Visualizzazione post con etichetta animalisti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta animalisti. Mostra tutti i post

martedì 5 novembre 2013

Giusto il rispetto degli animali ma... La tutela di cani, gatti o scimmie non deve andare contro l'interesse dell'uomo


Roma, 03 Novembre 2013 (Zenit.org) Carlo Bellieni | 172 hits

La cura degli animali è un dovere dell’uomo, in quanto custode del creato, come ama ripetere il Papa Francesco. Pertanto la vita animale deve essere oggetto di rispetto in tutti gli ambiti in cui l’uomo interferisce con essa.


Recentemente l’Italia ha recepito la direttiva europea 2010/63/EU“sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”, che mette dei paletti in questo campo. La direttiva ammette che “sono disponibili nuove conoscenze scientifiche con riguardo ai fattori che influenzano il benessere degli animali nonché alla loro capacità di provare ed esprimere dolore, sofferenza, angoscia e danno prolungato. Per tale motivo è necessario migliorare il benessere degli animali utilizzati nelle procedure scientifiche rafforzando le norme minime per la loro tutela in linea con i più recenti sviluppi scientifici”. Ma servono davvero gli animali per il progresso scientifico? “Benché sia auspicabile – vi si legge - sostituire nelle procedure l’uso di animali vivi con altri metodi che non ne prevedano l’uso, l’impiego di animali vivi continua ad essere necessario per tutelare la salute umana e animale e l’ambiente. Tuttavia, la presente direttiva rappresenta un passo importante verso il conseguimento dell’obiettivo finale della completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi non appena ciò sia scientificamente possibile. A tal fine, essa cerca di agevolare e di promuovere lo sviluppo di approcci alternativi”. Dunque la direttiva è ben lontana dal vietare del tutto gli esperimenti con animali, ma li disciplina.

Restano tuttavia dei dubbi: ad esempio, perché le scimmie, i cani e i gatti godono di uno status diverso dagli altri animali? Per i primi si adduce il fatto di una loro vicinanza genetica con l’uomo, per gli altri, “l’alto grado di interesse nell’opinione pubblica” verso queste due specie rispetto alle altre. Queste spiegazioni ci sembrano insufficienti e discriminatorie nei confronti di altre specie, anche tenendo conto che le differenze genetiche tra uomo e altri animali non sono sostanzialmente maggiori che con i primati (e questa bassa differenza con l’uomo non riesce a spiegare invece l’alta differenza morale e spirituale e artistica), e che non pare giusto trattar meglio cani e gatti solo perché “amati” dai più. Insomma, una visione animalistica antropocentrica, cioè basata sulla somiglianza o l’affetto dell’uomo, che però paradossalmente finisce con lo smussare la specificità umana rispetto al mondo animale.

Già, perché l’altro dubbio è che per rispettare l’animale si finisca con il non fare più l’interesse dell’uomo. No, nessuno “sfruttamento dell’animale”, ma ci deve essere attenzione da parte della scienza a riservare alle persone e in particolare a quelle svantaggiate e malate il diritto di essere curate e avvalersi anche della ricerca animale. Recenti critiche sono venute da parte del mondo scientifico alle applicative italiane della normativa europea che sono ancor più restrittive di quelle contenute nella normativa europea. Si rischierebbe, per non nuocere agli animali, di rendere impraticabile il loro impiego nella ricerca, se le procedure per l’analgesia diventano farraginose, se il criterio per limitare gli xenotrapianti diventa troppo vasto: ma quando sono preservate le garanzie basilari imprescindibili - chiedono gli scienziati italiani - la ricerca sull’animale non può essere inibita, e non solo nell’interesse dell’uomo: va fatto anche nell’interesse di altri animali che ne potranno trarre giovamento, perché esiste anche una medicina veterinaria che deve progredire e la garanzia per gli animali non può essere un percorso ad ostacoli insuperabili.

Attenti allora alla discrepanza di diritti tra animali e fasce più svantaggiate dell’umanità, perché a fronte di animalisti che ben sono motivati a non nuocere agli animali, ci sono anche filosofi che ritengono il diritto di certi animali essere maggiore di quello degli esseri umani più deboli e svantaggiati. Il “diritto” animale può surclassare quello umano, e non è storia nuova: i diritti dei bambini – sfruttati nelle miniere e nelle fabbriche - furono fatti valere nei tribunali dell’Inghilterra dell’800 dalla società per i diritti degli animali, dal momento che la società britannica all’epoca proteggeva maggiormente i cani che i bambini.

Un ultimo appunto: sembra che a fronte di tanti giusti diritti animali, i progressi nei diritti delle fasce umane più deboli siano in ritardo, tra tutte la lotta al dolore infantile e la lotta per i diritti delle persone disabili di fronte al sistema sanitario nazionale; o le riservate all’uomo in epoca prenatale. Si legge nella normativa europea, infatti, che “È opportuno che la presente direttiva includa anche forme fetali di mammiferi poiché è scientificamente dimostrato che nell’ultimo terzo del periodo del loro sviluppo vi sono maggiori rischi che tali forme provino dolore, sofferenza e angoscia”; e pensare che in vari Paesi l’aborto viene compiuto anche nel terzo trimestre di gravidanza, senza che venga nemmeno lontanamente fatta un’anestesia. Ma è giusto che si possano fare esperimenti su embrioni umani e non sui girini di rana? Paradossalmente viene da chiedere di applicare ad ogni stadio della vita umana le garanzie accordate agli animali.

(03 Novembre 2013) © Innovative Media Inc.

giovedì 10 gennaio 2013

Il salto di qualità del terrorismo animalista
di Michele Corti - http://www.lanuovabq.it10-01-2013Lupo affamato
Ieri la Digos di Firenze ha operato il fermo di un giovane fiorentino ritenuto un componente del commando che la notte di capodanno ha incendiato otto automezzi di una ditta di latticini di Montelupo Fiorentino e provocato anche gravi danni al deposito merci.
Il ventiduenne Filippo Serlupi D'Ongran, rampollo di una nobile famiglia, è ritenuto fra i responsabili anche di altri quattro episodi a firma ARD (Animal Liberation Front) commessi in Toscana a danno di strutture di macellazione. Gli altri componenti del commando sono riparati all'estero e sono ricercati. Tra loro tal Lorenzo Oggioni molto impegnato con la Lega Italiana per i Diritti degli Animali.
La sigla ARF è usata in franchising da qualsiasi gruppo che si ispira alla linea del “Fronte”. ARF non è la sola sigla del terrorismo animalista che attacca anche le persone (oltre a minacciarle di morte). Il Consiglio d'Europa, come osservato da Carlo Giovanardi (il solo politico che si è degnato di commentare i recenti episodi), classifica l'ARF tra i “single-issue terrorism” (terrorismi monotematici)1.
Dalle originarie azioni vandaliche (scritte con la vernice spray, mattoni scagliati contro le vetrine di negozi di pellicce, “liberazione” di animali), gli animalisti sono passati agli attentati incendiari contro strutture (case farmaceutiche e lab di ricerca), ma anche contro auto e abitazioni dei “nemici”.
Gli episodi toscani, di per sé gravi, indicano un ulteriore salto di qualità del terrorismo animalista. Esso non si limita più a prendere di mira gli allevamenti di cani destinati alla sperimentazione farmaceutica o quelli di animali da pelliccia, ma le strutture di trasformazione dei prodotti di origine animali dove confluiscono le materie prime (latte e carne) provenienti sia da sistemi intensivi che da quelli estensivi che assicurano libertà e aria aperta.
Questi signori vorrebbero imporre con l'intimidazione e il terrore la conversione forzata al veganesimo dell'umanità. Vorrebbero negare millenni di civiltà umana (che non si sarebbe sviluppata senza buoi per arare e cavalli per i trasporti) e la stessa identità umana plasmatasi - da 15 anni in qua – in simbiosi con gli animali domestici.
Si potrebbe obiettare che si tratta di un pugno di fanatici da assicurare alla giustizia. Purtroppo le cose non sono così. Il terrorismo e l'estremismo sono solo la punta dell'iceberg di una cultura nichilista ampiamente diffusa nella nostra società che fa dire a Mons. Luigi Negri: "La forma più diffusa di idolatria, ma anche la più comica, alla quale stiamo assistendo nel terzo millennio, è quella verso la natura e gli animali"2. L'animalismo nasce come reazione distorta alla reificazione degli animali "da reddito" operata da un sistema agroalimentare che opera solo in funzione del profitto, al degrado degli ecosistemi, all'artificializzazione della stessa vita umana, all'inaridimento dei rapporti famigliari e sociali. Essa si è tradotta in un'umanizzazione schizofrenica dei pet e quindi in uno statuto di parità con l'uomo esteso dai pet agli animali da reddito e ai selvatici, alla teorizzazione dei “diritti degli animali”, all'”antispecismo”. Di qui la demonizzazione della caccia, di qui l'opposizione – ancora una volta ideologica – all'introduzione di qualsiasi controllo di animali fortemente dannosi (i cervi in alcuni Parchi) e del lupo, nonostante la sua crescita numerica ed espansione e l'ormai insostenibile impatto sull'economia pastorale.
Il lupo e l'agnello sono gli emblemi delle contraddizioni dell'animalismo, la prova del profondo smarrimento antropologico di cui è espressione. Da una parte esso alimenta le campagne pasquali contro il “sacrificio degli agnelli”, dall'altra non trova nulla da obiettare se i lupi o gli orsi sbranano vivi pecore, agnelli, capre, asini vitelli con i pastori che possano far nulla per difenderli.
“Devono mangiare anche loro” . I commenti degli animalisti sul web nelle discussioni su orsi e lupi sono illuminanti: “L'unica specie nociva è l'uomo”; “ci vorrebbe la pena di morte per chi investe sulle strade gli orsi”.
I deliri animalisti – che mettono sullo stesso piano il pastore e le multinazionali della carne - sortiscono anche l'effetto di congelare una seria discussione sul mancato rispetto degli animali e dell'ambiente da parte di un industrialismo sfrenato. La diffusione della cultura animalista, dilagata nei media attraverso le formule più melense e buoniste e coccolata da una politica irresponsabile è altrettanto grave della cultura della morte che si afferma con l'aborto, l'eutanasia, la manipolazione della vita. È una cultura di odio e di svalutazione del valore della vita umana, nichilista e idolatra. Di questo – salvo lodevoli eccezioni – vi è pochissima consapevolezza nel mondo cattolico che, anche sul terreno dell'ambiente e della “natura”, ha subito l'egemonia culturale neoilluminista e non pare neppure molto sensibile ai recenti ripetuti richiami del magistero in materia di mandato del Genesi con quello che implica in termini profondo rispetto per le creature che ci sono compagne.
1http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload/TE-SAT%202010.pdf
2http://www.circo.it/lanimalismo-e-lidolatria-del-terzo-millennio/

giovedì 17 maggio 2012


“O la cavia o la vita”: ma chi fa polemica ha letto l’articolo? - Continuano sul sito di Panorama e sui social network le polemiche per la copertina del numero in edicola. Così l’autrice dell’articolo ha risposto dalle pagine del suo blog: di Barbara Gallavotti, http://blog.panorama.it

Sul numero di ieri di Panorama è uscito un mio articolo dal titolo O la cavia o la vita. Purtroppo non posso linkare l’articolo perché il giornale non lo ha reso ancora disponibile in rete, ma basta farsi un giro in internet per capire le reazioni che ha suscitato (forse anche perché essendo richiamato in prima pagina era molto visibile).

Devo quindi provare a rispondere ad alcune delle questioni sollevate. Cercherò di essere sintetica ma i punti sono molti. Dunque alcuni lettori dicono:

1) L’articolo è a favore della vivisezione. Ho l’impressione che moltissimi l’articolo non lo abbiano proprio letto. Comunque non era, o almeno non voleva essere, né a favore nè contro la sperimentazione sugli animali. Nell’articolo ho cercato di rispondere alla domanda: a cosa serve la sperimentazione sugli animali e cosa accadrebbe se la si sospendesse. Insomma, ho cercato di capire se la sperimentazione animale è utile. Se sia giusta o meno è una questione diversa, di cui la società civile deve dibattere. Ma a mio avviso per dibattere e per prendere poi delle decisioni responsabili (direi “adulte”) si devono conoscere i fatti che ho tentato di esporre. Purtroppo abbiamo tutti un problema con la tecnologia: ne vogliamo i benefici, ma rifiutiamo la responsabilità delle sue sgradevolissime implicazioni. Vogliamo l’energia pulita, ma non l’eolico che è brutto e con le sue pale ammazza gli uccelli. Vogliamo cibo abbondante ed economico per tutti, ma non gli ignobili pesticidi che servono per coltivarlo. Vogliamo una medicina che ci curi, ma non che venga versato il sangue delle cavie. Io credo nella scienza, e penso che in futuro potremo forse risolvere i nostri problemi energetici, coltivare in modo più ecocompatibile, e fare a meno delle cavie. Ma dobbiamo lavorare molto per arrivare a questi obiettivi, e comunque al momento non sono in vista. Quindi, al momento, dobbiamo affrontare la realtà. Ma qualcuno dice che la realtà non è quella che ho descritto, ed ecco il punto successivo.

2) La sperimentazione sugli animali è inutile e può essere sostituita da test in vitro. Nell’articolo gli esperti che ho intervistato sostengono che allo stato attuale non esistono mezzi per sostituire COMPLETAMENTE la sperimentazione sugli animali. Dunque, se rinunciassimo del tutto alla sperimentazione sugli animali, dovremmo anche rinunciare a nuovi farmaci. I lettori dicono che è falso, che potremmo avere ugualmente i farmaci che ci occorrono, sperimentando su cellule in vitro (molti dicono sulle staminali). Anche a me piacerebbe moltissimo che fosse così, e anzi, sono convinta che la medicina arriverà al punto in cui potrà fare a meno degli animali. Personalmente, non vedo l’ora. Però per ora non è così, stando a quanto dicono tutti gli articoli scientifici. Un collega mi ha segnalato questo articolo di The Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo. Purtroppo è in inglese, come tutte le riviste scientifiche, ma sarebbe utile leggerlo perché fa un po’ il punto. Tra le altre cose gli autori scrivono: “A nessuno è permesso usare animali dove esistono alternative percorribili” (Nobody is permitted to use animals where there is a viable alternative). E scrivono anche: “L’agenzia che regola i prodotti medicinali e di salute nel Regno Unito ha sostenuto che i test senza animali siano usati ovunque è possibile, ma aggiunge che a oggi non ci sono metodi di laboratorio per sostituire completamente la sperimentazione sugli animali” (The UK’s Medicines and Healthcare Products Regulatory Agency has acknowledged that non-animal testing is used wherever possible, but adds that “at present there are no laboratory methods available to totally replace animal testing of medicines). L’articolo fa riferimento al Regno Unito (UK), ma anche da noi le regole impongono che nessuna sperimentazione sugli animali possa essere condotta a meno che i ricercatori non dimostrino che non esistono alternative. Ma perché i farmaci non possono essere totalmente sperimentati in vitro? Perché, dicono i ricercatori, una cosa è capire l’effetto di una molecola su un mucchietto di cellule, e ben altra è capire come si comporta all’interno di un corpo. Gli organi sono strutture complesse, e possono metabolizzare, cioè assorbire, le molecole che usiamo come farmaco in modo molto diverso. Questo fatto comporta molte cose, ad esempio per quel che riguarda la tossicità: un candidato farmaco può essere del tutto innocuo in vitro, ma fare un sacco di danni dentro un organismo. Possiamo immaginare il candidato farmaco come un chiodo: può avere un effetto totalmente diverso se viene appoggiato su un pezzo di ferro o se viene gettato negli ingranaggi di un motore che funziona a pieno ritmo. Questo almeno è quello che ci dicono i ricercatori. Ma l’obiezione successiva mette in dubbio proprio la loro buona fede.

3) I ricercatori mentono perché vengono pagati dalle multinazionali. Le multinazionali e le industrie possono essere accusate di diverse nefandezze, ma qui si sta sostenendo che sono autolesioniste. Scusate, ma lo scopo di una casa farmaceutica è di vendere un farmaco, giusto? E allora, se esistessero alternative alla sperimentazione sugli animali, perché si dovrebbero sobbarcare spese enormi (la sperimentazione sugli animali costa molto di più di quella in vitro, e poi ci sarebbero migliaia di ricercatori “di base” da corrompere)? solo per il gusto di torturare degli esseri viventi? Inoltre questa tesi presume che tutta, ma proprio tutta, la comunità scientifica sia composta da individui crudeli e privi di scrupoli. Io sarò ingenua, ma di ricercatori ne ho conosciuti tanti, e nessuno mi è sembrato un mostro sadico. Sono stata anche accusata di avere intervistato solo persone di parte. Ma se devo capire come funziona la ricerca su un farmaco devo andare alla fonte, cioè chiedere a chi i farmaci li studia. Loro mi raccontano dei fatti, io li riferisco, e poi ciascuno tira le somme in base anche alla sua coscienza.

4) La ricerca sugli animali non fornisce risultati certi, al punto che la stragrande maggioranza dei farmaci che inizialmente sembrano promettenti si rivelano poi non adatti all’uomo. Questo è assolutamente vero. Gli animali non sono esseri umani, e quindi ciò che funziona su di loro può non funzionare su di noi. Però i test sugli animali danno delle indicazioni di massima importantissime, soprattutto per ridurre al minimo il rischio di nuocere agli esseri umani che per primi proveranno il nuovo farmaco. Ad esempio un ricercatore che non ho citato mi diceva che quando si inizia la sperimentazione su esseri umani, si incomincia somministrando al paziente un decimo della dose che si è rivelata non tossica sugli animali. La medicina non è una scienza esatta e procede per tentativi ed errori. Purtroppo non abbiamo strategie migliori, al momento. A meno di non prendere atto della situazione e decidere che comunque il sacrificio degli animali non è sopportabile.

5) La gran parte degli animali viene vivisezionata per scopi non medici. Nel mio articolo ho cercato di spiegare perché gli animali vengono usati nella ricerca biomedica, e cosa succederebbe nel caso decidessimo di farne a meno, quindi mi riferivo solo agli esperimenti a scopo medico. Comunque il Ministero della Salute tiene un registro di tutti gli animali utilizzati in Italia per la sperimentazione, e trovate qui le tabelle più aggiornate. Nella tabella 2.1 si spiega in che tipo di sperimentazioni vengono coinvolti gli animali. A parte le sperimentazioni volte a mettere a punto farmaci per uso veterinario, mi pare che tutto il resto sia sostanzialmente riconducibile a usi medici per umani (o di ricerca di base, che però è essenziale alla medicina). Qualcuno è preoccupato per l’uso di animali nella produzione dei cosmetici: sempre su Panorama si può leggere che questo uso è attualmente fortemente limitato e prestissimo sarà del tutto proibito, credo con sollievo di tutti.

6) Accetto la sperimentazione animale ma non su cani, gatti e cavalli Questa è una posizione che non tutti condividono, ma che come le altre merita rispetto perché esprime una sensibilità. La stragrande maggioranza della sperimentazione animale utilizza i topi e solo in fasi più avanzate prevede gli animali che amiamo di più. Possiamo immaginare di fare a meno di certe specie (nel caso includerei sicuramente le scimmie). È possibile che in certi casi possano essere sostituite da altre, magari allungando i tempi e aumentando i costi. In altri casi probabilmente non potrebbero essere sostituite, e quindi al solito ci troveremmo di fronte all’alternativa o di rinunciare al farmaco o di accettare un rischio molto alto per gli esseri umani che per primi lo proveranno. Fra i vari messaggi, c’era anche qualcuno che suggeriva di sostituire gli animali che vogliamo salvare con carcerati per crimini gravi che in cambio potrebbero godere di sostanziosi sconti di pena. Era una provocazione, spero.

7) Non accetto nessuna forma di sperimentazione animale, neppure sui topi. Anche questa è una posizione assolutamente rispettabile. Me ne ha scritto fra gli altri un animalista vegetariano che probabilmente fa anche a meno dei farmaci proprio perché non vuole utilizzare qualcosa di testato sugli animali. Questa persona è estremamente coerente e ha tutto il mio rispetto. Un ricercatore però mi ricordava che nelle cantine muoiono molti più topi di quanti ne vengano utilizzati nella ricerca, fra gli atroci tormenti causati dal veleno. Se decideremo di non utilizzare più i topi per la ricerca, dovremo anche mobilitarci per la messa al bando dei topicidi.

8) Lei ha scritto queste cose perché è stata pagata dalle multinazionali. Vi garantisco che non è così, ed escludo anche di essere stata compensata in qualsiasi modo a mia insaputa: appartengo a quella stragrande maggioranza degli italiani che conosce personalmente ogni singolo euro che entra o esce dalle sue tasche, e se ci fossero stati movimenti insoliti me ne sarei accorta. Del resto, anch’io potrei sospettare che le molte voci che hanno scritto esprimendo dissenso siano pilotate dalla lobby dei produttori di attrezzature per test in vitro. Ma non lo faccio: resto totalmente convinta della buona fede dei miei lettori.

9) Non compreremo mai più Panorama. Beh, ognuno è libero di scegliere cosa leggere. Però ultimamente abbiamo tutti la tendenza a seguire solo i mezzi di informazione che dicono le cose con cui siamo d’accordo. Ma i mezzi di informazione, non dovrebbero avere il coraggio di trattare temi controversi e voci discordanti, purché le fonti siano sempre dichiarate e trasparenti? E se leggiamo solo quelli che sappiamo già essere d’accordo con noi, non rischiamo di chiudere un po’ i nostri orizzonti?

Mi scuso con i lettori, ma non credo che continuerò la discussione su questo blog, Non voglio sottrarmi al dibattito, ma penso che in caso il posto giusto per farlo sia il giornale. Spero solo che la discussione possa essere pacata. Qualcuno mi ha detto che avrei dovuto scrivere sotto pseudonimo. Ma scherziamo? Non sono mica un blogger dissidente che in Iran si oppone ad Mahmud Ahmedinejad!

Quanta malafede in nome delle cavie



giovedì 5 aprile 2012


UE: no alle cavie animali, meglio quelle umane, di Giovanna Arcuri, 05-04-2012, http://www.labussolaquotidiana.it


Nell’Unione Europea i nascituri correranno il rischio di fare la fine dei topi. Non è una metafora, né un’iperbole ma una triste realtà. Il dottor Jürgen Hescheler dell’istituto di Neurofisiologia dell’Università di Colonia ha messo a punto un programma che si chiama “Esnats”, cioè “Nuove strategie di test alternativi basate sulle cellule staminali embrionali”. Sul sito ufficiale esnats.eu si chiarisce di che cosa si tratta: «L’obiettivo del progetto Esnats è di sviluppare una nuova piattaforma di test di tossicità all in one fondata su cellule staminali embrionali, in particolare umane, per accelerare la realizzazione di farmaci, ridurre i costi di ricerca e sviluppo e proporre una potente alternativa ai test animali», ciò in conformità ad una direttiva UE che obbliga a trovare test alternativi a quelli animali quando ci sono.

Il programma di ricerca si sviluppa intorno al principio delle “Tre R”:
1) “Replacement”: sostituzione dei metodi che prevedono l’uso di cavie animali con quelli senza l’uso di queste cavie
2) “Reduction”: se ciò non fosse possibile tentare almeno di ridurre il numero di cavie animali utilizzate
3) “Refinement”: migliorare le condizioni delle cavie e alleviare il dolore di queste il più possibile.

Questo principio è stato enucleato in una pubblicazione del 1959, vera bibbia per chi fa ricerca, a firma del zoologo W.M.S. Russell e del microbiologo R.L. Burch, dal titolo assai significativo: “La rimozione della disumanità”. A noi pare invece che sia disumano usare persone per esperimenti scientifici a posto di animali.

Insomma il programma Esnats non  fa mistero – e il pudore e la vergogna vengono messe da parte – del fatto che è meglio usare gli uomini e non le cavie animali per testare i nuovi farmaci. I motivi di questa scelta? Sono i più vari. Innanzitutto dato che si usa “materiale” umano i test acquisiscono maggior validità scientifica e i farmaci sono più sicuri per i pazienti. Molto meno sicuri questi test per gli embrioni dato che a motivo di ciò verranno soppressi.

In secondo luogo si evitano inaccettabili sprechi. I curatori del progetto infatti hanno avuto la premura di precisare che, in ottemperanza delle normative europee, loro utilizzano solo embrioni soprannumerari, embrioni che definiscono “surplus”. Cioè i figli di quelle coppie che hanno già avuto il loro figlio tramite Fivet e che non sanno cosa farsene di questi altri. Alcune di queste coppie, quelle più animate da un frainteso spirito di filantropia, hanno deciso di donare la propria progenie alla scienza sacrificandoli così sull’altare delle ricerca scientifica.

Il progetto Esnats si è pure affidato non ad una qualsiasi commissione etica costituita ad hoc per risolvere alcuni aspetti un po’ spinosi di tutto questo brutto affare, ma addirittura una vera e propria società di consulenza, la Edinethics Ltd. Il direttore è un certo dottor Donald Bruce, responsabile anche del progetto “Society, Religion and Technology”, idea partorita dalla Chiesa Scozzese, un’organizzazione pseudo-cristiana dedita più alla salvezza della Terra che dei suoi abitanti. In un parere della Edinethics gli esperti bioeticisti della stessa affermano con spietato candore: “Se gli embrioni non fossero stati donati alla fine sarebbero andati distrutti”. Insomma meglio uccisi dai tecnici di laboratorio che gettati nella spazzatura.

La stessa Edinethics si pone poi il quesito dello “status morale” degli embrioni, cioè a dirla in modo più corretto, se questi embrioni siano esseri umani o solo un grumo di cellule. I cervelloni della società di consulenza non ne vengono a capo e nell’incertezza cosa propongono? Meglio la sperimentazione che lasciare gli embrioni nel freezer. E così l’uomo usando di un suo simile e non degli animali diventa lui stesso bestia.

Il progetto Esnats raccoglie 27 partner tra università, centri di ricerca e organizzazioni europee. Per l’Italia c’è la società Avantea specializzata in zootecnica e biotecnologie. Gli ideatori del progetto non nascondono che possono attingere ad immense risorse provenienti dall’Unione Europea e fanno sapere che hanno a disposizione “un budget totale di 15,5 milioni di euro e un sostegno finanziario di 11,9 milioni di euro per 5 anni” soldi provenienti dal Settimo programma quadro dell'Unione europea per la ricerca e sviluppo tecnologico.

Il futuro per questi ricercatori si presenta tanto roseo quanto oscuro per gli embrioni. Infatti in una bozza di documento della Commissione per Horizon 2020 – il nuovo programma quadro per gli anni 20124-2020 che andrà a gestire complessivamente 87 miliardi di euro -  si legge: «Qualsiasi ricerca sulle cellule staminali umane, allo stato adulto ed embrionale può essere finanziata». La via è spianata.

Tale fiducia nelle cellule staminali embrionali è poi senza fondamento. Infatti, anche a voler mettere da parte i rilievi di ordine morale, ad oggi i risultati ottenuti dall’uso delle staminali embrionali sono pressoché a quota zero e i pericoli connessi a queste pratiche sono molti: rigetto, tumori, etc. Le staminali adulte, il cui uso non comporta la distruzione di nessun embrione e quindi è eticamente lecito, invece hanno già curato molte persone e non presentano le controindicazioni terapeutiche delle embrionali. Ma una volta che si sono investite cifre enormi in brevetti come si fa a fare marcia indietro? Meglio tirar dritto e passare sui cadaveri di questi bambini che non vedranno mai la luce e che mai potranno protestare.


martedì 6 marzo 2012


Sottolineare la differenza tra l’uomo e l’animale è sempre più necessario, 5 marzo, 2012, http://www.uccronline.it/

Esiste oggi una forma di animalismo sfrenato che è davvero deleteria. Non si parla certo di chi difende e protegge gli animali dalla inutile violenza, cosa di grande valore e sensibilità, ma l’accusa è verso quella forma di fanatismo che diventa un vero accanimento verso l’uomo, ritenuto “cancro del pianeta”, un ritorno al panteismo o alla devozione di una Terra Madre (Gea). Ovviamente la componente laicista della società ne approfitta per diffondere il riduzionismo dell’uomo all’animale, si veda ad esempio il pensiero di Singer, Dawkins, Zapatero, Hack, Veronesi. Proprio quest’ultimo ha parlato qualche giorno fa di scimmie come «nostri fratelli e sorelle». Il loro scopo è sempre lo stesso: denigrare la Creatura per negare il Creatore. Contro questo isterico eco-animalismo si è scagliato di recente il filosofo laico Fernando Savater.
E’ evidente che oggi, purtroppo, difendere l’eccezionalità dell’uomo viene oggi visto come una discriminazione diretta degli animali, un preludio per una loro discriminazione. Ma questa è una deduzione folle e completamente ingiustificata: esistono tantissimi cattolici vegani, vegetariani e ambientalisti e con maggiore sensibilità di altri circa le sorti del Creato. Cattolici che si battono per interrompere le crudeltà verso i suini e cattolici che propongono l’ambientalismo blu , altri invece che preferiscono usare il loro tempo per assistere gli uomini, i bambini, gli anziani e gli ammalati. Ognuno fa il suo, senza nessuno fondamentalismo, senza voler paragonare l’uomo all’animale (anzi, solo certi animali, quelli più teneri) o estendere loro i diritti umani. Questa è pura antropomorfizzazione.

In proposito, il filosofo Tommaso Scandroglio ha ottimamente commentato  una recente vicenda giudiziaria tra alcune orche e i proprietari di tre grandi parchi acquatici americani. Gli avvocati di Peta (People for Etichal Treatment of Animals) hanno trascinato in giudizio questi ultimi perché le orche sono ridotte in schiavitù dato che sono state tolte dal loro ambiente naturale, sono costrette a nuotare in piccole vasche e obbligate – come se fossero lavori forzati – ad esibirsi per il divertimento di noi uomini. Questo cozzerebbe con il 13° emendamento della Costituzione americana che vieta la schiavitù e i lavori forzati. Le orche, dicono, non devono essere lese nella loro libertà “personale”, ma devono far ritorno nell’Oceano. I giudici hanno tuttavia respinto la richiesta stabilendo che l’emendamento si applica solo agli esseri umani: «Nella storica frase “We the people…” (“Noi, il popolo…”) nessuno alludeva alle orche». Attenzione: certamente ci sono situazioni in cui in questi parchi acquatici gli animali vengono maltrattati, e quindi è opportuno vigilare come fanno questi attivisti, ma è la strategia usata ad essere assurda, proprio in quanto si è tentato di difendere gli animali paragonandoli agli uomini.

Il filosofo ha fatto alcune considerazioni molto interessanti da cui abbiamo preso spunto per smontare questa ideologia fanta-ecologista disumana, nel vero senso della parola.

1) PERCHE’ SOLO ALCUNI ANIMALI? PERCHE’ NON LE PIANTE?  “Le orche hanno dei diritti”, dicono. E’ possibile essere d’accordo, ma a patto che per non discriminare nessuno dovremmo riconoscere dei diritti non solo ai tenerissimi panda, ma anche a pulci, zecche, pidocchi, ragni, piccioni, topi, scarafaggi, formiche, mosche, zanzare ecc. Ma anche i batteri appartengono al regno animali, dunque se l’animale vale quanto l’uomo dovremmo smettere di curarci l’influenza o l’HIV? Bisognerebbe che questi militanti smettessero anche di girare a piedi o in auto per le loro battaglie, dato che ogni loro movimento comporta il massacro di milioni di animali (sotto le scarpe, sul parabrezza ecc.). E perché poi discriminare le piante? Questi fanatici, aggressivi verso chi non è vegetariano, fanno scorpacciata di vegetali, anche se è dimostrato che vi sia in essi  attività neurologica e, addirittura, gli ortaggi comunicherebbero tra loro lanciandosi richieste di aiuto. Magari quando scorgono in lontananza Michela Brambilla o Margherita Hack? Il diritto delle piante dove va a finire?

2) ESTENDERE LORO ANCHE DIRITTI MINORI? Se le orche hanno diritto alla libertà ciò comporta necessariamente riconoscere riconoscere loro anche diritti minori o di pari importanza: diritto di compravendita, di voto, alla pensione, di coniugio, etc. Tutte modalità attraverso cui la libertà di un individuo si esprime e che quindi non possono essere negate.

3) RICADUTE TRAGICOMICHE? Se la sentenza americana avesse avuto esito positivo le ricadute sarebbero state tragicomiche: obbligo di tutti i possessori di bocce in vetro contenenti pesci rossi di sversare il contenuto in mare o nel lago. Anche cardellini, fringuelli, pappagalli e canarini avrebbero visto aprirsi le porte delle loro gabbiette a motivo di questo animalesco indulto (per entrambe le specie ovviamente il risultato sarebbe stato la morte improvvisa dato che sono animali domestici). Da qui ovviamente il divieto perpetuo di trasmettere il cartone animato Gatto Silvestro perché il canarino Titty dietro le sbarre avrebbe sicuramente configurato apologia di reato. Infine il dubbio: forse che anche l’amato cane Fido implicitamente ci chiede di lasciarlo in mezzo ad una strada per ritornare libero allo stato brado condizione originaria dei suoi lontani progenitori, piuttosto che restare legato ad un guinzaglio impacchettato in un maglioncino rosso. Però se lo facessimo saremmo di certo travolti dall’ira di una pletore di animalisti convinti. Insomma ci troveremmo tra due fuochi: Fido libero o ridotto in schiavitù ma non abbandonato? Un’altra domanda: ama di più i pesci o i pappagalli chi li tiene nell’acquario/gabbietta o chi li lascia liberi nel loro ambiente?

4) AVERE DEI DIRITTI COMPORTA DEI DOVERI Se vogliamo estendere agli animali i diritti destinati agli uomini, questa stessa libertà per forza di cose comporterà delle responsabilità. Da che mondo è mondo se io uomo uso male della mia libertà dovrò pagarne le conseguenze: libero di andare in giro in auto, ma se investo una persona me ne assumerò le conseguenze anche legali. La dolce Tilly, una di queste cinque orche, in passato ha sbranato ben due dei suoi addestratori. Nulla di scandaloso: ci sarà pur un motivo se questi cetacei in inglese sono conosciuti con l’appellativo di killer whales. Essendo in America però la nostra Tilly si meriterebbe un’immensa sedia elettrica. In Italia, a Livorno, un branco di cani ha sbranato in questi giorni un camionista, padre di famiglia. Un cane non randagio, addomesticato e “amico dell’uomo” ha massacrato un bimbo di 9 anni nel 2008, nel 2009 la stessa sorte è toccata a un bimbo di un anno, pochi mesi fa un neonato è morto dopo l’aggressione del cane dei genitori. Di fronte a tutto questo, chi invocasse la scriminante “l’animale è innocente perché è l’istinto ad averlo costretto ad agire così”, entrerebbe in palese contraddizione:  se è l’istinto a presiedere alle azioni degli animali, allora dobbiamo concludere che i loro atti sono determinati da madre natura e quindi non sono liberi, come quelli umani. Ma allora significa che cagnolini e orche sono schiavi dell’istinto. E dunque, che senso ha berciare tanto nel difendere i loro diritti “umani” di libertà? Oppure vale anche il contrario: dato che si vuole ridurre l’uomo ad un animale sociale, come la formica o la scimmia, perché non esigiamo che il trattamento di impunità riservato agli animali sia esteso anche agli assassini della nostra specie?

In questo periodo storico in cui ci si batte così tanto per valorizzare le differenze quando si parla di omosessualità, esiste una violenta oppressione verso chi valorizza la differenza tra uomini e animali o, nel campo umano, tra maschi e femmine. Un altro incredibile paradosso?

mercoledì 29 febbraio 2012


Le scimmie sono sorelle, parola di Veronesi di Rino Cammilleri, 29-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Il pianeta delle scimmie è il nostro, esattamente come nella saga hollywoodiana. Con la piccola differenza che le scimmie non si sono evolute affatto, sono sempre le stesse fin dai tempi di Darwin e anche prima. Nè una mutazionie artificialmente indotta da quegli sventati che siamo noi umani le ha istigate a prendere il nostro posto come razza dominante. No, saremo noi umani a far loro posto accanto a noi: prego, si accomodino, dal momento che siamo fratelli.

Sì, fratelli. E sorelle. Parola dell'oncologo emerito Umberto Veronesi, che la notoria pigrizia delle redazioni fa sì che venga intervistato su tutto, dall'amore gay ai primati (nel senso di antropoidi). E' sempre la pigrizia dei redattori a incoronare Tuttologi ultraottantenni fuori servizio come il sopracitato, come Margherita Hack, come Rita Levi Montalcini. Oggi il caso riguarda le scimmie di genere macaco, che la multinazionale Harlan acquista nella solita Cina e intende impiegare per esperimenti nella sua azienda brianzola. Gli animalisti hanno promesso sfracelli e subito si è accodata la ex ministra Brambilla, che, com'è noto, ama talmente gli animali da voler imporne l'amore a tutti.

E' come per le sigarette: lo Stato, per il tuo bene, ti vieta di fumare. Sempre per il tuo bene, dissolve il matrimonio etero. Ed è sempre perchè tu, cittadino qualunque, non sai qual sia il tuo vero bene che adesso devi sopportare anche questa delle scimmie. Dice infatti il Veronesi emerito: "non c'è nessuna ragione al mondo per cui si debbano sacrificare dei primati, che sono nostri fratelli e sorelle". Ipse dixit.

Peccato che un altro oncologo famoso, Silvio Garattini, che è ancora in servizio permanente ed effettivo all'Istituto Mario Negri di Mlano (di cui è, per giunta, direttore), dica il contrario. Dice esattamente che la sperimentazione sulle scimmie è e rimane "fondamentale". A lui si aggiungono i Nas, che non hanno trovat o alcunché di irregolare in quel che fanno alla Harlan. Nemmeno i controlli del Ministero della Salute hanno di che lamentarsi.

Bene, qui abbiamo due scuole di pensiero: una del tutto ideologica a cui fanno capo l'ex ministro del turismo di fulvo crine e il Veronesi, che della razza umana ha un'opinione singolare (sostenne, non molto tempo fa, che l'amore omosessuale è il più puro, appunto perchè non figlia); l'altra, quella oggettivamente scientifica dei Nas, di Garattini e del Ministero competente. Si noti che gli appartenenti alla prima scuola sono gli stessi che proclamano il primato e l'infallibilità della Scienza a ogni piè sospinto. Ma, da buoni giacobini, tendono a chiamare Scienza quel che frulla loro nel cervello, e Oscurantisti chi non la vede come loro. Sognano l'Arcadia, quella col cibo naturale e filosofici pastorelli che parlano con gli animali, dove il leone pascola con l'agnello e bianchi mulini ad acqua macinano biscotti. Dèjà vu: l'Illuminismo cominciò con l'Arcadia e finì con la ghigliottina per chi non si adeguava. La sola differenza è che oggi la Fraternité viene estesa ai macachi.

mercoledì 22 febbraio 2012


Una causa illuminante sui diritti delle orche di Tommaso Scandroglio, 22-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

E’ proprio il caso di dirlo: gli animalisti americani hanno fatto un bel buco nell’acqua. Ci riferiamo ad una recente vicenda giudiziaria che ha visto coinvolti da una parte alcune orche e dall’altro i proprietari di tre grandi parchi acquatici di California e Florida con marchio Seaword. Gli avvocati di Peta (People for Etichal Treatment of Animals) hanno trascinato in giudizio questi ultimi perché le cinque orche presenti nelle loro strutture sono ridotte in schiavitù dato che sono state tolte dal loro ambiente naturale, sono costrette a nuotare in piccole vasche e obbligate – come se fossero lavori forzati – ad esibirsi per il divertimento di noi uomini.

Tutto ciò cozzerebbe con il 13° emendamento della Costituzione americana che da tempo ha abolito la schiavitù e i lavori forzati. Le orche non devono essere lese nella loro libertà personale, ma devono far ritorno nell’Oceano. I giudici qualche giorno fa hanno respinto la richiesta degli avvocati animalisti stabilendo che il 13° emendamento si applica solo agli esseri umani, approvando così la linea della difesa che per bocca del suo avvocato Theodore Shaw aveva affermato: «Nella storica frase “We the people…” (“Noi, il popolo…”) nessuno alludeva alle orche».

La "bestiale" iniziativa del Peta fa fiorire una serie di considerazioni tra cui le seguenti.


"Le orche hanno dei diritti". Questa premessa porta a due conclusioni. In primis per non discriminare nessuno dovremmo riconoscere dei diritti anche a pulci, zecche, pidocchi, scarafaggi e zanzare. Ad essere rigorosi dovremmo smettere di curarci se ci prendiamo un virus influenzale o peggio l’HIV o l’ebola. Anche i virus infatti appartengono al regno animale quanto le summenzionate orche e quindi hanno diritto a vivere liberi e felici dove pare a loro.

La seconda conclusione è la seguente: se le orche hanno diritto alla libertà ciò comporta necessariamente che occorre riconoscere loro anche diritti minori o di pari importanza: diritto di compravendita, di voto, alla pensione, di coniugio, etc. Tutte modalità attraverso cui la libertà di un individuo si esprime e che quindi non possono essere negate.


Altra considerazione: se la sentenza avesse avuto esito positivo le ricadute sarebbero state tragicomiche: obbligo di tutti i possessori di bocce in vetro contenenti pesci rossi di sversare il contenuto in mare o nel lago. Di conserva anche cardellini, fringuelli, pappagalli e canarini avrebbero visto aprirsi le porte delle loro gabbiette a motivo di questo animalesco indulto (per entrambe le specie ovviamente il risultato sarebbe stato la morte improvvisa dato che sono animali domestici). Da qui ovviamente il divieto perpetuo di trasmettere il cartone animato Gatto Silvestro perché il canarino Titty dietro le sbarre avrebbe sicuramente configurato apologia di reato. Infine il dubbio: forse che anche l’amato cane Fido implicitamente ci chiede di lasciarlo in mezzo ad una strada per ritornare allo stato brado, condizione originaria dei suoi lontani progenitori? Però se lo facessimo saremmo di certo travolti dall’ira di una pletore di animalisti convinti. Insomma ci troveremmo tra due fuochi: Fido libero o ridotto in schiavitù ma non abbandonato? Aspettiamo lumi dal fronte animalista.


Terza riflessione: fino ad ora abbiamo assistito ad atti di tutela giuridica di persone che a loro volta tutelavano animali. Ne abbiamo trattato anche qui sulla Bussola con un articolo che riportava una sentenza del Tribunale di Milano la quale concedeva ad una signora di uno stabile, nonostante le proteste dei condomini, di sfamare alcuni gatti randagi in spazi comuni. Ora la novità: si tutelano direttamente gli interessi degli animali. Inutile domandarsi come le orche abbiano dato mandato ai loro legali di adire le vie legali.


Infine una riflessione che gli amici di Fido non fanno mai, ma proprio mai. Se gli animali hanno diritto alla libertà e non devono essere rinchiusi in orrende gabbie, questa stessa libertà per forza di cose comporterà delle responsabilità. Da che mondo è mondo se io uomo uso male della mia libertà dovrò pagarne le conseguenze: libero di andare in giro in auto, ma se investo una persona me ne assumerò le conseguenze anche legali.

Ora è bene sapere che la dolce Tilly, una di queste cinque orche, in passato ha sbranato ben due dei suoi addestratori. Nulla di scandaloso: ci sarà pur un motivo se questi cetacei in inglese sono conosciuti con l’appellativo di killer whales.  A rigor di logica però la bella Tilly si meriterebbe un’immensa sedia elettrica, dato che ci troviamo negli Stati Uniti. Chi invocasse la scriminante che Tilly è innocente perché è l’istinto ad averla costretta ad agire così, entrerebbe in palese contraddizione. Se è l’istinto a presiedere alle azioni di Tilly e compagne allora dobbiamo concludere che i suoi atti sono determinati da madre natura e quindi non sono liberi. Ma allora se Tilly non è libera di agire come le pare, significa che è già schiava dell’istinto. E dunque perchè berciare tanto contro il fatto che questi cetacei sono rinchiusi in un parco acquatico e ridotti in schiavitù?

Oppure per coerenza la soluzione potrebbe essere di segno opposto. Dato che da tempo anche il bipede homo sapiens sapiens è considerato un animale alla stregua di tanti altri, esigiamo che il trattamento di impunità riservato a Tilly sia esteso anche agli assassini della nostra specie di tutto il mondo: fuori tutti dalle carceri. Anche l’animale “serial killer” avrà agito sotto la spinta di un irrefrenabile pulsione del suo istinto. Nell’impossibilità di mettere al fresco l’istinto si lasci libero l’omicida perché lui, al pari delle orche, non ha colpa alcuna.

domenica 11 dicembre 2011


Un delfino è più umano di un disabile di Carlo Bellieni, http://carlobellieni.com/

Il «Financial Times» lo dice chiaramente: in tempo di crisi il mercato del cibo è in stagnazione, ma quello specifico del cibo per animali continua a crescere, con una previsione di un aumento del sei per cento annuo fino al 2016. Solo l’anno scorso negli Stati Uniti sono stati spesi quarantacinque miliardi di dollari per gli animali, di cui diciotto per il cibo, e nei supermercati lo spazio riservato a cibo e oggetti per animali supera quello per i bambini. «Il mercato di cibo per animali negli Usa è tre volte maggiore di quello per bambini e va meglio. Varie nazioni coccolano di più gli animali che i bambini, compreso il Giappone e la Gran Bretagna», scrive il «Financial Times». E la maggior ditta mondiale di alimenti, tradizionalmente rivolta in buona parte al settore infantile, lancia in Austria degli spot televisivi particolari: reclamizzano cibo per animali, e sono fatti in modo di essere avvertiti specificamente dall’udito dei cani, che reagendo a suoni e ultrasuoni influenzerebbero i proprietari nell’acquisto del cibo. Fiorisce anche il commercio di cibi biologici per cani e addirittura a gennaio è nato a Rio de Janeiro il primo bio-ristorante per cani. Ma non solo di cibo si parla: nascono antidepressivi e ansiolitici per cani e anche la moda dei vestiti per animali non va male.

È un dato paradossale, in tempo di crisi: calano tutti i consumi, ma non calano quelli per i cani, succedanei dei bambini nelle attenzioni della classe media occidentale. Un triste paradosso. Perché il rischio è che mettere le priorità animali sullo stesso piano di quelle uomini e donne, finisca col distrarre risorse economiche e soprattutto distrarre l’attenzione dalla povertà e dalle grandi malattie. E si arriva ad adeguarsi in modo inconscio a questo modo di vedere il rapporto con gli animali, o addirittura a teorizzarlo. Un adeguamento inconscio lo troviamo in una recente normativa dell’Unione europea, che invita a trattare gli animali nelle condizioni più “umanitarie”, espressione perlomeno paradossale,

dato che si parla di animali. La teorizzazione la fa una certa filosofia utilitarista, che pretende che si usi appellare alcuni animali (delfini e scimmie, ma non i cani e le giraffe) “persone non umane”, mentre a bambini e disabili mentali sarebbe da riservare il titolo e il trattamento di “umani non-persone”.Ma non sarà che si preferisce dare sempre più spazio agli animali perché la gente ha perso la voglia di riconoscere incondizionatamente il giusto rispetto da dare all’uomo? Se l’uomo è un animale tra gli altri, perché trattarlo con incondizionato rispetto, invece che con rispetto subordinato alla sua utilità?

Già, perché il metro dei rapporti è troppo spesso l’utilità. Anche il rispetto verso gli animali ne riguarda solo alcuni, quelli “più uguali degli altri”, parafrasando George Orwell: gli animali “non belli” o “non utili” o “non intelligenti” restano di serie B. Ad esempio, le norme dell’Unione europea di cui sopra dettano di limitare gli esperimenti

sulle “grandi scimmie”, lasciando meno restrizioni agli esperimenti su altri animali. Su che base, dato che la differenza genetica di un pollo o un topo dall’uomo è solo infinitesimamente diversa da quella dell’orango? Potremmo chiamare questo modo di comportarsi: animalismo estetico o utilitarista. Trascura le specie meno gradite, ed è parente del comportamento barbaro costituito dall’abbandono dei cani da appartamento, quando non sono più “utili”. Cosa diversa è l’animalismo vero, che rispetta l’animale in quanto tale, che non sopporta le cattive condizioni di certi allevamenti intensivi, o lo stress degli animali usati in certi spettacoli televisivi tra riflettori e altoparlanti, anche se non riguardano animali di serie A. In fondo non c’è da stupirci: tutta la società ha come parola d’ordine quella di accogliere solo chi è perfetto tra gli umani, figuriamoci tra gli animali. Non ci stupisce allora che l’industria investa più per i cani che ci fanno fare bella figura o ci fanno compagnia, che per i bambini, talora indesiderati, e comunque sempre fonte di imprevisti. L’industria segue le priorità della gente; e nei comportamenti dei popoli occidentali — basta guardarsi intorno — bambini e malati non sono certo “la” priorità.

giovedì 27 ottobre 2011


ANIMALISMO: vivisezione per gli uomini, non per le bestie, Corrispondenza Romana, 27 ottobre 2011, http://www.corrispondenzaromana.it

Siamo ancora una volta di fronte all’assurdo. Da una parte la stampa laicista contesta la sentenza, con cui la Corte di Giustizia europea ha vietato brevetti ed uso commerciale degli embrioni e delle cellule embrionali umane. Dall’altra plaude alla decisione, assunta dalla Commissione Affari Sociali della Camera, di vietare cavie animali per le esercitazioni didattiche. Insomma, uomini sì, bestie no.
La decisione presa a Bruxelles è clamorosa. Perché sancisce a chiare lettere come col termine “embrione” si debba intendere qualunque ovulo all’istante della fecondazione, facendo piazza pulita di quell’invenzione lessicale corrispondente all’aberrante termine di “pre-embrione”, totalmente privo di riscontri a livello scientifico. Il che non manca di riaprire, finalmente, un confronto serio anche su questioni quali aborto e contraccezione, già costate tanti milioni di vite umane.

A quotidiani come “Repubblica”, questo, non sta bene. E prende le distanze. Già nel titolo, dove spiega che la sentenza è stata determinata dal fatto che «gli embrioni per la Ue sono “vita umana”». Così, virgolettato. Il quotidiano diretto da Ezio Mauro dà ampio spazio a tecnici come Ian Wilmut, il primo a clonare una pecora, subito pronto a definire la decisione «un disastro per l’Europa», «anni di ricerca buttati via», in coro con la deputata radicale Maria Antonietta Farina Coscioni.

Od alla ricercatrice Elena Cattaneo, secondo cui dal Lussemburgo si «nega ai malati una possibile cura». Non importa se a scapito di embrioni, eliminati per ottenerla. Ammesso – ed al momento non concesso – di riuscirvi.

Quando, però, si tratta di vietare l’utilizzo di cavie animali per la sperimentazione e le esercitazioni didattiche, allora la musica cambia. Allora siti come quello della Lega Antivivisezione esultano, definendo il predetto verdetto della Commissione parlamentare «un primo importante passo», «un atto dovuto», tale da «salvare la vita a decine di migliaia di animali», tremando all’idea che un’altra Commissione parlamentare, quella per le Politiche Comunitarie, od una delle due Camere, possano ribaltarne l’esito.

Ma non basta. Un’altra denuncia scuote le coscienze. Questa volta giunge dalla Lega nazionale contro la predazione degli organi e la morte a cuore battente. Che sul suo sito lancia l’allarme: con l’adozione del testo base unificato A.C. 746 e abb, la Commissione Affari Sociali ha regolamentato la «donazione del corpo post mortem a fini di studio e di ricerca scientifica».

Esercitazioni chirurgiche, chimiche e radiologiche potranno essere praticate sui cosiddetti “morti cerebrali” per un anno. Cioè su soggetti, che – si legge sul sito – sono persone ancora «a cuore battente e sangue circolante». Durante tale periodo, di conseguenza, non sarà nemmeno possibile dare degna e religiosa sepoltura a questi cristiani. Assicurando però alle famiglie, trascorso il termine, trasporto e funerali tardivi gratis.

Il Comitato medico-scientifico della Lega antipredazione, in un proprio comunicato, va giù duro, denunciando come la proposta pretenda la «sperimentazione in vivo». In una parola, la prospettiva della vivisezione, non richiedendo «cadaveri veri in arresto cardio-circolatorio e respiratorio da 12/72 ore». Per l’attuazione del provvedimento, comprensivo di un Registro nazionale dei “donatori del corpo”, è prevista per l’anno in corso una spesa di 10 milioni di euro, a carico del fondo della Sanità.

Dove già il concetto di “donazione del corpo”, come se questo fosse proprietà del singolo, apre più di un problema filosofico. Figuriamoci religioso. Dimostrando tutto il limite ideologico intrinseco a tale posizione culturale, smaccatamente positivistica. Ma l’emergenza vera è capire come ormai si sia giunti al capovolgimento totale dell’ordine naturale.

Mentre nella Genesi (1, 26), è scritto a chiare lettere come Dio abbia dato all’uomo il dominio «sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra», l’imperversante animalismo predica e pratica l’opposto, negando all’uomo gli stessi diritti, che evoca e sventola per gli animali. È ora di dirlo e denunciarlo. Con chiarezza. (Mauro Faverzani)

mercoledì 12 ottobre 2011


No alla zoorastia "senza consenso" di Tommaso Scandroglio, 12-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

L’animalismo, si sa, vede l’uomo come se fosse un animale come tanti altri. E a volte ci azzecca proprio. L’Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente (AIDAA) qualche giorno fa ha infatti denunciato  in una nota che la pratica della zoorastia – avere rapporti sessuali con animali – sta crescendo: sarebbero 4mila gli annunci on line ogni anno di persone che offrono e cercano rapporti sessuali di natura zoofila. Aumenta anche il business intorno a questa pratica abominevole: 50 milioni di euro all’anno il volume di affari prodotto da video hard. Infine il numero dei siti che offrono questo particolare tipo di materiale pornografico si aggirerebbe sui 15mila.

L’AIDAA denuncia questa pratica senza mezzi termini: “Vi sono molte persone che ritengono che fare sesso con il proprio animale domestico sia lecito”. Ma perché secondo l’AIDAA non è lecito? Nella nota diffusa dall’associazione non è dato di saperlo con chiarezza. Però c’è un particolare che ci fa alzare un sopracciglio. L’associazione animalista informa che per debellare questi abusi ha istituito un numero arancione. Qualche tempo fa ne aveva già istituito un altro a beneficio dei portinai che avessero voluto, anche in forma anonima, denunciare maltrattamenti a danno dei quadrupedi presenti nello stabile. Il telefono arancione in modo analogo dovrebbe tutelare cani, cavalli, pecore, mucche, galline e maiali (l’elenco è stilato dall’associazione) contro le bestialità umane.

L’AIDAA afferma che tali rapporti sessuali costituiscono “una pratica abominevole”e quindi parrebbe che anche per l’associazione animalista sia una perversione da rigettare di per se stessa, perchè degrada l’uomo a bestia. Però il sopracciglio continua a rimanere inarcato per il seguente motivo.

La categoria sociale del “telefono amico” da sempre è nata con lo scopo di tutelare un soggetto più debole da quello più forte: azzurro per i bambini, rosa per le donne, viola per i pazienti psichiatrici a difesa dello strapotere della “medicina autoritaria” (esiste anche questo) e via arcobalenando. A questa ratio non sfugge il telefono arancione: un numero a cui chiamare non per denunciare un atto che di per sè ripugna la coscienza perché svilente della dignità umana, ma per proteggere l’inerme e non proprio accorta gallina dalle depravazioni del fattore, uno strumento di bestiale efficacia per dar voce a chi non ne ha. Insomma ci viene questo sospetto: vuoi vedere che questi rapporti sessuali sono da censurare severamente perché avvengono su animale non consenziente?

Il nocciolo della questione pare proprio che sia il mancato consenso. Una prova viene da due obiezioni che si potrebbero sollevare. Innanzitutto chi è che decide quali sono le parafilie (leggi: insane bizzarrie sessuali) buone da quelle cattive? Perché il sadomasochismo sì e la zoorastia no?

In secondo luogo seguendo a rigore la logica animalista non dovremmo condannare queste pratiche. Infatti provocatoriamente potremmo obiettare: non è un modo questo per dimostrare affetto per il proprio amico a 4 zampe?

L’unica strada per rigettare queste due obiezioni potrebbe essere solo quella di appellarsi al principio del consenso. Il bravo animalista, nel cui petto sovente alberga anche un cuore liberal-progressista, risponderebbe che il sadomasochismo avviene tra persone consenzienti, la zoorastia invece no. O meglio: non possiamo saperlo. E in merito alla seconda provocazione: trattasi di un gesto d’affetto che forse non è gradito all’animale stesso.

Intendiamoci bene: l’AIDAA non si spinge ad affermare tutto ciò, ma ci sembra che l’intera campagna contro questa particolare parafilia è vista più con gli occhi del quadrupede offeso che con quelli dell’uomo sano di mente il quale inorridisce di fronte ad un altro uomo che si fa bestia. Se fosse davvero così, cioè se il punto privilegiato per decidere della questione fosse quello dell’animale e non dell’animale politico che è l’essere umano, nascerebbero una montagna di problemi da risolvere. Cani, cavalli, pecore etc. possono esprimere un consenso valido? Pare di no, dato che la via dell’esegesi di nitriti e belati appare sinceramente impervia. E’ dunque corretto applicare l’istituto del silenzio diniego? Ma si può davvero escludere che l’animale non apprezzi?

Ci fermiamo per amore della decenza, ma appare chiaro che questa iniziativa ha di nuovo fatto venire a galla uno dei criteri che vanno per la maggiore in campo etico. Non esistono atti che – così si sostiene – di per sé stessi sono malvagi e turpi, sempre e comunque. Di conseguenza ognuno può fare quello che vuole, l’importante è non recare danno a terzi. Ma se questi terzi poi sono consenzienti allora non c’è problema alcuno. Lo scrisse limpidamente Stuart Mill nel sul libro “La libertà”: “Non appena un aspetto qualsiasi della condotta di una persona diventa pregiudizievole per gli interessi altrui, la cosa rientra nella giurisdizione della società […]. Questo problema invece non si pone quando la condotta di una persona non tocca che i suoi interessi, o coinvolge gli interessi degli altri solo se consenzienti […]: in tutti questi casi dovrebbe esserci sempre assoluta libertà, legale e sociale, di compiere l’azione ”.

mercoledì 6 luglio 2011

Coscienza degli animali Incoscienza umana di Giacomo Samek Lodovici e Luigi Mariani, 06-07-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

E' stato rilanciato in questi giorni il Manifesto animalista promosso da Michela Brambilla, attuale ministro del Turismo, e Umberto Veronesi. Il manifesto, che si chiama «La coscienza degli animali», afferma che «Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani». E ancora: «Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti», cosicché «Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita». La Brambilla e Veronesi sono inoltre vegetariani e, per l’oncologo più famoso d’Italia, «Dobbiamo cominciare a trasferire i principi etici […] non far soffrire, non essere violenti e non uccidere […] anche al mondo animale».

Il Manifesto e le dichiarazioni che lo accompagnano spingono a domandarsi quale sia la differenza tra uomo e animale. Abbiamo perciò chiesto a un filosofo e ad un esperto di zootecnia e agricoltura di chiarire questi aspetti.

- Se il pollo vale più dell'embrione, di Giacomo Samek Lodovici

- Diritto alla vita: anche dei topi in casa?, di Luigi Mariani


Se il pollo vale più dell'embrione di Giacomo Samek Lodovici, 06-07-2011

Michela Brambilla, Umberto Veronesi, Dacia Maraini, Margherita Hack e Maurizio Costanzo: sono solo alcuni dei nomi altisonanti che hanno promosso il manifesto «La coscienza degli animali», che afferma che «Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani». E ancora: «Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti», cosicché «Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita». La Brambilla e Veronesi sono inoltre vegetariani e, per l’oncologo più famoso d’Italia, «Dobbiamo cominciare a trasferire i principi etici […] non far soffrire, non essere violenti e non uccidere […] anche al mondo animale».


Ora, sia chiaro: l’uomo non è il proprietario della creazione, bensì ne è l’amministratore, deve dunque prendersene cura, non deve devastarlo, deve rendere conto all’Autore del mondo. Ma questo non toglie che ne possa fare un giusto uso. Perciò, si può legittimamente discutere sul dolore inutilmente inflitto agli animali (e su cosa sia inutile si potrebbero fare molte disquisizioni opinabili), ma di sicuro è ineccepibile cibarsi di animali.


Uno dei più importanti antesignani di Brambilla & co è il filosofo Jeremy Bentham (1748-1832), secondo cui tra l’uomo e l’animale non sussiste una differenza qualitativa, perché – per questo filosofo inglese – il requisito che può tracciare dei confini tra i viventi non è la razionalità, ma la capacità di provare dolore. Per Bentham, tra l’uomo e l’animale non c’è una distinzione qualitativa, bensì solo di grado. Così, dice Bentham, «c’è stato un giorno […] in cui la maggior parte delle specie umane, sotto il nome di schiavi, veniva trattata dalla legge esattamente come lo sono ancora oggi […] le razze inferiori degli animali», ma «può arrivare il giorno in cui il resto degli animali del creato potrà accampare quei diritti di cui non si sarebbe mai potuto privarli, se non per mezzo della tirannia».


Si dirà che per Brambilla e Veronesi la differenza tra l’uomo e gli animali è anche qualitativa; ma, allora, il trattamento riservato all’uomo dev’essere enormemente diverso da quello verso gli animali: sono d’accordo Brambilla e Veronesi? In realtà, nelle loro dichiarazioni tale differenza tende a sfumare, quando essi affermano che gli animali hanno consapevolezza e coscienza. Ora, non vogliamo qui stare a fare (o chiedere loro) una definizione di questi termini. Il punto essenziale che va chiarito e tenuto fermo è il seguente: se negli animali superiori si trova una qualche forma di “intelligenza”, nondimeno essa è qualitativamente inferiore a quella umana.

Lo rileva già in modo magistrale Aristotele, nel primo libro della Politica. Infatti (rimando per approfondimenti al mio articolo Uomo e animale: così diversi…, «il Timone», 99 [2011],), l’animale si accorge solo di alcune cose, cioè solo di quelle utili/dannose, piacevoli/dolorose, pericolose/vantaggiose e le altre cose del mondo non le percepisce; per contro, l’uomo si accorge di tutte le cose e non solo di quelle che gli possono essere utili/nocive e si interroga non solo sull’utilità/nocività, ecc. delle cose, ma anche sulla loro natura, cioè si chiede: «che cos’è questa cosa?», perché vuole conoscerla anche a prescindere dalla sua eventuale utilità/dannosità, vuole conoscere anche la verità sulle cose, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto.

Inoltre, come ha scritto il filosofo Paolo Pagani, una cosa è usare oppure adattare qualcosa per farne uno strumento, come fanno sia l’uomo sia gli animali; un’altra è fabbricare strumenti, come fa solo l’uomo. È vero che nel 2000 una scimmia è stata indotta, grazie ad un lungo addestramento, a scheggiare delle pietre, ma ciò non costituisce una smentita della differenza qualitativa tra l’uomo e l’animale, bensì è un mero esempio di comportamento imitativo.

Potremmo proseguire a lungo sulla differenza qualitativa uomo-animale: dovremmo parlare di vari altri aspetti peculiari dell’uomo, come la libertà, la capacità di amare (ben diversa dalla cura animale, cfr. il mio articolo che ho già citato), il senso estetico, il senso etico, ecc.

Qui possiamo solo aggiungere che, a ben vedere, Bentham pare più conscio di una cosa che Brambilla e Veronesi non evidenziano. L’uccisione che gli animali ricevono dall’uomo di solito è meno dolorosa di quella che generalmente li coglie in mezzo agli altri animali: «La morte che ricevono da noi comunemente è, e può essere, una morte più veloce, e per questo meno dolorosa, di quella che li aspetterebbe nell’inevitabile corso della natura».

Inoltre, se la Brambilla è davvero convinta della differenza qualitativa tra l’uomo e l’animale, perché non si batte, e molto più energicamente, per la protezione degli esseri umani? Qualora per lei gli esseri umani allo stadio di embrione non fossero persone, si batta – e molto più energicamente che per gli animali – per i poveri, per gli sfruttati, per i derelitti, per gli handicappati, ecc. Se si dedicasse a questa causa, distogliendo per questo motivo parte delle sue energie e del suo tempo dalla promozione del turismo (alla cui tutela è designata Ministro della Repubblica), la elogeremmo volentieri.

Infine, un commento alla dichiarazione di Margherita Hack: «La scuola porti i bambini a vedere gli allevamenti intensivi, a sentire le urla strazianti dei vitellini o dei maialini, a verificare come un pollo cresce in gabbie in cui lo spazio per muoversi è pari a due terzi di un foglio A4». Ebbene, ci stiamo, ma ad un patto. Che la scuola italiana faccia anche vedere a tutti gli studenti il filmato “l’urlo silenzioso” (o qualcosa di analogo) in cui si vede, con gli ultrasuoni, un concepito d’uomo cercare di sfuggire, di divincolarsi, di scampare agli strumenti di un chirurgo che pratica un aborto e che lo ghermisce, lo dilania, e lo smembra. Ammesso e non concesso (ma non possiamo qui argomentare al riguardo) che l’embrione non sia persona, vale forse meno di un pollo?


Diritto alla vita: anche dei topi in casa? di Luigi Mariani, 06-07-2011

Sollecitato da un amico ho visitato il sito "La Coscienza degli Animali" nato “dalla volontà di Michela Vittoria Brambilla e Umberto Veronesi, di dare voce a chi voce non ha e di contribuire in maniera significativa alla creazione in Italia di una nuova cultura di amore e tutela degli animali e di rispetto dei loro diritti.” Nel sito si invita a sottoscrivere il  “manifesto dei diritti degli animali” nel quale sono presenti molte cose a mio avviso condivisibili assieme ad altre che giudico quanto meno eccepibili.

Cominciamo dalle prime osservando che non posso non condividere il ripudio della violenza gratuita sugli animali. Ciò perché ho da sempre fatto mio il motto “Chi non vuol bene alle bestie non vuol bene neppure ai cristiani” che è ben radicato nella cultura popolare delle nostre terre.

Non vorrei tuttavia cadere in una sorta di “nazismo verde” in cui la sensibilità verso gli animali venga prima di quella verso gli umani. Da questo punto di vista esprimo perplessità circa l’affermazione del “diritto alla vita” per gli animali che si fa nel manifesto. Potrà sembrare banale ma viene anzitutto spontaneo chiedere “quali animali?”. Nello specifico mi domando infatti se chi ha sottoscritto il manifesto sarebbe del parere di garantire il diritto alla vita, e nella propria casa, a topi o scarafaggi o zanzare o formiche ovvero se sarebbe disponibile a lasciare orsi, lupi e serpenti a scorrazzare in aree frequentate dai propri bambini, in nome del fatto che, per dirla con il manifesto, “gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti”. In altri termini, mi domando se il diritto alla vita degli animali debba venire prima o dopo il diritto alla vita per gli umani, cosa che nel manifesto non viene ahimè  mai specificata.

Da questo punto di vista (lasciando per un attimo da parte temi eticamente cruciali come quelli dell’eutanasia e dell’aborto, non chiamati direttamente in causa nel manifesto) non si può dimenticare che nelle aree meno fortunate del mondo un numero rilevante di nostri simili deve il proprio sostentamento  quotidiano ai prodotti dell’allevamento brado o confinato di capre, pecore, bovini o animali da cortile. Non scordiamoci infatti che l’alimentazione del genere umano si fonda oggi sulla produzione che proviene da 1.4 miliardi di ettari di arativi e da ben 2.3 miliardi di ettari di pascoli che non sono in alcun modo sfruttabili se non con l’allevamento. Amo allora pensare che il “pastore errante per l’Asia” sia un nostro fratello e non un crudele seviziatore di animali.

Vedete, su questi temi non mi aspetto molto da questo Paese perché – questo non dobbiamo mai dimenticarlo – l’Italia è l’unica Nazione al mondo ad aver partorito e messo in pratica la bizzarra idea di abolire tramite referendum il Ministero dell’Agricoltura. Fu una cantonata surreale cui furono poi costretti a mettere una pezza i nostri politici che, non sapendo a chi affidare le competenze agricole imposteci anche dai trattati internazionali, si inventarono strutture con analoghi fini e con nomi funambolici come “Ministero per il coordinamento delle politiche agricole e forestali”.

Non possiamo tuttavia trascurare, per il pulpito da cui provengono, le parole (sempre citate nel sito di cui sopra) dell’On. Brambilla la quale dichiara: "Sono vegetariana ma non posso né voglio imporre a nessuno la mia scelta etica. Chi mangia carne deve però essere consapevole, deve sapere in quali terribili condizioni sono allevati, trasportati ed uccisi gli animali di cui si nutre. E deve conoscere quali livelli di sofferenze ed atrocità si nascondano dietro il cibo che quotidianamente consuma". E dato che una tale dichiarazione viene da un autorevole esponente del nostro governo, non vorrei che ciò preludesse a qualche iniziativa abolizionista concreta. Su tale fronte, se non ci frenasse il senso del ridicolo, spero che almeno un freno venga dalle seguenti e più concrete considerazioni:

1. La carne ed i prodotti lattiero caseari sono fonte di proteine di alta qualità per l’alimentazione umana ed in tal senso si rivelano fondamentali azioni di educazione alimentare che evidenzino i pregi della carne evidenziando altresì i problemi derivanti dal suo eccesso nelle diete.

2. Nel suo complesso la specie umana ha vissuto di caccia e raccolta fino a ieri l'altro. Nello specifico le popolazioni europee discendono in gran parte (l'80% del DNA maschile e l'87% di quello femminile) dai popoli di cacciatori-raccoglitori paleolitici già presenti sul continente nel corso dell'ultima glaciazione. Da ciò discende che la caccia è volenti o nolenti un'eredità culturale e non solo un atto di ferocia gratuita, un’eredità che può trovare ancor ora giustificazione se considerata in un contesto di riduzione selettiva di popolazioni di selvatici che risultino in eccesso rispetto alla capacità portante dell’ecosistema.

3. La domesticazione degli animali (cane in primis e poi bovini, suini, ovi-caprini, avi-cunicoli, ecc.) è stato uno degli eventi cruciali di quella rivoluzione neolitica che è alla base della nostra civiltà attuale.

4. All’incremento nel consumo mondiale di carne fa oggi riscontro una “rivoluzione zootecnica” che mira a razionalizzare il settore tramite massicce innovazioni sia a livello di genetica (es: specie e razze con più elevata efficienza nella conversione degli alimenti in carne e latte) sia di tecniche di allevamento.

5. La zootecnia è l’unico settore in grado di sfruttare non solo le aree marginali non utilizzabili per l’agricoltura intensiva (pascoli montani, steppe) ma anche quell’enorme mole di sottoprodotti del settore agricolo-alimentare che altrimenti non troverebbero impiego.

6. Fra le più rilevanti voci dell’export agro-alimentare italiano vi sono due prodotti di origine zootecnica (il prosciutto crudo e il formaggio grana).

E’ per questo insieme di elementi che è oggi necessario affrontare il tema dell’allevamento animale valutando in modo complessivo gli interessi culturali, economici ed umani che ad esso sono sottesi.