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lunedì 21 aprile 2014

Mondo sottosopra. In due giorni la Francia definisce gli animali «esseri viventi» e «cosifica» i bambini, 17 aprile 2014 di Leone Grotti, www.tempi.it

Gli animali non sono più cose, «beni mobili», ma «esseri viventi dotati di sensibilità». I bambini invece vengono «cosificati» grazie alla inedita trasformazione dell’aborto in un «diritto a tutti gli effetti». Il paradosso dell’animale che lentamente assume più valore dell’uomo si sta verificando in Francia, portavoce di un movimento culturale che ha investito ormai tutta l’Europa.

CODICE CIVILE AGGIORNATO. Ieri Parigi ha modificato il codice civile, che definiva gli animali ancora come dei «beni mobili». La definizione è stata giustamente cambiata in «esseri viventi dotati di sensibilità», come «implicitamente o esplicitamente già riconoscono il codice rurale e quello penale». In Italia la notizia è stata recepita come una grande svolta animalista della Francia, ma in realtà «non avrà nessuna conseguenza giuridica. Non si tratta di una rivoluzione, è una cosa normale», spiega un deputato del partito socialista.

ANIMALI ESSERI VIVENTI. L’emendamento approvato dall’Assemblea nazionale denota al massimo una rinnovata attenzione nei confronti degli animali e del «valore affettivo» che gli uomini attribuiscono loro, portando una maggiore attenzione sui loro «diritti»: sono «esseri viventi», appunto, e non «cose». Niente di strano, quindi.

«ABORTO DIRITTO ASSOLUTO». Se l’emendamento stride tanto a qualche orecchio è per quello che invece sta succedendo oggi nella Rèpublique. Il Senato francese ha cominciato a dibattere un progetto di legge, già approvato in prima lettura e la cui approvazione finale appare scontata, che modifica radicalmente lo status dell’aborto.
Se fino ad oggi, la legge consentiva l’aborto di un bambino «a tutte le donne incinte che si trovano in una situazione di sofferenza a causa del loro stato», evidenziando così un conflitto di interessi tra il bambino che ha diritto a nascere e la donna che ha diritto a non soffrire, con la nuova legge l’aborto sarà permesso «a tutte le donne incinte che non vogliono una gravidanza».

«BAMBINI COSIFICATI». Il conflitto di interessi scompare, i diritti del bambino vengono cancellati: conta solo la volontà della mamma, perché «l’interruzione di gravidanza è un diritto a tutti gli effetti e non qualcosa che si tollera a certe condizioni». Come scrive la Fondation Jerome Lejeune, la Francia sceglie di «cosificare il bambino che deve nascere» addirittura punendo fino a due anni di prigione e 30 mila euro di multa con il nuovo «reato di intralcio all’aborto» chi si permetterà di sottolineare che anche il bambino ha dei diritti.

ESSERI VIVENTI E COSE. Si arriva così, in soli due giorni, a una paradossale conclusione: gli animali non sono cose ma esseri viventi da tutelare, i bambini non sono esseri viventi ma cose di cui disporre.

@LeoneGrotti

martedì 5 novembre 2013

Giusto il rispetto degli animali ma... La tutela di cani, gatti o scimmie non deve andare contro l'interesse dell'uomo


Roma, 03 Novembre 2013 (Zenit.org) Carlo Bellieni | 172 hits

La cura degli animali è un dovere dell’uomo, in quanto custode del creato, come ama ripetere il Papa Francesco. Pertanto la vita animale deve essere oggetto di rispetto in tutti gli ambiti in cui l’uomo interferisce con essa.


Recentemente l’Italia ha recepito la direttiva europea 2010/63/EU“sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”, che mette dei paletti in questo campo. La direttiva ammette che “sono disponibili nuove conoscenze scientifiche con riguardo ai fattori che influenzano il benessere degli animali nonché alla loro capacità di provare ed esprimere dolore, sofferenza, angoscia e danno prolungato. Per tale motivo è necessario migliorare il benessere degli animali utilizzati nelle procedure scientifiche rafforzando le norme minime per la loro tutela in linea con i più recenti sviluppi scientifici”. Ma servono davvero gli animali per il progresso scientifico? “Benché sia auspicabile – vi si legge - sostituire nelle procedure l’uso di animali vivi con altri metodi che non ne prevedano l’uso, l’impiego di animali vivi continua ad essere necessario per tutelare la salute umana e animale e l’ambiente. Tuttavia, la presente direttiva rappresenta un passo importante verso il conseguimento dell’obiettivo finale della completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi non appena ciò sia scientificamente possibile. A tal fine, essa cerca di agevolare e di promuovere lo sviluppo di approcci alternativi”. Dunque la direttiva è ben lontana dal vietare del tutto gli esperimenti con animali, ma li disciplina.

Restano tuttavia dei dubbi: ad esempio, perché le scimmie, i cani e i gatti godono di uno status diverso dagli altri animali? Per i primi si adduce il fatto di una loro vicinanza genetica con l’uomo, per gli altri, “l’alto grado di interesse nell’opinione pubblica” verso queste due specie rispetto alle altre. Queste spiegazioni ci sembrano insufficienti e discriminatorie nei confronti di altre specie, anche tenendo conto che le differenze genetiche tra uomo e altri animali non sono sostanzialmente maggiori che con i primati (e questa bassa differenza con l’uomo non riesce a spiegare invece l’alta differenza morale e spirituale e artistica), e che non pare giusto trattar meglio cani e gatti solo perché “amati” dai più. Insomma, una visione animalistica antropocentrica, cioè basata sulla somiglianza o l’affetto dell’uomo, che però paradossalmente finisce con lo smussare la specificità umana rispetto al mondo animale.

Già, perché l’altro dubbio è che per rispettare l’animale si finisca con il non fare più l’interesse dell’uomo. No, nessuno “sfruttamento dell’animale”, ma ci deve essere attenzione da parte della scienza a riservare alle persone e in particolare a quelle svantaggiate e malate il diritto di essere curate e avvalersi anche della ricerca animale. Recenti critiche sono venute da parte del mondo scientifico alle applicative italiane della normativa europea che sono ancor più restrittive di quelle contenute nella normativa europea. Si rischierebbe, per non nuocere agli animali, di rendere impraticabile il loro impiego nella ricerca, se le procedure per l’analgesia diventano farraginose, se il criterio per limitare gli xenotrapianti diventa troppo vasto: ma quando sono preservate le garanzie basilari imprescindibili - chiedono gli scienziati italiani - la ricerca sull’animale non può essere inibita, e non solo nell’interesse dell’uomo: va fatto anche nell’interesse di altri animali che ne potranno trarre giovamento, perché esiste anche una medicina veterinaria che deve progredire e la garanzia per gli animali non può essere un percorso ad ostacoli insuperabili.

Attenti allora alla discrepanza di diritti tra animali e fasce più svantaggiate dell’umanità, perché a fronte di animalisti che ben sono motivati a non nuocere agli animali, ci sono anche filosofi che ritengono il diritto di certi animali essere maggiore di quello degli esseri umani più deboli e svantaggiati. Il “diritto” animale può surclassare quello umano, e non è storia nuova: i diritti dei bambini – sfruttati nelle miniere e nelle fabbriche - furono fatti valere nei tribunali dell’Inghilterra dell’800 dalla società per i diritti degli animali, dal momento che la società britannica all’epoca proteggeva maggiormente i cani che i bambini.

Un ultimo appunto: sembra che a fronte di tanti giusti diritti animali, i progressi nei diritti delle fasce umane più deboli siano in ritardo, tra tutte la lotta al dolore infantile e la lotta per i diritti delle persone disabili di fronte al sistema sanitario nazionale; o le riservate all’uomo in epoca prenatale. Si legge nella normativa europea, infatti, che “È opportuno che la presente direttiva includa anche forme fetali di mammiferi poiché è scientificamente dimostrato che nell’ultimo terzo del periodo del loro sviluppo vi sono maggiori rischi che tali forme provino dolore, sofferenza e angoscia”; e pensare che in vari Paesi l’aborto viene compiuto anche nel terzo trimestre di gravidanza, senza che venga nemmeno lontanamente fatta un’anestesia. Ma è giusto che si possano fare esperimenti su embrioni umani e non sui girini di rana? Paradossalmente viene da chiedere di applicare ad ogni stadio della vita umana le garanzie accordate agli animali.

(03 Novembre 2013) © Innovative Media Inc.

sabato 6 ottobre 2012


L'ospedale assume due labrador «Fiutano i tumori prima dei test» - http://www.corriere.it

Addestrati a identificare le cellule malate in campioni di urine. Dalla Gran Bretagna a Trento, usati come supporto

MILANO - «Ho un cane come dottore». Lucy e Glenn non si offendono. Sono i primi «medici a quattro zampe» a lavorare in Italia. Due labrador addestrati nel Regno Unito sbarcati in Trentino, a Pergine Valsugana. «Laboratori d'analisi» viventi, dai nasi che non sbagliano un colpo. Fiutano i tumori prima anche dei test scientifici. Non solo. Sono attenti anche al calo di zucchero nel sangue di diabetici di tipo 1 (senza alcun test sul sangue) e possono diagnosticare il raro morbo di Addison (ghiandole surrenali in tilt) o la narcolessia. E chissà quant'altro. E come i loro «colleghi» che fiutano droghe o esplosivi, sembrano non sbagliare un colpo. Con un vantaggio economico non indifferente per i servizi sanitari in rosso. Gli inglesi sono stati i primi ad approfittarne, studiando scientificamente le doti di questi nasi da laboratorio e cominciando ad utilizzare questi «doc» scodinzolanti dopo una sorta di laurea-addestramento.
I LABRADOR - La nera Lucy ha sei anni, è una veterana e stupisce gli italiani invitati per metterla alla prova. Glenn è un cucciolone di 18 mesi, sta completando il suo addestramento proprio a Pergine Valsugana dove entrambi i cani sono ospitati. Lucy è il primario e Glenn lo specializzando. Lucy è capace di diagnosticare carcinomi alla vescica, prostata, polmoni e reni. Glenn sta imparando. La sperimentazione è curata dal Medical Detection Dogs Italia (Mdd), una onlus che si occupa di ricerca medica con l'utilizzo dei cani in svariati ambiti, da quello della ricerca delle cellule tumorali nelle urine a quello «d'allarme» per un pericoloso calo di zucchero nei diabetici di tipo 1. Il loro lavoro è di supporto a medici e laboratoristi, nei casi dubbi oppure quando i pazienti rivelano dei sintomi che le analisi non confermano. Spiega Diego Pintarelli, presidente della onlus: «In Inghilterra dove da anni si svolge questa attività è stato dimostrato come riescano a individuare cellule tumorali soprattutto negli stadi precoci della malattia».
L'OPERAZIONE - Lucy si «esibisce» in una sala appositamente allestita nella residenza sanitaria assistenziale di Pergine. È il suo nuovo ambulatorio. Dei supporti in alluminio contengono urine congelate e appositamente trattate in modo da rilasciare alcune particelle volatili attraverso delle aperture. Lucy annusa con attenta professionalità, due volte nei casi dubbi, tutti i campioni e si siede (o si sdraia) solo di fronte a quello in cui fiuta la malattia, le cellule malate. Quando il campione è negativo il labrador resta in piedi e fissa insistentemente il conduttore. Si cambiano i campioni e Lucy riparte con le analisi. L'attendibilità di questi cani supera il 90% in tumori agli stadi iniziali. E si sono rivelati utili anche per scoprire l'innalzamento o l'abbassamento improvviso di alcuni valori nel sangue - commenta il medico inglese Claire Guest -. Sono più di 15 anni che facciamo ricerca e addestriamo cani per questo scopo e forse la conclusione più importante è che se le cellule tumorali hanno un odore allora anche virus o batteri ne hanno uno e quindi possono essere individuati dagli amici a quattro zampe».

giovedì 17 maggio 2012


“O la cavia o la vita”: ma chi fa polemica ha letto l’articolo? - Continuano sul sito di Panorama e sui social network le polemiche per la copertina del numero in edicola. Così l’autrice dell’articolo ha risposto dalle pagine del suo blog: di Barbara Gallavotti, http://blog.panorama.it

Sul numero di ieri di Panorama è uscito un mio articolo dal titolo O la cavia o la vita. Purtroppo non posso linkare l’articolo perché il giornale non lo ha reso ancora disponibile in rete, ma basta farsi un giro in internet per capire le reazioni che ha suscitato (forse anche perché essendo richiamato in prima pagina era molto visibile).

Devo quindi provare a rispondere ad alcune delle questioni sollevate. Cercherò di essere sintetica ma i punti sono molti. Dunque alcuni lettori dicono:

1) L’articolo è a favore della vivisezione. Ho l’impressione che moltissimi l’articolo non lo abbiano proprio letto. Comunque non era, o almeno non voleva essere, né a favore nè contro la sperimentazione sugli animali. Nell’articolo ho cercato di rispondere alla domanda: a cosa serve la sperimentazione sugli animali e cosa accadrebbe se la si sospendesse. Insomma, ho cercato di capire se la sperimentazione animale è utile. Se sia giusta o meno è una questione diversa, di cui la società civile deve dibattere. Ma a mio avviso per dibattere e per prendere poi delle decisioni responsabili (direi “adulte”) si devono conoscere i fatti che ho tentato di esporre. Purtroppo abbiamo tutti un problema con la tecnologia: ne vogliamo i benefici, ma rifiutiamo la responsabilità delle sue sgradevolissime implicazioni. Vogliamo l’energia pulita, ma non l’eolico che è brutto e con le sue pale ammazza gli uccelli. Vogliamo cibo abbondante ed economico per tutti, ma non gli ignobili pesticidi che servono per coltivarlo. Vogliamo una medicina che ci curi, ma non che venga versato il sangue delle cavie. Io credo nella scienza, e penso che in futuro potremo forse risolvere i nostri problemi energetici, coltivare in modo più ecocompatibile, e fare a meno delle cavie. Ma dobbiamo lavorare molto per arrivare a questi obiettivi, e comunque al momento non sono in vista. Quindi, al momento, dobbiamo affrontare la realtà. Ma qualcuno dice che la realtà non è quella che ho descritto, ed ecco il punto successivo.

2) La sperimentazione sugli animali è inutile e può essere sostituita da test in vitro. Nell’articolo gli esperti che ho intervistato sostengono che allo stato attuale non esistono mezzi per sostituire COMPLETAMENTE la sperimentazione sugli animali. Dunque, se rinunciassimo del tutto alla sperimentazione sugli animali, dovremmo anche rinunciare a nuovi farmaci. I lettori dicono che è falso, che potremmo avere ugualmente i farmaci che ci occorrono, sperimentando su cellule in vitro (molti dicono sulle staminali). Anche a me piacerebbe moltissimo che fosse così, e anzi, sono convinta che la medicina arriverà al punto in cui potrà fare a meno degli animali. Personalmente, non vedo l’ora. Però per ora non è così, stando a quanto dicono tutti gli articoli scientifici. Un collega mi ha segnalato questo articolo di The Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo. Purtroppo è in inglese, come tutte le riviste scientifiche, ma sarebbe utile leggerlo perché fa un po’ il punto. Tra le altre cose gli autori scrivono: “A nessuno è permesso usare animali dove esistono alternative percorribili” (Nobody is permitted to use animals where there is a viable alternative). E scrivono anche: “L’agenzia che regola i prodotti medicinali e di salute nel Regno Unito ha sostenuto che i test senza animali siano usati ovunque è possibile, ma aggiunge che a oggi non ci sono metodi di laboratorio per sostituire completamente la sperimentazione sugli animali” (The UK’s Medicines and Healthcare Products Regulatory Agency has acknowledged that non-animal testing is used wherever possible, but adds that “at present there are no laboratory methods available to totally replace animal testing of medicines). L’articolo fa riferimento al Regno Unito (UK), ma anche da noi le regole impongono che nessuna sperimentazione sugli animali possa essere condotta a meno che i ricercatori non dimostrino che non esistono alternative. Ma perché i farmaci non possono essere totalmente sperimentati in vitro? Perché, dicono i ricercatori, una cosa è capire l’effetto di una molecola su un mucchietto di cellule, e ben altra è capire come si comporta all’interno di un corpo. Gli organi sono strutture complesse, e possono metabolizzare, cioè assorbire, le molecole che usiamo come farmaco in modo molto diverso. Questo fatto comporta molte cose, ad esempio per quel che riguarda la tossicità: un candidato farmaco può essere del tutto innocuo in vitro, ma fare un sacco di danni dentro un organismo. Possiamo immaginare il candidato farmaco come un chiodo: può avere un effetto totalmente diverso se viene appoggiato su un pezzo di ferro o se viene gettato negli ingranaggi di un motore che funziona a pieno ritmo. Questo almeno è quello che ci dicono i ricercatori. Ma l’obiezione successiva mette in dubbio proprio la loro buona fede.

3) I ricercatori mentono perché vengono pagati dalle multinazionali. Le multinazionali e le industrie possono essere accusate di diverse nefandezze, ma qui si sta sostenendo che sono autolesioniste. Scusate, ma lo scopo di una casa farmaceutica è di vendere un farmaco, giusto? E allora, se esistessero alternative alla sperimentazione sugli animali, perché si dovrebbero sobbarcare spese enormi (la sperimentazione sugli animali costa molto di più di quella in vitro, e poi ci sarebbero migliaia di ricercatori “di base” da corrompere)? solo per il gusto di torturare degli esseri viventi? Inoltre questa tesi presume che tutta, ma proprio tutta, la comunità scientifica sia composta da individui crudeli e privi di scrupoli. Io sarò ingenua, ma di ricercatori ne ho conosciuti tanti, e nessuno mi è sembrato un mostro sadico. Sono stata anche accusata di avere intervistato solo persone di parte. Ma se devo capire come funziona la ricerca su un farmaco devo andare alla fonte, cioè chiedere a chi i farmaci li studia. Loro mi raccontano dei fatti, io li riferisco, e poi ciascuno tira le somme in base anche alla sua coscienza.

4) La ricerca sugli animali non fornisce risultati certi, al punto che la stragrande maggioranza dei farmaci che inizialmente sembrano promettenti si rivelano poi non adatti all’uomo. Questo è assolutamente vero. Gli animali non sono esseri umani, e quindi ciò che funziona su di loro può non funzionare su di noi. Però i test sugli animali danno delle indicazioni di massima importantissime, soprattutto per ridurre al minimo il rischio di nuocere agli esseri umani che per primi proveranno il nuovo farmaco. Ad esempio un ricercatore che non ho citato mi diceva che quando si inizia la sperimentazione su esseri umani, si incomincia somministrando al paziente un decimo della dose che si è rivelata non tossica sugli animali. La medicina non è una scienza esatta e procede per tentativi ed errori. Purtroppo non abbiamo strategie migliori, al momento. A meno di non prendere atto della situazione e decidere che comunque il sacrificio degli animali non è sopportabile.

5) La gran parte degli animali viene vivisezionata per scopi non medici. Nel mio articolo ho cercato di spiegare perché gli animali vengono usati nella ricerca biomedica, e cosa succederebbe nel caso decidessimo di farne a meno, quindi mi riferivo solo agli esperimenti a scopo medico. Comunque il Ministero della Salute tiene un registro di tutti gli animali utilizzati in Italia per la sperimentazione, e trovate qui le tabelle più aggiornate. Nella tabella 2.1 si spiega in che tipo di sperimentazioni vengono coinvolti gli animali. A parte le sperimentazioni volte a mettere a punto farmaci per uso veterinario, mi pare che tutto il resto sia sostanzialmente riconducibile a usi medici per umani (o di ricerca di base, che però è essenziale alla medicina). Qualcuno è preoccupato per l’uso di animali nella produzione dei cosmetici: sempre su Panorama si può leggere che questo uso è attualmente fortemente limitato e prestissimo sarà del tutto proibito, credo con sollievo di tutti.

6) Accetto la sperimentazione animale ma non su cani, gatti e cavalli Questa è una posizione che non tutti condividono, ma che come le altre merita rispetto perché esprime una sensibilità. La stragrande maggioranza della sperimentazione animale utilizza i topi e solo in fasi più avanzate prevede gli animali che amiamo di più. Possiamo immaginare di fare a meno di certe specie (nel caso includerei sicuramente le scimmie). È possibile che in certi casi possano essere sostituite da altre, magari allungando i tempi e aumentando i costi. In altri casi probabilmente non potrebbero essere sostituite, e quindi al solito ci troveremmo di fronte all’alternativa o di rinunciare al farmaco o di accettare un rischio molto alto per gli esseri umani che per primi lo proveranno. Fra i vari messaggi, c’era anche qualcuno che suggeriva di sostituire gli animali che vogliamo salvare con carcerati per crimini gravi che in cambio potrebbero godere di sostanziosi sconti di pena. Era una provocazione, spero.

7) Non accetto nessuna forma di sperimentazione animale, neppure sui topi. Anche questa è una posizione assolutamente rispettabile. Me ne ha scritto fra gli altri un animalista vegetariano che probabilmente fa anche a meno dei farmaci proprio perché non vuole utilizzare qualcosa di testato sugli animali. Questa persona è estremamente coerente e ha tutto il mio rispetto. Un ricercatore però mi ricordava che nelle cantine muoiono molti più topi di quanti ne vengano utilizzati nella ricerca, fra gli atroci tormenti causati dal veleno. Se decideremo di non utilizzare più i topi per la ricerca, dovremo anche mobilitarci per la messa al bando dei topicidi.

8) Lei ha scritto queste cose perché è stata pagata dalle multinazionali. Vi garantisco che non è così, ed escludo anche di essere stata compensata in qualsiasi modo a mia insaputa: appartengo a quella stragrande maggioranza degli italiani che conosce personalmente ogni singolo euro che entra o esce dalle sue tasche, e se ci fossero stati movimenti insoliti me ne sarei accorta. Del resto, anch’io potrei sospettare che le molte voci che hanno scritto esprimendo dissenso siano pilotate dalla lobby dei produttori di attrezzature per test in vitro. Ma non lo faccio: resto totalmente convinta della buona fede dei miei lettori.

9) Non compreremo mai più Panorama. Beh, ognuno è libero di scegliere cosa leggere. Però ultimamente abbiamo tutti la tendenza a seguire solo i mezzi di informazione che dicono le cose con cui siamo d’accordo. Ma i mezzi di informazione, non dovrebbero avere il coraggio di trattare temi controversi e voci discordanti, purché le fonti siano sempre dichiarate e trasparenti? E se leggiamo solo quelli che sappiamo già essere d’accordo con noi, non rischiamo di chiudere un po’ i nostri orizzonti?

Mi scuso con i lettori, ma non credo che continuerò la discussione su questo blog, Non voglio sottrarmi al dibattito, ma penso che in caso il posto giusto per farlo sia il giornale. Spero solo che la discussione possa essere pacata. Qualcuno mi ha detto che avrei dovuto scrivere sotto pseudonimo. Ma scherziamo? Non sono mica un blogger dissidente che in Iran si oppone ad Mahmud Ahmedinejad!

Quanta malafede in nome delle cavie



giovedì 19 aprile 2012


SCIENZA - Una scimmia non fa lettura di Giuseppe O. Longo, 19 aprile 2012, http://www.avvenire.it

In questi giorni ha destato un certo scalpore la notizia di una ricerca, condotta da un gruppo di psicologi cognitivi dell’Università di Aix-Marsiglia, capeggiati da Jonathan Grainger, secondo la quale i babbuini saprebbero “leggere”. In realtà i sei babbuini implicati nello studio hanno acquisito, grazie a un lungo apprendistato, un’abilità puramente sintattica, cioè si sono pian piano abituati a discriminare tra sequenze di lettere dell’alfabeto che rappresentavano parole inglesi e sequenze casuali. I ricercatori si sono posti il problema se una discriminazione segnica, cioè ortografica, si possa ottenere senza conoscenze linguistiche propedeutiche, e hanno cercato di risolvere la questione addestrando le scimmie a distinguere parole inglesi di quattro lettere da sequenze di quattro lettere senza senso, ma simili a parole. Ciascuna scimmia stava davanti a uno schermo su cui comparivano in successione casuale le sequenze e per ogni sequenza toccava lo schermo in un angolo per indicare “parola” o in un altro per indicare “non-parola”, ricevendo una ricompensa alimentare per ogni risposta giusta.

Si trattava dunque di un addestramento guidato e sostenuto dalla ricompensa, grazie al quale i babbuini imparavano a distinguere tra sequenze tipicamente inglesi e sequenze atipiche grazie a certe loro proprietà statistiche: frequenza delle lettere o delle coppie di lettere. Ogni lingua, infatti, ha una propria distribuzione statistica delle lettere, delle coppie di lettere, delle terne di lettere e così via. Così in inglese la lettera più frequente è la e, subito seguita dalla a, mentre le lettere meno frequenti sono la z e la q. Una statistica simile si può fare per le coppie di lettere: per esempio molto frequenti sono le coppie he e in, mentre rarissime sono le wr e mh (tra l’altro le tabelle di queste frequenze sono molto utili per la decodificazione dei testi cifrati).

Nell’arco di un mese e mezzo, i babbuini hanno imparato a riconoscere decine di parole inglesi (il più bravo 308, il meno bravo 81) su un totale di quasi ottomila non-parole, con una precisione del 75% circa, sulla base delle differenze tra le frequenze delle combinazioni di lettere: hanno cioè dimostrato una capacità di apprendimento statistico. Poiché i babbuini non hanno capacità linguistiche, i ricercatori hanno concluso che il riconoscimento segnico può avvenire anche in assenza di queste capacità, mentre secondo le teorie dominanti sulla lettura l’elaborazione ortografica avverrebbe sulla base di abilità linguistiche già possedute. Quindi non si può sostenere, come alcuni hanno affermato, che «le scimmie sanno leggere»: esse sanno semplicemente distinguere successioni dotate di certe proprietà segniche di tipo statistico da successioni prive di quelle proprietà, come si distinguerebbe, a un livello molto più elementare, un cerchio da un quadrato. A riprova, se a un babbuino veniva presentata una non-parola molto simile a una parola già appresa, il rischio di risposta sbagliata era molto alto, cioè la scimmia tendeva ad assimilare la non-parola alla parola che conosceva.

In effetti i babbuini non capiscono ciò che “leggono”: dal riconoscimento dei simboli alla semantica, cioè alla comprensione del significato, il passo è enorme. Già nel 1980 il filosofo americano John Searle aveva proposto un esperimento concettuale, detto “della stanza cinese”, per sostenere la tesi che la capacità sintattica, cioè la capacità di riconoscere e manipolare simboli, non è sufficiente per la loro comprensione (semantica). Ecco in sintesi l’idea di Searle: un uomo di madrelingua inglese e affatto digiuno di cinese, è rinchiuso in una stanza e ha a disposizione un manuale di regole grammaticali (sintattiche) che gli consente di associare correttamente sequenze di simboli cinesi ad altre sequenze di simboli cinesi. All’esterno vi sono alcuni cinesi che gli forniscono sequenze di ideogrammi (domande), alle quali l’uomo, grazie al manuale, associa altre sequenze di ideogrammi (risposte alle domande), che poi passa all’esterno. Chi sta fuori può giustamente concludere che l’uomo nella stanza capisce il cinese, il che non è assolutamente vero. Searle conclude che la manipolazione sintattica dei simboli non è sufficiente alla loro comprensione. La “stanza cinese” ha destato un profluvio di critiche e obiezioni, ma il suo nucleo concettuale è abbastanza chiaro. Quindi andiamoci piano: i babbuini a qualche livello sanno riconoscere i simboli, cioè le combinazioni di lettere, ma di qui a dire che sanno “leggere” ne corre.

giovedì 29 marzo 2012

La civiltà svenduta per un capriccio



La Ue: «Basta animali nei test. Usiamo embrioni umani» di Giovanni Maria Del Re, 29 marzo 2012, http://www.avvenire.it/

Cellule staminali embrionali umane, ottenute distruggendo embrioni congelati "in sovrannumero", per sostituire cavie animali nei test tossicologici sui farmaci. Può apparire paradossale ma è quanto prevede un progetto di ricerca, finanziato con 12 milioni di euro dall’Unione Europea nell’ambito del VII Programma quadro, ancora in corso, e che si sta pensando di rifinanziare. Si chiama «Esnats», acronimo che sta per «nuove strategie di test alternativi basati sulle cellule staminali embrionali».

Tra i programmi di ricerca sulle staminali finanziati dalla Ue è quello che ha ottenuto la quota più alta di fondi comunitari (che in questo specifico settore ammontano a 22 milioni di euro per il periodo 2007-2013). A coordinarlo è Jürgen Hescheler, dell’Istituto di Neurofisiologia dell’Università di Colonia, che guida un gruppo di 29 tra università e aziende (per l’Italia c’è la società cremonese Avantea, specializzata in zootecnia e biotecnologie). Per inciso, Hescheler era tra i firmatari di una lettera apparsa lo scorso anno sulla rivista Nature contro la possibilità – poi verificatasi a ottobre – che la Corte di Giustizia europea vietasse la brevettabilità di embrioni o strumenti da essi derivate.
Qui però non si tratta di studiare cure per gravi malattie, dal Parkinson alla cecità, le stesse invocate dai fautori dell’utilizzo delle staminali embrionali. Tutt’altro. «L’obiettivo del progetto Esnats – si legge infatti sul relativo sito Internet – è di sviluppare una nuova piattaforma di test di tossicità all in one fondata su cellule staminali embrionali, in particolare umane, per accelerare la realizzazione di farmaci, ridurre i costi di ricerca e sviluppo e proporre una potente alternativa ai test animali». L’aspetto bioetico viene riconosciuto ma allo stesso tempo liquidato affermando che le staminali verrebbero prelevate da embrioni umani congelati che «sarebbero stati distrutti comunque».
«Il paradosso – osserva David Fieldsend, direttore per l’Europa di "Care for Europe", Ong cristiana specializzata in ricerca e istruzione – è che, anziché considerare le cellule embrionali come degne di un più elevato rispetto o protezione, sono le stesse cellule embrionali a essere ridotte al rango di un’alternativa a qualcos’altro ritenuto degno di maggiore protezione». Ovvero gli animali. In gioco, neanche a dirlo, sono «enormi interessi commerciali». In effetti, se il progetto avrà successo, «sarà necessario ri-testare tutta una serie di prodotti farmaceutici: si apre un mercato immenso». Ma non basta. Secondo Care for Europe, paradossalmente proprio una direttiva Ue – secondo la quale è obbligatorio utilizzare sempre alternative a test animali quando disponibili – potrebbe spingere a usare un crescente numero di embrioni umani. «È piuttosto curioso – commenta l’eurodeputato del Ppe slovacco Miroslav Mikolášik, medico che ha lavorato in reparti di terapia intensiva, ora tra i parlamentari Ue più attivi sui temi bioetici – si accetta la distruzione di embrioni umani per non dover alimentare e gestire animali da laboratorio».
In seno al Parlamento Europeo sta però crescendo il numero di quanti nutrono forti dubbi sull’opportunità di un finanziamento Ue della ricerca sulla staminali embrionali, che Bruxelles vorrebbe mantenere anche in Horizon 2020, il nuovo programma quadro (l’ottavo) per il periodo 2014-2020, dotato di 87 miliardi di euro complessivi. «Qualsiasi ricerca sulle cellule staminali umane, allo stato adulto ed embrionale – si legge nella bozza della Commissione –, può essere finanziata». La questione, in verità, non è soltanto etica, come sottolinea Mikolášik, ma anche scientifica. «Fino a oggi – sottolinea – non un solo paziente al mondo è stato curato con staminali embrionali».

Molto più promettenti sono invece le staminali prelevate da adulti o dal cordone ombelicale. Come ha riferito ieri a Bruxelles Colin McGuckin, presidente dell’Istituto per la ricerca sulla terapie cellulari di Lione, fino a oggi sono state trattate ben 70 malattie grazie a cellule staminali adulte e cordonali, e altri 600 casi sono in fase di test clinico. Grazie a queste cellule a McGuckin è riuscita, primo al mondo, la creazione di un nuovo fegato del tutto naturale con le cellule dello stesso paziente. Perché – si chiede Mikolášik in un’interrogazione scritta – la Commissione non si concentra su queste ricerche, lasciando perdere quelle sulle embrionali, controverse e oggetto ora anche di una sentenza della Corte Ue? Ma la Commissione, per ora, non ci sente. «Ci sono pazienti che attendono – taglia corto Ruxandra Draghia-Akli, medico e dirigente della Direzione generale salute dell’esecutivo Ue – finanzieremo tutti i progetti che potranno portare a cure». Un modo per far passare tutto.

giovedì 8 marzo 2012


Scienziati si accorgono che l’uomo è uomo e la scimmia è scimmia, 7 marzo, 2012, http://www.uccronline.it

Pochi mesi fa il filosofo laico Raymond Tallis ha scritto un articolo interessante contro il biologismo: «Il mondo accademico è attualmente in preda a un’epidemia, uno strano e preoccupante biologismo, che ha anche catturato l’immaginazione popolare. Scienziati e filosofi credono che nulla di fondamentale separi l’umanità dall’animalità». Questo biologismo, secondo Tallis -uno che è membro della  British Humanist Association e ha firmato nel 2010 una lettera aperta contro la visita di Benedetto XVI nel Regno Unito- si manifesta in due modi: «uno è l’affermazione che la mente è il cervello o l’attività del cervello», l’altro è «l’affermazione che il darwinismo spiega non solo come l’organismo dell’Homo sapiens sia nato, ma anche ciò che motiva il comportamento delle persone giorno per giorno», ovvero il riduzionismo genetico. 
Tallis indica nuovi studi e nuovi libri che sempre più contrastano queste visioni neopositiviste, chiedendosi se queste pubblicazioni siano «un indicatore del fatto che questo potente edificio filosofico stia iniziando a cadere a pezzi?», ci aspetta «un futuro migliore in cui il compito di cercare di dare un senso a ciò che siamo non venga ostacolato da uno scientismo riduttivo che ci identifica con l’attività del cervello evolutosi per servire il successo evolutivo? Spero di sì». Chiude poi ovviamente da laico: «Anche se non siamo angeli caduti dal cielo, non siamo solo macchine neurali. Né siamo meramente scimpanzé eccezionalmente intelligenti».

Come spiegava Francesco Agnoli qualche tempo fa su questo sito , c’è un chiaro progetto anti-teista che «non si rassegna a negare Dio», ma vuole «ridurre l’uomo ad un elemento della natura, equivalente ad un sasso o un albero; ridurlo via via a frutto del Caso, a un “esito inatteso”, a una “eccezionale fatalità”, a un aggregato di materia senz’anima, a un meccanismo geneticamente determinato». Negare Dio ha sempre significato negare l’uomo e la sua unicità: ecco che i neodarwinisti, strumentalizzando il darwinismo, lo hanno quindi tentato di livellare alla scimmia, informando che il nostro patrimonio genetico è condiviso al 99% con lo scimpanzé, ma evitando di dire che per l’80% è  in comune con un verme di 1 mm (Caenorhabditis elegans), il 50% è condiviso invece con il dna della banana, e abbiamo lo stesso numero di geni della gallina. Secondo i riduzionisti, dunque, saremmo per l’80% dei vermi e per il 50% delle banane.

Vale la pena comunque notare i risultati di studi in cui gli scimpanzé vengono confrontati con i bambini, come ad esempio quello appena pubblicato circa la cultura cumulativa: i ricercatori hanno addestrato scimpanzé a risolvere dei puzzle e poi a dimostrare le tecniche ad altri scimpanzé. Ma essi non hanno imparato, al contrario di un gruppo di bambini della scuola materna. Affermano: «Gli scimpanzé possono imparare gli uni dagli altri, ma la loro conoscenza non sembra accumularsi e diventare più complessa nel corso del tempo», e questa è una «caratteristica degli esseri umani, che ha dato luogo a realizzazioni come i computer e la medicina moderna». Concludono basiti gli studiosi: «Le differenze tra gli esseri umani e le altre specie sono in realtà più forti di quanto avessimo immaginato prima di avviare questo test». Caspita, ci volevano proprio degli scienziati per fare questa incredibile deduzione! Chi lo dice ora a Telmo Pievani che è stato messo un altro tassello per l’emancipazione dell’uomo dalla scimmia?

mercoledì 29 febbraio 2012


Le scimmie sono sorelle, parola di Veronesi di Rino Cammilleri, 29-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Il pianeta delle scimmie è il nostro, esattamente come nella saga hollywoodiana. Con la piccola differenza che le scimmie non si sono evolute affatto, sono sempre le stesse fin dai tempi di Darwin e anche prima. Nè una mutazionie artificialmente indotta da quegli sventati che siamo noi umani le ha istigate a prendere il nostro posto come razza dominante. No, saremo noi umani a far loro posto accanto a noi: prego, si accomodino, dal momento che siamo fratelli.

Sì, fratelli. E sorelle. Parola dell'oncologo emerito Umberto Veronesi, che la notoria pigrizia delle redazioni fa sì che venga intervistato su tutto, dall'amore gay ai primati (nel senso di antropoidi). E' sempre la pigrizia dei redattori a incoronare Tuttologi ultraottantenni fuori servizio come il sopracitato, come Margherita Hack, come Rita Levi Montalcini. Oggi il caso riguarda le scimmie di genere macaco, che la multinazionale Harlan acquista nella solita Cina e intende impiegare per esperimenti nella sua azienda brianzola. Gli animalisti hanno promesso sfracelli e subito si è accodata la ex ministra Brambilla, che, com'è noto, ama talmente gli animali da voler imporne l'amore a tutti.

E' come per le sigarette: lo Stato, per il tuo bene, ti vieta di fumare. Sempre per il tuo bene, dissolve il matrimonio etero. Ed è sempre perchè tu, cittadino qualunque, non sai qual sia il tuo vero bene che adesso devi sopportare anche questa delle scimmie. Dice infatti il Veronesi emerito: "non c'è nessuna ragione al mondo per cui si debbano sacrificare dei primati, che sono nostri fratelli e sorelle". Ipse dixit.

Peccato che un altro oncologo famoso, Silvio Garattini, che è ancora in servizio permanente ed effettivo all'Istituto Mario Negri di Mlano (di cui è, per giunta, direttore), dica il contrario. Dice esattamente che la sperimentazione sulle scimmie è e rimane "fondamentale". A lui si aggiungono i Nas, che non hanno trovat o alcunché di irregolare in quel che fanno alla Harlan. Nemmeno i controlli del Ministero della Salute hanno di che lamentarsi.

Bene, qui abbiamo due scuole di pensiero: una del tutto ideologica a cui fanno capo l'ex ministro del turismo di fulvo crine e il Veronesi, che della razza umana ha un'opinione singolare (sostenne, non molto tempo fa, che l'amore omosessuale è il più puro, appunto perchè non figlia); l'altra, quella oggettivamente scientifica dei Nas, di Garattini e del Ministero competente. Si noti che gli appartenenti alla prima scuola sono gli stessi che proclamano il primato e l'infallibilità della Scienza a ogni piè sospinto. Ma, da buoni giacobini, tendono a chiamare Scienza quel che frulla loro nel cervello, e Oscurantisti chi non la vede come loro. Sognano l'Arcadia, quella col cibo naturale e filosofici pastorelli che parlano con gli animali, dove il leone pascola con l'agnello e bianchi mulini ad acqua macinano biscotti. Dèjà vu: l'Illuminismo cominciò con l'Arcadia e finì con la ghigliottina per chi non si adeguava. La sola differenza è che oggi la Fraternité viene estesa ai macachi.

domenica 11 dicembre 2011


Un delfino è più umano di un disabile di Carlo Bellieni, http://carlobellieni.com/

Il «Financial Times» lo dice chiaramente: in tempo di crisi il mercato del cibo è in stagnazione, ma quello specifico del cibo per animali continua a crescere, con una previsione di un aumento del sei per cento annuo fino al 2016. Solo l’anno scorso negli Stati Uniti sono stati spesi quarantacinque miliardi di dollari per gli animali, di cui diciotto per il cibo, e nei supermercati lo spazio riservato a cibo e oggetti per animali supera quello per i bambini. «Il mercato di cibo per animali negli Usa è tre volte maggiore di quello per bambini e va meglio. Varie nazioni coccolano di più gli animali che i bambini, compreso il Giappone e la Gran Bretagna», scrive il «Financial Times». E la maggior ditta mondiale di alimenti, tradizionalmente rivolta in buona parte al settore infantile, lancia in Austria degli spot televisivi particolari: reclamizzano cibo per animali, e sono fatti in modo di essere avvertiti specificamente dall’udito dei cani, che reagendo a suoni e ultrasuoni influenzerebbero i proprietari nell’acquisto del cibo. Fiorisce anche il commercio di cibi biologici per cani e addirittura a gennaio è nato a Rio de Janeiro il primo bio-ristorante per cani. Ma non solo di cibo si parla: nascono antidepressivi e ansiolitici per cani e anche la moda dei vestiti per animali non va male.

È un dato paradossale, in tempo di crisi: calano tutti i consumi, ma non calano quelli per i cani, succedanei dei bambini nelle attenzioni della classe media occidentale. Un triste paradosso. Perché il rischio è che mettere le priorità animali sullo stesso piano di quelle uomini e donne, finisca col distrarre risorse economiche e soprattutto distrarre l’attenzione dalla povertà e dalle grandi malattie. E si arriva ad adeguarsi in modo inconscio a questo modo di vedere il rapporto con gli animali, o addirittura a teorizzarlo. Un adeguamento inconscio lo troviamo in una recente normativa dell’Unione europea, che invita a trattare gli animali nelle condizioni più “umanitarie”, espressione perlomeno paradossale,

dato che si parla di animali. La teorizzazione la fa una certa filosofia utilitarista, che pretende che si usi appellare alcuni animali (delfini e scimmie, ma non i cani e le giraffe) “persone non umane”, mentre a bambini e disabili mentali sarebbe da riservare il titolo e il trattamento di “umani non-persone”.Ma non sarà che si preferisce dare sempre più spazio agli animali perché la gente ha perso la voglia di riconoscere incondizionatamente il giusto rispetto da dare all’uomo? Se l’uomo è un animale tra gli altri, perché trattarlo con incondizionato rispetto, invece che con rispetto subordinato alla sua utilità?

Già, perché il metro dei rapporti è troppo spesso l’utilità. Anche il rispetto verso gli animali ne riguarda solo alcuni, quelli “più uguali degli altri”, parafrasando George Orwell: gli animali “non belli” o “non utili” o “non intelligenti” restano di serie B. Ad esempio, le norme dell’Unione europea di cui sopra dettano di limitare gli esperimenti

sulle “grandi scimmie”, lasciando meno restrizioni agli esperimenti su altri animali. Su che base, dato che la differenza genetica di un pollo o un topo dall’uomo è solo infinitesimamente diversa da quella dell’orango? Potremmo chiamare questo modo di comportarsi: animalismo estetico o utilitarista. Trascura le specie meno gradite, ed è parente del comportamento barbaro costituito dall’abbandono dei cani da appartamento, quando non sono più “utili”. Cosa diversa è l’animalismo vero, che rispetta l’animale in quanto tale, che non sopporta le cattive condizioni di certi allevamenti intensivi, o lo stress degli animali usati in certi spettacoli televisivi tra riflettori e altoparlanti, anche se non riguardano animali di serie A. In fondo non c’è da stupirci: tutta la società ha come parola d’ordine quella di accogliere solo chi è perfetto tra gli umani, figuriamoci tra gli animali. Non ci stupisce allora che l’industria investa più per i cani che ci fanno fare bella figura o ci fanno compagnia, che per i bambini, talora indesiderati, e comunque sempre fonte di imprevisti. L’industria segue le priorità della gente; e nei comportamenti dei popoli occidentali — basta guardarsi intorno — bambini e malati non sono certo “la” priorità.

martedì 20 settembre 2011


Uomo, altro che scimmia di Antonio Livi 20-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Nel supplemento Tuttoscienze, allegato al quotidiano La Stampa di Torino del 14 settembre scorso, un sedicente scienziato straparla di scimmie, di evoluzione e di morale, e rilancia al grande pubblico il vecchio messaggio neopositivistico: la morale e la religione sono momenti di un’evoluzione delle specie destinati fatalmente a essere superati, sia nella coscienza che nel comportamento pratico. Addirittura l’articolo sfiora il ridicolo quando afferma che «la morale è anteriore alla religione, anzi è anteriore anche all’uomo».

Ma che vuol dire? Chi aveva la coscienza dei propri diritti e dei propri doveri quando non c’erano ancora uomini sulla terra? Sullo sfondo di questo rigurgito di neo-darwinismo per analfabeti c’è l’idea fissa degli animalisti, ossia degli etologi che si affannano a dimostrare l’indimostrabile, ossia che non c’è alcuna differenza di “qualità” tra l’uomo e gli animali, perché sia l’uno che gli altri sono esseri viventi esclusivamente materiali. Il logico corollario della teoria è che l’uomo non è dotato di facoltà spirituali, ossia non ha un’anima immortale che lo rende capace di conoscere il bene e il male e di rispondere liberamente all’amore di Dio che lo ha creato «a sua immagine e somiglianza».

Già da quello che ho appena detto si capisce come l’articolo della Stampa tocchi argomenti centrali della fede cristiana, minando le fondamenta stesse della religione e della morale cattolica. Ma siccome queste fondamenta sono costituite innanzitutto dalle verità che la ragione naturale raggiunge con le proprie forze (sono quelle “premesse razionali della fede” che la Chiesa ha sempre riconosciuto e difeso contro le false filosofie), occorre rispondere con argomenti seriamente scientifici alle provocazioni dei materialisti che pontificano sui giornali anticattolici (quello che si leggeva sulla Stampa non è diverso da quello che si può leggere tutte le settimane nelle pagine della “cultura” della Repubblica, del Corriere della Sera o del Sole – 24 Ore).

Prima ho qualificato (o meglio, squalificato) l’autore dell’articolo della Stampa dicendo che è «un sedicente scienziato». Non si tratta di livore polemico ma, appunto, di un’esigenza elementare di serietà scientifica. Quando qualcuno scrive qualcosa in materia di una qualsiasi scienza, facendo uso della libertà di opinione che si deve riconoscere a tutti, a chi legge si deve riconoscere altrettanta libertà di opinione, e quindi la facoltà di dissentire, di criticare. Uno che si presenta come scienziato di fronte a un pubblico generico (dove ci sono anche specialisti della sua materia, ma anche specialisti di altre materie o gente priva di istruzione superiore) non può certamente pretendere «l’interiore ossequio dell’intelletto» che invece pretende (legittimemente e giustamente) il magistero della Chiesa dai cattolici. Quindi, la prima cosa da fare è non farsi prendere dal clima di illogica venerazione fideistica nei confronti degli scienziati che parlano alla televisione (in programmi come Superquark, Voyager eccetera) o scrivono sui supplementi di scienza dei giornali come La Stampa. Poi bisogna passare a un esame del messaggio, per vedere se la testi proposta a a che vedere con la competenza scientifica dell’autore.

Ogni proposta scientifica, infatti, è valutata dagli stessi scienziati in base a questi precisi criteri: 1) se si afferma qualcosa di determinato e ben circoscritto; 2) se ciò che si afferma è attinente alla materia e al metodo della ricerca scientifica nella quale l’autore è competente; 3) se si esibiscono le prove di quanto si afferma (o prove empiriche, o calcoli matematici, o deduzioni logiche). Ora, l’articolo in questione è firmato da un tale (del quale non vale la pena di ripetere il nome) che si presenta come etologo evoluzionista, e la sua tesi ? che riguarda la morale e la religione ? è giustificata da ragioni derivate dallo studio del comportamento delle scimmie. Ora, il metodo specifico dell’etologia (che è una scienza empirica, che applica ai fenomeni del comportamento osservabile nel mondo animale le tecniche che l’antropologia culturale e la psicologia sociale applicano ai fenomeni del comportamento osservabile degli essere umani) esclude in partenza che si possa trattare di morale e di religione, che non sono realtà riducibili ai fenomeni del “comportamento osservabile” né degli uomini e tanto meno delle bestie.

Posso fare un esempio, la psicologia della religione si avvale principalmente dell’introspezione, il che significa che lo scienziato prende in considerazione innanzitutto ciò che egli, come uomo, scopre dentro se stesso: ed è evidente che il metodo dell’introspezione non si applica ad alcuna ricerca sugli animali, perché gli scienziati, fino a prova contaria, non sono delle bestie (e se lo fossero, non sarebbero certo capaci di introspezione). Un altro esempio, gli studi più numerosi e importanti sulla religione realizzati negli ultimi cinquant’anni sono stati condotti da scienziati della scuola fenomenologica: e questa scuola non adotta altro metodo che non sia la fenomenologia della coscienza. Insomma, da nessun punto di vista scientifico una realtà come la religione può essere affrontato scientificamente sulla sola base del rilevamento di fenomeni del comportamento esteriore. Su questa base, come analizzare la conversione? Come parlare della speranza? Come rilevare la «nostalgia del totalmene Altro» della quale parlava Horckheimer?

Lo stesso dicasi della morale. Si tratta di una realtà intrinsecamente collegata alla razionalità, pertanto alla spiritualità dell’anima umana. La moralità consiste nella percezione intellettiva dei propri doveri dei propri diritti nei rapporti con gli altri esseri umani e poi anche in relazione con Dio (qui la morale diventa il presupposto della prassi religiosa). Sono capaci di “senso morale” (che è una componente essenziale del “senso comune”) non tutti gli uomini ma solo quelli che hanno in atto «l’uso di ragione», ossia quelli che in un determinato momento ? nel momento della scelta su che cosa fare ? sono «capaci di intendere e di volere». Ora, sia l’intendere che il volere sono atti spirituali che appartengono all’interiorità della coscienza e che pertanto non possono in alcun modo essere ridotti a ciò che si riflette esteriormente e che può essere notato da un osservatore esterno: le azioni osservabili che derivano dalla libertà di una persona sono solo alcune (e non le più imporanti) delle conseguenze di una scelta interiore tra il bene e il male, ossia tra il valore e il disvalore di un’azione che risultano evidenti a una persona grazie al “lume” della sua ragione. Che poi io sia libero lo so solo io: è un fatto di coscienza.

Nessun osservatore di fenomeni fisici (sia pure in campo psicologico o etologico) è competente in materia e nessuno può dirmi – con fondati motivi – che io sono o non sono libero di scegliere tra i bene e il male. Da Aristotele fino a oggi, la storia della filosofia è una continua e incontrovertibile conferma che l’esistenza della libertà (e della conseguente responsabilità morale) è un dato dell’esperienza interiore, è una certezza immediata e indubitabile (per chi volesse approfondire questo argomento, rimando al mio trattato, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Leonardo da Vinci, Roma 2010). Non sono i filosofi a dimostrare che io sono libero: loro non possono dimostrarlo, e io lo so benissimo da me, e questo mi basta.

La filosofia è fatta da persone che già sanno di esere liberi, e la loro riflessione scientifica non fa che formalizzare in termini metafisici questa evidenza primaria. Così come non sono gli scienziati che possono negare che io sia libero: se uno di loro (come l’autore dell’articolo che ha provocato questo mio commento) mi dice che non sono libero, io gli rispondo che sta dicendo una sciocchezza, che un vero scienziato non parla di ciò che esula dalla sua competenza.

Se poi, per difendersi con armi improprie, lo scienziato mi dice che ci sono filosofi che negano la libertà, io gli rispondo che certamente ci sono: sono i materialisti, che professano il determinismo, ma non sono in grado di provarlo; anzi, nel loro discorso si contraddicono continuamente, giustificando la loro battaglia contro l’idea della libertà e contro la morale con motivi morali, come succedeva i marxisti quando affermavano il carattere di “sovrastruttura” della morale (la struttura di base dovrebbe essere materiale, cioè l’economia) e poi analizzavano sempre i conflitti sociali in termini moralistici, dividendo gli uomini in buoni e cattivi, denunciando lo «sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo» ed esaltando la scelta a favore della giustizia sociale e la «solidarietà rivoluzionaria».

sabato 30 luglio 2011

L'uomo è superiore agli animali di Giuseppe Bertoni, 29-07-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Nessuna meraviglia, purtroppo, se vi è oggi la tendenza a mettere gli animali sullo stesso piano dell’uomo e non di rado al di sopra, almeno per quanto riguarda i loro diritti: leone, lupo ecc. possono – da carnivori – mangiare le carni delle loro prede. L’uomo, per contro, pur essendo onnivoro-carnivoro, deve diventare vegetariano come nella sostanza sembra affermare Enzo Bianchi nel suo saggio accolto nell'antologia di autori diversi Animalia (Rizzoli).

Presentando il libro, il curatore Ivano Dionigi pare fornire una visione equilibrata nel rapporto uomo-animale. La stessa cosa non si può però dire dire del titolo complessivo con cui Avvenire del 21 luglio ha offerto stralci degl'interventi degli stessi Bianchi e Dionigi: Gli animali in paradiso?

Non conosco nello specifico il pensiero di padre Bianchi, ma ho avuto occasione di sentire quello di padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, il quale cita il pensiero classico della Chiesa: gli animali sono "animati", ma la loro anima non è immortale.
Del resto, così si è espresso il cardinale Carlo Caffarra (in una intervista pubblicata sempre su Avvenire il 16 gennaio 2005): «nell’uomo c’è qualcosa che lo fa altro dall’animale […] le azioni che sono irriducibilmente umane, come la conoscenza, l’amore, la scelta libera mostrano che nell’uomo è presente un principio di operazione puramente spirituale (creato ad immagine e somiglianza di Dio)».

Caso chiuso? Per un uomo di Chiesa forse, ma per chi invece in campo teologico-morale sempolicemente "balbetta" pur conoscendo bene gli aspetti naturali, nonché quelli delle tecniche di allevamento, vi è ben altro da aggiungere.
Questo:

- l'uomo è stato cacciatore-raccoglitore fino alla comparsa della agricoltura (10-12.000 anni fa) e tale rimane ancora oggi laddove l’agricoltura non esiste (esquimesi, tribù di pigmei ed indios presenti in talune foreste, aborigeni dell’Australia ecc.);

- gli animali allevati sono stati "da sempre" il surrogato della caccia (e della pesca), oggi sempre più necessari anche per evitare la distruzione del sistema naturale…  con 7 miliardi di persone da sfamare. L’uomo, nel fare ciò, protegge e alimenta i propri animali per ricavarne latte, uova e infine carni; c’è chi, legittimamente, reputa questo un abuso e comunque un regresso rispetto alla natura. Che dire allora del fatto che, dei salmoni del Pacifico, ben 996 su 1000 non giungeranno a riprodursi? Allevandoli l’uomo ne porterebbe a maturità - prima di pescarli dagli allevamenti ittici - almeno 500-600;

Quali considerazioni si possono allora trarre? Anzitutto che, indipendentemente dall’ottica con cui si guarda il problema, i cristiani sanno che solo dell’uomo si dice «e lo facesti poco meno che un Dio» (Salmo 8), mentre da laici "figli della ragione" non si può negare che l’essere umano - da onnivoro-carnivoro - deve mangiare anche altri animali esattamente come fanno cani, gatti, lupi ecc.; dunque, nulla osta a che nella dieta umana entrino prodotti carnei ecc.. A maggior ragione, nulla osta a che l’essere umano ricorra agli animali per altre finalità. Molti hanno infatti scordato l’animale "forza motrice" (fino al 1955-58 nell’azienda paterna vi erano 10 paia di buoi e una 15ina di cavalli), ma nella stragrande maggioranza del mondo meno sviluppato è ancora enorme l’uso di cavalli, asini, bovini, bufali, elefanti, yak per sollevare l’uomo dai lavori più gravosi … persino Babbo Natale ricorre alle mitiche renne per…

Probabilmente, messa in questi termini, la possibilità di utilizzo dei prodotti di origine animale diviene più accettabile. Rimane però da spiegare perché, in una misura che non mi è facile quantificare, si allevino animali con alimenti vegetali che l’uso diretto da parte dell’uomo consentirebbe di fruire al 100%, mentre solo il 20-30% di energia e proteine si ritrovano in carni, latte ecc.. La sola ragione che lo giustifica appieno è la indispensabilità dei prodotti animali nella dieta umana, specie nelle popolazioni meno evolute che non possono disporre per 12 mesi degli alimenti vegetali pregiati (da erboristeria). Si tratta quindi di vedere, caso per caso in funzione di età, sesso, stato fisiologico, resto della dieta, tipo di attività ecc., quali le quantità strettamente necessarie di carne, latte, uova, pesce ecc., gli eccessi sarebbero certamente deprecabili.

Sempre il cardinal Caffarra ammonisce: «Non c’è infine una reciprocità vera e propria fra l’uomo e l’animale […] perché l’animale non ha diritti […] ciò non significa che il dominio/uso dell’uomo non abbia limiti obiettivi». Chiaramente, se l’animale non ha diritti, perché non imputabile e quindi senza doveri, l’uomo ha viceversa doveri nei confronti degli animali; sia perché creature e sia perché la loro integrità psico-fisica è un dovere per l’uomo che se ne voglia avvalere. Da questo punto di vista non si può tuttavia "gettare la croce" solo sugli allevatori maldestri o disonesti, senza richiamare con forza la circostanza che tenere cani, gatti ed altri animali in certe condizioni di vita e di alimentazione (che li rende obesi e "insignificanti") è assolutamente contro qualsiasi regola etica. Né si può sottacere il fatto che negli anni scorsi, anche in Italia, il valore commerciale degli alimenti per pets ha superato quello de mangimi per animali da reddito. Mi chiedo se per tutto ciò i cristiani "vegetariani" e che vogliono gli animali in Paradiso (tutti?, non hanno nulla da eccepire. Specie se si considera il costo aggiuntivo a quello del cibo.

mercoledì 27 luglio 2011

27/07/2011 – INTERVISTA - Nati per parlare, senza fine" - Linguistica. Chomsky: perché un bimbo può imparare qualunque lingua con la stessa facilità "Non credo che i sistemi di comunicazione degli animali ci aiutino a capire il nostro linguaggio". Secondo Chomsky la qualità che rende unico il linguaggio è il suo ruolo nella simbolizzazione e nell'evocare immagini cognitive di FELICE CIMATTI, UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA, http://www3.lastampa.it

Non è raro che i conoscitori del Noam Chomsky linguista e filosofo siano all'oscuro del Noam Chomsky intellettuale radicale, e viceversa. Non è facile capire quale sia il nesso, se uno ce n'è, tra questi aspetti diversi del suo lavoro. Molte sue opere, comunque, sono diventate veri e propri classici. Un esempio è rappresentato da «Il linguaggio e la mente», ripubblicato da Bollati Boringhieri con una serie di modifiche e aggiunte, come il testo «Biolinguistica e capacità umana».

Professor Chomsky, qual è la sua attuale definizione di biolinguistica?
«E’ lo studio del linguaggio come sistema biologico, in modo simile a quello visivo, digestivo o immunitario».

Come sono cambiate le sue idee sul linguaggio rispetto alla prima edizione del libro, che risale ormai al 1968?
«Sono cambiate molto. È un campo vitale e le idee cambiano in continuazione. Questo è evidente dalle mie pubblicazioni negli anni».

Se la facoltà del linguaggio, come lei sostiene, è un organo della mente, perché esistono così tante lingue e perché sono così diverse?
«La crescita e lo sviluppo di ogni organo corporeo - il sistema visivo o il cuore - in parte dipende dall'ambiente esterno e, infatti, la variazione può essere molto grande, come confermano l'esperienza, e in modo ancora maggiore gli esperimenti, quando sono possibili. Per quanto se ne sa, un bambino può imparare qualunque lingua con la stessa facilità. Ciò significa che la facoltà del linguaggio è una caratteristica umana condivisa. Quando c’è variazione, è fra i gruppi, non all' interno dei gruppi stessi. Se la prima esperienza di un bebè è con l'italiano, la sua facoltà del linguaggio prenderà la forma dell'italiano, e non, per esempio, dello swahili. E viceversa».

Secondo la sua teoria al centro del linguaggio c'è la capacità di generare un insieme infinito di espressioni a partire da un insieme finito di elementi (la «recursion»). Un altro modo di formulare questa idea potrebbe essere il seguente: il linguaggio è più di un codice comunicativo, in realtà è uno strumento biologico per generare nuovi pensieri. Se accetta questa riformulazione, sarebbe d'accordo con l’idea che l'Homo sapiens è l'unico animale che fa costantemente esperienza del possibile?
«Non posso considerare l'osservazione sulla “recursion” come una “mia teoria”. In realtà è vicina a essere un nudo fatto ed è stata osservata da molti altri prima di me, usando altri termini. Il linguaggio può certamente essere usato per la comunicazione, ma mi sembra che ci siano buone ragioni per accettare la conclusione, peraltro piuttosto tradizionale, secondo cui il linguaggio è primariamente uno strumento del pensiero, come sostiene il Nobel Francois Jacob, quando sostiene che “la qualità che rende unico il linguaggio non sembra essere il suo ruolo nelle caratteristiche della comunicazione animale”, ma “il suo ruolo nella simbolizzazione, nell'evocare immagini cognitive”, e quindi nel plasmare la nostra nozione della realtà e migliorare la nostra capacità di pensiero e pianificazione, attraverso la proprietà unica di permettere “infinite combinazioni di simboli” e, quindi, la “creazione mentale di mondi possibili”».

I sistemi di comunicazione animali possono essere d'aiuto per capire il linguaggio umano?
«Molti studiosi sostengono di sì, ma le prove sperimentali mi sembrano piuttosto scarse, benché alcuni aspetti dei sistemi cognitivi che hanno a che fare con il linguaggio abbiano senza dubbio degli analoghi in altri organismi».

Esiste un modo di vivere che sia più adatto di altri per l'Homo sapiens? E, al contrario, uno che gli è intrinsecamente inadatto?
«Ho delle idee sulla natura umana e di come gli esseri umani dovrebbero e non dovrebbero vivere. Ma non sono a conoscenza di una “teoria” sostanziale, ben confermata, e con un qualche grado di forza esplicativa, che ci dica molto su questi temi».

Negli ultimi anni le sue idee sul linguaggio si sono inquadrate in un modello chiamato «minimalismo». Lo può spiegare?
«Il programma minimalista è una ricerca scientifica che cerca di trovare le spiegazioni migliori: la definizione è stata usata da alcuni studiosi - me compreso - che sono arrivati alla conclusione che è stato acquisito abbastanza sul linguaggio da poter tentare una teoria su come dovrebbe essere strutturato».

Lei è il più famoso linguista del mondo, ma è anche uno dei più famosi intellettuali radicali. C'è qualche principio etico oppure teorico che tenga insieme questi due aspetti della sua attività?
«Ci sono alcuni principi-guida che dovrebbero tenere insieme questi e altri sforzi intellettuali - onestà, disponibilità al cambiamento, curiosità - ma quanto questi principi siano realizzati nel mio lavoro è qualcosa che solo altri giudicheranno».

lunedì 25 luglio 2011

IL CASO/ Perché per lo Stato un animale vale più di un figlio? Di Gabriele Toccafondi, lunedì 25 luglio 2011, il sussidiario.net

Se non verrà approvata la riforma fiscale e assistenziale, la finanziaria, approvata dieci giorni fa dal Parlamento, dispone tagli a deduzioni e agevolazioni fiscali. Chi ha scritto la manovra avrebbe forse dovuto prendere bene in considerazione questi “bonus”, visto che valgono 160 miliardi di euro; invece si è optato per un loro taglio lineare percentuale. La “sborficiata” scatterà dal 2013 e il rischio, nel caso che non venga varata la riforma fiscale e assistenziale, è di vedere ridotte tutte le 483 agevolazioni in vigore, comprese quelle sulla famiglia.
Diminuiranno quindi anche quelle sui figli a carico, sulle spese sanitarie e di istruzione, sui redditi da lavoro dipendente, sugli asili nido e a favore degli studenti universitari. Scenderanno anche i bonus per le ristrutturazioni edilizie, il Terzo settore, le Onlus, l’Iva, le accise e i crediti d’imposta. L’obiettivo è quello di recuperare 4 miliardi di euro nel 2013 e 20 miliardi di euro nel 2014. Ma, dato che le voci di agevolazione fiscale previste attualmente dall’ordinamento valgono 160 miliardi, un loro taglio del 20% comporterebbe risparmi per 32 miliardi.
In questa “minaccia” io vedo però una grande opportunità. Non tutte le agevolazioni, infatti, sono uguali, anche in meri termini finanziari. Dobbiamo quindi chiederci, data la situazione attuale di scarse risorse, dove vogliamo investirle. Per questo è molto importante che i tagli non siano più lineari, in modo che alcune categorie di agevolazioni possano restare invariate o addirittura essere aumentate, sempre che si rinunci ad altre. È chiaro, però, che un’operazione del genere richiede delle scelte, quelle che dentro la manovra non ci sono.
Come nel gioco della torre, dove si decide chi salvare e chi buttare di sotto, voglio fare qualche esempio di scelta e quindi di proposta. Preferisco le agevolazioni fiscali per chi ha figli piuttosto che per chi ha animali. In particolare, scelgo di aiutare chi manda i figli a scuola, per farli crescere, scegliendo in base alla libertà di educazione, e non chi porta il proprio animale domestico dal veterinario. So che, come ogni scelta, questa produrrà animosi dibattiti che in Italia non siamo abituati ad avere, perché nessuno sembra capace di assumersi la responsabilità di scelte difficili, ma in questo momento, secondo me, non c’è altra strada che questa.
Attualmente, le spese veterinarie sostenute per la cura di animali legalmente detenuti a scopo di compagnia o per pratica sportiva si detraggono nel limite massimo di euro 387,34 e per la parte eccedente l’importo di euro 129,11. Quindi, per fare un esempio, per spese veterinarie sostenute per un ammontare totale di 464 euro, l’onere su cui calcolare la detrazione spettante è pari a 334,89 euro.
Le famiglie italiane, invece, possono portare in detrazione nella dichiarazione dei redditi il 19% su un massimale di spesa pari a 632 euro l’anno per le spese dell’asilo nido di ogni figlio. Si tratterebbe di una cifra pari a 120,08 euro, che servirebbe, quindi, ad alzare il tetto massimo della detrazione in modo da agevolare le famiglie che fanno sempre più fatica a far quadrare il bilancio. Riassumendo, quindi, mentre per l’asilo nido del figlio si detraggono 120 euro, per l’animale domestico la cifra è 335 euro.
Inoltre, per i figli a carico il fisco consente di detrarre fino a 800 euro a figlio, con alcuni correttivi, come, ad esempio se il figlio è disabile, l’aggiunta di ulteriori 220 euro di detrazione. Per le famiglie numerose, nel caso in cui i figli a carico siano più di tre, le stesse detrazioni sono aumentate di 200 euro per ciascun figlio.
In realtà, però, tali cifre sono solo teoriche, perché va detratto un importo che cresce col crescere del reddito, finché non si arriva a una certa cifra, oltre la quale non si ha diritto ad alcuna detrazione: 95 mila euro per un figlio, 110 mila per 2 figli, 125 mila per 3 figli, 140 mila per 4 figli, 155 mila per 5 figli. Se si ha un animale da portare dal veterinario queste soglie vengono meno.
Ebbene, se scelta deve essere, io ne faccio una chiara: nessuna detrazione o agevolazione per gli animali e un aumento di quella per i figli. È il tempo delle scelte e per me vale di più un figlio da educare che un gatto da castrare.
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domenica 24 luglio 2011

L’ultima della scienza: animali come uomini di Gaia Cesare, articolo di sabato 23 luglio 2011, © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

Ricercatori pronti a creare bestie che pensino e parlino come noi. «Il traguardo non è lontano»
Immaginate il vostro cane che parla, che cambia canale, che legge un libro prima di andare a dormire. Il vostro gatto che perde il pelo e comincia ad assomigliarvi sempre di più. La scimmia che vedete nei documentari in tv che porta in grembo un cucciolo di uomo. Non è zoolandia. Non è fantascienza. È l’ultima frontiera della scienza. L’obiettivo prossimo dei ricercatori, secondo L’Accademia britannica di scienze mediche, che - riferiva ieri il Financial Times - ha trascorso 18 mesi a studiare le possibili conseguenze dei rapidissimi progressi della ricerca in campo biologico.
«Umanizzazione degli animali», potremmo chiamarla. Dicono gli studiosi inglesi che potrebbe avere tre applicazioni diverse, possibili quanto inquietanti: modificare il cervello animale perché le sue funzioni somiglino sempre di più a quelle umane, fecondare ovuli umani in un animale e infine dotare gli animali di caratteristiche unicamente umane, dalla forma del viso alla grana della pelle fino addirittura al linguaggio.
Per ora, in realtà, non c’è nessuno studio del genere in corso nel mondo, ha precisato al Ft il responsabile delle ricerca, il genetista medico dell’università di Cambridge Martin Bobrow. Ma gli scenari appena descritti potrebbero non essere affatto lontani. L’impiego di topi con un fegato umano nell’ambito delle ricerca tossicologica è già una realtà. «Se si sostituisse interamente il cervello di un topo con quello di un uomo, probabilmente resterebbe un topo - aggiunge Bobrow -. Ma se facessimo lo stesso con un primate (una scimmia per esempio, ndr) è difficile indovinare cosa ne verrebbe fuori».
Gli scienziati inglesi, insomma, mettono in guardia l’opinione pubblica e la politica: tenetevi pronti, nulla del genere è in corso di sperimentazione al momento, ma potrebbe esserlo presto.
Molto più dubbioso sull’argomento è lo scienziato italiano Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. «Cambiare il genoma di un animale non è così facile, non credo sia possibile allo stato attuale. Certo nessuno può escludere nulla per il futuro», spiega al Giornale. Ma poi precisa quanto possa essere difficile: «Il semplice tentativo di utilizzare reni di maiali per fare trapianti nell’uomo fino ad ora non è riuscito. E si tratta di un traguardo molto più abbordabile di quello descritto dagli scienziati inglesi. Una fecondazione attraverso le specie non è normalmente possibile. Ma ripeto, nessuno può prevedere il futuro».
E si ragionasse per ipotesi anche estreme, quali sarebbero gli scenari? Quali i rischi e i vantaggi? La ricerca sulle cellule staminali, per esempio, è una frontiera su cui si concentrano le speranze di molti. «Nessuna di queste ricerche è riuscita finora a fare qualcosa di utile dal punto di vista pratico. Le cellule staminali di qualsiasi tipo non hanno applicazione di carattere clinico consolidata», aggiunge Garattini. Però resta la speranza per molti malati che la scienza possa aiutarli. «Quello che oggi è possibile, in animali come il topo e il ratto, è di cambiare il genoma attraverso il cambiamento di uno, due o tre geni perché riproducano alcuni aspetti delle malattie umane e questo può servire per avere dei modelli per studiare farmaci e trattamenti per l’uomo». Quanto ai problemi etici: «Penso che per il momento siano difficili da superare». Ma Garattini insiste: «L’umanizzazione degli animali? Mi sembra davvero parecchio lontana».

mercoledì 6 luglio 2011

Coscienza degli animali Incoscienza umana di Giacomo Samek Lodovici e Luigi Mariani, 06-07-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

E' stato rilanciato in questi giorni il Manifesto animalista promosso da Michela Brambilla, attuale ministro del Turismo, e Umberto Veronesi. Il manifesto, che si chiama «La coscienza degli animali», afferma che «Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani». E ancora: «Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti», cosicché «Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita». La Brambilla e Veronesi sono inoltre vegetariani e, per l’oncologo più famoso d’Italia, «Dobbiamo cominciare a trasferire i principi etici […] non far soffrire, non essere violenti e non uccidere […] anche al mondo animale».

Il Manifesto e le dichiarazioni che lo accompagnano spingono a domandarsi quale sia la differenza tra uomo e animale. Abbiamo perciò chiesto a un filosofo e ad un esperto di zootecnia e agricoltura di chiarire questi aspetti.

- Se il pollo vale più dell'embrione, di Giacomo Samek Lodovici

- Diritto alla vita: anche dei topi in casa?, di Luigi Mariani


Se il pollo vale più dell'embrione di Giacomo Samek Lodovici, 06-07-2011

Michela Brambilla, Umberto Veronesi, Dacia Maraini, Margherita Hack e Maurizio Costanzo: sono solo alcuni dei nomi altisonanti che hanno promosso il manifesto «La coscienza degli animali», che afferma che «Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani». E ancora: «Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti», cosicché «Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita». La Brambilla e Veronesi sono inoltre vegetariani e, per l’oncologo più famoso d’Italia, «Dobbiamo cominciare a trasferire i principi etici […] non far soffrire, non essere violenti e non uccidere […] anche al mondo animale».


Ora, sia chiaro: l’uomo non è il proprietario della creazione, bensì ne è l’amministratore, deve dunque prendersene cura, non deve devastarlo, deve rendere conto all’Autore del mondo. Ma questo non toglie che ne possa fare un giusto uso. Perciò, si può legittimamente discutere sul dolore inutilmente inflitto agli animali (e su cosa sia inutile si potrebbero fare molte disquisizioni opinabili), ma di sicuro è ineccepibile cibarsi di animali.


Uno dei più importanti antesignani di Brambilla & co è il filosofo Jeremy Bentham (1748-1832), secondo cui tra l’uomo e l’animale non sussiste una differenza qualitativa, perché – per questo filosofo inglese – il requisito che può tracciare dei confini tra i viventi non è la razionalità, ma la capacità di provare dolore. Per Bentham, tra l’uomo e l’animale non c’è una distinzione qualitativa, bensì solo di grado. Così, dice Bentham, «c’è stato un giorno […] in cui la maggior parte delle specie umane, sotto il nome di schiavi, veniva trattata dalla legge esattamente come lo sono ancora oggi […] le razze inferiori degli animali», ma «può arrivare il giorno in cui il resto degli animali del creato potrà accampare quei diritti di cui non si sarebbe mai potuto privarli, se non per mezzo della tirannia».


Si dirà che per Brambilla e Veronesi la differenza tra l’uomo e gli animali è anche qualitativa; ma, allora, il trattamento riservato all’uomo dev’essere enormemente diverso da quello verso gli animali: sono d’accordo Brambilla e Veronesi? In realtà, nelle loro dichiarazioni tale differenza tende a sfumare, quando essi affermano che gli animali hanno consapevolezza e coscienza. Ora, non vogliamo qui stare a fare (o chiedere loro) una definizione di questi termini. Il punto essenziale che va chiarito e tenuto fermo è il seguente: se negli animali superiori si trova una qualche forma di “intelligenza”, nondimeno essa è qualitativamente inferiore a quella umana.

Lo rileva già in modo magistrale Aristotele, nel primo libro della Politica. Infatti (rimando per approfondimenti al mio articolo Uomo e animale: così diversi…, «il Timone», 99 [2011],), l’animale si accorge solo di alcune cose, cioè solo di quelle utili/dannose, piacevoli/dolorose, pericolose/vantaggiose e le altre cose del mondo non le percepisce; per contro, l’uomo si accorge di tutte le cose e non solo di quelle che gli possono essere utili/nocive e si interroga non solo sull’utilità/nocività, ecc. delle cose, ma anche sulla loro natura, cioè si chiede: «che cos’è questa cosa?», perché vuole conoscerla anche a prescindere dalla sua eventuale utilità/dannosità, vuole conoscere anche la verità sulle cose, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto.

Inoltre, come ha scritto il filosofo Paolo Pagani, una cosa è usare oppure adattare qualcosa per farne uno strumento, come fanno sia l’uomo sia gli animali; un’altra è fabbricare strumenti, come fa solo l’uomo. È vero che nel 2000 una scimmia è stata indotta, grazie ad un lungo addestramento, a scheggiare delle pietre, ma ciò non costituisce una smentita della differenza qualitativa tra l’uomo e l’animale, bensì è un mero esempio di comportamento imitativo.

Potremmo proseguire a lungo sulla differenza qualitativa uomo-animale: dovremmo parlare di vari altri aspetti peculiari dell’uomo, come la libertà, la capacità di amare (ben diversa dalla cura animale, cfr. il mio articolo che ho già citato), il senso estetico, il senso etico, ecc.

Qui possiamo solo aggiungere che, a ben vedere, Bentham pare più conscio di una cosa che Brambilla e Veronesi non evidenziano. L’uccisione che gli animali ricevono dall’uomo di solito è meno dolorosa di quella che generalmente li coglie in mezzo agli altri animali: «La morte che ricevono da noi comunemente è, e può essere, una morte più veloce, e per questo meno dolorosa, di quella che li aspetterebbe nell’inevitabile corso della natura».

Inoltre, se la Brambilla è davvero convinta della differenza qualitativa tra l’uomo e l’animale, perché non si batte, e molto più energicamente, per la protezione degli esseri umani? Qualora per lei gli esseri umani allo stadio di embrione non fossero persone, si batta – e molto più energicamente che per gli animali – per i poveri, per gli sfruttati, per i derelitti, per gli handicappati, ecc. Se si dedicasse a questa causa, distogliendo per questo motivo parte delle sue energie e del suo tempo dalla promozione del turismo (alla cui tutela è designata Ministro della Repubblica), la elogeremmo volentieri.

Infine, un commento alla dichiarazione di Margherita Hack: «La scuola porti i bambini a vedere gli allevamenti intensivi, a sentire le urla strazianti dei vitellini o dei maialini, a verificare come un pollo cresce in gabbie in cui lo spazio per muoversi è pari a due terzi di un foglio A4». Ebbene, ci stiamo, ma ad un patto. Che la scuola italiana faccia anche vedere a tutti gli studenti il filmato “l’urlo silenzioso” (o qualcosa di analogo) in cui si vede, con gli ultrasuoni, un concepito d’uomo cercare di sfuggire, di divincolarsi, di scampare agli strumenti di un chirurgo che pratica un aborto e che lo ghermisce, lo dilania, e lo smembra. Ammesso e non concesso (ma non possiamo qui argomentare al riguardo) che l’embrione non sia persona, vale forse meno di un pollo?


Diritto alla vita: anche dei topi in casa? di Luigi Mariani, 06-07-2011

Sollecitato da un amico ho visitato il sito "La Coscienza degli Animali" nato “dalla volontà di Michela Vittoria Brambilla e Umberto Veronesi, di dare voce a chi voce non ha e di contribuire in maniera significativa alla creazione in Italia di una nuova cultura di amore e tutela degli animali e di rispetto dei loro diritti.” Nel sito si invita a sottoscrivere il  “manifesto dei diritti degli animali” nel quale sono presenti molte cose a mio avviso condivisibili assieme ad altre che giudico quanto meno eccepibili.

Cominciamo dalle prime osservando che non posso non condividere il ripudio della violenza gratuita sugli animali. Ciò perché ho da sempre fatto mio il motto “Chi non vuol bene alle bestie non vuol bene neppure ai cristiani” che è ben radicato nella cultura popolare delle nostre terre.

Non vorrei tuttavia cadere in una sorta di “nazismo verde” in cui la sensibilità verso gli animali venga prima di quella verso gli umani. Da questo punto di vista esprimo perplessità circa l’affermazione del “diritto alla vita” per gli animali che si fa nel manifesto. Potrà sembrare banale ma viene anzitutto spontaneo chiedere “quali animali?”. Nello specifico mi domando infatti se chi ha sottoscritto il manifesto sarebbe del parere di garantire il diritto alla vita, e nella propria casa, a topi o scarafaggi o zanzare o formiche ovvero se sarebbe disponibile a lasciare orsi, lupi e serpenti a scorrazzare in aree frequentate dai propri bambini, in nome del fatto che, per dirla con il manifesto, “gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti”. In altri termini, mi domando se il diritto alla vita degli animali debba venire prima o dopo il diritto alla vita per gli umani, cosa che nel manifesto non viene ahimè  mai specificata.

Da questo punto di vista (lasciando per un attimo da parte temi eticamente cruciali come quelli dell’eutanasia e dell’aborto, non chiamati direttamente in causa nel manifesto) non si può dimenticare che nelle aree meno fortunate del mondo un numero rilevante di nostri simili deve il proprio sostentamento  quotidiano ai prodotti dell’allevamento brado o confinato di capre, pecore, bovini o animali da cortile. Non scordiamoci infatti che l’alimentazione del genere umano si fonda oggi sulla produzione che proviene da 1.4 miliardi di ettari di arativi e da ben 2.3 miliardi di ettari di pascoli che non sono in alcun modo sfruttabili se non con l’allevamento. Amo allora pensare che il “pastore errante per l’Asia” sia un nostro fratello e non un crudele seviziatore di animali.

Vedete, su questi temi non mi aspetto molto da questo Paese perché – questo non dobbiamo mai dimenticarlo – l’Italia è l’unica Nazione al mondo ad aver partorito e messo in pratica la bizzarra idea di abolire tramite referendum il Ministero dell’Agricoltura. Fu una cantonata surreale cui furono poi costretti a mettere una pezza i nostri politici che, non sapendo a chi affidare le competenze agricole imposteci anche dai trattati internazionali, si inventarono strutture con analoghi fini e con nomi funambolici come “Ministero per il coordinamento delle politiche agricole e forestali”.

Non possiamo tuttavia trascurare, per il pulpito da cui provengono, le parole (sempre citate nel sito di cui sopra) dell’On. Brambilla la quale dichiara: "Sono vegetariana ma non posso né voglio imporre a nessuno la mia scelta etica. Chi mangia carne deve però essere consapevole, deve sapere in quali terribili condizioni sono allevati, trasportati ed uccisi gli animali di cui si nutre. E deve conoscere quali livelli di sofferenze ed atrocità si nascondano dietro il cibo che quotidianamente consuma". E dato che una tale dichiarazione viene da un autorevole esponente del nostro governo, non vorrei che ciò preludesse a qualche iniziativa abolizionista concreta. Su tale fronte, se non ci frenasse il senso del ridicolo, spero che almeno un freno venga dalle seguenti e più concrete considerazioni:

1. La carne ed i prodotti lattiero caseari sono fonte di proteine di alta qualità per l’alimentazione umana ed in tal senso si rivelano fondamentali azioni di educazione alimentare che evidenzino i pregi della carne evidenziando altresì i problemi derivanti dal suo eccesso nelle diete.

2. Nel suo complesso la specie umana ha vissuto di caccia e raccolta fino a ieri l'altro. Nello specifico le popolazioni europee discendono in gran parte (l'80% del DNA maschile e l'87% di quello femminile) dai popoli di cacciatori-raccoglitori paleolitici già presenti sul continente nel corso dell'ultima glaciazione. Da ciò discende che la caccia è volenti o nolenti un'eredità culturale e non solo un atto di ferocia gratuita, un’eredità che può trovare ancor ora giustificazione se considerata in un contesto di riduzione selettiva di popolazioni di selvatici che risultino in eccesso rispetto alla capacità portante dell’ecosistema.

3. La domesticazione degli animali (cane in primis e poi bovini, suini, ovi-caprini, avi-cunicoli, ecc.) è stato uno degli eventi cruciali di quella rivoluzione neolitica che è alla base della nostra civiltà attuale.

4. All’incremento nel consumo mondiale di carne fa oggi riscontro una “rivoluzione zootecnica” che mira a razionalizzare il settore tramite massicce innovazioni sia a livello di genetica (es: specie e razze con più elevata efficienza nella conversione degli alimenti in carne e latte) sia di tecniche di allevamento.

5. La zootecnia è l’unico settore in grado di sfruttare non solo le aree marginali non utilizzabili per l’agricoltura intensiva (pascoli montani, steppe) ma anche quell’enorme mole di sottoprodotti del settore agricolo-alimentare che altrimenti non troverebbero impiego.

6. Fra le più rilevanti voci dell’export agro-alimentare italiano vi sono due prodotti di origine zootecnica (il prosciutto crudo e il formaggio grana).

E’ per questo insieme di elementi che è oggi necessario affrontare il tema dell’allevamento animale valutando in modo complessivo gli interessi culturali, economici ed umani che ad esso sono sottesi.