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domenica 2 giugno 2013

APRIAMO GLI OCCHI: il trasferimento nucleare di cellule (SCNT) è clonazione umana - http://www.prolifenews.it/

SCNT_cellule-staminali_clonazione-umana

Wesley J. Smith è un avvocato americano specializzato in bioetica, membro del direttivo del  Discovery Institute , consulente dell’ International Task Force on Euthanasia and Assisted Suicide   e del Center for Bioethics and Culture . Sul sito Lifenews.com , è apparsa un’interessante carrellata di sue considerazioni circa la clonazione umana.  E’ molto importante, infatti, comprendere che i media e gli scienziati stanno confondendo i termini della questione: cercano di dare a intendere che il trasferimento di nuclei di cellule somatiche (SCNT) in cellule uovo non è clonazione umana, ed è perciò moralmente accettabile.
E’ bene “gridare dai tetti” la Verità, ed è compito di ogni nostro lettore farlo: perché in questo i media davvero non ci aiutano. Con la SCNT si creano embrioni umani attraverso una forma di riproduzione asessuata: e questa è clonazione. Dicono, ci vogliono far credere, che producono cellule staminali. Non dicono che per ottenere dette cellule staminali vengono creati embrioni che devono essere nutriti e mantenuti in un brodo di cultura per circa 10 giorni, e che poi vengono distrutti, per ottenere appunto le cellule staminali.
Nel link che abbiamo indicato sono riportati diversi esempi di articoli di giornali e riviste, più o meno specializzati in bioingegneria, che provano l’azione menzognera in atto.
Per esempio su  Foxnews.com Loren Grush parla di un importante passo avanti per la scienza medica, compiuto dai ricercatori dell’ Oregon National Primate Research Center (ONPRC) che, con i ricercatori della Oregon Health & Science University (OHSU), hanno per la prima volta in assoluto convertito con successo “le cellule della pelle umana in cellule-staminali embrionali” tramite una tecnica chiamata trasferimento nucleare.  Come hanno fatto? L’articolo spiega che hanno “scambiato i codici genetici di un ovulo non fecondato con una cellula della pelle umana” e “la combinazione del citoplasma dell’uovo e il nucleo della cellula pelle ha prodotto cellule staminali embrionali”.
Falso!  
L’uovo non fecondato non si trasforma in cellule staminali per magia. Prima si trasforma in un embrione umano, che viene poi distrutto per ottenere cellule staminali.
Un altro esempio di tentativo di confondere le acque, o – meglio – le coscienze:  un articolo di Gautam Naik sul Wall Street Journal dice che gli scienziati hanno utilizzato la tecnologia di clonazione per trasformare cellule della pelle umana in cellule staminali embrionali,  ma non hanno creato un clone, secondo l’articolo: hanno dimostrato, per la prima volta, che è possibile creare cellule staminali embrionali  geneticamente identiche alla persona da cui sono derivate.
Altra bugia: una volta che si è operato il trasferimento nucleare, la clonazione è fatta. Dopo di che, quindi, gli scienziati suddetti hanno distrutto gli embrioni per ricavarne le cellule staminali.

Quindi, cari lettori, stiamo molto attenti al vecchio gioco disonesto che i fautori del biotech e i media che li sostengono stanno giocando: mentono sapendo di mentire dicendo che non fanno clonazione umana. Anzi: stanno cercando di far passare il concetto che non è clonazione, perché non nascono bambini clonati. Potremmo fare altri esempi di articoli tendenziosi e falsi che poi spesso si contraddicono essi stessi, sulla questione. Per esempio, questo su News.Com.Au , o questo  sul  Los Angeles Time , o questo pubblicato dalla rivista Cell, on line).

C’è un’altra questione su cui ragionare.
Il team dell’Oregon ha sostituito il nucleo di un ovulo non fecondato con il nucleo di una cellula della pelle. Sostengono che ciò che ne risulta non sia un embrione. Ma allora che cosa è? E’ la stessa “cosa” da cui è nata la pecora Dolly, anch’essa prodotta con un ovulo non fecondato, in cui è stato impiantato il nucleo di un’altra cellula.  E’ chiaro che il problema morale non sta nella manipolazione dell’ovulo umano, ma in ciò che ne risulta dopo.  E che quell’esserino non fosse atto a essere impiantato in utero, non è assolutamente rilevante. Questo è l’argomento che sostengono: non è clonazione riproduttiva. Ma l’embrione è stato prodotto!!!
E’ estremamente ipocrita dichiararsi contro la clonazione riproduttiva, ma a favore della SNCT per la produzione di cellule staminali. Perché – come abbiamo detto e ripetiamo – le cellule staminali vengono prese da un embrione creato per clonazione!
Se gli Stati fossero veramente gli enti deputati a preservare il Bene comune, se avessero a cuore il futuro dell’umanità, dovrebbero seriamente vietare ogni creazione e manipolazione di embrioni umani. Purtroppo, anche qui in Italia, la legge ha aperto la porta al delirio di onnipotenza degli scienziati “biotech” senza scrupoli.  La strategia di questi novelli Prometei è sempre stata quella di accettare il divieto di ciò che essi non riescono a fare, ma di protestare contro qualsiasi legge “liberticida e oscurantista”, che vieti ciò che essi riescono a fare. Perciò se volgiamo evitare di vedere un domani non troppo lontano la nascita del primo bimbo clonato, bisogna premere come società civile affinché la legge vieti anche la SNCT umana.
Del resto già le scimmie sono state ingravidate con successo con embrioni clonati, anche se la gestazione non è mai giunta a termine. Il Journal of Biological Development spiega che di 67 embrioni prodotti in vitro, attraverso la SCNT, cioè attraverso il trasferimento nucleare di cellule cutanee di scimmia, impiantati in 10 femmine, sono risultate 5 gravidanze e in 1 di queste si è sviluppato un feto vivo di cui è stato rilevato il battito cardiaco, e che è sopravvissuto fino all’81° giorno di gestazione.
Così era avvenuto inizialmente con le pecore… Il resto è semplicemente una questione di tecnica .

di Francesca Romana Poleggi





mercoledì 24 ottobre 2012


“Non si può processare la scienza” La rivolta globale dei super esperti, di Elena Dusi


«Siamo nel Paese di Galileo, certe cose non cambiano mai». L’intervento a gamba tesa di Michael Halpern basterebbe da solo a spiegare come la scossa della condanna si è propagata con tutta la sua veemenza nella comunità scientifica mondiale. Halpern pubblica il suo giudizio a nome della Union of Concerned Scientists, storica ong fondata al Mit di Boston che oggi comprende 400mila fra scienziati e cittadini. Ma il suo attacco contro «una decisione assurda e pericolosa» è condiviso dalla maggior parte degli esperti stranieri, di sismologia ma non solo. «Dopo l’episodio italiano gli scienziati non vorranno più collaborare con le autorità civili » è la facile previsione dell’American Geophysical Union. A giugno 2010 Alan Leshner, segretario dell’influente American Association for the Advancement of Science, aveva scritto direttamente al presidente Giorgio Napolitano per protestare contro le «accuse sleali e naif» rivolte ai membri della Grandi Rischi. Il documento chiedeva al capo dello Stato di «esercitare i poteri inerenti alla sua carica» e si chiudeva con le firme di 5mila scienziati.
Se un difetto di comunicazione c’è stato alla vigilia del sisma del 2009, lo stesso però sta avvenendo all’indomani della sentenza. “Carcere per i sette che non hanno avvertito del sisma” è il titolo delnNew York Times, che come la maggior parte dei giornali stranieri punta la sua attenzione sull’incapacità di prevedere la scossa del 6 aprile. La telefonata di Bertolaso, la riunione “di facciata” del 31 marzo, il consiglio di “berci sopra un bicchiere di vino” e il verbale compilato solo successivamente sono dettagli che compaiono solo in pochi resoconti dall’estero.
«Sono furioso per come la stampa sta seguendo il caso» conferma David Ropeik, esperto di valutazione del rischio di Harvard. «Comunicare con il pubblico è essenziale nella gestione dei rischi, e all’Aquila ci sono state défaillance gravi. Non dobbiamo far finta che il problema sia stato la mancata previsione. La gente chiede agli scienziati di essere protetta dai pericoli. Questo non è avvenuto e il processo si è trasformato in una sorta di vendetta. Le conseguenze si faranno sentire: screditare la scienza lascia sempre campo aperto ai ciarlatani». Su una linea di pensiero simile è Edwin Cartlidge, il giornalista che ha seguito la vicenda per Science: «La mia prima reazione alla notizia del processo è stata di sorpresa. Come è possibile accusare dei sismologi di non aver previsto un terremoto? Ma leggendo meglio i capi di imputazione ho capito che la vicenda era molto più complessa di così».
Che la sentenza avrà ripercussioni negative sul rapporto fra scienza e società è una conclusione condivisa da tutti. «Cosa succederebbe se domani il Vesuvio dovesse dare segnali di risveglio? Sappiamo che ci vogliono due settimane per evacuare Napoli, ma nessuno avrebbe il coraggio di lanciare l’allarme con tanto anticipo per paura di doverne subire le conseguenze», immagina Dave Rothery dell’inglese Open University. E David Spiegelhalter, matematico di Cambridge che insegna proprio “Comprensione pubblica dei rischi”, propone l’immunità giudiziaria per gli scienziati coinvolti in settori come il pericolo di terremoti: «Comunicare l’incertezza è difficile, e probabilmente all’Aquila è stato fatto male. Ma gli scienziati che svolgono questo lavoro dovrebbero esigere un’immunità legale ».
Le parole forse più dure contro il Paese che processò Galileo arrivano dall’editoriale di
Nature, con Science la rivista scientifica più importante del mondo: «La scienza non ha molta influenza sulla politica italiana e il processo si è svolto in un silenzio da parte dell’opinione pubblica che sarebbe stato impensabile in altri paesi europei o negli Stati Uniti. Il giudice che ha emesso la sentenza dovrà spiegarci al più presto i motivi della sua decisione. E la comunità scientifica dovrà essere pronta a contestarli immediatamente».
David Ropeik, Harvard University
Dave Rothery, Open University
David Spiegelhalter, Cambridge University
Michael Halpern, Union of Concerned Scientists
la Repubblica 24.10.12
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La rivolta della scienza raffica di dimissioni”, di GIUSEPPE CAPORALE e CORRADO ZUNINO

La comunità scientifica è in rivolta: il giorno dopo la condanna a sei anni per omicidio colposo dei sette esperti della commissione Grandi Rischi per il terremoto a L’Aquila si è dimesso l’intero ufficio di presidenza. «Non c’è più la serenità per lavorare », dice il fisico Luciano Maiani. Lascia anche il direttore del servizio sismico della Protezione civile. «Sembra una caccia all’untore». Ed è allarme: «Rischiamo la paralisi, si tornerà indietro di vent’anni». Anche gli scienziati americani si scagliano contro la sentenza: «Assurda e pericolosa», dicono. La Protezione civile italiana si sgretola, una dimissione dopo l’altra. È l’effetto della sentenza dell’Aquila, che ha condannato (a sei anni per omicidio colposo plurimo) cinque scienziati e due funzionari della Protezione civile, rei di aver offerto informazioni falsamente tranquillizzanti alla popolazione aquilana prima del terremoto. Il mondo scientifico italiano teme che non si possa più lavorare senza rischiare con la magistratura e ieri, all’ora di pranzo, l’Ufficio di presidenza della commissione Grandi rischi ha rassegnato le dimissioni nelle mani del premier Mario Monti. Sono il fisico Luciano Maiani, già presidente del Cnr, il presidente emerito Giuseppe Zamberletti, fondatoree della Protezione civile italiana, e il vicepresidente Mauro Rosi, direttore di Scienze della terra all’Università di Pisa. Il professor Majani, duro subito dopo la sentenza, ribadisce: «La situazione creata è incompatibile con un sereno ed efficace svolgimento dei compiti della commissione ». E ha ricordato tutte le difficoltà riscontrate dalla sua commissione — con il governo, con i sindaci dell’Emilia — nei dieci mesi di attività: «Non siamo tutelati, i grandi rischi li corriamo noi».
Dopo l’addio all’Ispra di Bernardo De Bernardinis, braccio destro di Guido Bertolaso condannato a sei anni, anche il professor Mauro Dolce ha presentato le dimissioni da direttore dell’Ufficio rischio sismico. Dovranno farlo anche gli altri cinque condannati (fra loro Franco Barberi ed Enzo Boschi), tutti interdetti dai pubblici uffici. È pronto a fermarsi Nicola Casagli, dell’Università di Firenze (sta lavorando alla rimozione della Costa Concordia). In tutto, sono 58 i membri della Commissione. La Protezione civile sta precipitando nel caos. Il prefetto Franco Gabrielli ha scritto: «Rischiamo la paralisi delle attività di previsione e prevenzione e di regredire a oltre vent’anni fa, quando la Protezione civile era solo soccorso e assistenza». I meteorologi che lavorano in via Vitorchiano hanno già detto che indicheranno sempre la portata massima di pioggia prevista, trasferendo responsabilità e costi sui sindaci. Gabrielli chiede «alle istituzioni del paese» di «restituire serenità ed efficienza all’intero sistema nello svolgimento delle proprie attività».
La Procura dell’Aquila esprime sconcerto e rammarico. «Non abbiamo processato la scienza italiana e i suoi luminari, ma pubblici funzionari che non hanno fatto il loro dovere».
La Repubblica 24.10.12

Quando i giudici si fanno politici l’incompetenza diventa reato - Piero Ostellino 24 ottobre 2012 - http://www.corriere.it

La condanna per omicidio colposo dei sette esperti della commissione Grandi rischi - che non avrebbero saputo prevedere, e denunciare, gli imminenti, e gravi, pericoli del terremoto dell'Aquila - è, che piaccia o no, una sentenza politica. In un Paese normale - dove la competenza la si giudica con criteri scientifici e meritocratici - la Politica si sarebbe assunta la responsabilità delle proprie manchevolezze.
Soprattutto nella concessione di disinvolti permessi di costruzione e di abitabilità in zone sismiche e altrimenti pericolose. E avrebbe fatto una onesta riflessione circa il proprio ruolo nella circostanza e rimosso i sette «per incompetenza».
Illustr.di Beppe GiacobbeIllustr.di Beppe Giacobbe
Poiché la politica, che ha evidentemente la coda di paglia, non lo ha fatto, i sette sono stati condannati da un Tribunale che ne ha esercitato, a modo suo, le veci.
È l'effetto della «giuridicizzazione» della politica, cioè della funzione di supplenza della Politica che la Giustizia esercita dai tempi di Mani Pulite; quando il Paese cambiò partiti e uomini per via giudiziaria, invece che per via parlamentare.
Allora, chi, come Craxi, aveva cercato di ricondurre Tangentopoli nell'ambito della (cattiva) politica, chiamando, in un celebre discorso in Parlamento, i partiti alle loro responsabilità, fu massacrato e il moralismo subentrò alla Politica. Ai governi protettori dei «mariuoli» subentrarono i cosiddetti governi degli onesti, fino a quel momento all'opposizione, ma gli scandali, invece di diminuire, sono addirittura aumentati perché il sistema è rimasto lo stesso. Ora, è accaduta una cosa analoga; la sentenza, in assenza della Politica, ha ubbidito a una logica moralistica; che è diventata politica per supplenza.
Da noi - dove la cultura politica dei partiti, dei media, dell'opinione pubblica è la stessa di un matematico che metta in colonna i numeri senza mai arrivare alla loro somma - la sentenza non solo è politica, ma rientra anche in una sorta di «anormale normalità». La responsabilità maggiore di tale distorsione culturale, prima che politica e/o giudiziaria, l'hanno i media, che non fanno il loro mestiere, ma assecondano il pessimo andazzo della politica, di certa magistratura e dell'opinione pubblica, accumulando dati senza mai pervenire a una loro sintesi. Se un errore di previsione professionalmente riprovevole non è sanzionato politicamente e amministrativamente, è normale che diventi, agli occhi della popolazione vittima del sisma, moralmente e penalmente «colposo» e, nel giudizio di un Tribunale, un reato. Ma è lecito il dubbio, a questo punto, se l'uno e l'altro siano degni di un Paese civile.
La notizia della sentenza, del resto, fa il paio con quella dello stesso giorno sullo scandalo suscitato dalle parole del ministro Fornero che ha invitato i giovani a «non essere schizzinosi» nella ricerca del lavoro. Anche qui nessuno ha tirato le somme.
È il valore legale del titolo di studio, già denunciato da Luigi Einaudi, che produce laureati «schizzinosi» nella ricerca del Lavoro, cioè dei disoccupati che si aspettano dallo Stato - oltre al riconoscimento del diritto di fare certi lavori conferito loro dalla «legalità» del titolo - anche «un posto» confacente al proprio status giuridico. Se avessimo un sistema politico liberale, invece che statalista e dirigista, si sarebbe già posto rimedio all'inconveniente.
Se il nostro giornalismo avesse una cultura realista e liberale, invece che moralista e scandalistica, denuncerebbe e, soprattutto, spiegherebbe tali distorsioni, e la politica sarebbe, almeno, posta davanti alle proprie responsabilità. Cambieremo, allora, ancora una volta, la classe politica per via giudiziaria, ovvero sarà, prima o poi, un nuovo «uomo della Provvidenza» a farlo? E, ancora una volta, dovremmo concluderne che, date certe demagogiche premesse, il neo-autoritarismo altro non sarebbe che «l'autobiografia della nazione»?
postellino@corriere.it

mercoledì 26 settembre 2012


CASO SALLUSTI/ Ha difeso una 13enne costretta ad abortire. Dove sono i cattolici? - Monica Mondo - mercoledì 26 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net


Caro direttore, che un giornalista non debba andare in galera per quel che scrive è cosa talmente ovvia che non varrebbe neppure la pena di discuterne. In un paese civile, il reato d’opinione prevede sanzioni pecuniarie, e libere opinioni a rettifica, in modo che i cittadini possano rendersi conto e decidere da che parte stare. E’ solo questione di buon senso, non è neppure il caso di scomodare la letteratura giuridica. Invece stiamo qui a esprimere sdegno e perfino qualche giustificazione all’assurda vicenda toccata al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti. Oggi sapremo se la Suprema Corte rinvierà l’udienza e il verdetto, data la richiesta dei legali della difesa dell’imputato.

Mi vien da ridere a definirlo così. Siamo abituati a vederlo in televisione, Sallusti, conosciamo la sua indole testarda e irriverente, il carattere duro. Uno che non le manda a dire. Ma pensarlo in carcere per 14 mesi in quanto socialmente pericoloso è fantasia che neppure è balenata in mente ai suoi più acerrimi nemici politici. Infatti lo assolvono tutti, giudicando il suo caso un’opportunità per eliminare dal codice penale un reato di memoria fascista. Proprio tutti tutti no, in nome dell’uguaglianza davanti alla legge! Un criterio che, esulando dalla persona che hai di fronte, è talmente disumano da non meritare commenti. Se c’è stato reato per Guareschi, per Iannuzzi eccetera, solo per citare i nomi più clamorosi, perché non Sallusti? Ma perché se è follia, signori miei, che ci si fermi, e magari proprio a partire da Sallusti.

Follia il reato, follia l’ostinazione del giudice diffamato, dopo aver già chiesto e ottenuto un risarcimento pecuniario non indifferente. Cosa vuole dimostrare? Che l’odio non ha fine? Che la giustizia è una macchina stritolatrice? Lo sappiamo, ahinoi. Che i magistrati possono avere un potere enorme e pericoloso? Sappiamo anche questo. E speriamo che forte e chiara, senza esitazioni, si levi la voce del Capo dello Stato, capo del Csm, a giudicare impropria la decisione della Corte d’Appello, che aveva ritenuto il giornalista pericoloso e quindi punibile con la reclusione. A placare quel giudice sdegnato. Se invece l’offesa merita il carcere, che sia la più alta autorità a dichiararlo, e toccherà star bene attenti a quel che si dice e si scrive, in questa povera Italia. Basterebbe una parola. E pazienza se qualche magistrato o qualche penna del Fatto lo riterrà un intervento a gamba tesa. In certe situazioni anche l’acrimonia ideologica va messa da parte.

Ricordiamo poi che il direttore de Il Giornale ha avuto e ha il fegato di assumersi una colpa non sua. Paga e si offre a bella posta in pasto ai media, all’opinione pubblica per suscitare una reazione: si parla infatti di un articolo comparso cinque anni fa su una testata che allora dirigeva, a firma di un collega di cui non ha mai svelato il nome. E questo gli fa onore.

Che diceva mai l’articolo incriminato? E’ così terribilmente inverecondo da non poter essere ripreso e commentato dopo tanti anni? Si parlava del caso di una ragazzina, tredici anni, costretta da un giudice ad abortire, contro il suo parere, sotto responsabilità dei genitori. Una ragazzina finita sotto cure psichiatriche, per lo choc subito, dopo la morte del suo bambino. Nell’articolo si usava la mano pesante: indegno il giudice e, se mai esistesse ancora, meritevole della stesa pena inflitta a un innocente, cioè la morte. Mi pare evidente il carattere provocatorio di questa affermazione. La pena di morte nel nostro paese non c’è, almeno ufficialmente (certe vite in carcere sono una morte lenta), e i congiuntivi, i condizionali e i periodi ipotetici avranno pur un valore nella nostra lingua. Si voleva suscitare scandalo, far riflettere su un abominio, nei pensieri dell’autore del pezzo. Una vita vale come un’altra vita. Sì, anche quella di un bambino mai nato.

Io ritengo che sia sbagliato e inutile, strategicamente, usare le spade infuocate per richiamare ragione e cuore di noi uomini del 2000 distratti, egoisti e così “adulti” da pensare di decidere delle nostre e altrui vite. Penso che la rabbia e l’orgoglio si addicessero allo spirito inquieto di una grande scrittrice, ma per  ottenere ascolto e comprensione siano più sagge e proficue parole di moderazione. E’ possibile anche che l’articolo citato dicesse solo parzialmente il vero: che la ragazzina sia magari stata consigliata, e alla fine abbia deciso da sola. Si è così fragili, a 13 anni. E qualche volta l’indignazione monta, soprattutto se ci si accanisce contro i più inermi e deboli, e si perde il filo e si travalica la verità. Invece, come tante e tante volte è stato detto, hanno salvato dall’aborto più le cure e la paziente opera silenziosa del Movimento per la Vita che le battaglie urlate.

Diciamo pure allora che quell’articolo era parecchio sopra le righe, forse falso, e poteva partire la querela. Che ci stava una pena in denaro. Secondo me sarebbero bastate le scuse, o un’intervista  sullo stesso giornale, e chiusa lì. Tu la pensi in un modo, mi hai insultato, sbagli. Ok, ho esagerato, ma credo che tu abbia sbagliato di più. I lettori giudicheranno. Ma il carcere! Al responsabile della macchina, che paga per frasi mai scritte. Pensate? Sono affari suoi. Ora, rimembrando i motivi per cui il caso Sallusti balza sulle prime pagine, mi piacerebbe vedere una partecipazione corale e ardente, decisa e non di circostanza, dei giornalisti cattolici tutti, dei politici cattolici, tutti, di qua e di là, delle organizzazioni, associazioni, movimenti cattolici.

Per carità, la difesa della vita non è questione di religione. Ma sono i cattolici ad avere sempre alzato la voce per ribadire che la vita vale sempre, dal concepimento alla morte naturale. Parliamo di libertà di stampa. Ma il tema ha uno spessore più grande, se rammentiamo di che si parlava. Vale la pena schierarsi con forza, anche se la fisionomia o certi articoli di Alessandro Sallusti non dovessero andarci a genio. Anche se avesse sbagliato a sua volta, per altre vicende. Proprio per questo. Chi difende la libertà difende anche quella del suo nemico. Difende anche la libertà di sbagliare. Sempre.

© Riproduzione riservata.

lunedì 16 aprile 2012


Cosa c’entra il sequenziamento del genoma del gorilla con l’uomo? di Alessandro Giuliani, biostatistico e primo ricercatore presso l’Istituto Superiore di Sanità, 14 aprile, 2012, http://www.uccronline.it

Buttarla in caciara è un termine dello slang romanesco quasi intraducibile in altri idiomi, è sicuramente diverso (anche se apparentato)  dal ‘fare ammuina’ napoletano che indica una apparente frenetica attività che maschera l’assenza di qualsiasi operazione utile.  Per ‘buttarla in caciara’ o,  analogamente,  ‘alzare la caciara’ si dovrebbe piuttosto intendere un pomposo concionare volto a mascherare una sostanziale mancanza di idee (o l’assenza di una risposta adeguata ad un quesito) con delle affermazioni apparentemente molto sentite e inoppugnabili ma a cui in realtà neanche lo stesso estensore crede più di tanto.  Per sopperire alla mancanza di credibilità si cerca di lavorare sul volume e sulla confusione (caciara è deformazione romanesca di gazzarra che ha un doppio etimo rimandante comunque alla  ‘confusione’ dalla parola araba al-gazar che era un chiassoso grido di battaglia dei mori, e dal chiasso proveniente da voliere di gazze (gazzare) che erano usate nelle cacce rinascimentali).

La lettura dell’articolo di Scally et al. (2012) “Insights into hominid evolution from the gorilla genome sequence ’ apparso recentemente su Nature mi ha portato spontaneamente alla mente l’espressione romanesca commentata poc’anzi. Impressione confermata dalla presentazione nello stesso numero della rivista dell’articolo di cui sopra, da parte di Kerri Smith. In poche righe si dice tutto ed il contrario di tutto, nell’ordine:

«Understanding these genetic catalogues, from our closest living relatives, can reveal much about our evolutionary path — such as when we diverged from our primate cousins and what makes humans different from apes». Comprendere questi cataloghi genetici provenienti dai nostri parenti viventi più prossimi, ci può rivelare molto riguardo al nostro cammino evolutivo – cose come quando ci siamo distaccati dai nostri cugini primati e cosa rende l’uomo differente dalle scimmie.
«This helps to clear up the evolutionary conundrum of the three types of great ape. “For a long time there was a discordance between the fossil evidence and genetic estimates, in the sense that genetic estimates came up with speciation times that were more recent”, says Sally». Questo aiuta a chiarire la contraddizione evoluzionistica dei tre tipi di scimmie antropomorfe. ‘Per molto tempo c’era una discrepanza tra evidenza fossile e stime di distanza genetica, nel senso che le stime di distanza genetica parlavano di tempi di speciazione più recenti, dice Sally.
«But the genome sequencing has thrown up surprises, too. The standard view of the great-ape family tree is that humans and chimps are more similar to each other than either is to the gorilla — because chimps and humans diverged more recently. But, 15% of human genes look more like the gorilla version than the chimp version» Ma la sequenza del genoma ha anche portato delle sorprese. La visione standard dell’albero genealogico delle scimmie antropomorfe è che l’uomo e lo scimpanzè siano più simili tra loro di quanto non siano con il gorilla - in quanto gli scimpanzè e gli umani si sarebbero separati in tempi più recenti. Eppure il 15% dei geni umani sembrano più simili alla versione del gorilla che a quella dello scimpanzè.
 «Some of these rapid changes are puzzling: the gene LOXHD1 is involved in hearing in humans4 and was therefore thought to be involved in speech, but the gene shows just as much accelerated evolution in the gorilla. “But we know gorillas don’t talk to each other — if they do they’re managing to keep it secret”, says Sally». Alcuni di questi rapidi cambiamenti appaiono sconcertanti: il gene LOXHD1 è coinvolto nel senso dell’udito degli umani e per questo motivo è stato pensato essere coinvolto nel parlato, ma il gene mostra lo stesso tipo di evoluzione accelerata anche nel gorilla. ‘Ma noi sappiamo che i gorilla non parlano tra di loro – a meno che non parlino ma lo riescano a tenere segreto’, dice Sally.
«This weakens the connection between the gene and language, says Enard. “If you find this in the gorilla, this option is out of the window». Questo fatto indebolisce la connessione fra geni e linguaggio, dice Enard ‘Se hai questo risultato (che non parla N.d.R.) con il gorilla, allora questa opzione è fuori luogo.
«So what species should be the next to join the genome-sequencing club? There are hundreds of primate species, and in an ideal world Enard would like to sequence them all. But there is not much point without data on behaviour and physiology. “We want phenotypes too”, he says». Allora quale sarà la prossima specie ad unirsi al club degli organismi di cui si conosce l’intero genoma? Ci sono centinaia di specie di primati, e in un mondo ideale a Enard piacerebbe vederle tutte sequenziate. Ma ciò sarebbe di scarsa utlità senza dati relativi al comportamento ed alla fisiologia. ‘Vogliamo anche i fenotipi’, afferma.
Allora, si inizia con il dire che conoscere le differenze (minime in termini percentuali) tra il genoma del gorilla e quello dell’uomo ci aiuterà a capire cosa ci renda così particolari (non sfiora a nessuno l’idea che magari proprio il fatto che le differenze siano così piccole magari il livello del DNA non è rilevante per capirle, se andiamo ancora più in profondità la mia differenza in composizione atomica con il ficus sul pianerottolo è praticamente nulla…). Però alla fine il gran sequenziatore dice che ‘vuole anche i fenotipi’ (e qui potrei aiutarlo io, ad esempio le scimmie non hanno un comportamento adeguato a tavola, non leggono con interesse romanzi d’amore, non frequentano i concerti, giocano in maniera molto approssimativa a calcio, non imparano a suonare la chitarra, non amano radersi…). Ma almeno l’albero filogenetico , qualcosa lì il DNA lo potrà dire … bè al punto 2 la risposta è “sì”, al punto 3 la risposta è “no”, al punto 4 si cerca di andare sul sottile e, visto che si è trovato un interessante appiglio in un gene il cui prodotto proteico è legato alla funzione dell’udito e quindi alla comunicazione orale ed è molto simile a quello dell’uomo …. ma i gorilla non parlano! Magari parlano di nascosto quando non siamo lì ad ascoltare … ma no dai, è un po’ troppo magari sarà che il linguaggio c’entra poco con i geni (punto 5).

Va bene, pura caciara, peccato che qualcuno li prenda pure sul serio come il sito di Intelligent design che parla di ‘sconfessione del paradigma neo-darwinista’ riferendosi a questo articolo. Beata innocenza verrebbe da dire, ma noi romani siamo famosi per essere cinici e a queste cose non diamo un peso maggiore di quello che hanno.. piuttosto mi sembra notevole qualcosa di molto ma molto più incisivo e meno caciarone, apparso quasi in contemporanea al ‘caso gorilla’ sulla sezione di Science (il rivale americano di Nature) dedicato alla medicina traslazionale (orribile parola che starebbe ad indicare il trasferimento di risultati scientifici alla cura del malato), dove si dimostra come la sequenza personalizzata del genoma non abbia alcuna capacità predittiva sulle malattie più comuni e gravi, insomma che nonostante lo strombazzamento mediatico ‘è tutto nei geni’, la conoscenza della sequenza del genoma umano ci permetterà di vivere fino a cento e passa anni e a sconfiggere il cancro’ , in mano non abbiamo che un pugno di mosche e che la complessità del vivente è irriducibile alla sua totale compressione in una sequenza. Lo dice uno scienziato di gran nome, Bert Vogelstein, della prestigiosa Johns Hopkins University, sull’ancor più prestigioso Science… che forse ci sia voglia di abbassarla la caciara e ricominciare a fare scienza per davvero ?

Io me lo auguro, come mi auguro che i ‘grandi media’ italiani (La Repubblica, Corriere della Sera, Televisione) osino fare un accenno di mea culpa e di smentita di tutte le baggianate propinate negli ultimi dieci anni sull’argomento, qui però mi accorgo da solo che chiedo troppo… 

giovedì 9 febbraio 2012


Eluana, eutanasia dell'Italia di Mario Palmaro, 09-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/

Che cosa resta del “caso Englaro”, a tre anni dalla morte di Eluana?

E’ innegabile che quella dolorosa vicenda è uscita dalla cronaca per entrare nella storia del nostro Paese: un caso umano e giudiziario che resterà nei manuali come segnavia del dibattito etico e giuridico intorno all’eutanasia.

Eluana è stata trasformata, lei non potendoci dire in alcun modo se ciò le fosse gradito o meno, in un simbolo: il simbolo vivente (perché era, appunto, viva) della rivendicazione di una morte che non sia più l’esito ineluttabile del limite umano, ma la scelta deliberata di familiari, giudici, tutori, medici che compiono gli atti necessari per far morire. Nel caso specifico, interrompendo alimentazione e idratazione a una paziente che prometteva – o minacciava: a seconda dei punti di vista – di continuare a vivere per mesi e forse per anni.

Dal punto di vista dei fautori della dolce morte, il caso Englaro è stato un successo almeno sotto quattro profili: mediatico, culturale, medico e politico.

Innanzitutto sul piano dei grandi mezzi di comunicazione, dove la vicenda è stata cavalcata in maniera perfetta e ha rappresentato un vero e proprio caso di scuola di come si possa usare una storia personale e individuale per sostenere una tesi valida invece per tutti; e cioè che è meglio morire piuttosto che vivere in certe condizioni, se il paziente così vuole, o se si presume che così egli voglia.

Un successo sul piano culturale, perché ha contribuito a sdoganare fra la gente comune l’idea che uno possa ottenere di morire, quando lo chiede; convincendo l’opinione pubblica che il passo tra la richiesta e la pretesa sia così breve da risultare invisibile.

Sul piano medico, questa storia ha polarizzato l’attenzione di tutti su alimentazione e idratazione, facendo dimenticare che si può praticare l’eutanasia anche interrompendo deliberatamente altre forme di sostentamento più complesse, e quindi allentando la resistenza morale su questo fronte; tanto è vero che dopo la vicenda di Eluana - per la legge del piano inclinato – anche in casa cattolica molti si affrettarono a “sdoganare” il caso Welby, considerandolo come non-eutanasico, e cancellando così le resistenze pubbliche che invece all’epoca si erano manifestate, culminanti nella coraggiosa decisione del cardinal Camillo Ruini di rifiutare le esequie religiose.

Sul piano politico va registrato infine il successo più eclatante, perché il caso Englaro è servito a mettere in moto il meccanismo della ormai famosa legge sul testamento biologico. Legge promossa e sposata non – come sarebbe accaduto prima della morte di Eluana -  dal fronte dei fautori della “dolce morte”, gli stessi che promossero e ottennero divorzio legale e aborto legale – ma promossa e sposata da coloro che, nell’agone politico, si qualificano come “difensori della vita”. Un testacoda concettuale davvero stupefacente, che non ha prodotto tutti i suoi risultati politici soltanto per l’indebolimento prima e la caduta poi del Governo Berlusconi. Ma che comunque ha “sdoganato” culturalmente e moralmente il testamento biologico, che ora viene impugnato come un “Moloc”, buono e docile, da grandi fette del mondo cattolico e da alcuni autorevoli ambienti pro life.

Il caso Englaro è però stato, accanto a questi “successi”, anche un fallimento obiettivo per la cultura della morte. E il fallimento consiste in un fatto: e cioè che da allora, nonostante l’enorme impatto mediatico ed emotivo, nonostante l’impressionante allineamento degli opinionisti; nonostante tutto e tutti, da allora non si sono verificati in Italia casi giudiziari analoghi a questo. I pazienti in stato vegetativo sono numerosi, i malati che presentano altre condizioni croniche penose e difficili sono ancor più diffusi, il campionario del dolore e talvolta, purtroppo, della disperazione è lungo e ben fornito. Ma nonostante questo, e nonostante lo Stato non abbia modificato le leggi in materia come volevano i fautori delle DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento), in tre anni i casi giudiziari analoghi quanti sono stati? Zero.

La ragione è semplice ed è stata già più volte evidenziata da una “minoranza silenziata” in casa cattolica: e cioè che il caso Englaro dimostrava la possibilità di ripercorrere da parte di altri la lunga, incerta e non facile strada giudiziaria intrapresa da quella famiglia; ma che a nessuno sarebbe stato preventivamente garantito un esito analogo, né un analogo atteggiamento “comprensivo” da parte degli organismi giurisdizionali.

Soprattutto, è chiaro che – come si insegna al primo anno di Giurisprudenza anche nelle peggiori università – una sentenza, o anche una catena di sentenze, in un sistema di civil law non è in grado di sovvertire norme cogenti dell’ordinamento giuridico, soprattutto se norme di diritto penale.
Questa è la lucida, e se si vuole anche un po’ cruda diagnosi di quella tristissima storia, tre anni dopo. Peccato che la politica, soprattutto la parte impegnata nella difesa dei “valori”, non l’abbia capito. E continui a non capirlo.

martedì 24 gennaio 2012


La voce libera della Chiesa di Lucetta Scaraffia, 22-01-24 L’Osservatore Romano, http://www.news.va/it

Il tema è scontato — la Chiesa che invade gli spazi di libertà pubblici — e scontato è anche il punto di vista del pamphlet di Sergio Romano e Beda Romano La Chiesa contro. Sarebbe stato più corretto, quindi, intitolarlo Contro la Chiesa. Essendo un pamphlet, il libro presenta le caratteristiche del genere: superficialità delle fonti (sia storiche sia bioetiche) e imprecisione delle notizie, come nel caso di quelle relative al Comitato nazionale di bioetica italiano, per le quali un semplice controllo avrebbe evitato molte inesattezze.
Il volume rivela subito una radicata esterofilia: così Beda Romano ha affrontato ore di colloquio con la segretaria del comitato bioetico francese, che è una fonte molto di parte — forse intervistare lo scienziato che l’ha presieduto per anni, Didier Sicard, l’avrebbe aiutato a fare un discorso più critico — ma mai ha incontrato un membro del corrispondente organismo italiano. Da parte sua, Sergio Romano scrive che la separazione tra Stato e Chiesa è riuscita in tutti i Paesi europei ma non in Italia, fondandosi su un’interpretazione molto parziale sia del Risorgimento che del Concordato.

Il libro presenta anche aspetti nuovi: la comparazione storica dei rapporti tra Stato e Chiesa nei diversi Paesi europei, e soprattutto nella seconda parte — più nuova e interessante — l’affrontare i nodi bioetici senza esaminare le questioni morali e filosofiche a essi sottese, analizzando la realtà dei comportamenti di fronte alle questioni tecno-scientifiche in discussione. Per ogni Paese Beda Romano sceglie di approfondire il tema in cui esso si è dimostrato più avanzato ai suoi occhi: i trapianti di organi in Spagna, i Pacs per le convivenze omosessuali in Francia, l’inseminazione artificiale in Danimarca, la clonazione nel Regno Unito, l’eutanasia in Svizzera. Forse, agli occhi degli autori, il Paese ideale sarebbe quello dove tutte queste “vette di progressismo” fossero riunite insieme. Invece l’Italia è il contrario, perché non trova posto in nessuna classifica di “buoni”, di “moderni”, di “scientifici”.

La colpa naturalmente — con scarsa originalità — viene imputata alla Chiesa, nota per oscurantismo sin dai tempi di Galileo nella sua realtà istituzionale e nei malefici effetti sulla borghesia italiana. Con una ripresa del discorso sulla mancata modernizzazione italiana a causa della Controriforma: un altro luogo comune che la ricerca storica, negli ultimi decenni, ha ampiamente confutato.

È proprio così difficile pensare che le applicazioni delle tecnoscienze o l’accettazione giuridica delle unioni omosessuali non costituiscono solo un test di modernità ma aprono problemi antropologici perché trasformano la nostra cultura, ed è quindi un bene che siano oggetto di riflessione e discussione, e magari di una prudente sospensione di giudizio? Lo pensano molti filosofi laici e scienziati, cattolici e non. Non lo pensano invece le industrie farmaceutiche, i ricercatori che vogliono una rapida celebrità e fondi per le loro attività.

Certamente la Chiesa cattolica è l’unica istituzione mondiale che osa esprimere un giudizio critico su una tendenza “progressista” volutamente superficiale, l’unica che osa denunciare le possibili conseguenze negative di queste innovazioni. Che osa, in sostanza, stimolare una discussione, far riflettere e chiedere risposte vere. Ed è curioso che proprio per questo suo essere libera e pensante — su alcuni temi l’unica voce critica che può farsi sentire in tutto il mondo — sia tacciata di oscurantismo e di incapacità nell’affrontare la modernità.

I singoli intellettuali che affrontano con sguardo critico le questioni — per esempio, oltre a Jonas e Habermas, Testart e Agacinsky — rimangono infatti fatalmente confinati in un ambito ristretto di interlocutori, spesso solo intellettuali che parlano la loro lingua. La Chiesa invece parla in modo più facile, e si fa ascoltare ovunque. Disturbando, e non poco, il quadretto di una felice modernità che avanza senza macchia tanto caro a molti.

martedì 20 dicembre 2011


L'educazione per far fronte alla crisi di Massimo Introvigne, 20-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Se si eccettua una stucchevole ripresa della polemica contro le scuole cattoliche da parte di «Repubblica», ha suscitato poche reazioni sulla stampa italiana il Messaggio per la  XLV Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1 gennaio 2012, formalmente datato 8 dicembre 2011 e reso pubblico da Benedetto XVI nello scorso weekend.

È un peccato, perché si tratta di un piccolo grande trattato su un tema che sta molto a cuore al Santo Padre, quello dell'educazione, e perché ogni anno con questi messaggi il Papa indica una priorità del suo Magistero. Per il 2011 si trattava della libertà dei cristiani perseguitati in tante parti del mondo. Per il 2012 Benedetto XVI si ripromette di tornare sull'educazione, che è la prima emergenza in un'epoca di crisi e per cui, afferma, esistono un interesse e una domanda dei giovani, com'è stato confermato dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid.

Il Messaggio, che ha per titolo «Educare i giovani alla giustizia e alla pace», esordisce con alcune considerazioni generali. Indica poi cinque soggetti dell'educazione e quattro contenuti fondamentali del percorso educativo.

Il tempo di Avvento, e le riflessioni da poco concluse sui Salmi nella «scuola della preghiera» che il Pontefice propone ogni mercoledì, sono occasione per partire da una citazione del Salmo 130, dove il Salmista afferma che l’uomo di fede attende il Signore «più che le sentinelle l’aurora» (v. 6). «Tale attesa - commenta il Papa - nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni».
Le tribolazioni, in effetti, non mancano. Come tutti sanno, «nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno». Eppure «in questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani».

Certo, anche i giovani sono colpiti dalla crisi globale. «Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro. Nel momento presente sono molti gli aspetti che essi vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia». Ma nel tempo di crisi, come in ogni tempo, l'unica risposta adeguata alle domande dei giovani è l'educazione.

«L’educazione - scrive il Papa - è l’avventura più affascinante e difficile della vita. Educare – dal latino "educere" – significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona. Tale processo si nutre dell’incontro di due libertà, quella dell’adulto e quella del giovane. Esso richiede la responsabilità del discepolo, che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se stesso». Ma non chiunque si presenti come educatore lo è davvero. Servono educatori che siano «autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone».

Il Pontefice elenca quindi cinque soggetti dell'educazione. Al primo posto rimane «la famiglia, poiché i genitori sono i primi educatori. La famiglia è cellula originaria della società». È importante riaffermarlo, perché c'è chi lo nega. «Viviamo in un mondo in cui la famiglia, e anche la vita stessa, sono costantemente minacciate e, non di rado, frammentate. Condizioni di lavoro spesso poco armonizzabili con le responsabilità familiari, preoccupazioni per il futuro, ritmi di vita frenetici, migrazioni in cerca di un adeguato sostentamento, se non della semplice sopravvivenza, finiscono per rendere difficile la possibilità di assicurare ai figli uno dei beni più preziosi: la presenza dei genitori; presenza che permetta una sempre più profonda condivisione del cammino, per poter trasmettere quell’esperienza e quelle certezze acquisite con gli anni, che solo con il tempo trascorso insieme si possono comunicare». Rimettere la famiglia al primo posto è dunque il primo compito dell'educazione intesa in senso lato.

Dopo la famiglia viene la scuola, l'ampio mondo «delle istituzioni che hanno compiti educativi: veglino con grande senso di responsabilità affinché la dignità di ogni persona sia rispettata e valorizzata in ogni circostanza. Abbiano cura che ogni giovane possa scoprire la propria vocazione, accompagnandolo nel far fruttificare i doni che il Signore gli ha accordato. Assicurino alle famiglie che i loro figli possano avere un cammino formativo non in contrasto con la loro coscienza e i loro principi religiosi», il che - ancora - non avviene sempre, come dimostrano i problemi nella Spagna di Zapatero a suo tempo denunciati dallo stesso Pontefice.

Al terzo posto, dopo famiglia e scuola, viene la politica. Il Papa si rivolge con vigore «ai responsabili politici, chiedendo loro di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative ad esercitare il loro diritto-dovere di educare. Non deve mai mancare un adeguato supporto alla maternità e alla paternità. Facciano in modo che a nessuno sia negato l’accesso all’istruzione e che le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli. Si impegnino a favorire il ricongiungimento di quelle famiglie che sono divise dalla necessità di trovare mezzi di sussistenza. Offrano ai giovani un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti».

Per il bene e purtroppo spesso anche per il male, quarto soggetto dell'educazione è «il mondo dei media». «Nell’odierna società, i mezzi di comunicazione di massa hanno un ruolo particolare: non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari e quindi possono dare un apporto notevole all’educazione dei giovani. È importante tenere presente che il legame tra educazione e comunicazione è strettissimo: l’educazione avviene infatti per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona».
Infine, il quinto soggetto dell'educazione sono i giovani stessi, che non subiscono passivamente l'educazione ma con il loro comportamento la influenzano. «Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano. È una grande responsabilità quella che li riguarda: abbiano la forza di fare un uso buono e consapevole della libertà».

Quanto ai contenuti di una vera e integrale educazione, Benedetto XVI li riassume in quattro parole: verità, libertà, giustizia e pace, enumerate in quest'ordine che non è casuale. La verità è al primo posto. «Sant’Agostino [354-430] si domandava: "Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem? – Che cosa desidera l’uomo più fortemente della verità?"». Non è detto che le istituzioni educative di oggi siano d'accordo. Eppure, «il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva tale insopprimibile domanda». Ma «per educare alla verità occorre innanzitutto sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura». E alla fine una è «la domanda fondamentale da porsi: chi è l’uomo? L’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità – non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita – perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio».  Per quanto esista pure una dignità naturale della persona che anche i non credenti possono apprezzare, in realtà «la prima educazione consiste nell’imparare a riconoscere nell’uomo l’immagine del Creatore», fondamento di ogni verità.
Quello che rileva per la verità vale anche per il secondo fondamentale contenuto dell'educazione, la libertà. «Solo nella relazione con Dio l’uomo comprende anche il significato della propria libertà. Ed è compito dell’educazione quello di formare all’autentica libertà». La vera libertà «non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio, non è l’assolutismo dell’io. L’uomo che crede di essere assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter fare tutto ciò che vuole, finisce per contraddire la verità del proprio essere e per perdere la sua libertà. L’uomo, invece, è un essere relazionale, che vive in rapporto con gli altri e, soprattutto, con Dio. L’autentica libertà non può mai essere raggiunta nell’allontanamento da Lui».

Nell'attuale epoca di crisi ci rendiamo conto che «la libertà è un valore prezioso, ma delicato; può essere fraintesa e usata male». E «oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l’uno dall’altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio “io”».  Nel mondo dominato da un «orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune».
Dunque, «per esercitare la sua libertà, l’uomo deve superare l’orizzonte relativistico e conoscere la verità su se stesso e la verità circa il bene e il male». Educare alla libertà significa far riscoprire una nozione che è stata al centro del viaggio del Papa in Germania, quella della legge naturale. «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso. Per questo, l’esercizio della libertà è intimamente connesso alla legge morale naturale, che ha carattere universale, esprime la dignità di ogni persona, pone la base dei suoi diritti e doveri fondamentali, e dunque, in ultima analisi, della convivenza giusta e pacifica fra le persone».

La giustizia e la pace sono contenuti essenziali dell'educazione, ma vengono dopo la verità e la libertà. «Il retto uso della libertà è dunque centrale nella promozione della giustizia e della pace, che richiedono il rispetto per se stessi e per l’altro, anche se lontano dal proprio modo di essere e di vivere. Da tale atteggiamento scaturiscono gli elementi senza i quali pace e giustizia rimangono parole prive di contenuto: la fiducia reciproca, la capacità di tessere un dialogo costruttivo, la possibilità del perdono, che tante volte si vorrebbe ottenere ma che si fa fatica a concedere, la carità reciproca, la compassione nei confronti dei più deboli, come pure la disponibilità al sacrificio».
E anche la giustizia perde significato se non la si riferisce ultimamente a Dio. «Nel nostro mondo, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti». Riassumendo i temi centrali del suo discorso al Parlamento Federale tedesco, il Bundestag, dello scorso 22 settembre, il Papa ha ribadito che «la giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano. È la visione integrale dell’uomo che permette di non cadere in una concezione contrattualistica della giustizia e di aprire anche per essa l’orizzonte della solidarietà e dell’amore».

Come aveva fatto al Bundestag, il Papa ha invitato a diffidare di «certe correnti della cultura moderna, sostenute da principi economici razionalistici e individualisti, [che] hanno alienato il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti, separandolo dalla carità e dalla solidarietà». Il Signore afferma:

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6). «Saranno saziati - commenta il Papa - perché hanno fame e sete di relazioni rette con Dio, con se stessi, con i loro fratelli e sorelle, e con l’intero creato».

Il Messaggio è per la Giornata Mondiale della Pace, e la pace è il quarto dei contenuti fondamentali dell'educazione. Ma anche la parola «pace» si presta oggi a equivoci. La pace «non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza». La pace non può essere perseguita da sola. «La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità». Inoltre, «la pace è anzitutto dono di Dio. Noi cristiani crediamo che Cristo è la nostra vera pace: in Lui, nella sua Croce, Dio ha riconciliato a Sé il mondo e ha distrutto le barriere che ci separavano gli uni dagli altri (cfr Ef 2,14-18); in Lui c’è un’unica famiglia riconciliata nell’amore».

Naturalmente, «la pace non è soltanto dono da ricevere, bensì anche opera da costruire». Un'opera - tutto il Messaggio ritorna costantemente su questo punto - cui certamente anche i non credenti possono collaborare, ma che nell'odierna situazione di grave crisi rischia di rivelarsi impossibile se ci si preclude lo sguardo verso Dio. Il Pontefice alla fine del Messaggio, come aveva fatto all'inizio, richiama un Salmo:  «Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?» (Sal 121,1). E riafferma «con forza» che «non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore?».

lunedì 5 dicembre 2011


Salute: l'84% dei giovani si informa online di Redazione InformaSalus.it, 30/11/2011, http://www.informasalus.it

La grande maggioranza dei giovani che frequenta il web lo utilizza anche per acquisire informazioni sulla salute o su altre notizie scientifiche. L'84% di un campione composto in prevalenza di persone tra i 18 e i 35 anni preferisce infatti aggiornarsi o 'chiarirsi le idee' consultando i media online piuttosto che quelli 'tradizionali' come stampa, radio e tv.

È  quanto emerge dall'indagine 'L'informazione medico-scientifica nell'era digitale' realizzata da Eikon Strategic Consulting.

Secondo la ricerca, i siti web considerati più attendibili dagli intervistati per acquisire informazioni medico-scientifiche sono i siti di informazione scientifica (80%), quelli delle associazioni mediche (80%) ed i siti web delle associazioni di pazienti (65%).

Le informazioni divulgate da stampa e radiotelevisione vengono invece considerate affidabili soltanto dal 48% degli intervistati, ma sono comunque considerate più attendibili di quelle che si trovano in forum, social network e blog.

L'indagine è stata presentata oggi nell'ambito della cerimonia di premiazione della quarta edizione del Premio Giornalistico “Riccardo Tomassetti”, dedicato alla memoria di Riccardo Tomassetti, giornalista scientifico scomparso nel 2007, a soli 39 anni.

martedì 22 novembre 2011


Sulla vita è ora di educare di Carlo Bellieni, 22-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Alfano, Bersani, Casini: l’ABC della politica nostrana era presente all’assemblea nazionale di Scienza e Vita, il 18 novembre a Roma. Alfano, Bersani e Casini parlano di etica sociale e questo è in sé bene. Alfano, Bersani e Casini e Scienza e Vita: un colloquio in cui è chiaro che la società vuole etica e che loro lo capiscono; che per rendere etica una società si passa anche dalle leggi, e che tutti mostrano di aver capito la importanza della figura del Santo Padre.


Ora è il caso di domandarci se questo basta. Cioè se quello che davvero occorre alla gente è solo il dialogo con i vertici della politica. E se davvero basta fare “buone leggi” per fare crescere un popolo. Probabilmente c’è dell’altro. Certamente c’è dell’altro. Perché fare buone leggi non serve a niente se la gente è convinta che siano leggi cattive e i maitre à penser finiscono per mostrarle come una soverchieria. Già, i maitre à penser sono quelli che contano sui giornali, in TV, quelli che danno il “la” all’opinione pubblica, quelli che fanno la cultura di un popolo. E con la loro artiglieria, il fronte pro-life cosa oppone?


Siamo di fronte ad un’asimmetria, ad un braccio di ferro fatto tra un omone di due metri e un bambino (anche se il bambino apparentemente non è sprovveduto e disarmato, il che visti gli esiti è anche peggio). Da una parte l’artiglieria pesante dei massmedia, dei Vip (dalle soubrette ai presentatori Tv: ricordate le cento facce di Vip che campeggiavano sulla copertina di un settimanale alle soglie del referendum sulla legge 40 invitando a votare SI?); dall’altra… qualcosa che evidentemente non incide sulla cultura, sul modo di decidere della gente.

Insomma: non basta fare gli autovelox per ridurre i morti sulle autostrade: bisogna educare. I primi cristiani non si misero a chiedere all’Imperatore che facesse una legge per vietare i giochi omicidi nei circhi, o l’infanticidio: semplicemente costruirono una cultura che non li prevedeva, che mostrava che erano bestialità. San Benedetto costruì l’Europa non domandando ai barbari di smettere di fare stragi, ma costruendo i monasteri, rendendo l’Europa disseminata di luoghi di salvezza.


E di luoghi di salvezza oggi ce ne sono tanti, come ha benissimo mostrato la giornata seguente a quella prima descritta, in cui le associazioni locali di Scienza e Vita hanno mostrato cosa sia il lavoro quotidiano, la bellezza e l’eroismo di chi cura e la bellezza e l’eroismo di chi viene curato. Tutto va detto. Va mille e mille volte raccontato con gli strumenti adeguati, ma non più nelle nostre amorose e ristrette mura.

E non c’è da implorare la presenza di qualche “laico” che non si vergogni di apparire ad un qualche convegno pro-life: con la “mitologia dei lontani” abbiamo finito per vederli più lontani di quanto fossero. Non vogliamo arruolare nessuno, ma vediamo da laici attenti un parallelismo sulla dignità del lavoro scientifico (da sottrarre alle manipolazioni genetiche per alcuni, o per altri da non rovinare introducendo possibilità di morte su chi può essere curato), della donna, dei bambini, dei vecchi, dei disabili, di fronte a tanto opportunismo, carrierismo, e a tanta solitudine.

Dal convegno di Scienza e Vita coi politici usciamo rafforzati, perché ok, i politici hanno un loro ruolo, un fascino persino; e perché questo non ci basta più. Vogliamo che si riprenda in mano la cultura e l’educazione di un popolo, che attende e che è disorientato. San Benedetto e San Paolo non rifuggivano dai politici di allora; e anche oggi nella Chiesa c’è chi direttamente dialoga sapientemente di leggi con gli Alfano, Bersani, Casini. Ma c’è anche chi, inoltre, costruisce cultura, chi mostra al popolo la bellezza della vita, chi crea case famiglia, luoghi d’accoglienza, banchi alimentari, e vuole rendere questo cultura; questa è ora la strada da aprire.

martedì 8 novembre 2011


Royal Society, l'archivio scientifico diventa open access -  Da Newton e Darwin a Stephen Hawking, oltre 60mila articoli conservati da una delle più importanti accademie del mondo si potranno consultare gratuitamente online, 7/11/2011, CARLO DI FOGGIA, http://www.lastampa.it/

"Nullius in verba” , non accettare nulla sulla parola ma verificare tutto attraverso i fatti, i dati, le prove. Con un motto ufficiale così, nell’era dell’open access, la Royal Society di Londra, una delle più importanti accademie scientifiche del mondo, non poteva mantenere a lungo i suoi archivi ancorati al vecchio sistema del Pay per view (pagare per vedere). Nei giorni scorsi l’annuncio ufficiale : uno dei più importanti archivi custoditi dalla prestigiosa fondazione, oltre 60mila articoli scientifici pubblicati tra il 1665 e il 2011, è diventato gratuito e scaricabile da chiunque attraverso un sistema completamente informatizzato e consultabileonline. Si potranno cercare gli articoli attraverso parole chiavi, autori o estratti dei testi pubblicati sulla rivista scientifica ufficiale, la “Philosophical Transections” che ha iniziato le sue pubblicazioni cinque anni dopo la fondazione dell’accademia (28 novembre 1660) ad opera di alcuni tra i più importanti scienziati dell’epoca, uniti dal comune intento di diffondere e mettere a disposizione dell’umanità il sapere scientifico fin li acquisito.

Nel prezioso scrigno virtuale si celano veri e propri capolavori come il primo saggio scientifico pubblicato daIsaac Newton,che fu presidente dell’accademia dal 1703 al 1727, gli scritti di un giovane Charles Darwin e il resoconto del famoso esperimento dell’aquilone elettrico compiuto da Benjamin Franklin nel 1752. Si potrà quindi percorrere al contrario la storia dell’evoluzione scientifica, risalendo a vere e proprie “gemme” come i primi casi riportati di mostruosi vitelli, racconti di studenti colpiti da fulmini ed esperimenti su come rendere le bevande fresche “senza usare neve, ghiaccio, vento o salnitro e in ogni periodo dell’anno”. Selezionando i campi di ricerca è possibile anche rintracciare tutto il materiale pubblicato dalla RS su di un determinato settore come ad esempio i terremoti. In Sicilia, nel gennaio del 1963, si verificò un terremoto che colpì la parte orientale dell’isola provocando anche una piccola eruzione dell’Etna. Attraverso la lettera del nobile Vincentius Bonajutus, custodita nell’archivio della Philosophical Transactions, possiamo scoprire quanti morti ci sono stati in tutti i centri della zona e quanti abitanti vi risiedevano prima del disastro. “Questi documenti rappresentano una finestra sulla storia della scienza e ci mostrano l’evoluzione del progresso scientifico dell’umanità”, ha spiegato Uta Frith presidente del comitato che supervisiona l’immenso patrimonio conservato nella libreria dell’Accademia.

L’iniziativa si inserisce nella strategia della Royal Society in direzione dell’editoria ad accesso aperto. Come sottolineato dalla stessa Accademia infatti, la libera messa a disposizione dell’archivio in rete è coincisa con l’inizio della Settimana dell’open access e con l’annuncio della prima rivista interamente consultabile online e gratuitamente, “Open Biology”. Il biologo e filosofo inglese Thomas Huxley nel 1870 scriveva: “Se tutti i libri del mondo, ad eccezione del Philosophical Transactions, dovessero essere distrutti è sicuro che le fondamenta della scienza fisica rimarrebbero incrollabili, e che il vasto progresso intellettuale degli ultimi due secoli risulterebbe, anche se incompleto, ampiamente conservato". Un patrimonio che dunque appartiene all’umanità intera e finalmente a disposizione di tutti.

venerdì 7 ottobre 2011


Corrispondenza Romana 1210/03  FECONDAZIONE ASSISTITA: su “Avvenire” tecniche mediatiche da partito radicale

Sulla fecondazione assistita, il problema è esclusivamente di fonti. Cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica? Che quella eterologa è «gravemente disonesta» (n. 2376) e che quella omologa, benché «praticata in seno alla coppia», rimane «moralmente inaccettabile», poiché dissocia «l’atto sessuale dall’atto procreatore» (n. 2377).

A ciò si aggiunga la parola del Santo Padre, Benedetto XVI, che il 10 maggio 2008, parlando ai partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense nel 40° anniversario dell’enciclica “Humanae Vitae”, ribadì un fermo “no” a qualsiasi forma di procreazione assistita, anche quando avvenga nell’ambito del matrimonio: «Nessuna tecnica meccanica – affermò con estrema chiarezza – può sostituire l’atto d’amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero più grande che li vede protagonisti e compartecipi della creazione».

Allora, a quali fonti ha fatto riferimento il quotidiano della Cei, “Avvenire”, quando, nell’edizione del 27 settembre scorso, a pag. 16, ha esaltato – senza alcun filtro critico – il caso di una donna rimasta gravida dopo esser guarita da un tumore al seno, solo tramite tecniche di fecondazione assistita con produzione di embrioni in vitro? Addirittura definendo questo «un altro successo», che «dà nuove speranze di diventare madri a migliaia di donne»… Tanto da scatenare l’applauso degli iperlaicisti alla Maurizio Mori: è il presidente dell’autoreferenziale Consulta di Bioetica, che – al di là del nome ampolloso – non è investita di alcuna valenza istituzionale, è una normalissima associazione spontanea, nel cui Consiglio Direttivo, tanto per intenderci, figura come Tesoriere quel Mario Riccio, anestesista e rianimatore presso l’Ospedale di Cremona, divenuto noto a livello nazionale per aver interrotto la ventilazione meccanica che teneva in vita Piergiorgio Welby. A Mori non dev’esser parso vero di trovare una strizzatina d’occhio alla fecondazione assistita proprio sul quotidiano dei Vescovi. Così ha indirizzato già all’indomani ad “Avvenire” un forte plauso dalle colonne del quotidiano “L’Unità” (dovrebbe far riflettere la sua esclamazione «Bravo Avvenire! Continua così»), evidenziando come «le idee laiche (o laiciste che dir si voglia), sia pure con un po’ di fatica, alla fine si facciano strada e ricevano il giusto riconoscimento anche da chi le aveva avversate».

Autogoal clamoroso da parte del giornale della Cei. Anche perché ha offerto allo stesso Mori l’assist per scatenare l’ennesimo attacco alla Chiesa, che viceversa avrebbe finora proibito a tante donne le stesse opportunità del caso citato. Con un riferimento, non innocuo, a Carlo Flamigni, il medico che nel ’97 annunciò la nascita di Elena, la prima bambina in Italia “ottenuta” con la tecnica della fecondazione in vitro. Perché un riferimento non innocuo? Perché Carlo Flamigni lo ritroviamo tra i presidenti onorari dell’Uaar, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Insomma, gira e rigira, la combriccola è sempre quella. Ma che, a darle manforte, debba essere proprio “Avvenire” è il colmo.

Con tecniche di guerriglia mediatica, oltre tutto, tipiche dei radicali, abilissimi nel prendere il caso umano e proporlo alla pubblica lacrimuccia, per scatenar consensi laddove viceversa servirebbero un saggio discernimento ed una serena capacità di giudizio. Qualità, che – evidentemente – in questo caso sono mancate.