giovedì 6 ottobre 2011


«Il sangue cordonale, business per le biobanche», Le mamme convinte dalle strutture private a pagare per conservare ciò che non serve ai figli, di Graziella Melina, Avvenire, 6 ottobre 2011

L’attività che svolgono le banche private «servendosi di intermediari per convincere le mamme a donare il sangue del cordone ombelicale per lo stesso bambino è un business che conviene esclusivamente alle banche, ma che non ha alcuna utilità per il bambino per il quale viene conservato». Un fermo «no» alla conservazione autologa, del resto vietata dalla legislazione italiana, arriva dal genetista Licinio Contu, presidente della Federazione italiana Adoces (Associazioni donatori cellule staminali), che ha deciso di spiegare le sue ragioni in un documento dal titolo significativo «Il dibattito sul sangue del cordone ombelicale: a chi e a cosa serve la conservazione privata?» (pubblicato sul sito www.adoces.it/donazione-sanguecordone/). Per dimostrare l’inutilità di una pratica «molto convincente» che ha permesso di esportare fino ad oggi dall’Italia 600mila unità di sangue cordonale ora conservate in banche private, e con una spesa non inferiore a 150 milioni di euro, Contu è partito dalla valutazione dei dati. «Nel mondo fino a dicembre 2010 – spiega il genetista – in tutte le banche private sono stati conservati 900mila unità di sangue cordonale. Parallelamente nelle banche pubbliche sono state conservate 400mila unità. Quindi il sangue cordonale disponibile nelle banche pubbliche, per un’attività di trapianto solidale per tutti i malati che ne hanno bisogno, era meno della metà di quello conservato e riservato nelle banche private per lo stesso donatore».
Eppure le proporzioni dei trapianti effettuati danno un quadro tutt’altro che positivo sull’utilità reale della conservazione autologa.
«Sulle 400mila unità conservate nelle banche pubbliche – spiega Contu – sono stati effettuati 20mila trapianti.
Mentre sulle 900mila unità di sangue cordonale conservato nella banche private i trapianti effettivi autologhi sono stati 12». In sostanza, la probabilità media che «che un bambino potrà utilizzare il proprio cordone ombelicale conservato in una banca privata può variare da un minimo di 1 a 50 mila a un massimo di 1 a 150mila». Al contrario, nel caso del trapianto grazie alla conservazione solidale «la probabilità statistica che una unità di sangue cordonale conservato in una banca pubblica possa essere utilizzata per trapiantare un bambino malato è del 3-4 per cento». In realtà, prosegue Contu, per convincere le mamme a utilizzare questo servizio a pagamento, le banche private utilizzate informazioni false. Come per esempio la rassicurazione che il sangue potrà essere utilizzato per i successivi 30, 40 anni. «Ma il mondo scientifico – puntualizza il genetista – sa benissimo che non c’è alcuna prova che le cellule staminali del sangue cordonale possano essere conservate vive e vitali nell’azoto liquido per periodi superiori a 12 anni».
Altra falsa promessa: utilizzare il sangue cordonale conservato per sé per curare malattie come il diabete insulinodipendente, oppure malattie degenerative neurologiche come il morbo di Parkinson, l’Alzheimer, la Sla. Non manca poi nei depliant pubblicitari un elenco allarmante di malattie rare dalle quali difendere il proprio bimbo grazie al suo stesso cordone. Eppure «l’anemia aplastica severa, più frequentemente trapiantata dalle unità di sangue cordonale conservate nelle banche private – rivela Contu – ha un’incidenza nel bambino di 3 per milione». Inoltre, il 70% delle malattie rare non possono essere curate con un trapianto autologo. Nel caso della talassemia, per esempio, «è chiaro che un bambino non può utilizzare il suo stesso sangue cordonale perché il difetto genetico è presente già nelle cellule staminali».
La conservazione autologa dunque è «un’attività evidentemente inutile», sottolinea Contu, eppure, «in Italia continua un dibattito assurdo su questa materia, al punto che abbiamo avuto dei deputati che hanno presentato delle proposte di legge per permetterne la conservazione anche in Italia».

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