudizi e riconoscere le differenze che esistono nella nostra società e nelle esperienze di vita delle persone. Il motivo per cui abbiamo bisogno di questo è perché viviamo in un’epoca che potremmo chiamare dell’”uguaglianza fasulla”. Un’epoca in cui ciò che viene presentato come “uguaglianza” equivale a omogeneizzazione, imposizione di identità, una tirannia del relativismo, in ultima analisi, la negazione del diritto dei cittadini ad esercitare anche quella intelligente e colta discriminazione nel dare giudizi sui diversi modi in cui le persone vivono. In un tale clima di soffocante monotonia, è davvero importante che la gente prenda posizione e sia discriminante.

La questione del matrimonio gay cattura brillantemente l’idea di come sia degradato il concetto di uguaglianza. Se si ascoltano alcuni ministri del governo e gli attivisti dei diritti dei gay, si crederà che il matrimonio gay sia qualcosa di “uguagliante”, per avere pari diritti. E’ indicato in modo martellante come “matrimonio egualitario” (“equal marriage”), e naturalmente questo significa che chiunque critichi il matrimonio gay venga liquidato come un amico della disuguaglianza, e nessuno vorrebbe essere etichettato in questo modo. Ma quando alcuni ministri e gli attivisti omosessuali parlano dell’attuale esclusione al matrimonio di coppie dello stesso sesso come un problema di disuguaglianza, che cosa intendono? Ad esempio, è un crimine contro l’uguaglianza negare a me l’accesso al Royal College of Music? Che ne è del mio diritto ad essere trattato allo stesso modo di coloro che possono frequentarlo perché sanno suonare uno strumento e leggere la musica? Potrei non avere le credenziali e il talento per fare ciò per cui il Royal College of Music è stato istituito per fare, ma che ne sarebbe del mio uguale diritto a frequentare l’istituto ed utilizzare i suoi servizi?

La verità è che le istituzioni discriminano sempre e da sempre. Esse devono farlo perché se non lo facessero avrebbero perso la loro identità, il loro scopo, il loro vero significato. Se il Royal College of Music fosse costretto ad accettare anche chi è inetto musicalmente, cesserebbe di esistere entro un decennio crollando sotto il peso della pressione a non essere discriminante, a non dare giudizi sulla base dell’adeguatezza o dell’idoneità di una persona ad accedere ai suoi servizi. La buona e corretta discriminazione è al centro di ogni istituzione e organizzazione. La discriminazione è ciò che permette alle istituzioni di definire se stesse, cosa significa appartenervi e giudicare chi può essere membro e chi non può. Collegi, partiti politici, chiese, gli Women’s Institute, club sportivi, gruppi di uomini gay ecc…nessuna di queste istituzioni potrebbe continuare ad esistere se non fosse autorizzata ad esercitare la discriminazione, se non le fosse permesso di specificare ciò che è richiesto ai membri per appartenervi e rifiutare coloro che non possiedono tali requisiti.

Scrivendo nel 1950, la grande pensatrice liberale Hannah Arendt ha detto: «[Il] diritto alla libera associazione, e quindi alla discriminazione, ha maggiore validità rispetto al principio di uguaglianza». Quello che voleva dire è che, se la libertà e l’uguaglianza sono in conflitto, dovremmo tifare per la libertà piuttosto che per l’uguaglianza. Dovremmo cioè essere dalla parte della libertà di gruppi privati ​​o partiti politici o delle istituzioni che svolgono un ruolo sociale specifico per la libertà di discriminare come strumento per definire chi sono, per dire quale sia il loro scopo e chi può unirsi a loro. Naturalmente, nella sfera pubblica -nel diritto, nel mondo del lavoro, nell’interazione sociale pubblica- tutti devono essere trattati allo stesso modo, ma nella sfera privata, e anche -cosa molto importante-, nelle istituzioni che per anni hanno svolto un ruolo sociale molto specifico per gruppi specifici di persone, essere discriminatori è essenziale. Ciò è stato riconosciuto dai primi pensatori illuministi. John Locke, autore del grande “Lettera sulla tolleranza”, pubblicato nel 1689, ha detto che le istituzioni religiose, e anche altre istituzioni, sono effettivamente “società spontanee”. E quindi, «ne consegue necessariamente il diritto a realizzare leggi proprie su chi può ad esse appartenere, coloro che la società stessa di comune accordo ha autorizzato».

“Società spontanee”, gruppi religiosi, gruppi politici, alcune istituzioni con ruoli particolari devono essere almeno relativamente liberi di scrivere le proprie leggi e regole che disciplineranno coloro che hanno “comunemente accettato” di farvi parte. Eppure oggi, nella nostra epoca di uguaglianza fasulla, la capacità delle istituzioni a governare se stessi, a discriminare sulla base della credenza, o ideologia, o idoneità per l’attività, è stata demolita. Questo mette in discussione la possibilità stessa dell’esistenza di organizzazioni e istituzioni, in quanto la pressione ad abbracciare l’uguaglianza può significare dover fare a meno dei propri principi organizzativi e delle credenze specifiche condivise.

Alcuni sostenitori del matrimonio gay diranno che il matrimonio è solo amore e quindi se l’istituzione del matrimonio nega l’accesso a persone che si amano e sono dello stesso sesso, questo è senza dubbio opprimente, un chiaro esempio di pratica della disuguaglianza. Si dice che le persone omosessuali hanno tutto quello che è richiesto per contrarre un matrimonio -che è l’amore reciproco e consenziente- e quindi è sbagliato rifiutare loro l’accesso al matrimonio. Ma in realtà, l’amore non è affatto sufficiente per accedere all’istituto del matrimonio, il quale infatti discrimina già e anche contro le persone che si amano. Per esempio, un uomo può essere veramente e appassionatamente innamorato di sua sorella, e lei di lui, ma è assolutamente proibito a loro di sposarsi. Una donna potrebbe essere perdutamente innamorata di due uomini diversi, ma non c’è modo che possa sposare entrambi. Alcuni di noi si ricorderanno quando a 14 anni eravamo perdutamente innamorati di un/una coetanea, ma non avremmo potuto sposarci. Il matrimonio è un’istituzione discriminante, anche contro le persone che si amano. Chiaramente allora è necessario avere qualcosa di più per sposarsi, oltre ad essere innamorati. Chiaramente il matrimonio svolge un altro specifico ruolo sociale, che non è solo quello di permettere alle persone di esprimere il loro amore per un altro.

Spingendo verso l’idea di “equal marriage”, ovvero l’idea che sia sbagliato per l’istituzione del matrimonio operare una discriminazione, esso perderà il suo specifico ruolo sociale? Sarà minato il matrimonio inteso come l’unione di due persone con la possibilità di procreare e con la potenziale responsabilità di accogliere la futura generazione? Diverrà privo di senso il matrimonio come principale mezzo attraverso il quale gli adulti e la comunità si assumono la pubblica responsabilità verso le generazioni future? Si, penso che la risposta sia affermativa, proprio come è certo che il ruolo sociale del Royal College of Music sarebbe compromesso se dovesse accogliere chi non può o non è capace di suonare, come me. Il processo di omogeneizzazione vestito da “uguaglianza”, l’incapacità di distinguere tra diversi tipi di relazioni, svuota di significato il matrimonio, perché se tutto è un matrimonio, allora niente lo è. Se l’istituzione del matrimonio non può discriminare, allora non ha alcun senso o scopo strutturale.

E’ senza dubbio il caso di ricordare che per molti anni le persone omosessuali sono state trattate in modo diseguale, hanno sofferto l’oppressione. Per centinaia di anni l’attività omosessuale era punibile con la morte. Anche nel periodo più moderno, gli omosessuali sono stati condannati a pene detentive ai lavori forzati solo per aver avuto rapporti sessuali. Queste severe restrizioni sui diritti delle persone gay hanno anche inciso nel modo con cui sono stati trattati all’interno della società, considerati inferiori e anche malati. Per fortuna, questo è cambiato, il sesso omosessuale è stato depenalizzato, le leggi oppressive sono state abrogate e c’è stato un corrispondente cambiamento di atteggiamento sociale. Gli omosessuali sono ormai accettati come membri ordinari della società e vengono trattati allo stesso modo.

Ma perché allora la domanda della cosiddetta “uguaglianza del matrimonio”? Questo è davvero interessante perché se si guardano le argomentazioni principali addotte per la “parità di matrimonio” vedrete che spesso hanno una forte componente terapeutica. L’argomento è che vedendo rifiutato il diritto di sposarsi, i gay si sentono inutili, disprezzati dalla società. Gli attivisti spesso dicono cose come: «l’impossibilità di dire “io sono sposato” brucia e mi fa sentire come un cittadino di seconda classe». Potrebbero non essere cittadini di seconda classe, ma a volte si sentono come tali e il matrimonio gay aumenterà l’autostima e le persone si sentiranno meglio. Ma non è e non dovrebbe mai essere il ruolo del governo quello di fornire una terapia o far sentire meglio, in relazione alla parità di trattamento, il governo dovrebbe fare solo una cosa: offrire pari opportunità, cioè rimuovere eventuali ostacoli giuridici agli individui o gruppi che partecipano alla sfera pubblica. Ma non può fornire la parità dei risultati, assicurare a tutti la parità di esperienze nella vita, garantendo che tutti abbiano felici e appaganti esistenze, o la parità di appagamento emotivo assicurando che ognuno si senta valorizzato dalla società. Quelle sono cose che dobbiamo realizzare noi stessi, esercitando la nostra autonomia e la scelta del percorso di vita sentiamo più adatto per noi.

Invitare il governo a darci la parità delle esperienze di vita, dell’uguaglianza di emozioni è soltanto invitare un maggiore intervento dello Stato nella nostra vita, nella morale e anche nella nostra vita emotiva. In questo modo, possiamo vedere come l’uguaglianza fasulla di oggi non libera le persone, ma piuttosto le rende più dipendenti ai favori dello Stato, e non migliora il tessuto sociale ma piuttosto rende più difficile per gli abitanti e le istituzioni di una società avere ognuno una vita morale interna propria.