Corrispondenza Romana 1210/03
FECONDAZIONE ASSISTITA: su “Avvenire” tecniche mediatiche da partito
radicale
Sulla fecondazione assistita, il
problema è esclusivamente di fonti. Cosa dice il Catechismo della Chiesa
Cattolica? Che quella eterologa è «gravemente disonesta» (n. 2376) e che quella
omologa, benché «praticata in seno alla coppia», rimane «moralmente inaccettabile»,
poiché dissocia «l’atto sessuale dall’atto procreatore» (n. 2377).
A ciò si aggiunga la parola del
Santo Padre, Benedetto XVI, che il 10 maggio 2008, parlando ai partecipanti al
Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense nel
40° anniversario dell’enciclica “Humanae Vitae”, ribadì un fermo “no” a
qualsiasi forma di procreazione assistita, anche quando avvenga nell’ambito del
matrimonio: «Nessuna tecnica meccanica – affermò con estrema chiarezza – può
sostituire l’atto d’amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero
più grande che li vede protagonisti e compartecipi della creazione».
Allora, a quali fonti ha fatto
riferimento il quotidiano della Cei, “Avvenire”, quando, nell’edizione del 27
settembre scorso, a pag. 16, ha esaltato – senza alcun filtro critico – il caso
di una donna rimasta gravida dopo esser guarita da un tumore al seno, solo
tramite tecniche di fecondazione assistita con produzione di embrioni in vitro?
Addirittura definendo questo «un altro successo», che «dà nuove speranze di
diventare madri a migliaia di donne»… Tanto da scatenare l’applauso degli
iperlaicisti alla Maurizio Mori: è il presidente dell’autoreferenziale Consulta
di Bioetica, che – al di là del nome ampolloso – non è investita di alcuna
valenza istituzionale, è una normalissima associazione spontanea, nel cui
Consiglio Direttivo, tanto per intenderci, figura come Tesoriere quel Mario
Riccio, anestesista e rianimatore presso l’Ospedale di Cremona, divenuto noto a
livello nazionale per aver interrotto la ventilazione meccanica che teneva in
vita Piergiorgio Welby. A Mori non dev’esser parso vero di trovare una
strizzatina d’occhio alla fecondazione assistita proprio sul quotidiano dei
Vescovi. Così ha indirizzato già all’indomani ad “Avvenire” un forte plauso
dalle colonne del quotidiano “L’Unità” (dovrebbe far riflettere la sua
esclamazione «Bravo Avvenire! Continua così»), evidenziando come «le idee
laiche (o laiciste che dir si voglia), sia pure con un po’ di fatica, alla fine
si facciano strada e ricevano il giusto riconoscimento anche da chi le aveva
avversate».
Autogoal clamoroso da parte del
giornale della Cei. Anche perché ha offerto allo stesso Mori l’assist per
scatenare l’ennesimo attacco alla Chiesa, che viceversa avrebbe finora proibito
a tante donne le stesse opportunità del caso citato. Con un riferimento, non
innocuo, a Carlo Flamigni, il medico che nel ’97 annunciò la nascita di Elena,
la prima bambina in Italia “ottenuta” con la tecnica della fecondazione in
vitro. Perché un riferimento non innocuo? Perché Carlo Flamigni lo ritroviamo
tra i presidenti onorari dell’Uaar, Unione degli Atei e degli Agnostici
Razionalisti. Insomma, gira e rigira, la combriccola è sempre quella. Ma che, a
darle manforte, debba essere proprio “Avvenire” è il colmo.
Con tecniche di guerriglia
mediatica, oltre tutto, tipiche dei radicali, abilissimi nel prendere il caso
umano e proporlo alla pubblica lacrimuccia, per scatenar consensi laddove
viceversa servirebbero un saggio discernimento ed una serena capacità di
giudizio. Qualità, che – evidentemente – in questo caso sono mancate.
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