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mercoledì 7 novembre 2012
lunedì 8 ottobre 2012
giovedì 12 aprile 2012
DATI ISTAT/ L’esperto: alcol, ecco perché i più giovani sono a rischio
- INT. Mario Pollo, mercoledì 11 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net/
Secondo i dati forniti dal
rapporto Istat sull’uso e l’abuso di alcol nel nostro Paese, sono oltre otto
milioni gli italiani a rischio, soprattutto giovani e giovanissimi sotto i 15
anni. Le persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol è pari al 66,9% nel
2011, un dato che risulta di circa cinque punti percentuali inferiore a quello
registrato dieci anni prima. Sono però in aumento coloro che dichiarano di
consumare alcolici al di fuori dei pasti (27,7%), a dimostrazione dell’avvenuto
cambiamento del consumo tradizionale di bevande alcoliche: «E’ la conferma
della transizione da una cultura cosiddetta “bagnata” di tipo mediterraneo a
una cultura “asciutta” di tipo nordeuropeo – ci spiega Mario Pollo, professore
di Pedagogia generale e sociale alla Lumsa di Roma –. Stiamo infatti passando
da un consumo alimentare dell’alcol a un consumo prevalentemente concentrato
nel tempo libero. E’ un dato che trova conferma soprattutto nelle nuove
generazioni, che lentamente si stanno spostando verso questo modello».
Il rapporto Istat mostra poi che
le fasce di popolazione i cui i comportamenti a rischio sono più frequenti sono
gli adolescenti dagli 11 ai 14 anni (14,1% dei maschi e 8,4% delle femmine), i
giovani dai 18 ai 24 anni (22,8% dei maschi e l’8,4% delle femmine) e gli
anziani over 65 (43% degli uomini e il 10,9% delle donne). «Queste fasce sono
comunque molto diverse tra loro – continua a spiegare il professor Pollo –,
perché nel caso degli ultra 65enni le quantità di alcolici consumate sono
quelle che erano ritenute normali nella cultura italiana tradizionale. Le dosi
che popolarmente erano ritenute adeguate sono infatti in molti casi
notevolmente più abbondanti di quelle che sono le unità alcoliche considerate a
rischio. Per fare un esempio, una persona con più di 65 anni che consuma due
bicchieri di vino da 125 ml a pasto, alla fine della giornata ne avrà bevuto
mezzo litro, e nella cultura tradizionale una quantità del genere fa parte di
un bere moderato. E’ ovvio quindi che ci troviamo di fronte a persone anziane
che non conoscono le giuste quantità di alcolici da consumare senza incorrere
in rischi per la propria salute».
Nonostante sia in aumento la
quota di coloro che consumano alcolici fuori dai pasti, diminuisce rispetto a
dieci anni fa il numero di persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol
(72% nel 2001, 66,9% nel 2011): «Riguardo questo dato – commenta il professor
Pollo – potrebbe aver influito negli ultimi anni una maggiore azione di
prevenzione, rivolta in particolare alle fasce giovanili della società. Si
potrebbe quindi pensare che le diverse campagne portate avanti negli ultimi
anni abbiano prodotto un qualche effetto, tenendo anche conto del fatto che
l’educazione alla salute e i rischi dell’uso e l’abuso di sostanze alcoliche
sono alcuni dei temi trattati maggiormente». Chiediamo infine al professor
Pollo in che modo è possibile allontanare i giovani, che scoprono l’alcol in
età sempre più precoce, da un modello rischioso come quello della cultura
“asciutta” e farli avvicinare magari non a un astinenza totale, ma a un reale
consumo responsabile di alcolici: «Occorre riprendere un’educazione del bere
secondo i modelli della nostra cultura, quindi un bere responsabile inserito
nell’alimentazione. Sono convinto che se si riuscisse ad educare i giovani non
all’astinenza ma a un bere responsabile, facendo loro apprezzare gli
abbinamenti con i cibi, la qualità delle bevande e facendo capire quali sono
quelle più dannose, allora la situazione potrebbe davvero migliorare».
(Claudio Perlini)
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sabato 31 marzo 2012
giovedì 22 marzo 2012
Prevenzione tra i giovanissimi e diagnosi precoce - Dipendenza
sommersa. E non chiamatelo «gioco» di Chino Pezzoli, 22 marzo 2012, http://www.avvenire.it/
Il gioco d’azzardo è davvero una
grande emergenza, che genera terribili dipendenze compulsive. Ed è importante e
utile che questo giornale continui a pubblicare servizi e a mettere in allerta
famiglie e istituzioni. Noi che operiamo nell’area delle dipendenze (droga e
alcol), ci siamo accorti da tempo che il gioco d’azzardo riserva ai giocatori
gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti e ha le
sue vittime sia tra i giovani sia tra gli adulti.
Gli studi condotti in diverse
parti del mondo ribadiscono l’accresciuta pericolosità del nuovo gioco
d’azzardo. Sono state indicate tre variabili principali, che sembrano aver
contribuito all’aumento del gioco tra le fasce adulte e giovanili: la crescente
liberalizzazione e maggiore tolleranza nonché l’incoraggiamento verso questa
pratica sviluppatasi in questi ultimi anni e percepita come innocua; la
ritardata consapevolezza del problema; la scarsa attenzione ai programmi per
pervenire a una coscienza collettiva sui problemi legati al gioco. Il fenomeno,
inoltre, lo si conosce poco, né gode di prevenzione e di cura riabilitativa.
La fiducia nella fortuna è una
caratteristica arcaica dell’uomo. Il gioco d’azzardo è una gara in cui si cerca
di vincere non l’avversario, ma il proprio destino. Anche in questi giochi,
detti «sociali», in chi gioca c’è l’illusione del "controllo" della
situazione e l’aspettativa di un successo personale quasi certo. Inoltre, si
stima purtroppo che circa il 6-10% dei frequentatori delle sale siano
minorenni. Alcuni psicologi hanno condotto uno studio sugli adolescenti di 13 e
14 anni dediti al gioco d’azzardo, evidenziando alcuni fattori di rischio:
l’inesperienza, il desiderio di sconfiggere la noia, il piacere di avere facili
ricompense, le gratificazioni economiche immediate.
Conoscere le fragilità dei
ragazzi può servire per prevenire eventuali patologie o dipendenze. Se è vero
che il gioco parte da aspetti ludico-ricreativi che possono essere altamente
piacevoli e addirittura consigliabili, può, in alcune situazioni personali,
portare a una condizione di dipendenza patologica. Gli educatori vigilino
sempre sul tipo di gioco che i ragazzi intraprendono, sapendo che quelli in cui
ci sono di mezzo i soldi sono trappole da evitare, e che spesso sono gli adulti
i cattivi maestri. Il gioco d’azzardo patologico rimane ancora oggi
nell’immaginario sociale un fenomeno più associato al "vizio" o alla
"cattiva volontà" che non alla malattia.
A livello epidemiologico, si
stima che l’80% della popolazione abbia giocato almeno una volta nella vita ai
giochi cosiddetti "leciti" (slot machine, gratta-e-vinci, lotto,
bingo) e che circa il 17-20% abbia un rapporto problematico con il gioco a
rischio, tale da trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Il gioco
d’azzardo purtroppo è considerato da pochi un’emergenza sociale. È una
dipendenza, in parte ancora "sommersa", quindi un fenomeno ancora
sottostimato, non riconosciuto come malattia. Credo, inoltre, che un certo
numero di genitori sia inconsapevole di quel che accade ai figli. La stessa
parola "gioco" li tranquillizza. Dovremmo promuovere azioni
d’informazione attraverso i mass-media sui rischi del gioco d’azzardo,
informare le famiglie su questa nuova forma di dipendenza, ottenere una
diagnosi precoce del problema per poi accedere alla cura.
giovedì 1 marzo 2012
giovedì 19 gennaio 2012
FACEBOOK/ Quei giovani che chattano di amore senza realtà Luigi
Ballerini giovedì 19 gennaio 2012, http://www.ilsussidiario.net
Giovani a Ponte Milvio, Roma
(InfoPhoto) Approfondisci NAUFRAGIO GIGLIO/ Schettino e Giampetroni, due facce
di un unico dramma. di L. Doninelli SOFRI LIBERO/ Farina: un’occasione per
superare il clima di vendetta
L’amore ai tempi di Facebook.
Fosse amore! Invece è spesso sexting e coinvolge drammaticamente i più piccoli:
parliamo di medie, ma anche elementari.
Il neologismo, dato dalla crasi
fra sex e texting, racconta del fenomeno di inviare foto e testi sessualmente
espliciti tramite i mezzi informatici. Sono i videofonini a far da padroni,
quei minicomputer portatili che i ragazzi hanno in mano e che sono
autosufficienti allo scopo: fanno foto e video, li caricano in rete, aggiungono
frasi maliziose e rispondono ai contatti che chiedono di più.
La cronaca ne sta segnalando un
numero crescente, con la Polizia Postale e delle Comunicazioni in prima linea
ad identificare i relativi siti e a prendere provvedimenti sanzionatori e
deterrenti. Da Catania hanno ritrovato un sito di ragazze adolescenti ritratte
nude e in pose esplicite messo online da un intraprendente “amico”
quattordicenne tramite il server della biblioteca comunale (nella speranza di
non farsi identificare).
Una bambina laziale di dieci anni
(ma i grandi non sapevano che era su FB?) ha invece postato su Facebook una sua
foto osé scattata in bagno davanti allo specchio; pare sia stata visitata da
molti prima che la polizia sia intervenuta ad oscurare la pagina.
Storie così, sotterranee e
lontane dalla nostra visibilità, ce ne sono molte, probabilmente.
Tutto ciò ha a che fare col
corpo, anzi col corpo pensato, prima che con la tecnologia.
Non possiamo non considerare,
vista l’età, una componente fortemente imitativa di modelli proposti e a loro
modo imposti dagli adulti. Ne è zeppa la tele, la rete, i giornali, le
pubblicità nelle strade. È infatti proprio dei bambini voler crescere, pensarsi
grandi, anche travestirsi: insomma fare un po’ di prove generali. I bambini
indossano il cappello di papà con la stessa nonchalance con cui infilerebbero
l’elmo di Achille e le bambine salgono ancora sui tacchi delle mamme per vedere
come ci si sente.
Diventare grandi, oggi, per molti
coincide col diventare sexy, usare il corpo solamente nella sua immagine per
attrarre a sé. Una deriva narcisistica della cultura individuale e sociale che
nega come il corpo sia molto di più della sua pura apparenza: se guidate dal
pensiero le gambe sanno correre verso gli amici veri, le braccia stringere
altri corpi in un abbraccio di riconoscenza, gli occhi scorrere sulle pagine di
un libro che non riusciamo a lasciar lì, lo stomaco sa convertire in nutrimento
il piacere di una cena insieme.
C’è sexting quando non c’è più il
reale, quando il corpo viene virtualizzato, quando solo Photoshop sa davvero
renderlo come dovrebbe essere. C’è sexting quando non ci sono amici, quando
tutti possono vedere tutto perché non c’è più preferenza, non esiste più
quell’intimità speciale che si accorda a chi se ne rende degno. C’è sexting
quando il corpo sessuato non può che fare-imitare-suscitare-idolatrare
“quello”, un atto dovuto e necessario da consumarsi all’istante, piuttosto che un
atto libero e da darsi a suo tempo.
Un articolo de La Stampa a firma
Giuseppe Bottero riporta un’interessante ricerca fatta da Ericsson e presentata
all’ultimo CES di Las Vegas, la kermesse mondiale dell’elettronica: Amore e
Facebook nella fascia 13-17 anni. Balza agli occhi come il corteggiamento, dopo
un primo incontro dal vivo, avvenga in rete con messaggi e poke fino alla
dichiarazione online certificata dal cambiamento di stato da “single” a
“impegnato” per arrivare a “fidanzato”. Fino a diciassette anni esiste solo FB
per queste faccende, da lì in poi si attivano anche le mail documentandoci come
i diversi mezzi tecnologici hanno diverse età di fruizione ed utilizzo,
modalità esse stesse fluttuanti nel tempo. Come dire che i ragazzi usano ciò
che hanno a disposizione, bene o male dipende da loro così come dalle
indicazioni che ricevono.
Sempre nella ricerca, i ragazzi
hanno dichiarato che nel 41% rinuncerebbero a una vacanza pur di non doversi
staccare dal web. Sembra enorme, e forse lo è, e ci dobbiamo interrogare al
riguardo; ma quanti adulti si sentono “nudi” se escono di casa la mattina
avendo dimenticato il cellulare sul tavolo della sala? Viviamo nello stesso
errore.
Qualche mattina fa, vicino alla
Stazione Centrale di Milano, in mezzo al viavai indaffarato della città mi sono
imbattuto in un ragazzo che abbracciava una ragazza e la baciava teneramente
stringendola a sé; le luci della vetrina di Zara facevano da spotlight
perfetto. Mi sono fermato un istante e me ne sono rallegrato. Riprendendo il
cammino ho osservato che i ragazzi non si baciano più nelle strade, ma nemmeno
nei cortili, negli androni delle case, negli angoli delle scuole. Con qualcosa
dovranno pur aver sostituito il bacio, diventato così demodé. È probabilmente
lo scambio dei corpi: nella sua forma carnale in un atto sempre più comandato,
dovuto e anticipato o in quella virtuale, col sexting online.
Mi piace immaginare che i due
della Stazione la sera abbiano anche chattato in Facebook, raccontandosi del
contrattempo con un esame, di un vecchio amico ritrovato, del nuovo panino di
Mac che spacca davvero, della prof di Italiano che è una tosta, dell’orario
dell’appuntamento la mattina successiva; in questo caso la tecnologia sarebbe
stata al servizio del loro amore, non sostitutiva.
È anche questo l’amore buono –
pleonastico dirlo – ai tempi di Facebook.
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mercoledì 21 dicembre 2011
lunedì 19 dicembre 2011
Lettere rubate, 18 dicembre 2011, http://www.ilfoglio.it/lettererubate/199
Affrontiamo la cosa:
invecchierete comunque, a prescindere dalle quantità industriali di retinolo A
che vi spalmate la sera, dagli idrossiacidi alfa e beta presenti nella crema
idratante, dal numero di vitamine, dai sieri della gioventù cui fate ricorso,
dalla quantità di verdure crude che mangiate ogni giorno. E inizierete a
domandarvi perché mai i giovani fan e le schiere dei loro idoli sembrano più
stupidi, volgari e odiosi di quanto non foste voi e i vostri beniamini.
Considerate i capelli verdi, i piercing sulle sopracciglia e quei ganci da
macellaio che si infilano nel naso come irrimediabilmente ripugnanti.
Fondamentalmente, non avrete la più pallida idea di come stanno veramente le
cose. I vostri figli adolescenti vi troveranno patetiche e voi non avrete
nessuna fiducia in persone al di sotto dei trent’anni.
Elizabeth Wurtzel, “Sono una
ragazza meravigliosa”
Come è evidente, questo libro è
di dieci anni fa: il retinolo A appartiene al passato, e la maggior parte della
ragazze con i piercing sulle sopracciglia li ha ormai tolti per andare a
conoscere i genitori del fidanzato nella tenuta di campagna. Il tempo passa e
ci scoraggia, e basta un attimo: ieri ci si chiudeva in camera urlando: vecchi!
vecchi! vecchi! ai genitori trentottenni che non ci permettevano di andare in
giro la notte, oggi ci si commuove per Fiorello che racconta l’eroismo dei
genitori alle cinque del mattino in macchina davanti alla discoteca in attesa
che la pischella esca, con i capelli stiratissimi dalla piastra. Anche senza
figli adolescenti che ci trovano patetici (vaporizzati, sciallati, evapora, non
t’accollà), anche con figli ancora piccoli che chiedono se per caso l’insalata
faccia dimagrire (“Perché lo chiedi?”. “Perché tu la stai mangiando”), lo
sguardo spietato dei ragazzini è un potente richiamo alla realtà. Adesso in
Francia ci sono tutte queste signore, più di trentamila, e migliaia in altri
paesi, che vanno in giro con protesi (seno finto) difettose che potrebbero
bucarsi da un momento all’altro e perdere silicone, quindi sono molto
arrabbiate e spaventate e hanno marciato (assai poppute) davanti al ministero
della Sanità, dicendo che vogliono essere tutelate e che non sono affatto
aspiranti soubrette “o peggio”. A parte lo snobismo che in Francia devono
manifestare in ogni circostanza, disprezzando le siliconate anche quando sono
siliconate in via di esplosione, pare che cinquecentomila francesi si siano
rifatte il seno, perché, pur essendo le più magre in Europa occidentale, non
sono mai contente e sono quindi grandi consumatrici di chirurgia plastica
(nonostante tutti gli anatemi di Inès de la Fressange: “E’ meglio fare l’amore
che gonfiarsi le labbra”). Si levigano, si gonfiano, si tirano (mica solo le
francesi), e a una cena fuori a cui si abbia timore di avere l’insalata fra i
denti ci si può agilmente specchiare in quelle fronti spaziose che riflettono
la luce, quindi le persemprelucide hanno in realtà un’utilità sociale, perché
si può lasciare con serenità la borsetta al guardaroba. Però, nonostante gli
occhi continuamente stupefatti e le iniezioni, non sono più tanto giovani, e le
pischelle e i pischelli lo sanno, dicono: buonasera signora, poi si chiudono in
camera a ridere. Il divario generazionale non è una questione di rughe o di
tette più o meno svettanti, e nemmeno di piastra compulsiva ai capelli: le
pischelle si fanno continuamente la piastra e fanno saltare la luce quando in
televisione c’è la Champions o “Come eravamo”, va bene, ma le maipiùpischelle
fanno molto di peggio. Io ho comprato una spazzola elettrica agli ioni negativi
che asciuga i capelli e dovrebbe ringiovanirli; la stavo usando, e ho visto una
levetta con scritto da una parte: destra e dall’altra: sinistra. L’ho azionata
mentre mi spazzolavo e ho rischiato di venire impiccata dalla spazzola, che ha
fatto dei giri velocissimi su se stessa trascinandomi per i capelli verso
l’alto e lasciandomi viva ma con un terzo dei capelli in meno, non ringiovaniti.
Il divario sta nel tentativo di essere qualcos’altro: loro che si spalmano
carrettate di eyeliner per sembrare più vissute, appena uscite da una notte
folle, noi che cerchiamo di nascondere le occhiaie da insonnia nervosa (molte
se le tolgono proprio, con dei buchi sotto gli occhi). La differenza è che loro
non sono mai patetiche.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
da Annalena
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«Tu, che volevi diventare madre» di Pino Morandini, 19-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
Facendo seguito alla vicenda
della sedicenne di Trento costretta ad abortire dai suoi genitori che, allo
scopo, si erano anche rivolti al giudice, ospitiamo l'intervento-appello del
vice presidente nazionale del Movimento per la Vita.
Amarissima la vicenda accaduta
nel mio Trentino, dove una minorenne incinta, decisamente intenzionata ad
accogliere suo figlio, alla fine ha abortito.
Amarissima non solo per il
sacrificio di un essere umano – e già questo basterebbe - non solo, per la
probabile sofferta pressione psicologica subita dalla gestante (altroché
libertà di non abortire); ma anche per il risvolto culturale che l’episodio
rivela ed al contempo ne è frutto. Nessun giudizio sulle persone, naturalmente.
Ma su una cultura e sui fatti che genera, esso è addirittura doveroso. A partire da quelli che hanno determinato
l’epilogo drammatico dell’amara vicenda: la morte di un figlio e l’assoluta
privazione per la madre della libertà di non abortire.
Questi decisivi eventi sono stati
avvolti, salvo nobili eccezioni, da un eloquente silenzio. Di lui, il
nascituro, non si deve parlare. Perché? Perché mette in discussione certe
“libertà”? Perché non avrebbe diritti?
Ma se è un essere umano spettano pure a lui almeno i diritti
fondamentali, a partire da quello alla vita o no? E, nel dubbio circa la sua
umanità – che qualcuno sistematicamente antepone – si adotta o no il principio
di precauzione per il quale nel dubbio si propende per la vita, tanto più di
chi è totalmente dipendente dagli altri?
E ad una donna, tanto più se
minorenne come nel caso di specie, che, in gravidanza difficile, esprime la
volontà di accogliere il proprio figlio, è o no doveroso offrirle tutto l’aiuto
possibile per assecondarla in quello che sente nel cuore (oltre che nel corpo)
come naturale desiderio? E’ o no l’alleanza con la vita fragile quella che
qualifica la nostra esistenza? Tanto più quando questa fragilità è estrema,
come nei casi di specie?
Ed invece no. Silenzi ambigui,
pressioni indicibili, fatte passare addirittura come “umanitarie”,
“ragionevoli”, supportati perfino da interventi di comprensione, di sostegno..
Ma così si stravolgono concetti fondamentali quali quello di amore, di pietà,
di diritto… Così si genera una cultura contro la vita più fragile ed indifesa
ammantandola addirittura di pietà!
Mi rivolgo a te, cara minorenne,
che hai perso il figlio non per volontà tua. Se fosse stato in gioco, anziché
un bimbo, un cucciolo di lince o di orso panda, la vicenda avrebbe
probabilmente avuto un esito positivo. Spero di cuore che non abbia a vivere
traumi da quest’esito da te non voluto o a rinfacciare domani a qualcuno
decisioni che questo ha assunto al tuo posto.
A questa tua solitudine che
immagino angosciante, a quella della tua famiglia, io e tutti noi volontari
siamo disponibili (335/8177338) per offrire una risposta. Senza giudizi – men
che meno quelli di un Tribunale – ma con Amore. Diversamente, anche per me,
questo S. Natale sarebbe molto, molto più amaro.
giovedì 15 dicembre 2011
Maternità & aborto: chi tutela le adolescenti? - Quando una minorenne rimane incinta spesso
resta sola in balìa della decisione di genitori e fidanzato E i giudici tutelari hanno armi
troppo spuntate per difenderle dalle pressioni, di Valentina Fizzotti,
Avvenire, 15 dicembre 2011
A Trento i genitori di Sara hanno
chiesto a un giudice di costringere la loro figlia ad abortire nel nome della «ragionevolezza»,
quella ragionevolezza secondo la quale una sedicenne non può avere un bambino, frutto
dell’amore avventato con un giovane albanese. L’epilogo «ragionevole» della
storia, con il giudice che ha rimesso la decisione alla ragazza e Sara che ha ceduto
al volere della famiglia, ha improvvisamente ricordato ai sostenitori del
«diritto all’aborto» che anche nel moderno Occidente spesso le donne non scelgono
liberamente di abortire, ma si abbandonano inermi al giudizio di chi – genitori,
fidanzato, operatori del consultorio – stabilisce per loro che l’interruzione
di gravidanza è la cosa giusta. E nonostante il matematico-tuttologo
Piergiorgio Odifreddi abbia rispolverato la provocazione, datata 1981, secondo
la quale i tribunali dovrebbero addirittura «impedire la procreazione», questa storia
ha dimostrato quanto sia risicato lo spazio dei magistrati per tutelare la
vita.
In fatto di aborto il Tribunale
dei minori non ha alcuna competenza. Il suo ruolo è limitato a verificare, se
interpellato, che la ragazza incinta non stia subendo maltrattamenti e di
conseguenza a decidere se togliere ai genitori la patria potestà. A poter essere
interpellato invece, nel caso in cui i genitori e la ragazza non siano
d’accordo, è il giudice tutelare. La
legge però lo costringe «a una strettoia», come spiega Giuseppe Anzani, ex
giudice tutelare del Tribunale di Milano. Anzani fu fra i firmatari di una
richiesta (bocciata) alla Corte Costituzionale in materia di obiezione di
coscienza per i giudici. La Corte chiarì che al giudice non spetta proteggere
la minore, né sostenerla, né offrirle soluzioni diverse dall’aborto. Il suo
compito è unicamente stabilire se la minorenne sa quello che sta facendo, al
pari di un adulto. «Di fatto però significa pollice verso o dritto – dice
Anzani – un fatto che interpella le nostre coscienze». Per questo, alla fine
chi non è disposto a trovarsi con le mani legate preferisce rinunciare
all’incarico e le posizioni proaborto rischiano di essere predominanti fra i giudici
tutelari.
Nella maggior parte dei casi il
giudice tutelare, dichiarandola in grado di decidere per sé, asseconda la
volontà della ragazza. Spesso quindi, al
di là delle proprie convinzioni personali, dà il via libera a un aborto senza
poter indagare (né tantomeno influire) sui condizionamenti che hanno portato
alla decisione di interrompere la gravidanza. Perché anche se in Italia sono
relativamente poche le minorenni che abortiscono, aumentano quelle che si
rivolgono ai Centri di aiuto alla vita per sfuggire alle pressioni di chi
chiede loro di rinunciare al bambino, come denuncia il presidente del Movimento
per la vita, Carlo Casini. Alle spalle famiglie sfasciate da un divorzio o dall’indigenza,
ma anche benestanti e legate all’onore sociale, in una evidente emergenza
educativa nella quale non si riesce più a insegnare il valore dell’amore, e neppure
quello dell’accoglienza.
Nel 2008 a Pordenone una quindicenne
si rivolse al giudice per riuscire a difendere davanti ai genitori il suo
diritto a non abortire – «credo in Dio e non potrei sopportare il dolore di un
altro allontanamento», disse: aveva già dato in adozione un altro bambino. In
alcuni – rari – casi, invece, il giudice ha preso le parti dei genitori, come accadde
nel 2007 a Torino, dove una tredicenne fu obbligata per sentenza ad abortire e
poi tentò di togliersi la vita. Eppure secondo la legge 194 del 1978 nessuno
può obbligare una donna ad abortire, neppure i suoi genitori. Sempre a Torino
l’anno scorso una sedicenne, con l’aiuto di una professoressa e dei volontari
del Centro di aiuto alla vita, è scappata in pigiama dall’ospedale Sant’Anna
dove la famiglia l’aveva trascinata per farle abortire il figlio concepito con
il fidanzato sudamericano. Dopo un rocambolesco intervento della polizia, la
fuga e l’accoglienza nel Cav, quel bambino è nato ed è stato amato anche dai nonni
che avevano tanto osteggiato la sua nascita.
Alla fine quello che serve alle
donne, di tutte le età – racconta Paola Bonzi, fondatrice del Cav della Clinica
Mangiagalli di Milano – è soprattutto qualcuno che le ascolti e le sostenga». E
quel qualcuno può essere anche un giudice tutelare. Come è successo a una
ragazza milanese, che qualche anno fa, accompagnata dalla madre, si rivolse al
tribunale perché voleva abortire ma il padre era contrario. Prima di
pronunciare il suo verdetto il magistrato scelse di parlare con la famiglia al completo.
E adesso il bambino che era in quella pancia va alle elementari.
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mercoledì 14 dicembre 2011
Droga: la cultura
della vita contro lo sballo, 13 dicembre 2011, http://www.corrispondenzaromana.it
(di Federico Catani)
Promuovere la vita attraverso norme adeguate diventa sempre più urgente per
difendere i giovani dalla cultura dello sballo a tutti i costi. Secondo la
Relazione annuale 2011 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle
tossicodipendenze (Oedt) sta crescendo in modo esponenziale l’immissione sul
mercato di nuove sostanze stupefacenti non controllate, ma spesso vendute come
“droghe legali”.
Quest’anno sono state segnalate ben 39 nuove sostanze e 600
rivenditori on line di questi prodotti. In base a quanto riferisce l’Oedt, «i
produttori utilizzano tecniche sofisticate per aggirare le normative volte a
prevenire la diversione dei precursori», ricorrendo ad esempio al «loro
mascheramento come sostanze chimiche non controllate, da riconvertire dopo
l’importazione».
I dati del consumo di droghe in Europa sono drammatici. Da
alcuni anni i decessi legati all’eroina e ad altri oppiacei si aggirano attorno
ai 10 mila. Facendo riferimento al 2009, si calcola che sono oltre 23 milioni
gli europei che hanno provato una droga sintetica, 11 milioni hanno consumato
ecstasy, 14,5 milioni hanno usato cocaina e circa 12,5 milioni hanno assunto
anfetamine. Certo, la crisi economica ha portato a una riduzione dell’utilizzo
di queste sostanze.
Tuttavia, la situazione attuale non è affatto da
sottovalutare. Infatti, accanto al consumo di droghe, cresce sempre più lo
sballo dei ragazzi, specie nel fine settimana. L’alcolismo è ormai sempre più
diffuso tra le giovani generazioni. In Italia circa il 15% dei giovani si
ubriaca almeno una volta in tre mesi: si tratta perciò di un fenomeno
tutt’altro che marginale. I motivi della ricerca spasmodica dello sballo
attraverso l’abuso di bevande alcoliche e sostanze stupefacenti sono noti.
Per alcuni è forte il disagio esistenziale, anche a causa
della mancanza di valide figure di riferimento e di valori forti cui
aggrapparsi. Il bere troppo e in gruppo, ma in realtà soli con se stessi,
nonostante la contiguità con gli amici, è dovuto all’assenza di relazioni
significative. Lo sballo serve dunque per anestetizzare il dolore interiore e
la noia di vivere.
Di fronte a una realtà simile,
mentre personaggi influenti e popolari come Roberto Saviano arrivano a chiedere
la legalizzazione delle droghe leggere, è più che mai urgente ribadire la
verità e difendere un’autentica cultura della vita. (Federico Catani)
lunedì 12 dicembre 2011
domenica 11 dicembre 2011
Giovani & sesso: le scorciatoie che non educano di Antonella
Mariani - Quello di Fiorello? Un
messaggio irresponsabile, frutto della mancanza di considerazione per l’educazione all’affettività. Intanto un cammino formativo coinvolge 300 tutor che incontrano i ragazzi di medie e superiori italiane, Avvenire, 8 dicembre 2011-12-11
Il «rap del preservativo» di Fiorello?
Un messaggio non di responsabilità, ma di deresponsabilizzazione. «Come quei
padri che il sabato sera infilano il condom nel taschino della giacca dei
figli: non c’è nulla di educativo, in un gesto così»: ad Alberto Pellai, medico
e scrittore, autore di decine di libri sull’educazione – anche sessuale – dei
bambini e degli adolescenti, lo show dell’artista siciliano, lunedì sera su
Rai1, è sembrato una delle tante scorciatoie che gli adulti percorrono con i
ragazzi. Come dire: «Corri finché vuoi, basta che ti allacci le cinture», oppure
«Bevi quello che ti va ma poi non guidare». «L’ansia degli adulti – spiega
Pellai – è di prevenire i problemi che derivano da comportamenti a rischio. Ci
si preoccupa poco, invece, di dare agli adolescenti una traccia per capire e
dare un senso a situazioni complesse come quelle legate alla sessualità». Suggerire
il «preservativo salvapischelli», come ha fatto Fiorello davanti a milioni di
telespettatori, è far vincere la logica del disimpegno, del tamponare il rischio,
«svalutando la capacità dei ragazzi di comprendere e dare senso alle cose che
vivono». Il problema, dunque, non è «fare sesso o non farlo», ma «perché lo fai?
E aiutarli a capire», conclude Pellai. n effetti, la tendenza emersa negli
ultimi anni è di coinvolgere i ragazzi in programmi scolastici di educazione
sessuale puramente funzionali, in risposta a un pressante e ciclico allarme
(non si sa quanto interessato...) sulla diffusione di malattie sessualmente
trasmesse tra i più giovani. Nelle scuole medie inferiori e superiori sono gettonati
i corsi gestiti dai consultori delle Asl, in cui il focus è sulla prevenzione
delle gravidanze indesiderate e delle infezioni e non certo su una vera educazione
a vivere con equilibrio e rispetto la propria sessualità. E se qualcuno, anche nel
mondo cattolico, prova a offrire un’altra strada, allora è la Chiesa che si oppone
all’educazione sessuale, perché incapace di avere «una visione dell’essere
umano come intero», come ha scritto il 2 dicembre Chiara Saraceno su la
Repubblica. Niente di più falso, fin dai tempi della Teologia del corpo di
Giovanni Paolo II, in cui la sessualità viene descritta al servizio delle relazioni,
e non viceversa, come spesso accade oggi. Quel che si contesta, semmai, è l’impostazione
della stragrande maggioranza dei corsi che vengono proposti nelle scuole. «Un’educazione
sessuale che non tenga conto degli aspetti biologici, emotivi, psicologici, affettivi
e relazionali degli adolescenti è come affidare una Ferrari a un neopatentato»,
osserva Donatella Mansi, ginecologa nel consultorio diocesano di Salerno e
presidente di Teen Star Italia, un cammino formativo di educazione all’affettività
e alla sessualità nato in ambito internazionale che sta decollando anche in
Italia. «I nostri adolescenti hanno un bisogno enorme di educazione – continua
Donatella Mansi –. Sono bombardati di informazioni in cui la sessualità viene
vista solo come strumento di piacere. Le ragazze non sanno nulla di come sono fatte
né della loro capacità generativa». Teen
Star Italia al momento si sta concentrando sulla formazione dei tutor, d’intesa
con l’Università Cattolica, che poi dovranno andare nelle scuole e negli
oratori a incontrare i genitori, gli educatori e soprattutto i ragazzi. Corsi
sono già stati proposti in diverse città come Napoli, Milano, Varese, Torino e
Roma e in diocesi come quella di Poggio Mirteto. Finora sono già 300 i tutor
che si sono formati e diverse centinaia gli studenti di scuola media superiore
e inferiore incontrati. egli incontri le
ragazze imparano a riconoscere i segni della propria fertilità e i ragazzi a
conoscere il proprio corpo e «la potenzialità genitoriale che è inscritta in ciascuno
di loro, ponendosi N domande di senso sulla propria vita e capendo che in tutte
le relazioni con i coetanei, la famiglia, i docenti, il ragazzo, la ragazza
sono esseri sessuati e che c’è un nesso inscindibile tra razionalità, emozioni
e sentimenti». Questa, in effetti, è vera educazione.
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lunedì 5 dicembre 2011
Salute: l'84% dei giovani si informa online di Redazione
InformaSalus.it, 30/11/2011, http://www.informasalus.it
La grande maggioranza dei giovani
che frequenta il web lo utilizza anche per acquisire informazioni sulla salute
o su altre notizie scientifiche. L'84% di un campione composto in prevalenza di
persone tra i 18 e i 35 anni preferisce infatti aggiornarsi o 'chiarirsi le
idee' consultando i media online piuttosto che quelli 'tradizionali' come
stampa, radio e tv.
È
quanto emerge dall'indagine 'L'informazione medico-scientifica nell'era
digitale' realizzata da Eikon Strategic Consulting.
Secondo la ricerca, i siti web
considerati più attendibili dagli intervistati per acquisire informazioni
medico-scientifiche sono i siti di informazione scientifica (80%), quelli delle
associazioni mediche (80%) ed i siti web delle associazioni di pazienti (65%).
Le informazioni divulgate da
stampa e radiotelevisione vengono invece considerate affidabili soltanto dal
48% degli intervistati, ma sono comunque considerate più attendibili di quelle
che si trovano in forum, social network e blog.
L'indagine è stata presentata
oggi nell'ambito della cerimonia di premiazione della quarta edizione del
Premio Giornalistico “Riccardo Tomassetti”, dedicato alla memoria di Riccardo
Tomassetti, giornalista scientifico scomparso nel 2007, a soli 39 anni.
martedì 8 novembre 2011
Uno su quattro non studia e non lavora Bankitalia fotografa i giovani
"Neet" - Il fenomeno contagia anche il Nord e il
Centro Delusione boom tra le donne di Valentina Conte, La Repubblica, 8
novembre 2011
ROMA - Quasi un ragazzo su
quattro, tra i 15 e i 29 anni, non studia, non lavora, non segue neanche uno
straccio di corso di formazione. E vive a casa con mamma e papà. Si chiamano
Neet - acronimo inglese che sta per "Not in education, employment or
training" - e nel nostro Paese, secondo quanto calcolato dalla Banca
d´Italia nel rapporto sulle Economie regionali, sono 2,2 milioni. Il 23,4%
degli under 30 italiani è dunque fermo. Non pensa neanche di imparare un
mestiere. Più di mezzo milione vive in famiglie dove nessuno dei componenti ha
occupazione.
Un fenomeno in crescita, se si
pensa che tra il 2005 e il 2008 i Neet erano meno di due milioni, il 20% dei
coetanei. Poi nel 2010 il balzo alla cifra record. Certo, la crisi. Che spinge
i più giovani alla resa. Aumentano al Nord e al Centro, finora meno permeabili
al "virus". Mentre il Sud è stabile. Ma già prima dello tsunami
finanziario ed economico degli ultimi anni, i neet da Napoli in giù pesavano
per il 30%. E ora sono più della metà del totale italiano: 1,2 milioni dei
"né lavoro, né studio, né formazione" vive al Mezzogiorno o nelle
nostre isole (il 32,3%). Uno scoraggiamento diffuso, dunque. Unito alla
mancanza di stimoli di un´economia bloccata. E che coinvolge, specie nel Sud,
ragazze e ragazzi sempre più in egual misura. A livello nazionale, tuttavia, le
donne (il 26% delle under 30 è Neet) superano gli uomini (20%).
Attenzione, però. «La condizione
di Neet è solo in parte collegata al fenomeno della disoccupazione», avverte la
Banca d´Italia. Nel 2008 il 30,8% dei Neet era alla ricerca di un lavoro (il
25,3% tra le donne). O almeno ha fatto un tentativo. E questa quota è salita al
33,8% nel 2010. In particolare, al 40% nel Nord ovest e nelle regioni centrali.
Al 38% nel Nord est. Mentre al Sud - «dove la partecipazione al mercato del
lavoro è inferiore per tutte le fasce d´età», spiega Bankitalia - non arrivava
al 30%. Un terzo, dunque, di questi ragazzi ci prova. Cerca e non trova lavoro.
E poi si scoraggia. Non torna sui banchi di scuola. Non si iscrive
all´università. Non frequenta corsi professionali.
Colpisce il livello di
istruzione. Nel 2010 l´incidenza dei Neet sui non diplomati era del 24,8%:
quasi uno su quattro ha la licenza media o elementare, per lo più concentrati
nella fascia "giovane" degli under 30. Tra i diplomati, il peso dei
Neet si attestava invece al 21,9%. Altrettanto forte, nonostante il titolo di
studio più avanzato e la maggiore età (tra i 25 e i 29 anni). Se poi si allarga
la fascia di investigazione - osservano i ricercatori di Bankitalia -
espandendola fino ai 35 anni e includendo così i laureati e gli specializzati,
ecco la sorpresa. Il 20,5% dei "dottori" è un Neet: meno del 15% al
Nord, oltre il 30% al Sud.
«La condizione di Neet non è
necessariamente permanente», si legge nel rapporto. Prima della crisi, tra il
2007 e il 2008, il 32% dei giovani ne usciva nei dodici mesi successivi. Nel
2009, la percentuale era però calata al 28,8%. La controprova è nel passaggio
verso un´occupazione. Anche questo in discesa, purtroppo. Tra il 2008 e il 2010
le transizioni al mondo del lavoro sono scese dal 74,5 al 69,5%. Cresciute,
invece, quelle verso attività formative, dal 25,5 al 30,5%
martedì 20 settembre 2011
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