No alla zoorastia "senza consenso" di Tommaso Scandroglio, 12-10-2011,
http://www.labussolaquotidiana.it
L’animalismo, si sa, vede l’uomo
come se fosse un animale come tanti altri. E a volte ci azzecca proprio.
L’Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente (AIDAA) qualche giorno fa ha
infatti denunciato in una nota che la
pratica della zoorastia – avere rapporti sessuali con animali – sta crescendo:
sarebbero 4mila gli annunci on line ogni anno di persone che offrono e cercano
rapporti sessuali di natura zoofila. Aumenta anche il business intorno a questa
pratica abominevole: 50 milioni di euro all’anno il volume di affari prodotto
da video hard. Infine il numero dei siti che offrono questo particolare tipo di
materiale pornografico si aggirerebbe sui 15mila.
L’AIDAA denuncia questa pratica
senza mezzi termini: “Vi sono molte persone che ritengono che fare sesso con il
proprio animale domestico sia lecito”. Ma perché secondo l’AIDAA non è lecito?
Nella nota diffusa dall’associazione non è dato di saperlo con chiarezza. Però
c’è un particolare che ci fa alzare un sopracciglio. L’associazione animalista
informa che per debellare questi abusi ha istituito un numero arancione.
Qualche tempo fa ne aveva già istituito un altro a beneficio dei portinai che
avessero voluto, anche in forma anonima, denunciare maltrattamenti a danno dei
quadrupedi presenti nello stabile. Il telefono arancione in modo analogo
dovrebbe tutelare cani, cavalli, pecore, mucche, galline e maiali (l’elenco è
stilato dall’associazione) contro le bestialità umane.
L’AIDAA afferma che tali rapporti
sessuali costituiscono “una pratica abominevole”e quindi parrebbe che anche per
l’associazione animalista sia una perversione da rigettare di per se stessa,
perchè degrada l’uomo a bestia. Però il sopracciglio continua a rimanere
inarcato per il seguente motivo.
La categoria sociale del
“telefono amico” da sempre è nata con lo scopo di tutelare un soggetto più
debole da quello più forte: azzurro per i bambini, rosa per le donne, viola per
i pazienti psichiatrici a difesa dello strapotere della “medicina autoritaria”
(esiste anche questo) e via arcobalenando. A questa ratio non sfugge il
telefono arancione: un numero a cui chiamare non per denunciare un atto che di
per sè ripugna la coscienza perché svilente della dignità umana, ma per
proteggere l’inerme e non proprio accorta gallina dalle depravazioni del
fattore, uno strumento di bestiale efficacia per dar voce a chi non ne ha.
Insomma ci viene questo sospetto: vuoi vedere che questi rapporti sessuali sono
da censurare severamente perché avvengono su animale non consenziente?
Il nocciolo della questione pare
proprio che sia il mancato consenso. Una prova viene da due obiezioni che si
potrebbero sollevare. Innanzitutto chi è che decide quali sono le parafilie
(leggi: insane bizzarrie sessuali) buone da quelle cattive? Perché il
sadomasochismo sì e la zoorastia no?
In secondo luogo seguendo a
rigore la logica animalista non dovremmo condannare queste pratiche. Infatti
provocatoriamente potremmo obiettare: non è un modo questo per dimostrare
affetto per il proprio amico a 4 zampe?
L’unica strada per rigettare
queste due obiezioni potrebbe essere solo quella di appellarsi al principio del
consenso. Il bravo animalista, nel cui petto sovente alberga anche un cuore
liberal-progressista, risponderebbe che il sadomasochismo avviene tra persone
consenzienti, la zoorastia invece no. O meglio: non possiamo saperlo. E in
merito alla seconda provocazione: trattasi di un gesto d’affetto che forse non
è gradito all’animale stesso.
Intendiamoci bene: l’AIDAA non si
spinge ad affermare tutto ciò, ma ci sembra che l’intera campagna contro questa
particolare parafilia è vista più con gli occhi del quadrupede offeso che con
quelli dell’uomo sano di mente il quale inorridisce di fronte ad un altro uomo
che si fa bestia. Se fosse davvero così, cioè se il punto privilegiato per
decidere della questione fosse quello dell’animale e non dell’animale politico
che è l’essere umano, nascerebbero una montagna di problemi da risolvere. Cani,
cavalli, pecore etc. possono esprimere un consenso valido? Pare di no, dato che
la via dell’esegesi di nitriti e belati appare sinceramente impervia. E’ dunque
corretto applicare l’istituto del silenzio diniego? Ma si può davvero escludere
che l’animale non apprezzi?
Ci fermiamo per amore della
decenza, ma appare chiaro che questa iniziativa ha di nuovo fatto venire a
galla uno dei criteri che vanno per la maggiore in campo etico. Non esistono
atti che – così si sostiene – di per sé stessi sono malvagi e turpi, sempre e
comunque. Di conseguenza ognuno può fare quello che vuole, l’importante è non
recare danno a terzi. Ma se questi terzi poi sono consenzienti allora non c’è
problema alcuno. Lo scrisse limpidamente Stuart Mill nel sul libro “La
libertà”: “Non appena un aspetto qualsiasi della condotta di una persona
diventa pregiudizievole per gli interessi altrui, la cosa rientra nella
giurisdizione della società […]. Questo problema invece non si pone quando la
condotta di una persona non tocca che i suoi interessi, o coinvolge gli
interessi degli altri solo se consenzienti […]: in tutti questi casi dovrebbe
esserci sempre assoluta libertà, legale e sociale, di compiere l’azione ”.
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