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giovedì 12 aprile 2012


DATI ISTAT/ L’esperto: alcol, ecco perché i più giovani sono a rischio - INT. Mario Pollo, mercoledì 11 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Secondo i dati forniti dal rapporto Istat sull’uso e l’abuso di alcol nel nostro Paese, sono oltre otto milioni gli italiani a rischio, soprattutto giovani e giovanissimi sotto i 15 anni. Le persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol è pari al 66,9% nel 2011, un dato che risulta di circa cinque punti percentuali inferiore a quello registrato dieci anni prima. Sono però in aumento coloro che dichiarano di consumare alcolici al di fuori dei pasti (27,7%), a dimostrazione dell’avvenuto cambiamento del consumo tradizionale di bevande alcoliche: «E’ la conferma della transizione da una cultura cosiddetta “bagnata” di tipo mediterraneo a una cultura “asciutta” di tipo nordeuropeo – ci spiega Mario Pollo, professore di Pedagogia generale e sociale alla Lumsa di Roma –. Stiamo infatti passando da un consumo alimentare dell’alcol a un consumo prevalentemente concentrato nel tempo libero. E’ un dato che trova conferma soprattutto nelle nuove generazioni, che lentamente si stanno spostando verso questo modello».
Il rapporto Istat mostra poi che le fasce di popolazione i cui i comportamenti a rischio sono più frequenti sono gli adolescenti dagli 11 ai 14 anni (14,1% dei maschi e 8,4% delle femmine), i giovani dai 18 ai 24 anni (22,8% dei maschi e l’8,4% delle femmine) e gli anziani over 65 (43% degli uomini e il 10,9% delle donne). «Queste fasce sono comunque molto diverse tra loro – continua a spiegare il professor Pollo –, perché nel caso degli ultra 65enni le quantità di alcolici consumate sono quelle che erano ritenute normali nella cultura italiana tradizionale. Le dosi che popolarmente erano ritenute adeguate sono infatti in molti casi notevolmente più abbondanti di quelle che sono le unità alcoliche considerate a rischio. Per fare un esempio, una persona con più di 65 anni che consuma due bicchieri di vino da 125 ml a pasto, alla fine della giornata ne avrà bevuto mezzo litro, e nella cultura tradizionale una quantità del genere fa parte di un bere moderato. E’ ovvio quindi che ci troviamo di fronte a persone anziane che non conoscono le giuste quantità di alcolici da consumare senza incorrere in rischi per la propria salute».
Nonostante sia in aumento la quota di coloro che consumano alcolici fuori dai pasti, diminuisce rispetto a dieci anni fa il numero di persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol (72% nel 2001, 66,9% nel 2011): «Riguardo questo dato – commenta il professor Pollo – potrebbe aver influito negli ultimi anni una maggiore azione di prevenzione, rivolta in particolare alle fasce giovanili della società. Si potrebbe quindi pensare che le diverse campagne portate avanti negli ultimi anni abbiano prodotto un qualche effetto, tenendo anche conto del fatto che l’educazione alla salute e i rischi dell’uso e l’abuso di sostanze alcoliche sono alcuni dei temi trattati maggiormente». Chiediamo infine al professor Pollo in che modo è possibile allontanare i giovani, che scoprono l’alcol in età sempre più precoce, da un modello rischioso come quello della cultura “asciutta” e farli avvicinare magari non a un astinenza totale, ma a un reale consumo responsabile di alcolici: «Occorre riprendere un’educazione del bere secondo i modelli della nostra cultura, quindi un bere responsabile inserito nell’alimentazione. Sono convinto che se si riuscisse ad educare i giovani non all’astinenza ma a un bere responsabile, facendo loro apprezzare gli abbinamenti con i cibi, la qualità delle bevande e facendo capire quali sono quelle più dannose, allora la situazione potrebbe davvero migliorare».

(Claudio Perlini)     


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giovedì 22 marzo 2012


Prevenzione tra i giovanissimi e diagnosi precoce - Dipendenza sommersa. E non chiamatelo «gioco» di Chino Pezzoli, 22 marzo 2012, http://www.avvenire.it/

Il gioco d’azzardo è davvero una grande emergenza, che genera terribili dipendenze compulsive. Ed è importante e utile che questo giornale continui a pubblicare servizi e a mettere in allerta famiglie e istituzioni. Noi che operiamo nell’area delle dipendenze (droga e alcol), ci siamo accorti da tempo che il gioco d’azzardo riserva ai giocatori gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti e ha le sue vittime sia tra i giovani sia tra gli adulti.

Gli studi condotti in diverse parti del mondo ribadiscono l’accresciuta pericolosità del nuovo gioco d’azzardo. Sono state indicate tre variabili principali, che sembrano aver contribuito all’aumento del gioco tra le fasce adulte e giovanili: la crescente liberalizzazione e maggiore tolleranza nonché l’incoraggiamento verso questa pratica sviluppatasi in questi ultimi anni e percepita come innocua; la ritardata consapevolezza del problema; la scarsa attenzione ai programmi per pervenire a una coscienza collettiva sui problemi legati al gioco. Il fenomeno, inoltre, lo si conosce poco, né gode di prevenzione e di cura riabilitativa.

La fiducia nella fortuna è una caratteristica arcaica dell’uomo. Il gioco d’azzardo è una gara in cui si cerca di vincere non l’avversario, ma il proprio destino. Anche in questi giochi, detti «sociali», in chi gioca c’è l’illusione del "controllo" della situazione e l’aspettativa di un successo personale quasi certo. Inoltre, si stima purtroppo che circa il 6-10% dei frequentatori delle sale siano minorenni. Alcuni psicologi hanno condotto uno studio sugli adolescenti di 13 e 14 anni dediti al gioco d’azzardo, evidenziando alcuni fattori di rischio: l’inesperienza, il desiderio di sconfiggere la noia, il piacere di avere facili ricompense, le gratificazioni economiche immediate.

Conoscere le fragilità dei ragazzi può servire per prevenire eventuali patologie o dipendenze. Se è vero che il gioco parte da aspetti ludico-ricreativi che possono essere altamente piacevoli e addirittura consigliabili, può, in alcune situazioni personali, portare a una condizione di dipendenza patologica. Gli educatori vigilino sempre sul tipo di gioco che i ragazzi intraprendono, sapendo che quelli in cui ci sono di mezzo i soldi sono trappole da evitare, e che spesso sono gli adulti i cattivi maestri. Il gioco d’azzardo patologico rimane ancora oggi nell’immaginario sociale un fenomeno più associato al "vizio" o alla "cattiva volontà" che non alla malattia.

A livello epidemiologico, si stima che l’80% della popolazione abbia giocato almeno una volta nella vita ai giochi cosiddetti "leciti" (slot machine, gratta-e-vinci, lotto, bingo) e che circa il 17-20% abbia un rapporto problematico con il gioco a rischio, tale da trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Il gioco d’azzardo purtroppo è considerato da pochi un’emergenza sociale. È una dipendenza, in parte ancora "sommersa", quindi un fenomeno ancora sottostimato, non riconosciuto come malattia. Credo, inoltre, che un certo numero di genitori sia inconsapevole di quel che accade ai figli. La stessa parola "gioco" li tranquillizza. Dovremmo promuovere azioni d’informazione attraverso i mass-media sui rischi del gioco d’azzardo, informare le famiglie su questa nuova forma di dipendenza, ottenere una diagnosi precoce del problema per poi accedere alla cura.

giovedì 19 gennaio 2012


FACEBOOK/ Quei giovani che chattano di amore senza realtà Luigi Ballerini giovedì 19 gennaio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Giovani a Ponte Milvio, Roma (InfoPhoto) Approfondisci NAUFRAGIO GIGLIO/ Schettino e Giampetroni, due facce di un unico dramma. di L. Doninelli SOFRI LIBERO/ Farina: un’occasione per superare il clima di vendetta
L’amore ai tempi di Facebook. Fosse amore! Invece è spesso sexting e coinvolge drammaticamente i più piccoli: parliamo di medie, ma anche elementari.
Il neologismo, dato dalla crasi fra sex e texting, racconta del fenomeno di inviare foto e testi sessualmente espliciti tramite i mezzi informatici. Sono i videofonini a far da padroni, quei minicomputer portatili che i ragazzi hanno in mano e che sono autosufficienti allo scopo: fanno foto e video, li caricano in rete, aggiungono frasi maliziose e rispondono ai contatti che chiedono di più.
La cronaca ne sta segnalando un numero crescente, con la Polizia Postale e delle Comunicazioni in prima linea ad identificare i relativi siti e a prendere provvedimenti sanzionatori e deterrenti. Da Catania hanno ritrovato un sito di ragazze adolescenti ritratte nude e in pose esplicite messo online da un intraprendente “amico” quattordicenne tramite il server della biblioteca comunale (nella speranza di non farsi identificare).
Una bambina laziale di dieci anni (ma i grandi non sapevano che era su FB?) ha invece postato su Facebook una sua foto osé scattata in bagno davanti allo specchio; pare sia stata visitata da molti prima che la polizia sia intervenuta ad oscurare la pagina.
Storie così, sotterranee e lontane dalla nostra visibilità, ce ne sono molte, probabilmente.
Tutto ciò ha a che fare col corpo, anzi col corpo pensato, prima che con la tecnologia.
Non possiamo non considerare, vista l’età, una componente fortemente imitativa di modelli proposti e a loro modo imposti dagli adulti. Ne è zeppa la tele, la rete, i giornali, le pubblicità nelle strade. È infatti proprio dei bambini voler crescere, pensarsi grandi, anche travestirsi: insomma fare un po’ di prove generali. I bambini indossano il cappello di papà con la stessa nonchalance con cui infilerebbero l’elmo di Achille e le bambine salgono ancora sui tacchi delle mamme per vedere come ci si sente.
Diventare grandi, oggi, per molti coincide col diventare sexy, usare il corpo solamente nella sua immagine per attrarre a sé. Una deriva narcisistica della cultura individuale e sociale che nega come il corpo sia molto di più della sua pura apparenza: se guidate dal pensiero le gambe sanno correre verso gli amici veri, le braccia stringere altri corpi in un abbraccio di riconoscenza, gli occhi scorrere sulle pagine di un libro che non riusciamo a lasciar lì, lo stomaco sa convertire in nutrimento il piacere di una cena insieme.
C’è sexting quando non c’è più il reale, quando il corpo viene virtualizzato, quando solo Photoshop sa davvero renderlo come dovrebbe essere. C’è sexting quando non ci sono amici, quando tutti possono vedere tutto perché non c’è più preferenza, non esiste più quell’intimità speciale che si accorda a chi se ne rende degno. C’è sexting quando il corpo sessuato non può che fare-imitare-suscitare-idolatrare “quello”, un atto dovuto e necessario da consumarsi all’istante, piuttosto che un atto libero e da darsi a suo tempo.
Un articolo de La Stampa a firma Giuseppe Bottero riporta un’interessante ricerca fatta da Ericsson e presentata all’ultimo CES di Las Vegas, la kermesse mondiale dell’elettronica: Amore e Facebook nella fascia 13-17 anni. Balza agli occhi come il corteggiamento, dopo un primo incontro dal vivo, avvenga in rete con messaggi e poke fino alla dichiarazione online certificata dal cambiamento di stato da “single” a “impegnato” per arrivare a “fidanzato”. Fino a diciassette anni esiste solo FB per queste faccende, da lì in poi si attivano anche le mail documentandoci come i diversi mezzi tecnologici hanno diverse età di fruizione ed utilizzo, modalità esse stesse fluttuanti nel tempo. Come dire che i ragazzi usano ciò che hanno a disposizione, bene o male dipende da loro così come dalle indicazioni che ricevono.
Sempre nella ricerca, i ragazzi hanno dichiarato che nel 41% rinuncerebbero a una vacanza pur di non doversi staccare dal web. Sembra enorme, e forse lo è, e ci dobbiamo interrogare al riguardo; ma quanti adulti si sentono “nudi” se escono di casa la mattina avendo dimenticato il cellulare sul tavolo della sala? Viviamo nello stesso errore.
Qualche mattina fa, vicino alla Stazione Centrale di Milano, in mezzo al viavai indaffarato della città mi sono imbattuto in un ragazzo che abbracciava una ragazza e la baciava teneramente stringendola a sé; le luci della vetrina di Zara facevano da spotlight perfetto. Mi sono fermato un istante e me ne sono rallegrato. Riprendendo il cammino ho osservato che i ragazzi non si baciano più nelle strade, ma nemmeno nei cortili, negli androni delle case, negli angoli delle scuole. Con qualcosa dovranno pur aver sostituito il bacio, diventato così demodé. È probabilmente lo scambio dei corpi: nella sua forma carnale in un atto sempre più comandato, dovuto e anticipato o in quella virtuale, col sexting online.
Mi piace immaginare che i due della Stazione la sera abbiano anche chattato in Facebook, raccontandosi del contrattempo con un esame, di un vecchio amico ritrovato, del nuovo panino di Mac che spacca davvero, della prof di Italiano che è una tosta, dell’orario dell’appuntamento la mattina successiva; in questo caso la tecnologia sarebbe stata al servizio del loro amore, non sostitutiva.
È anche questo l’amore buono – pleonastico dirlo – ai tempi di Facebook.

lunedì 19 dicembre 2011


Lettere rubate, 18 dicembre 2011, http://www.ilfoglio.it/lettererubate/199

Affrontiamo la cosa: invecchierete comunque, a prescindere dalle quantità industriali di retinolo A che vi spalmate la sera, dagli idrossiacidi alfa e beta presenti nella crema idratante, dal numero di vitamine, dai sieri della gioventù cui fate ricorso, dalla quantità di verdure crude che mangiate ogni giorno. E inizierete a domandarvi perché mai i giovani fan e le schiere dei loro idoli sembrano più stupidi, volgari e odiosi di quanto non foste voi e i vostri beniamini. Considerate i capelli verdi, i piercing sulle sopracciglia e quei ganci da macellaio che si infilano nel naso come irrimediabilmente ripugnanti. Fondamentalmente, non avrete la più pallida idea di come stanno veramente le cose. I vostri figli adolescenti vi troveranno patetiche e voi non avrete nessuna fiducia in persone al di sotto dei trent’anni.
Elizabeth Wurtzel, “Sono una ragazza meravigliosa”

Come è evidente, questo libro è di dieci anni fa: il retinolo A appartiene al passato, e la maggior parte della ragazze con i piercing sulle sopracciglia li ha ormai tolti per andare a conoscere i genitori del fidanzato nella tenuta di campagna. Il tempo passa e ci scoraggia, e basta un attimo: ieri ci si chiudeva in camera urlando: vecchi! vecchi! vecchi! ai genitori trentottenni che non ci permettevano di andare in giro la notte, oggi ci si commuove per Fiorello che racconta l’eroismo dei genitori alle cinque del mattino in macchina davanti alla discoteca in attesa che la pischella esca, con i capelli stiratissimi dalla piastra. Anche senza figli adolescenti che ci trovano patetici (vaporizzati, sciallati, evapora, non t’accollà), anche con figli ancora piccoli che chiedono se per caso l’insalata faccia dimagrire (“Perché lo chiedi?”. “Perché tu la stai mangiando”), lo sguardo spietato dei ragazzini è un potente richiamo alla realtà. Adesso in Francia ci sono tutte queste signore, più di trentamila, e migliaia in altri paesi, che vanno in giro con protesi (seno finto) difettose che potrebbero bucarsi da un momento all’altro e perdere silicone, quindi sono molto arrabbiate e spaventate e hanno marciato (assai poppute) davanti al ministero della Sanità, dicendo che vogliono essere tutelate e che non sono affatto aspiranti soubrette “o peggio”. A parte lo snobismo che in Francia devono manifestare in ogni circostanza, disprezzando le siliconate anche quando sono siliconate in via di esplosione, pare che cinquecentomila francesi si siano rifatte il seno, perché, pur essendo le più magre in Europa occidentale, non sono mai contente e sono quindi grandi consumatrici di chirurgia plastica (nonostante tutti gli anatemi di Inès de la Fressange: “E’ meglio fare l’amore che gonfiarsi le labbra”). Si levigano, si gonfiano, si tirano (mica solo le francesi), e a una cena fuori a cui si abbia timore di avere l’insalata fra i denti ci si può agilmente specchiare in quelle fronti spaziose che riflettono la luce, quindi le persemprelucide hanno in realtà un’utilità sociale, perché si può lasciare con serenità la borsetta al guardaroba. Però, nonostante gli occhi continuamente stupefatti e le iniezioni, non sono più tanto giovani, e le pischelle e i pischelli lo sanno, dicono: buonasera signora, poi si chiudono in camera a ridere. Il divario generazionale non è una questione di rughe o di tette più o meno svettanti, e nemmeno di piastra compulsiva ai capelli: le pischelle si fanno continuamente la piastra e fanno saltare la luce quando in televisione c’è la Champions o “Come eravamo”, va bene, ma le maipiùpischelle fanno molto di peggio. Io ho comprato una spazzola elettrica agli ioni negativi che asciuga i capelli e dovrebbe ringiovanirli; la stavo usando, e ho visto una levetta con scritto da una parte: destra e dall’altra: sinistra. L’ho azionata mentre mi spazzolavo e ho rischiato di venire impiccata dalla spazzola, che ha fatto dei giri velocissimi su se stessa trascinandomi per i capelli verso l’alto e lasciandomi viva ma con un terzo dei capelli in meno, non ringiovaniti. Il divario sta nel tentativo di essere qualcos’altro: loro che si spalmano carrettate di eyeliner per sembrare più vissute, appena uscite da una notte folle, noi che cerchiamo di nascondere le occhiaie da insonnia nervosa (molte se le tolgono proprio, con dei buchi sotto gli occhi). La differenza è che loro non sono mai patetiche.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
da Annalena

Minorenni incinte? Sempre di più. Ma sempre meno diventano mamme


Casa Bianca contro la pillola del giorno dopo



«Tu, che volevi diventare madre» di Pino Morandini, 19-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Facendo seguito alla vicenda della sedicenne di Trento costretta ad abortire dai suoi genitori che, allo scopo, si erano anche rivolti al giudice, ospitiamo l'intervento-appello del vice presidente nazionale del Movimento per la Vita.

Amarissima la vicenda accaduta nel mio Trentino, dove una minorenne incinta, decisamente intenzionata ad accogliere suo figlio, alla fine ha abortito.

Amarissima non solo per il sacrificio di un essere umano – e già questo basterebbe - non solo, per la probabile sofferta pressione psicologica subita dalla gestante (altroché libertà di non abortire); ma anche per il risvolto culturale che l’episodio rivela ed al contempo ne è frutto. Nessun giudizio sulle persone, naturalmente. Ma su una cultura e sui fatti che genera, esso è addirittura doveroso.  A partire da quelli che hanno determinato l’epilogo drammatico dell’amara vicenda: la morte di un figlio e l’assoluta privazione per la madre della libertà di non abortire.

Questi decisivi eventi sono stati avvolti, salvo nobili eccezioni, da un eloquente silenzio. Di lui, il nascituro, non si deve parlare. Perché? Perché mette in discussione certe “libertà”? Perché non avrebbe diritti?  Ma se è un essere umano spettano pure a lui almeno i diritti fondamentali, a partire da quello alla vita o no? E, nel dubbio circa la sua umanità – che qualcuno sistematicamente antepone – si adotta o no il principio di precauzione per il quale nel dubbio si propende per la vita, tanto più di chi è totalmente dipendente dagli altri?

E ad una donna, tanto più se minorenne come nel caso di specie, che, in gravidanza difficile, esprime la volontà di accogliere il proprio figlio, è o no doveroso offrirle tutto l’aiuto possibile per assecondarla in quello che sente nel cuore (oltre che nel corpo) come naturale desiderio? E’ o no l’alleanza con la vita fragile quella che qualifica la nostra esistenza? Tanto più quando questa fragilità è estrema, come nei casi di specie?

Ed invece no. Silenzi ambigui, pressioni indicibili, fatte passare addirittura come “umanitarie”, “ragionevoli”, supportati perfino da interventi di comprensione, di sostegno.. Ma così si stravolgono concetti fondamentali quali quello di amore, di pietà, di diritto… Così si genera una cultura contro la vita più fragile ed indifesa ammantandola addirittura di pietà!

Mi rivolgo a te, cara minorenne, che hai perso il figlio non per volontà tua. Se fosse stato in gioco, anziché un bimbo, un cucciolo di lince o di orso panda, la vicenda avrebbe probabilmente avuto un esito positivo. Spero di cuore che non abbia a vivere traumi da quest’esito da te non voluto o a rinfacciare domani a qualcuno decisioni che questo ha assunto al tuo posto.

A questa tua solitudine che immagino angosciante, a quella della tua famiglia, io e tutti noi volontari siamo disponibili (335/8177338) per offrire una risposta. Senza giudizi – men che meno quelli di un Tribunale – ma con Amore. Diversamente, anche per me, questo S. Natale sarebbe molto, molto più amaro.

giovedì 15 dicembre 2011


Maternità & aborto: chi tutela le adolescenti? -  Quando una minorenne rimane incinta spesso resta sola in balìa della decisione di genitori  e fidanzato E i giudici tutelari hanno armi troppo spuntate per difenderle dalle pressioni, di Valentina Fizzotti, Avvenire, 15 dicembre 2011

A Trento i genitori di Sara hanno chiesto a un giudice di costringere la loro figlia ad abortire nel nome della «ragionevolezza», quella ragionevolezza secondo la quale una sedicenne non può avere un bambino, frutto dell’amore avventato con un giovane albanese. L’epilogo «ragionevole» della storia, con il giudice che ha rimesso la decisione alla ragazza e Sara che ha ceduto al volere della famiglia, ha improvvisamente ricordato ai sostenitori del «diritto all’aborto» che anche nel moderno Occidente spesso le donne non scelgono liberamente di abortire, ma si abbandonano inermi al giudizio di chi – genitori, fidanzato, operatori del consultorio – stabilisce per loro che l’interruzione di gravidanza è la cosa giusta. E nonostante il matematico-tuttologo Piergiorgio Odifreddi abbia rispolverato la provocazione, datata 1981, secondo la quale i tribunali dovrebbero addirittura «impedire la procreazione», questa storia ha dimostrato quanto sia risicato lo spazio dei magistrati per tutelare la vita.  
In fatto di aborto il Tribunale dei minori non ha alcuna competenza. Il suo ruolo è limitato a verificare, se interpellato, che la ragazza incinta non stia subendo maltrattamenti e di conseguenza a decidere se togliere ai genitori la patria potestà. A poter essere interpellato invece, nel caso in cui i genitori e la ragazza non siano d’accordo, è il giudice tutelare.  La legge però lo costringe «a una strettoia», come spiega Giuseppe Anzani, ex giudice tutelare del Tribunale di Milano. Anzani fu fra i firmatari di una richiesta (bocciata) alla Corte Costituzionale in materia di obiezione di coscienza per i giudici. La Corte chiarì che al giudice non spetta proteggere la minore, né sostenerla, né offrirle soluzioni diverse dall’aborto. Il suo compito è unicamente stabilire se la minorenne sa quello che sta facendo, al pari di un adulto. «Di fatto però significa pollice verso o dritto – dice Anzani – un fatto che interpella le nostre coscienze». Per questo, alla fine chi non è disposto a trovarsi con le mani legate preferisce rinunciare all’incarico e le posizioni proaborto rischiano di essere predominanti fra i giudici tutelari.
Nella maggior parte dei casi il giudice tutelare, dichiarandola in grado di decidere per sé, asseconda la volontà della  ragazza. Spesso quindi, al di là delle proprie convinzioni personali, dà il via libera a un aborto senza poter indagare (né tantomeno influire) sui condizionamenti che hanno portato alla decisione di interrompere la gravidanza. Perché anche se in Italia sono relativamente poche le minorenni che abortiscono, aumentano quelle che si rivolgono ai Centri di aiuto alla vita per sfuggire alle pressioni di chi chiede loro di rinunciare al bambino, come denuncia il presidente del Movimento per la vita, Carlo Casini. Alle spalle famiglie sfasciate da un divorzio o dall’indigenza, ma anche benestanti e legate all’onore sociale, in una evidente emergenza educativa nella quale non si riesce più a insegnare il valore dell’amore, e neppure quello dell’accoglienza.  
Nel 2008 a Pordenone una quindicenne si rivolse al giudice per riuscire a difendere davanti ai genitori il suo diritto a non abortire – «credo in Dio e non potrei sopportare il dolore di un altro allontanamento», disse: aveva già dato in adozione un altro bambino. In alcuni – rari – casi, invece, il giudice ha preso le parti dei genitori, come accadde nel 2007 a Torino, dove una tredicenne fu obbligata per sentenza ad abortire e poi tentò di togliersi la vita. Eppure secondo la legge 194 del 1978 nessuno può obbligare una donna ad abortire, neppure i suoi genitori. Sempre a Torino l’anno scorso una sedicenne, con l’aiuto di una professoressa e dei volontari del Centro di aiuto alla vita, è scappata in pigiama dall’ospedale Sant’Anna dove la famiglia l’aveva trascinata per farle abortire il figlio concepito con il fidanzato sudamericano. Dopo un rocambolesco intervento della polizia, la fuga e l’accoglienza nel Cav, quel bambino è nato ed è stato amato anche dai nonni che avevano tanto osteggiato la sua nascita.  
Alla fine quello che serve alle donne, di tutte le età – racconta Paola Bonzi, fondatrice del Cav della Clinica Mangiagalli di Milano – è soprattutto qualcuno che le ascolti e le sostenga». E quel qualcuno può essere anche un giudice tutelare. Come è successo a una ragazza milanese, che qualche anno fa, accompagnata dalla madre, si rivolse al tribunale perché voleva abortire ma il padre era contrario. Prima di pronunciare il suo verdetto il magistrato scelse di parlare con la famiglia al completo. E adesso il bambino che era in quella pancia va alle elementari. 

La povertà interiore dei nostri ragazzi


mercoledì 14 dicembre 2011


Droga: la cultura della vita contro lo sballo, 13 dicembre 2011, http://www.corrispondenzaromana.it

 (di Federico Catani) Promuovere la vita attraverso norme adeguate diventa sempre più urgente per difendere i giovani dalla cultura dello sballo a tutti i costi. Secondo la Relazione annuale 2011 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) sta crescendo in modo esponenziale l’immissione sul mercato di nuove sostanze stupefacenti non controllate, ma spesso vendute come “droghe legali”.

Quest’anno sono state segnalate ben 39 nuove sostanze e 600 rivenditori on line di questi prodotti. In base a quanto riferisce l’Oedt, «i produttori utilizzano tecniche sofisticate per aggirare le normative volte a prevenire la diversione dei precursori», ricorrendo ad esempio al «loro mascheramento come sostanze chimiche non controllate, da riconvertire dopo l’importazione».

I dati del consumo di droghe in Europa sono drammatici. Da alcuni anni i decessi legati all’eroina e ad altri oppiacei si aggirano attorno ai 10 mila. Facendo riferimento al 2009, si calcola che sono oltre 23 milioni gli europei che hanno provato una droga sintetica, 11 milioni hanno consumato ecstasy, 14,5 milioni hanno usato cocaina e circa 12,5 milioni hanno assunto anfetamine. Certo, la crisi economica ha portato a una riduzione dell’utilizzo di queste sostanze.

Tuttavia, la situazione attuale non è affatto da sottovalutare. Infatti, accanto al consumo di droghe, cresce sempre più lo sballo dei ragazzi, specie nel fine settimana. L’alcolismo è ormai sempre più diffuso tra le giovani generazioni. In Italia circa il 15% dei giovani si ubriaca almeno una volta in tre mesi: si tratta perciò di un fenomeno tutt’altro che marginale. I motivi della ricerca spasmodica dello sballo attraverso l’abuso di bevande alcoliche e sostanze stupefacenti sono noti.

Per alcuni è forte il disagio esistenziale, anche a causa della mancanza di valide figure di riferimento e di valori forti cui aggrapparsi. Il bere troppo e in gruppo, ma in realtà soli con se stessi, nonostante la contiguità con gli amici, è dovuto all’assenza di relazioni significative. Lo sballo serve dunque per anestetizzare il dolore interiore e la noia di vivere.

Di fronte a una realtà simile, mentre personaggi influenti e popolari come Roberto Saviano arrivano a chiedere la legalizzazione delle droghe leggere, è più che mai urgente ribadire la verità e difendere un’autentica cultura della vita. (Federico Catani)

domenica 11 dicembre 2011


Giovani & sesso: le scorciatoie che non educano di Antonella Mariani - Quello di Fiorello?  Un messaggio  irresponsabile, frutto  della mancanza  di considerazione  per l’educazione  all’affettività. Intanto  un cammino  formativo coinvolge  300 tutor  che incontrano  i ragazzi di medie  e superiori italiane, Avvenire, 8 dicembre 2011-12-11

Il «rap del preservativo» di Fiorello? Un messaggio non di responsabilità, ma di deresponsabilizzazione. «Come quei padri che il sabato sera infilano il condom nel taschino della giacca dei figli: non c’è nulla di educativo, in un gesto così»: ad Alberto Pellai, medico e scrittore, autore di decine di libri sull’educazione – anche sessuale – dei bambini e degli adolescenti, lo show dell’artista siciliano, lunedì sera su Rai1, è sembrato una delle tante scorciatoie che gli adulti percorrono con i ragazzi. Come dire: «Corri finché vuoi, basta che ti allacci le cinture», oppure «Bevi quello che ti va ma poi non guidare». «L’ansia degli adulti – spiega Pellai – è di prevenire i problemi che derivano da comportamenti a rischio. Ci si preoccupa poco, invece, di dare agli adolescenti una traccia per capire e dare un senso a situazioni complesse come quelle legate alla sessualità». Suggerire il «preservativo salvapischelli», come ha fatto Fiorello davanti a milioni di telespettatori, è far vincere la logica del disimpegno, del tamponare il rischio, «svalutando la capacità dei ragazzi di comprendere e dare senso alle cose che vivono». Il problema, dunque, non è «fare sesso o non farlo», ma «perché lo fai? E aiutarli a capire», conclude Pellai. n effetti, la tendenza emersa negli ultimi anni è di coinvolgere i ragazzi in programmi scolastici di educazione sessuale puramente funzionali, in risposta a un pressante e ciclico allarme (non si sa quanto interessato...) sulla diffusione di malattie sessualmente trasmesse tra i più giovani. Nelle scuole medie inferiori e superiori sono gettonati i corsi gestiti dai consultori delle Asl, in cui il focus è sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle infezioni e non certo su una vera educazione a vivere con equilibrio e rispetto la propria sessualità. E se qualcuno, anche nel mondo cattolico, prova a offrire un’altra strada, allora è la Chiesa che si oppone all’educazione sessuale, perché incapace di avere «una visione dell’essere umano come intero», come ha scritto il 2 dicembre Chiara Saraceno su la Repubblica. Niente di più falso, fin dai tempi della Teologia del corpo di Giovanni Paolo II, in cui la sessualità viene descritta al servizio delle relazioni, e non viceversa, come spesso accade oggi. Quel che si contesta, semmai, è l’impostazione della stragrande maggioranza dei corsi che vengono proposti nelle scuole. «Un’educazione sessuale che non tenga conto degli aspetti biologici, emotivi, psicologici, affettivi e relazionali degli adolescenti è come affidare una Ferrari a un neopatentato», osserva Donatella Mansi, ginecologa nel consultorio diocesano di Salerno e presidente di Teen Star Italia, un cammino formativo di educazione all’affettività e alla sessualità nato in ambito internazionale che sta decollando anche in Italia. «I nostri adolescenti hanno un bisogno enorme di educazione – continua Donatella Mansi –. Sono bombardati di informazioni in cui la sessualità viene vista solo come strumento di piacere. Le ragazze non sanno nulla di come sono fatte né della loro capacità generativa».  Teen Star Italia al momento si sta concentrando sulla formazione dei tutor, d’intesa con l’Università Cattolica, che poi dovranno andare nelle scuole e negli oratori a incontrare i genitori, gli educatori e soprattutto i ragazzi. Corsi sono già stati proposti in diverse città come Napoli, Milano, Varese, Torino e Roma e in diocesi come quella di Poggio Mirteto. Finora sono già 300 i tutor che si sono formati e diverse centinaia gli studenti di scuola media superiore e inferiore incontrati.  egli incontri le ragazze imparano a riconoscere i segni della propria fertilità e i ragazzi a conoscere il proprio corpo e «la potenzialità genitoriale che è inscritta in ciascuno di loro, ponendosi N domande di senso sulla propria vita e capendo che in tutte le relazioni con i coetanei, la famiglia, i docenti, il ragazzo, la ragazza sono esseri sessuati e che c’è un nesso inscindibile tra razionalità, emozioni e sentimenti». Questa, in effetti, è vera educazione. 

lunedì 5 dicembre 2011


Salute: l'84% dei giovani si informa online di Redazione InformaSalus.it, 30/11/2011, http://www.informasalus.it

La grande maggioranza dei giovani che frequenta il web lo utilizza anche per acquisire informazioni sulla salute o su altre notizie scientifiche. L'84% di un campione composto in prevalenza di persone tra i 18 e i 35 anni preferisce infatti aggiornarsi o 'chiarirsi le idee' consultando i media online piuttosto che quelli 'tradizionali' come stampa, radio e tv.

È  quanto emerge dall'indagine 'L'informazione medico-scientifica nell'era digitale' realizzata da Eikon Strategic Consulting.

Secondo la ricerca, i siti web considerati più attendibili dagli intervistati per acquisire informazioni medico-scientifiche sono i siti di informazione scientifica (80%), quelli delle associazioni mediche (80%) ed i siti web delle associazioni di pazienti (65%).

Le informazioni divulgate da stampa e radiotelevisione vengono invece considerate affidabili soltanto dal 48% degli intervistati, ma sono comunque considerate più attendibili di quelle che si trovano in forum, social network e blog.

L'indagine è stata presentata oggi nell'ambito della cerimonia di premiazione della quarta edizione del Premio Giornalistico “Riccardo Tomassetti”, dedicato alla memoria di Riccardo Tomassetti, giornalista scientifico scomparso nel 2007, a soli 39 anni.

martedì 8 novembre 2011


Uno su quattro non studia e non lavora Bankitalia fotografa i giovani "Neet"  -  Il fenomeno contagia anche il Nord e il Centro Delusione boom tra le donne di Valentina Conte, La Repubblica, 8 novembre 2011

ROMA - Quasi un ragazzo su quattro, tra i 15 e i 29 anni, non studia, non lavora, non segue neanche uno straccio di corso di formazione. E vive a casa con mamma e papà. Si chiamano Neet - acronimo inglese che sta per "Not in education, employment or training" - e nel nostro Paese, secondo quanto calcolato dalla Banca d´Italia nel rapporto sulle Economie regionali, sono 2,2 milioni. Il 23,4% degli under 30 italiani è dunque fermo. Non pensa neanche di imparare un mestiere. Più di mezzo milione vive in famiglie dove nessuno dei componenti ha occupazione.
Un fenomeno in crescita, se si pensa che tra il 2005 e il 2008 i Neet erano meno di due milioni, il 20% dei coetanei. Poi nel 2010 il balzo alla cifra record. Certo, la crisi. Che spinge i più giovani alla resa. Aumentano al Nord e al Centro, finora meno permeabili al "virus". Mentre il Sud è stabile. Ma già prima dello tsunami finanziario ed economico degli ultimi anni, i neet da Napoli in giù pesavano per il 30%. E ora sono più della metà del totale italiano: 1,2 milioni dei "né lavoro, né studio, né formazione" vive al Mezzogiorno o nelle nostre isole (il 32,3%). Uno scoraggiamento diffuso, dunque. Unito alla mancanza di stimoli di un´economia bloccata. E che coinvolge, specie nel Sud, ragazze e ragazzi sempre più in egual misura. A livello nazionale, tuttavia, le donne (il 26% delle under 30 è Neet) superano gli uomini (20%).
Attenzione, però. «La condizione di Neet è solo in parte collegata al fenomeno della disoccupazione», avverte la Banca d´Italia. Nel 2008 il 30,8% dei Neet era alla ricerca di un lavoro (il 25,3% tra le donne). O almeno ha fatto un tentativo. E questa quota è salita al 33,8% nel 2010. In particolare, al 40% nel Nord ovest e nelle regioni centrali. Al 38% nel Nord est. Mentre al Sud - «dove la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore per tutte le fasce d´età», spiega Bankitalia - non arrivava al 30%. Un terzo, dunque, di questi ragazzi ci prova. Cerca e non trova lavoro. E poi si scoraggia. Non torna sui banchi di scuola. Non si iscrive all´università. Non frequenta corsi professionali.
Colpisce il livello di istruzione. Nel 2010 l´incidenza dei Neet sui non diplomati era del 24,8%: quasi uno su quattro ha la licenza media o elementare, per lo più concentrati nella fascia "giovane" degli under 30. Tra i diplomati, il peso dei Neet si attestava invece al 21,9%. Altrettanto forte, nonostante il titolo di studio più avanzato e la maggiore età (tra i 25 e i 29 anni). Se poi si allarga la fascia di investigazione - osservano i ricercatori di Bankitalia - espandendola fino ai 35 anni e includendo così i laureati e gli specializzati, ecco la sorpresa. Il 20,5% dei "dottori" è un Neet: meno del 15% al Nord, oltre il 30% al Sud.
«La condizione di Neet non è necessariamente permanente», si legge nel rapporto. Prima della crisi, tra il 2007 e il 2008, il 32% dei giovani ne usciva nei dodici mesi successivi. Nel 2009, la percentuale era però calata al 28,8%. La controprova è nel passaggio verso un´occupazione. Anche questo in discesa, purtroppo. Tra il 2008 e il 2010 le transizioni al mondo del lavoro sono scese dal 74,5 al 69,5%. Cresciute, invece, quelle verso attività formative, dal 25,5 al 30,5%