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lunedì 21 gennaio 2013


Noia: «Parti cesarei, scelte dettate dalla fretta e dalla paura delle denunce» - 19 gennaio 2013 - http://www.avvenire.it

«L'alleanza tra medico e paziente si è persa, ormai da troppo tempo», e il dato vertiginoso dei parti cesarei è solo una delle conseguenze. Per il professore Giuseppe Noia, presidente dell’Associazione ginecologi e ostetrici cattolici (Aigoc) e responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Policlinico Gemelli, bisogna mettere al centro i valori: «alla coscienza della preziosità della vita umana» corrisponde la qualità dell’assistenza sanitaria. Se crolla la prima, cede anche l’altra. 

Nel 43% dei casi il parto cesareo non è giustificato. Il ministero della Salute parla di «campanello d’allarme». È così?
Sono preoccupazioni giustificate. Da una parte, si genera nella popolazione la convinzione – non fondata – che il cesareo sia più sicuro, e nei medici l’idea che si possano avere meno rischi, di altro tipo.

In sostanza, si tende ad assecondare molto facilmente il paziente per liberarsi da eventuali guai giudiziari...
La conseguenza è però una specie di passaggio di consegne della responsabilità.

Con nessun beneficio.
Il cesareo è un atto chirurgico, non privo di complicazioni. L’alleanza terapeutica viene disarcionata dalla «medicina difensiva», che però pone altre problematiche, a partire dal rischio infezioni.

Come ricostruire il rapporto tra medico e paziente?
Il problema è su due livelli: da un lato serve una maggiore tutela dei medici, anche sul piano giuridico. Dall’altro bisogna lavorare sul piano culturale. La scelta del parto cesareo spesso è un prodotto della fretta, una pessima consigliera.

Per il ministero gli alti tassi dei parti cesarei in alcune strutture, giustificati dalla posizione anomala del feto, fanno nascere il sospetto «di una utilizzazione opportunistica di questa codifica non basata su reali condizioni cliniche». La questione non è quindi solo culturale...
Quando una Nazione si trova a che fare con operatori impreparati o legati solo a convenienze economiche, emerge anche un grande tema etico. La gran parte dei ginecologi italiani non è così, per fortuna. Ma il problema resta. 

E come si affronta?
Ritorna il tema del valore etico della gravidanza. Dobbiamo pensare al piacere di servire la donna nel suo momento più importante, in un gesto di amore. Anche in questo campo, purtroppo, si esprime a volte il relativismo etico.

Appellarsi al rispetto dei princìpi non sempre è sufficiente.
Bisogna anche verificare le condotte dei medici, i loro percorsi. Oggi nel pubblico c’è un maggiore controllo. 

In Campania la percentuale dei primi parti cesarei sul totale delle nascite è pari al 49,66%, in Sicilia del 41,28%. Seguono Puglia, Basilicata, Molise e Calabria. Ancora una volta, un’Italia spaccata in due.
Purtroppo sì. E aggiungo: all’ansia e alla fretta che portano in alto queste percentuali, corrisponde anche una scarsa attenzione per la prevenzione. Nell’alleanza medico-paziente ciò non può accadere. È questo uno dei temi che affrontiamo nelle «scuole itineranti» dell’Aigoc in cui dialoghiamo con medici, credenti e non, sull’evidenza dei valori condivisi.

Lorenzo Galliani

giovedì 13 settembre 2012


MONSIEUR LAZHAR/ Un "abbraccio" tra maestro e alunno capace di battere il dolore - Redazione Maria Luisa Bellucci, giovedì 13 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net/

Esiste un universo di dolore con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Un mondo in cui non ci sono rumori se non quello assordante del silenzio. Del vuoto che rimbomba. In cui ci si trova a danzare una coreografia casuale nel tentativo di dare colore a quello spazio bianco. Philippe Falardeau dipinge Monsieur Lazhar, un film molto delicato, come una poesia che nasconde sotto un velo di immagini un senso inaspettato, profondo, pungente. Catartico, alla fine. Per Bachir Lazhar (Fellag), che si trasferisce in Canada dall'Algeria e ora deve fare i conti con la morte della moglie, bersaglio di un attentato. Per tutti i bambini che in un giorno di scuola qualsiasi vengono sfiorati da un dramma troppo grande per la loro innocenza. Il suicidio, in classe, della loro maestra.
È molto bravo il regista a raccogliere temi spinosi dentro una storia semplice nei fatti - ma non per questo priva di drammaticità -, nell'ambientazione e nei volti. Forse è merito dell'ordinarietà dello spazio che delimita le vicende. Quello della scuola. Luogo di vita quotidiana e che appartiene alla memoria di chiunque. Falardeau mette, insomma, a proprio agio lo spettatore, dichiarando che il territorio su cui si avventurerà nell'ora mezza del film non è insidioso. Spiazza la platea, invece, e ne conquista il cuore con un crescendo di situazioni ed emozioni di fronte alle quali, presentate senza preavviso, si resta senza parole.
Ferita dell'abbandono (qui nella forma irreversibile della morte), liberazione dal senso di colpa, integrazione razziale. Sono questi i temi che si dipanano all’interno della piccola scuola canadese. Che diventa luogo di incontro e condivisione. Di amicizia e amore. Perché è qui che si conoscono l'anima ferita di Bachir Lazhar e quelle dei bambini della sua classe. Insieme non solo condividono lo spazio, il tempo e il sapere, ma soprattutto il dolore della separazione. Violenta. Si, perché violenti sono stati gli addii di Martine, la maestra che Bachir sostituisce, e della moglie dell’algerino.
Forse è questa la parola chiave del film. Violenza. Nel suo senso positivo, se è vero che ce n'è uno. Intesa, cioè, come potenza espressiva. Che lascia senza spiegazioni all’interno di un vuoto acuto, gomitolo di sensi di colpa nati nel silenzio di quello spazio. Il senso di colpa di essersene andato. Di essere sopravvissuto. Del non esserci stato o, più semplicemente, del sentirsi la causa di quanto è successo.
E’ violenta anche in questo la storia. Non solo nell'aver corrotto i muri bianchi dell'infanzia, ma anche nell'aver fatto vivere in un bambino il senso di colpa per un gesto più grande di chiunque. In questo, nell'assoluzione che Bachir riconosce a Simon (Emilien Neron), la classe diventa anche luogo di amicizia e amore. Di scambio. Di integrazione. Bachir sostituisce i genitori in chi non li ha, è educatore nel dettare principi ferrei, “antichi”, di buon senso e rigidi nei quali si porta appresso da un luogo lontano nello spazio e nel tempo il sapore della vita che fu sua. Deve imparare. Anche. Aggiornare la sua personale lista di regole grammaticali. E così accade che Falardeau costruisce un film in cui non solo è in grado di far parlare il cuore, ma pone la questione dell'integrazione razziale al centro del testo. In modo sottile e intelligente.
Se Bachir assume le fattezze di un angelo salvatore verso Simon, nel suo caso è la piccola Alice (Sophie Nelisse) a interpretare questo ruolo. Mettendo la propria curiosità al servizio della mente colta dell'algerino e scardinando il muro - anche fisico - che la scuola impone tra maestro e alunno. Ogni lacrima trova senso in un abbraccio liberatorio. Conciliatore. Che cancella con un colpo di spugna il dolore di un domani che ci separa da chi amiamo e ogni colpa passata e presente.


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lunedì 23 luglio 2012


VICINO ALLA RAGAZZA DI OZZANO NON C'ERA NESSUNO - L'esempio di amicizia e vicinanza dei Centri di aiuto alla vita (Cav)

ZI12072205 - 22/07/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-31829?l=italian

ROMA, domenica, 22 luglio 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo il comunicato del movimento Cav (Centri di aiuto alla vita) sul caso di Ozzano Emilia, dove una ragazza ventunenne ha gettato giovedì scorso dopo un parto avvenuto a casa il primo di due gemelli nel cassonetto della spazzatura, provocandone il decesso. Non ce l'ha fatta neppure il secondo gemellino, partorito dalla ragazza alcune ore dopo e ricoverato all'ospedale Sant'Orsola di Bologna. Il piccolino morto questa mattina era nato estremamente prematuro.
***
Ancora un dramma dell'instabilità psicologica e forse della siolitudine. Ancora, a pagare per tutti è un bambino non nato e anche il fratellino è tra la vita e la morte. La ragazza di Ozzano Emilia si è trovata, in condizioni ancora tutte da chiarire, a vivere da sola una situazione difficile senza che nessuno potesse aiutarla. C’è addirittura il sospetto che sia caduta nella mani di qualcuno che ha provocato intenzionalmente l’aborto.
Negli oltre 300 Centri di aiuto alla vita le donne vengono seguite ed aiutate da personale altamente specializzato. Quello di cui avrebbero avuto bisogno la ragazza eforse anche i suoi genitori. L'amicizia e la vicinanza aiutano ad accettare la gravidanza, sciogliendo i nodi economici (grazie anche a Progetto Gemma), superando i blocchi psicologici, vincendo la solitudine. Anche solo per portare il bambino (o i bambini come in questo caso) alla nascita e lasciarli all'amore di genitori adottivi. Purtroppo nessuno ha detto alla ragazza a chi avrebbepotuto rivolgersi per avere questo aiuto.
I Centri di aiuto alla vita, con il loro lavoro promuovono quotidianamente quella cultura della vita di cui oggi si avverte sempre di più il bisogno. Ma è necessario che anche le istituzioni si interroghino su quanto accaduto e mettano in atto politiche socio-sanitarie a sostegno della preferenza per la nascita.
L’elenco dei Cav è su www.mpv.org

venerdì 1 giugno 2012


01/06/2012 - Malati: più sono gli amici e meno forte è il dolore, http://www.avvenire.it/

Chi è stato ricoverato in ospedale lo sa benissimo; e dovrebbero averlo capito, da tanti indizi, anche i loro familiari. Adesso la conferma viene da una ricerca che ha coinvolto ben 23mila persone ricoverate in 14 regioni italiane, promossa l'anno scorso dal Ministero della salute, i cui risultati sono stati resi noti l'altro ieri da Luigi Gianola, direttore generale dell'azienda ospedaliera della Valtellina e della Valchiavenna, in Lombardia. I malati costretti in ospedale desiderano sentire meno dolore (33%); non vorrebbero essere di peso ai familiari (34%); ma soprattutto, ciò che più d'ogni altra cosa in cuor loro agognano, è la presenza accanto a sé di persone care. Questo, e non altro, sa donare serenità. Poi sì, ci sono le terapie antidolorifiche, sempre migliori ma ancora da estendere e perfezionare (soltanto il 61% afferma di aver ricevuto terapie antidolore efficaci). Ma la presenza di parenti e amici – pur senza causare loro fastidi – è il desiderio maggiore in assoluto, la fonte del sollievo massimo. E costa davvero così poco...

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mercoledì 9 maggio 2012


La bimba cerebrolesa che ha “dato vita” all’ospedale di Livorno, 8 maggio 2012, Benedetta Frigerio

La giornata della piccola cerebropatica curata dalle infermiere: «Finché non abbiamo iniziato ad accudirla, pensavamo che, in casi come il suo, fosse meglio morire. Ora abbiamo cambiato idea».

 La piccola cerebropatica che non parla e si nutre con il sondino, adottata dal reparto di pediatria dell’ospedale di Livorno due anni e mezzo fa, continua a parlare. Questa volta lo fa tramite la voce delle infermiere che la assistono. Simona è la più affezionata alla bimba, come spiega a tempi.it: «È come la mia seconda figlia. Lo dico davvero, se andasse via sarebbe come lasciare una parte di me. Per il suo bene desidero che sia adottata, ma mi mancherebbe». Simona, infatti, oltre che negli orari di lavoro sta con la piccola appena può. E in ospedale porta anche la figlia naturale. Due anni e mezzo fa non l’avrebbe mai fatto né detto. «Se me lo avessero chiesto? Avrei dato della matta a una madre che porta sua figlia davanti a tanta sofferenza». Ora invece la bambina è diventata amica dei figli di tutto il personale. Come mai? «Innazitutto non c’è solo dolore: vedere la forza di questa guerriera che lotta per vivere e che cerca il nostro affetto insegna a chi la assiste a rendersi conto di quanto ha. Delle piccole cose. Mia figlia, poi, la porto qui perché passi del tempo con quella che considera sua sorella e si accorga di quanto siamo fortunati. Ma sopratutto di quanto si possa essere felici con poco». Felici? In stato vegetativo? «La piccola è contenta della sola presenza nostra, delle minime attenzioni, delle nostre carezze. Questo insegna a me e a mia figlia a vivere: vale la pena lottare per la vita come fa lei. Ora non assecondo più i capricci. Anzi quando li fa le ricordo la sua “sorellina” e lei capisce».

La sofferenza degli innocenti fa ribellare. Molti per questo arrivano a dire che è meglio la morte. «Sono onesta, due anni e mezzo fa lo pensavo anche io. Mi dicevo: se una persona non parla, se è costretta a letto, se si nutre con il sondino è condannata a una sofferenza senza senso. Mi sbagliavo perché mancava qualcosa». Non c’è evidenza scientifica, dicono alcuni. «Purtroppo le macchine non possono misurare cose come l’amore e la felicità: possono dire quello che vogliono, che una vita in questo caso non abbia un significato, ma ora non ci casco più. Sotto i miei occhi c’è altro». Ed è qualcosa di così evidente che tutto il reparto ora la pensa come Simona. «È così. Noi passiamo con lei ventiquattro ore su ventiquattro. Non c’è spiegazione scientifica che possa negare quello che vediamo: la bimba sente il contatto, sente se ci siamo, patisce se ha bisogno, gioisce del nostro affetto. Si accorge di come viene accarezzata, di come le si sussurra nell’orecchio. Sente che noi la amiamo». Un bel mistero questa piccola. «Un mistero che ci insegna tanto. Ci insegna che tutto quello che c’è, se c’è, è perché ci deve essere. Ci insegna l’amore che comunica».

Ad esempio, spiega Rossella, un’altra infermiera che si definisce “la zia”, «la bimba ci unisce nel curarla, facendoci capire che se anche non possiamo guarirla vale la pena comunque dare tutto per assisterla». Anche quando nulla può cambiare dal punto di vista clinico: «È una vita che chiede amore e che ne genera anche di più». E si vede. «Appena uno di noi arriva in reparto chiede di lei ai colleghi del turno precedente: come è andata la notte? Come è stata oggi? E poi si passa in cameretta». Impressiona pensare che fermi in un letto si possa fare tanto: «Per questo le saremo tutti grati. Per sempre».

domenica 26 giugno 2011

IL CASO/ 1. Se l’amore "puro" di Veronesi dimentica che siamo figli di Luigi Ballerini, venerdì 24 giugno 2011, il sussidiario.net

Di per sé non mi interessa cosa pensi Veronesi sull’amore e sui sessi. Libero di pensare e dichiarare ciò che vuole. Però la sua recentissima boutade mediatica secondo cui l’amore omosessuale sarebbe la forma di amore più puro mi ha sollecitato a formalizzare un pensiero che da tempo avevo in testa e che muove da premesse assai diverse.
Lo affermo subito: c’è amore dove c’è interesse.
Desumere come sembra fare lui che l’amore (del tutto secondario che nel suo Discorso diventi poi quello omosessuale) sia puro quando disinteressato rappresenta l’ennesimo attacco alla questione del rapporto fra soggetto e altro. Secondo il Professore l’amore fra un uomo e una donna sarebbe infatti contaminato dalla possibilità della procreazione, esprimibile nei termini “io ti amo non perché amo te, ma perché in te ho trovato la persona con cui fare un figlio”. Questo errore, all’interno del Veronesi-pensiero e nel Veronesi-Discorso, non sarebbe presente nell’amore fra due persone dello stesso sesso che si dicono “amo te perché mi sei vicino; il tuo pensiero, la tua sensibilità e i sentimenti sono più vicini ai miei”.
Che il Professore consideri ancora l’amore fra un uomo e una donna finalizzato esclusivamente alla procreazione è un’affermazione che davvero mi stupisce. Sinceramente da lui mi aspettavo qualcosa di assai più progressista. Femmine fattrici e maschi da monta riportano più al regno animale, che a quello umano. Ma questi forse sono solo gli abbagli della medicina ridotta a biologia.
Però devo dare ragione al Professore, tutt’altro che ingenuo, nel voler attaccare la generazione del figlio dentro la logica del suo pensiero; ha saputo infatti cogliere bene nel segno andando a colpo sicuro.
Certo non gli è sfuggito come il figlio rappresenti in modo eclatante uno dei possibili surplus che possono arrivare da un rapporto amoroso. Diciamo che ha colpito uno per tutti, uno rappresentante di tutti. C’è infatti amore fra due soggetti ogni volta che accade qualcosa, c’è amore dove si genera un di più che prima non esisteva: un pensiero nuovo che sorge, il gusto per una cena ben fatta, il commento a un film visto, un viaggio disegnato insieme. Qualcosa che risulta interessante per entrambi. Esattamente come lo è un figlio desiderato e accolto. Altro che disinteresse militato!
Fuori da questa posizione resta quella pura contemplazione dell’altro (non a caso “puro” sembra un aggettivo ricorrente del Discorso) che è propria dell’innamoramento con la sua cieca infatuazione, o di una posizione propriamente narcisistica. In entrambi i casi, dopo un po’, dell’altro non so più cosa farmene. Non mi interessa più, appunto.
L’amore invece genera frutti esattamente come un conto in banca genera interessi.
Ecco perché in fondo non ho mai amato il Professore, senza per questo avercela con lui: perché non mi interessano i suoi pensieri.
Non sono invece disinteressato della mia amante e dei miei amici, che so bene sanno apprezzare il fatto che mi permetto di usarli, senza abuso. Per la produzione di un bene che prima non esisteva, dentro una soddisfazione sempre reciproca.
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martedì 7 giugno 2011

Italiani depressi, ci vuole un abbraccio che salva di Angelo Busetto, 07-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Il mondo alla rovescia. Ho appena letto su un giornale locale che in una certa zona della spiaggia di Jesolo la nuova presenza dei nudi naturisti «renderà possibile un recupero ambientale di tutta quest’area ma anche etico». Vedi dove va a cacciarsi l’etica. Per questo si fa così tanta fatica a vederla in giro.

Cosa cerca la gente? Un rapporto del Censis nel dicembre dell’anno scorso denunciava negli italiani la crisi del desiderio: il desiderio si è rattrappito e vola basso. Tanto basso - incalza l’ultimo rapporto del Censis reso noto nei giorni scorsi - che si arriva a desiderare tutto. La trasgressione diventa regola. Violenza, compromesso, sessualità "disinibita" sembrano essere le strade maestre per l’affermazione di sé e la conquista della felicità. Così rileva anche il Censis, che descrive inoltre gli italiani come sempre più dipendenti da antidepressivi.

Dove portano queste strade? Nella mia piccola città di provincia, alle tante persone anziane che stazionano nei tavolini dei bar dalla mattina alla sera, si aggiungono per l’ora di pranzo e cena piccole folle di giovani o meno  giovani con calici di vin bianco in mano. Lo spritz elimina lo stress? Per qualche minuto le facce appaiono sorridenti, ma è sempre più raro incontrare gente realmente contenta. Quando cammino in strada salutando a destra e a manca, gli occhi vanno a sbattere su persone dall’espressione svagata, rassegnata, abituata; già stanche di vivere e tristi, dalla mattina alla sera. A volte ci si trattiene per una domanda, un’informazione, un complimento. Per favore non chiedetemi:  "Tutto bene?", l’espressione che sta ormai alla pari con il famigerato "piuttosto che".

Come è possibile dire che va tutto bene, al di là della salute evidentemente florida? Ho appena fatto un giro di malati in casa: fra gente oppressa dalla pesantezza della vecchiaia ho visto persone serene e affidate. Guardando a destra e a manca case e finestre, rammento chi abita e vedo volti e drammi, sentimenti e domande; a volte mi si scopre un vermicaio di problemi; altre volte mi si svela un piccolo paradiso.

Che cosa fa la differenza? Conosco persone malate di cancro, appesantite dal fardello delle terapie, eppure liete. Quando qualcuno mi consegna i suoi giorni del presente, quelli del passato, e magari anche del futuro, non ho da offrire alcuna soluzione al problema, ma posso indicare una Presenza che accompagna. Un rosario, una preghiera litanica, un atto di fiducia. I problemi della vita o si affidano, o si tenta di schiacciarli sotto i piedi, o forse di cacciarli dalla finestra. I più giovani e addestrati si inventano una seconda vita, una vita parallela dove provano a darsi un’altra identità, più disponibile al sogno della felicità.

Si può fingersi felici perfino davanti a se stessi. Ci si impegna a diventare cinici e fatalisti; si vendono filosofie orientali pronte all’uso. Ci si fa scudo con la pilloletta che toglie l’ansia. Ma non c’è altra via alla pace del cuore se non la fiducia in qualcuno che ci sia padre, fino a mostrarci il Padre che sta nei cieli e il Figlio che cammina con noi sulla terra e lo Spirito che abita il profondo dell’anima. Questo è il contenuto dell’amicizia cristiana, dove non ci si porta l’un l’altro, ma ci si mette insieme per farsi portare. Alla fine sperimentiamo di essere così deboli, da accorgerci che solo la misericordia salva.

Nemmeno l’impossibile rettitudine o una coerenza piena di pretese. Ma un abbraccio che perdona e, perdonando, fa guardare la vita come possibilità nuova, compito nuovamente assegnato, un passo più deciso verso il Padre. Ricordate il dipinto del bambino che si proietta a camminare lanciandosi incontro al padre che lo attende in fondo al giardino? Diciamolo anche alle persone descritte nel rapporto del Censis: solo un abbraccio ci salva.