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venerdì 19 dicembre 2014

Attenzione a giocare con i primi mattoni della vita di Tommaso Scandroglio, 19-12-2014, http://www.lanuovabq.it/


Un ovocita può essere stimolato artificialmente a replicarsi senza bisogno di essere fecondato da uno spermatozoo. È un processo che prende il nome di partenogenesi. L’insieme delle cellule così prodotte, chiamate partenoti, non è un essere umano, ma appunto solo un grumo di cellule.

OvocitaLa Corte di Giustizia dell’Unione Europea ieri ha stabilito che i partenoti  possono essere oggetto di brevetti industriali proprio perché non sono embrioni umani. La vicenda parte da lontano.

Sempre la Corte di Giustizia nel 2011 si trovò a dirimere il caso Greenpeace vs Brüstle. La materia del contendere riguardava una possibile cura per il morbo di Parkinson ottenuto grazie all’utilizzo delle cellule staminali embrionali. I giudici, applicando la Direttiva 98/44/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, avevano così stabilito: sì alle sperimentazioni sugli embrioni anche nel caso in cui la sperimentazione portasse alla morte degli embrioni stessi – come nel caso del prelievo di cellule staminali embrionali –; no invece a brevettare queste sperimentazioni. In buona sostanza la sentenza lasciava mani libere ai ricercatori, anche a costo del sacrificio di molte vite umane, però considerava disdicevole lucrarci su.

Inoltre la Corte aggiungeva che i partenoti erano da considerarsi anch’essi come embrioni e quindi non brevettabili. Infine specificava che erano vietati i brevetti su cellule, tessuti e organi dato che non sono un’invenzione umana. Di contro, semaforo verde per tutte quelle tecniche escogitate dalla mente umana che si applicano su cellule, tessuti ed organi.

A luglio di quest’anno approda presso i giudici europei un caso sollevato dall’International Stem Cell Corporation (Isc), la quale aveva chiesto all’Ufficio britannico dei brevetti la brevettabilità di cellule staminali prodotte da ovociti attivati tramite partenogenesi. L’Ufficio brevetti e poi L’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles negarono la possibilità di brevettare questa procedura proprio perché, rifacendosi alla sentenza della Corte di Giustizia del 2011, anche i partenoti non potevano essere brevettati perché considerati esseri umani.

L’Isc però non si è arresa e ha proposto ricorso alla Corte di Giustizia. Questa ha cambiato parere rispetto a quanto stabilito nel 2011. Infatti nel luglio scorso Cruz Villalon, dell’Avvocatura generale della Corte, redasse un parere in cui così si espresse: «La mera circostanza che un ovulo non fecondato possa avviare un processo di divisione e differenziazione cellulare, analogo a quello di un ovulo fecondato, non basta a considerarlo un embrione umano». Ergo i partenoti non sono un essere umano e dunque sono brevettabili. L’avvocato però chiarì che se «tale ovulo viene manipolato geneticamente (ad es. usandolo per una clonazione umana) in modo che possa svilupparsi in un essere umano, esso va considerato un embrione umano e come tale dev’essere escluso dalla brevettabilità». Inoltre aggiunse che gli Stati membri non si devono comunque sentire obbligati a concedere i brevetti sui partenoti. Che ogni Nazione si regoli da sé.

Ieri i giudici hanno confermato il parere dell’Avvocatura, però hanno specificato che spetta ai giudici britannici verificare che nel caso concreto si tratti davvero di partenoti e non di esseri umani ottenuti tramite clonazione di una o più cellule estrapolate dai partenoti.

Dal punto di vista del giudizio morale la sentenza di ieri, in senso stretto, non viola i principi etici del rispetto della persona umana, proprio perché, come accennato, i partenoti non sono esseri umani, ma aggregati di cellule. Però vi sono da appuntare due riserve. 

La prima concerne il fatto che i giudici hanno affermato che i partenoti per virtù propria non possono dar luogo alla formazione di un essere umano (ma semmai solo per un processo artificiale come quello della clonazione). Se avessero questa capacità dovrebbero essere tutelati anche se, in quella loro primissima fase di sviluppo, non sono ancora persone. Implicitamente – ma è solo una nostra ipotesi – i giudici ci stanno dicendo che nemmeno lo zigote, la prima cellula nata dall’incontro tra spermatozoo ed ovocita, è un essere umano, perché è solo lo sviluppo successivo che lo porterà ad essere – non si sa quando – un organismo appartenente alla nostra specie. Lo zigote sarebbe un uomo in potenza non in atto. Insomma pare che per i giudici un grumo di cellule composte da partenoti o a livello di morula (la primissima fase di sviluppo dell’essere umano dopo la fecondazione) non possano essere mai considerate un essere umano perché il loro sviluppo è troppo precoce.

Seconda riserva. Che si faccia attenzione a giocare con i primi mattoni della vita: ovociti, spermatozoi, partenoti etc. Il salto è breve per poi giocare con l’essere umano nei primissimi momenti del suo sviluppo. Già oggi, come abbiamo visto, è possibile sperimentare sugli embrioni, ma non guadagnarci soldi grazie ai brevetti. Domani, chissà: ti potrai trovare un figlio concepito in provetta, geneticamente modificato e brevettato da una multinazionale. Un Figlio ® con il logo della Isc su un gluteo.
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mercoledì 23 aprile 2014

Soldi, soldi, soldi… altro che “donatori di gameti”!, http://www.notizieprovita.it/

vendita_gameti_mercato
Quando si parla di fecondazione artificiale e di bambini in provetta, la tendenza politicamente corretta è quella di enfatizzare lo scopo “umanitario” della pratica, tutta tesa a dare un figlio alle coppie infertili o sterili che non possono averne. Tant’è vero che TUTTI parlano di “donazione” di gameti, rimandando così ad un concetto nobile di gratuità.

Invece, è facile intuire che la realtà è ben altra. NON esistono “donatori” di gameti perché ovuli e sperma si vendono e si comprano sul mercato a prezzi anche altissimi: tanto più alti quanto le qualità genetiche del venditore ( o della venditrice) sono appetibili e richieste.
Che poi, dietro le tecniche della FIV (fecondazione in vitro, in tutte le sue più varie accezioni) ci sia un giro di miliardi soprattutto a vantaggio delle cliniche e dei laboratori è altrettanto facilmente intuibile.
Ora grazie alla pubblicazione di un rapporto della Allied Analitycs siamo in grado di dare qualche cifra: il fatturato del 2012 del mercato globale della FIV è stato di 9,3 miliardi di dollari, una cifra che è destinata ad aumentare a 21,6 miliardi entro il 2020.
Anche il mercato della vendita degli ovuli è in espansione, nonostante i gravi rischi per la salute delle donne che si prestano alla necessaria stimolazione ovarica, da 11.000 ovuli donati nel 2000, siamo arrivati a 18.000 nel 2010.
Il costo della fecondazione in vitro a New York è di circa circa $ 10,000 – $ 15,000, ma lo stesso trattamento costa solo 6.000 dollari in Thailandia: questo favorisce quel turismo “medico – procreativo” che rappresenta senz’altro una prospettiva di crescita del PIL dei paesi in via di sviluppo. Che ciò avvenga, comunque, sulla pelle delle donne, è del tutto irrilevante per la maggior parte di coloro che gridano ogni 3 x 2 al “femminicidio” e protestano contro la violenza sulle donne…
D’altro canto la Human Fertilization and Embriology, in Inghilterra, ha recentemente rivelato che oltre 3000 embrioni vengono distrutti nelle cliniche del Regno Unito ogni settimana.
3000 bambini a settimana, solo nel Regno Unito, prodotti in laboratorio e scartati come merce fallata…
Francesca Romana Poleggi

Global In-Vitro Fertilization (IVF) Market (Instruments, Reagents and Media, Technology, Geography) - Size, Share, Trends, Opportunities, Global Demand, Insights, Analysis, Research, Report, Company Profiles, Segmentation and Forecast, 2013 - 2020 - http://www.researchandmarkets.com/
In-vitro fertilization is a type of assisted reproductive technology that helps women in conceiving. The global IVF market was valued at $9.3 billion in 2012 and is expected to grow up to $21.6 billion by 2020. Delayed pregnancy in women is one of the major driving factors of the IVF market, as the chances of conceiving lowers with age. The pregnancy success rate with IVF technique is higher in the age group of 35-39. Other driving factors of the IVF market are rise in infertility rate due to rise in stress levels, change in life style and fertility related diseases. Globally, the number of couples with infertility issues was found to be 48.5 million in 2010.

The major limiting factor of this market is the cost involved in the treatment. The patient may not conceive in the first cycle of IVF procedure. Many cycles have to be undergone by the patient to achieve pregnancy, and this adds to the overall cost. The average cost of this procedure is approximately $10,000-$20,000. This acts as a major limitation in adoption of the technique for people with low income. Another challenge is the low level of awareness in the developing economies such as Nigeria. Awareness can be created through medical tourism and availability of low cost IVF treatments.

The companies profiled in this report include Vitrolife AB, Cooper Surgical. Inc., Cook Medicals, Thermo Scientific, Irvine Scientific Inc., Genea Biomedx, Oxford Gene Technology, Auxogyn Inc., EMD Serono Inc. and Ova Science.

KEY BENEFITS

- In-depth analysis of the IVF market, segmented based on instruments, reagents and media, technology, end users and geographies
- Quantitative analysis of the current market and estimations through 2013-2020
- Assessment and ranking of the factors affecting the global market and impact analysis of the same
- Identification of key investment pockets in the market, which would assist companies to take profitable investment decisions
- Study of the bargaining power of buyers and suppliers in the market, based on porter's five force analysis
- Understanding the key intermediaries in the market based on value chain analysis
- Analysis of trends in various geographic segments that would help the companies to plan their strategies depending on the region
- SWOT and competitive analysis of the key players, which would help stakeholders to understand trends followed by their competitors and take actionable decisions

lunedì 4 marzo 2013


Uteri in affitto, boom di richieste di Tommaso Scandroglio - 04-03-2013 - http://www.lanuovabq.it


Utero in affitto
    
Cresce nel mondo la domanda di uteri in affitto. La pratica della maternità surrogata nasce dall’impossibilità per la donna della coppia che vuole un figlio in provetta di portare a termine la gestazione, oppure dalla mancanza di volontà di addossarsi l’onere della gravidanza e del parto, o infine dalla richiesta di essere “genitori” da parte di una coppia di omosessuali maschi o di un/una single.

A fronte della domanda che sale, in parallelo aumenta l’offerta e il lavoro dei centri specializzati che mettono in contatto le coppie con le donne che si offrono come incubatrici di carne. Uno dei più attivi è lo statunitense Center of Surrogate Parenting (CSP): 1.700 bambini nati da uteri affittati in 30 anni di attività. Il 40% delle richieste arriva da stranieri. La metà dei clienti è omosessuale. Tra questi ricordiamo la popstar Elton John che nel 2010, all’età di 63 anni, si rivolse a questa clinica insieme al suo compagno David Furnish per avere un bambino “in conto terzi” (si veda l’articolo pubblicato su La Bussola Quotidiana  “Elton John, ‘padre’ in un film horror di terz'ordine” del 30 dicembre 2010).

Il tutto ha inizio con una chiacchierata in internet tramite Skype tra gli aspiranti “genitori” e il personale del CSP. Poi si passa alla selezione della donatrice dell’ovocita – perché spesso la donna della coppia richiedente è troppo in là negli anni per avere gameti giovani e sani – e della gestante. A volte le due figure coincidono. In merito alla “donatrice” di ovuli occorre avere tra i 21 e i 35 anni, essere in salute, dare prova di un buon quoziente intellettivo (ma il fatto di prestarsi a simili operazioni mette in dubbio quest’ultimo requisito), avere un ottimo carattere. 

Anche chi offre il proprio utero deve possedere delle caratteristiche ben precise: alta, giovane, snella, sposata e con figli perché così avrà già avuto esperienze di parto e sarà di certo una persona responsabile. Inoltre dovrà essere sottoposta a test psicologici e la sua fedina penale deve essere immacolata. Dato che il CSP si fregia di essere un centro serio e professionale, non si accettano candidature da parte di donne che si rifiuterebbero di abortire se il feto fosse malformato o se la gravidanza fosse multipla, avendo invece richiesto la coppia un solo bambino. Insomma il “controllo qualità” se va bene per il manzo argentino può andar bene anche per le femmine degli esseri umani. La selezione è così ardua che a fronte di 400 domande che il CSP riceve ogni mese, solo una dozzina viene accettata.

Tutto questo procedimento da polli in batteria ovviamente ha un suo costo. La donna che vende il proprio ovocita riceve tra i 5 e i 10mila dollari così anche l’agenzia, oltre a questo i genitori devono sborsare tra i 6 e i 10mila dollari per spese legali, tra i 15 e 25mila dollari per ogni ciclo di Fivet e tra 25 e 35mila dollari per pagare la gestante, più 8mila dollari se si desiderano dei gemelli. Infatti soprattutto le coppie formate da due gay vogliono dei gemelli così ognuno di loro avrà un bambino a testa, come il padre di famiglia che, per non scontentare nessuno, regala la stessa automobilina ai suoi due figli. Al CSP tengono a precisare con un candore tutto farisaico che per evitare mercificazioni vogliono solo donne economicamente indipendenti.

Poi c’è il sito web Surrogatefinder, aperto in India, il quale testimonia ancora una volta che la fantasia – o meglio: la follia - supera spesso la realtà. Si tratta in buona sostanza di un Facebook della fecondazione artificiale che mette in contatto, attingendo ai server delle cliniche di tutto il mondo, la domanda con l’offerta utilizzando una banca dati dalle dimensioni impressionanti. Per arrivare a confezionare un bebè a misura del proprio egoismo e in perfetto stile eugenetico il sito offre delle chiavi di ricerca plurime. Innanzitutto viene richiesto se si sta cercando un utero in affitto, un “donatore” di sperma oppure una “donatrice” di ovociti. Poi in merito alla madre surrogata e ai “donatori” viene chiesto se ci sono preferenze per il loro paese di provenienza (si arriva a chiedere anche la regione e la città di provenienza) per la loro etnia, e quanti figli debbano avere. Occorre infine indicare se la richiesta viene fatta da una coppia etero, omosessuale o da un/una single.

Dopo questa operazione così simile alla prenotazione di un posto su un aereo, ecco apparire le foto – la maggior parte delle quali assai ammiccanti: il business è business - delle o dei pretendenti con tanto di relativa scheda, la quale è dettagliatissima: anni, nazionalità, nome o nickname per chi vuole rimanere anonima/o, peso, altezza, stato civile (tra cui la convivenza), stato di salute, gruppo sanguigno, colore dei capelli e degli occhi, esperienze pregresse in merito a fecondazione artificiale, disponibilità a viaggiare (nel caso in cui la coppia richiedente non voglia spostarsi per conoscere la donna). Poi la candidata esplicita a chi vuole donare il proprio ovocita o utero: coppie di eterosessuali o omosessuali, single. Segue una descrizione libera di se stessi: a volte sono poche righe, a volte dei veri e propri curriculum. Infine una sezione chiamata “La mia lettera a voi”. In genere si tratta di uno stucchevole sonetto su quanto è bello aiutare gli altri ad avere un figlio, sull’importanza della famiglia e dell’amore. “Prego affinchè voi possiate riporre la vostra fiducia e speranza nelle mie mani per donarvi il vostro raggio di gioia” scrive Blessing4u, cioè “Benedizione per voi”. Preghiere rese ancor più ferventi, ne siamo certi, dal fatto che Blessing4u riceverà un bel po’ di quattrini per quest’opera pia. Una volta cliccata l’eletta basta mettersi in contatto via e-mail con il centro che ha la suddetta nella propria scuderia al modico prezzo di 100 dollari, valevole per l’iscrizione al sito per 6 mesi, oppure in super sconto al prezzo di 150 dollari per un anno. Sono accettate tutte le carte di credito.

Il sito va a gonfie vele. Lo scrivente è andato a vedere il profilo della 24enne americana Megan, la quale appena iscritta in poche ore ha già risposto a 3 richieste, segno evidente che molte di più ne ha ricevute ma a queste ha deciso di non rispondere.

Poi la palla passerà ai centri distribuiti in tutto il mondo e questi mercanti di figli, vera e propria merce umana, speculano sui prezzi: si porterà via un bebè scontato se si contatterà una donna indiana – siamo intorno ai 6-15mila euro – e poi si salirà di molto se al “modello base” si vorranno aggiungere alcuni costosi optional come occhi azzurri e capelli biondi, etnia russa o americana. La categoria del lusso ora riguarda anche il figlio.

lunedì 21 gennaio 2013


Ovuli congelati a 30 anni - La maternità non ha più età - Sempre più giovani si preparano per quando avranno una vita stabile - 19/01/2013 - http://lastampa.it/


MARIA CORBI
ROMA
Si chiama «social egg freezing», congelamento sociale degli ovociti, ed è la nuova arma anti infertilità usata dalle donne che vogliono rimandare, spesso oltre gli anta, il momento di diventare mamme. E allora la scienza viene loro incontro permettendo di congelare a trent’anni, anche prima, gli ovociti, così che quando poi decideranno di mettere su famiglia, la percentuale di successo nel rimanere incinte non sia compromessa dalla data di nascita. Fecondazione artificiale, ovviamente, in vitro.  

Non è solo un capriccio, il desiderio di prolungare una stagione spensierata di singletudine o di vita a due, o di spingere sulla carriera. Anzi, spesso è una necessità. Perchè i ritmi, gli stipendi (quando si è fortunate e non precarie o disoccupate) e la tutela sociale delle donne influenzano maniera determinante la voglia di non prendersi cura di nessun altro se non di se stesse. Così i bambini vengono rimandati a tempi (e a stipendi) più floridi per le finanze, ma non per la fertilità dei propri ovociti. Una pratica che inizia a diffondersi anche in Italia sulla scia di paesi come gli Stati Uniti, o anche dell’Europa del nord. Ma che ancora non è molto conosciuta.  

In Italia il congelamento degli ovociti si collega quasi sempre a una malattia, a una donna, anche bambine, che, per esempio, deve sottoporsi a cure che ridurranno o annienteranno la fertilità, e vuole conservare la possibilità di diventare mamma. Legislativamente non ci sono problemi, perché la legge italiana non ha mai posto limiti al congelamento di uova non fertilizzate.  

«In Italia sta crescendo, ma nonostante siamo i primi ad avere buoni successi dal congelamento degli ovociti, la popolazione italiana conosce poco questa cosa», spiega Andrea Borini, presidente della Società italiana di conservazione della fertilità. «Anche se abbiamo cercato di fare delle campagne di sensibilizzazione al problema le cose procedono lentamente. Ed è un peccato». 

«Le coppie oggi, spiega l’esperto, pensano prima agli studi, poi al lavoro, alla casa. E la ricerca dei figli si è spostata sempre più avanti, oltre i trent’anni. Quando poi si hanno difficoltà e ci si rivolge alla fecondazione artificiale, di solito intorno ai 37 38 anni, le percentuali di successo diminuiscono». Se poi si arriva oltre i quarant’anni le cose precipitano (il nostro Paese ha il primato dei parti in età matura, 4,6% dopo i 40 anni, il doppio che in Francia, Spagna, Olanda, Svezia, Danimarca, Stati Uniti). «Basti pensare che dai 43 anni la percentuale di successo è al 5 per cento», spiega Borini. «Se queste donne - continua l’esperto - avessero congelato gli ovociti a 25 anni potrebbero usarli mantenendo una percentuale di successo intorno al 40 per cento».  

Ma oggi le italiane che pensano di mettere in sicurezza la propria fertilità lo fanno comunque tardi. «Verso i 37, 38 anni, dopo i primi insuccessi con la fecondazione artificiale, o quando si accorgono che non è facile trovare un uomo con cui condividere questo progetto. E a quel punto la fertilità ha già iniziato a diminuire». 

Il congelamento degli ovociti ovviamente non è rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale a meno che non sia necessario a seguito di una mallatia. E costa caro. Nel centro di Bologna Tecnobios, bisogna preventivare intorno ai 3mila euro, più 300 euro per ogni anno di conservazione in azoto liquido oltre il terzo. Spesso le donne che si rivolgono ai centri italiani, sono straniere, molte statunitensi. Ma anche donne che hanno già congelato ovuli per sottoporsi a fecondazione assistita e che decidono di conservare il congelamento per una successiva gravidanza .Francesca è una di loro. Ha avuto un bambino ricorrendo alla scienza in e quando è stata lasciata dal marito per una donna più giovane, a 35 anni, non ha pensato subito a quegli ovociti ancora congelati. «Stavo passando un periodo bruttissimo, peggiorato dal fatto che certa di voler dare un fratello o una sorella alla mia bambina che a quell’epoca aveva cinque anni. Sapevo che non sarebbe stato facile innamorarmi di un altro uomo. E che soprattutto non sarebbe stato rapido. Il mio ginecologo, parlando, mi ha fatto pensare al fatto che avrei potuto usare in futuro i miei ovociti. Un pensiero che mi ha tranquillizzato. Adesso aspetto l’uomo giusto con più calma. Oggi ho 40 anni, sono ancora sola, ma sapere che non devo rinunciare al mio sogno mi da serenità». 

giovedì 30 agosto 2012


FECONDAZIONE ASSISTITA - Le derive della provetta - IL BUSINESS DEGLI OVULI E I SEMI DEI DEFUNTI, 30 agosto 2012, http://www.avvenire.it


È stato e resta il divieto più discusso e criticato della nostra legge, eppure la fecondazione eterologa ha portato a pratiche selvagge su cui diversi Paesi sono dovuti intervenire in senso più restrittivo. Trattasi della possibilità che il seme (oppure l’ovulo) provengano da un soggetto esterno alla coppia. La pratica – invocata in particolare dalle coppie omosessuali e da quelle in cui uno dei due sia portatore di una malattia genetica – è alla base del “business” degli ovociti, che ha stravolto la vita di migliaia di donne nei paesi del Terzo mondo, pronte (complici massacranti cicli di iperstimolazione) a farne merce di scambio per poche manciate di dollari. Ma il mercato degli ovuli è prolifico anche in Paesi ricchi come Inghilterra e Stati Uniti, dove studentesse e adolescenti si improvvisano donatrici per pagarsi studi o vacanze. La fecondazione eterologa è anche all’origine di casi limite che hanno scatenato controversie giudiziarie: dalle donne che hanno impiegato il seme di defunti (è accaduto, per esempio, in Inghilterra) al fenomeno dei genitori-nonni (caso clamoroso quello italiano di Torino, con mamma di 58 anni e papà di 70) per arrivare a quella dei padri che disconoscono i figli in quanto non informati del ricorso all’eterologa da parte della madre (la Cassazione ha dato l’ok se la scoperta viene fatta entro un anno).

BIMBI “SALVATORI” PER CURARE I FRATELLI MALATI
Nello spirito originario della legge 40, il divieto di diagnosi pre-impianto è conseguente a quello di «ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti». La norma si riferisce «agli interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione e a predeterminarne caratteristiche genetiche» (art.13). La pratica di selezionare embrioni, invece, ha portato a effetti choc soprattutto in Gran Bretagna, dove l’Autorità sulla fecondazione assistita ha individuato una lunga lista di malattie (e rischi di malattie) per cui si può facilmente scartare un embrione. Fece discutere, per esempio, nel 2008 il caso di una coppia di sordi che volevano ricorrere a tecniche di fecondazione assistita e che si scontrarono con quanto previsto dalla legge sulla selezione degli embrioni, che scarta automaticamente quelli con problemi di sordità. Una pratica che ha inorridito i coniugi, assolutamente contrari a rifiutare un bimbo sordo. Ma l’Inghilterra ha fatto di più, avallando la selezione di “bambini medicina” (o “salvatori”), ovvero selezionati sani in provetta e fatti nascere al solo scopo di garantire materiale biologico di ricambio al fratellino affetto da una malattia genetica. Eil primo “bimbo medicina” è nato in Francia, nel 2011, con un corredo genetico selezionato ad hoc, ovvero completamente compatibile con i due fratellini malati di beta talassemia.

EMBRIONI CHIMERA E FIGLI CON TRE GENITORI
La legge 40 infine vieta «qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano», «la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione», «interventi di clonazione» e «la fecondazione di un gamete umano con un gamete di specie diversa e la produzione di ibridi o di chimere». Limiti che fino all’apparenza invarcabili e che invece la genetica spregiudicata degli ultimi anni ha percorso in lungo e in largo, per fortuna al di fuori dei nostri confini. È sempre il caso della vicina Inghilterra, che s’è spinta fino a concedere l’ibridazione di embrioni umani con quelli animali al fine di creare cellule staminali utili nella ricerca. Dopo una lunga battaglia parlamentare, la creazione di “chimere” mescolando materiale genetico umano a quello bovino è stata avallata, ma senza alcun esito: gli embrioni sono morti dopo 72 ore di vita in laboratorio, risultando inutili. Da allora di ibridazione e chimere non s’è più parlato. E in un binario morto è finita anche l’autorizzazione a clonare, sia in Inghilterra che nei Paesi asiatici: la cosiddetta “clonazione terapeutica” (che avrebbe dovuto fornire una miniera illimitata di organi e cellule da usare anche per l’uomo) si è dimostrata fallimentare. E nel 2010 un gruppo di ricercatori britannici dell’Università di Newcastle ha annunciato di aver messo a punto una nuova tecnica di manipolazione genetica: una tecnica riproduttiva che prevede tre genitori, cioè due corredi genetici impiantati nell’ovulo della madre. Obiettivo? “Terapeutico”, pare:il bimbo dovrebbe essere più sano.

giovedì 17 maggio 2012


Se la vendita degli ovuli diventa risarcimento, di Eugenia Tognotti, 17/5/2012, http://www.lastampa.it

Se non si trattasse di una questione maledettamente seria e con importanti risvolti etici e bioetici, si potrebbe persino ironizzare sull'idea dell'Associazione di intermediazioni «Altrui» con sede nel North Yorkshire, specializzata nell'ovodonazione. Perché l'invito alle studentesse di Cambridge di «donare» i loro ovuli - con una ricompensa di circa mille euro - sembra un frutto inedito e anomalo della crisi, capace di configurare una sorta di lavoro, quello di «donatrice di ovuli».

Ma, comunque la si voglia considerare, questa iniziativa - che ha avuto una vastissima eco sui media - non può che suscitare inquietudine e ripulsa, da molti punti di vista. Intanto, s'impone il fatto che il volantino sia stato recapitato alle studentesse di quella prestigiosa università, cosa che rappresenta già una scelta precisa e con chiare implicazioni eugenetiche, data la possibilità di selezionare le donatrici, giovani donne, studiose e brillanti, che possono assicurare al «figlio della scienza» migliori prestazioni scolastiche e, quindi, superiori chance lavorative e sociali. In altre parole, l'intenzione, per quanto ben nascosta, è quella di comprare un vantaggio selettivo, di predeterminare le caratteristiche genetiche del figlio, di violare, in qualche modo, il principio delle pari opportunità di chi nasce. Ma donare gli ovuli non è - naturalmente - come tagliare e cedere una ciocca di capelli: la procedura richiede l'assunzione di farmaci e trattamenti che possono anche rappresentare dei rischi per la salute, senza parlare di altre implicazioni. Inoltre, a dispetto dei toni felpati - cercasi ragazza compassionevole, gentile, - la richiesta di «aiutare» due ex laureati di quell'università che non possono avere figli, a causa di una grave malattia genetica, si caratterizza, di fatto, come una compravendita, capace di attirare ragazze «finanziariamente vulnerabili». Contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti, dove esiste un fiorente mercato di ovuli e spermatozoi, considerati non come organi, ma come cellule, e quindi commerciabili, in Gran Bretagna pagare per gli ovuli è severamente vietato. Sennonché ad aprile l'Human Fertilisation and Embryology Authority ha reso legale la pratica del «risarcimento»: insomma, le 750 sterline che le donatrici ricevono non rappresentano il prezzo degli ovociti, ma il corrispettivo che si ritiene più adeguato a remunerare il tempo, i fastidi, il coinvolgimento fisico ed emotivo che la procedura - che dovrebbe svolgersi in centri specializzati - comporta.

Ora, non c'è dubbio che il verbo «risarcire» sia meno odioso e d'impatto del verbo «pagare», che significa mettere sullo stesso piano il prodotto e il denaro, farne un equivalente neutro e impersonale. Ma qualche dubbio su questo spiraglio aperto in Gran Bretagna è lecito coltivarlo. Le reazioni indignate sollevate dall'iniziativa dell'Associazione «altrui» fanno, comunque, sperare che in Europa continui ad essere proibita la compravendita di gameti, spermatozoi e ovuli, che svaluta il valore stesso del corpo umano e alimenta un mercato che è inevitabilmente basato su un dislivello di ricchezza e di potere tra chi compra e chi vende. Non c'è nulla di più «naturale», di più legittimo, di più profondamente radicato nell'antropologia dell' umanità, del bisogno di una discendenza. E, per converso, di più doloroso del fallimento di una capacità biologica, dello scacco psicologico della coppia «sterile». Detto questo restano sul tappeto questioni cruciali che riguardano non solo il «vendere» e il «comprare» gli ovociti, ma i confini fra corpo e tecnologia e tra natura e legge, il destino delle generazioni presenti e future, il senso della paternità e della maternità, l'architettura dei sentimenti.

lunedì 27 febbraio 2012


Staminali isolate in ovaie, cambia 'orologio' fertilita' - Creati ovociti; speranze contro sterilita'e per ritardo menopausa, 27 febbraio, http://www.ansa.it

Staminali isolate in ovaie, cambia 'orologio' fertilita'
La fertilita' femminile potrebbe non avere quell'inesorabile 'data di scadenza' rappresentata dalla menopausa: la donna possiede infatti una fonte potenzialmente infinita di fertilita', rappresentata da cellule staminali ovariche isolate per la prima volta nelle ovaie di donne adulte.

Con queste staminali sono state prodotte cellule uovo (ovociti).

Le staminali umane sono state isolate in tessuto ovarico di giovani donne grazie a una ricerca condotta da Jonathan Tilly del Massachusetts General Hospital di Boston e pubblicata sulla rivista Nature Medicine.

Analoghe cellule erano state isolate finora nei topi femmina ma non nelle donne. Aver trovato tali cellule anche nella donna e' la prova definitiva che anche in eta' adulta esiste una fonte cellulare da cui produrre ovociti. Quindi, potenzialmente, isolando le staminali ovariche e conservandole in banche cellulari, ogni donna potrebbe, anche dopo la menopausa, dare alla luce un bimbo. Inoltre in queste staminali potrebbe nascondersi la soluzione a tanti casi di sterilita'.

Secondo l'ipotesi classica riguardo alla riproduzione femminile, la donna nasce con un numero finito di ovociti che poi nel corso della sua vita riproduttiva sono consumati fino a esaurimento, cosa che determina il sopraggiungere della menopausa. L'aver isolato le staminali ovariche da ovaie di donna e aver prodotto ovociti a partire da esse, smonta questa teoria della ''data di scadenza'' della fertilita' femminile.

Le prime staminali ovariche furono isolate in topi alimentando un acceso dibattito sulla possibilita' che la menopausa sia aggirabile. Nel 2009 Ji Wu, dell'universita' di Shanghai Jiao Tong, aveva dimostrato in una ricerca apparsa su Nature Cell Biology che le staminali ovariche di topi possono produrre ovociti fecondabili. Questi ovociti, trapiantati nelle ovaie di topi femmine sterili, hanno permesso loro di riprodursi. Ma nella donna mancava ancora la prova dell'esistenza di simili staminali.

Till ha raffinato la tecnica di isolamento delle staminali ovariche gia' usata sui topi in precedenti lavori, e attraverso essa e' riuscito a isolare le staminali sia in ovaie di topi sia da tessuto ovarico corticale di donne giovani. Dopo di che ha testato l'utilita' di queste cellule iniettandole in tessuto ovarico di donna poi trapiantato sotto cute in topi. Le staminali ovariche umane, opportunamente 'taggate' con un colorante verde fluorescente per riconoscerle, hanno prodotto ovociti.

Chiaramente per motivi etici e legali Till non ha potuto testare gli ovociti umani per vedere se sono fecondabili, come fatto invece con successo con quelli di topo, dai quali sono stati appunto ottenuti embrioni.

Ma gia' solo il fatto che da queste staminali di donna si possono produrre ovociti e' la prova di principio del loro valore. La prospettiva e' che un giorno le staminali di donne siano conservate in biobanche per poi essere scongelate in caso di bisogno per produrre ovociti da usare nella fecondazione in vitro o in altri trattamenti anti-sterilita'.

domenica 12 febbraio 2012


Le principesse sulle uova - Il «social freezing», un'opportunità in più per liberarsi dal giogo dell'età, una forma di prevenzione o un vezzo per dedicarsi prima a carriera e vita sociale? – di Elvira Serra twitter @elvira_serra, 11 febbraio 2012, http://www.corriere.it

Per Paolo Emanuele Levi Setti è «la seconda rivoluzione sessuale»: «Congelare gli ovociti libera la donna dal giogo dell'età e pareggia davvero i conti con gli uomini». Ma non gli piace il termine, « social freezing »: «Ha in sé una connotazione negativa, fa pensare a un vezzo, al capriccio di persone ricche e straviziate che si concedono come benefit la possibilità di avere o rimandare nel tempo una gravidanza». Ecco perché il responsabile del dipartimento di Ginecologia dell'Humanitas, professore aggiunto alla Yale University, fa un po' d'ironia: «Qui non si tratta né di social drinking né di happy hour . A mio avviso è una opportunità in più». Così azzarda: «Vorrei che diventasse una forma di prevenzione primaria della infertilità futura. Perché per la maggior parte delle donne che decidono di avere un figlio dopo i quarant'anni e non ci riescono, se prima non hanno congelato i propri ovociti l'unica alternativa è la donazione dei gameti femminili. Deve farci riflettere il fatto che arrivi dall'Italia il 40-50 per cento delle coppie europee che si rivolgono a centri specializzati nella ovodonazione».
In effetti i numeri non incoraggiano. A 23 anni ogni ovulazione si trasforma in una gravidanza nel 28% dei casi, a 39 anni nel 14%, a 40 nel 12%, a 42 nel dieci per cento e a 43 soltanto nell'8 per cento dei casi. Gillian Lockwood sulla rivista scientifica Reproductive BioMedicine Online ha spiegato che sei donne su cento rischiano di restare senza figli quando cominciano a cercare una gravidanza in modo naturale sotto i 30 anni, ipotesi che sale al 14% a trentacinque e arriva al 35% a quarant'anni. Una prospettiva che ha convinto il Comitato etico del governo di Israele ad auspicare il congelamento delle uova per tutelare la fertilità futura delle donne.

Negli Stati Uniti il passaparola è partito dalla anchorwoman di punta della Abc , Diane Sawyer, che ha raccomandato alle sue colleghe di concedersi una chance vitrificando i propri ovociti a uso e consumo futuro. Una spinta alla autonomia riproduttiva. Decidere di scongelarne o abbandonarne uno ha un impatto emotivo diverso dal fare la stessa cosa con un embrione. Alla base della scelta non è sempre una questione di carriera, talvolta manca l'uomo giusto. L'obiettivo è dunque tenersi pronte. Questo almeno è il ragionamento che sta spingendo, secondo alcuni con un po' troppo ottimismo, molte americane a rivolgersi a endocrinologi esperti per mettere da parte i propri gameti (oltreoceano costa 15 mila dollari, qui in Italia 3-4 mila euro).

Non possiamo liquidarlo soltanto come un fenomeno di costume: le principesse sul pisello diventano principesse sulle uova, la seconda puntata del colossal sul controllo delle nascite che nel primo tempo ha avuto per protagoniste la pillola e la legalizzazione dell'aborto. C'è un bisogno, questa è l'evoluzione. In Italia è agli albori. «Da noi è in una fase embrionale. Nel nostro centro a Bologna abbiamo congelato gli ovociti di una trentina di donne con questo specifico obiettivo, soprattutto straniere. Ma per dare un parametro di riferimento, trattiamo circa tremila pazienti l'anno», spiega Andrea Borini, presidente della Società italiana di preservazione della fertilità.

Non c'è ancora esperienza di gravidanze da scongelamento per social freezing, ma si considerano affidabili i risultati certificati con la fecondazione assistita. Nel 2009 i centri che hanno crioconservato le uova, con congelamento lento o vitrificazione, sono stati 121. Quelli autorizzati, cioè iscritti nel registro nazionale della Procreazione medicalmente assistita (Pma), sono 201. «Segnalo questa possibilità a tutte le mie pazienti», racconta Alessandra Graziottin, ginecologa e oncologa. Lei mette in evidenza l'anomalia, così pure il professor Levi Setti, per cui non è ancora prassi informare le donne che stanno per sottoporsi a un ciclo di chemioterapia dell'opportunità di mettere da parte un «tesoretto» di gameti femminili. Prosegue: «La verità è che andrebbe raccomandato anche alle fumatrici; a chi ha avuto cisti ovariche; ha in famiglia precedenti di menopausa precoce; già in partenza fa i conti con un'ovulazione più debole».

L'età, però, deve essere quella giusta. L'ideale è sotto i 35 anni. Racconta Eleonora Porcu, responsabile del servizio di infertilità e Pma del Policlinico Sant'Orsola di Bologna: «Dissuado chi viene da me a 43-45 anni. Gli ovociti dopo i 35 anni hanno chance limitate. E non si tratta comunque di una passeggiata: non è come mettere da parte una ciocca di capelli. Bisogna sottoporsi a un trattamento ormonale, che può avere effetti collaterali; c'è un intervento chirurgico, che per quanto poco invasivo necessita comunque di anestesia». Per lei la deriva statunitense del social freezing è una sconfitta: «L'ennesimo adeguamento a ritmi biologici maschili. Non mi sorprende che la spinta arrivi da New York, metropoli dove c'è una feroce rincorsa degli obiettivi e la scelta di posticipare la maternità serve solo a conquistare un piccolo posto al sole in una realtà maschilista e maschile. Altra cosa è congelare gli ovociti nelle donne col cancro, che con questa tecnica hanno già cominciato ad avere bambini nel mio centro Pma. Ma per le sane, confinare in laboratorio la dimensione procreativa, come evento artificialmente riprodotto rispetto alla naturalità, è una evoluzione del costume che non so se valga la pena di incentivare senza inquietudine».

Resta un pensiero, legato all'unicità del momento in cui nasce una cellula uovo (o uno spermatozoo): la musica di quel giorno, il premier al governo, lo stato d'animo, la qualità delle nostre relazioni, il film visto la sera prima. Possiamo davvero «congelare» tutto questo e «sbrinarlo» a distanza di anni per l'inseminazione con uno sperma che ha un'età biologica differente?

venerdì 4 novembre 2011


Colombo: realismo scientifico, nessuno «inventa» l’essere umano, di Enrico Negrotti, Avvenire, 3 novembre 2011

La decisione della Corte di giustizia europea di Lussemburgo è scientificamente inoppugnabile, e ribadisce anche il principio che le scoperte naturali non possono essere oggetto di brevetto. E ci ricorda – come già l’Unesco a proposito del genoma umano – che le cellule umane non sono state «inventate» da nessuno, fanno parte di ciascuno di noi.
Non dovrebbero lamentarsi gli scienziati, perché non vengono impedite le loro ricerche, quanto piuttosto i biotecnologi industriali, che vorrebbero trarre profitti da queste scoperte. È l’opinione di don Roberto Colombo, docente di Neurobiologia e genetica umana dell’Università Cattolica, che valuta positivamente la sentenza con cui la Corte a fine ottobre, facendo riferimento alla Direttiva europea 44/98 sulla brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche, ha ribadito che le cellule provenienti da un embrione non possono essere coperte dalla tutela forte di un brevetto industriale.
Mi pare interessante rilevare – osserva Colombo –che la Corte, anziché definire staticamente che cosa è l’embrione, abbia preferito fare riferimento al suo sviluppo: l’embrione da tutelare è tutto ciò che sviluppandosi può dare origine a un essere umano». Questo spiega perché la Corte abbia compreso non solo l’ovocita appena fecondato, ma anche l’ovocita in cui sia stato trasferito il nucleo di un’altra cellula e l’ovocita non fecondato che sia spinto a dividersi e svilupparsi per partenogenesi. «Si tratta di osservazioni coerenti con il dato biologico – aggiunge Colombo – .
L’accento viene posto sul fatto che l’ovocita fecondato, o talora anche quello diversamente manipolato, ha la possibilità di dare origine a un essere umano, a un individuo vivente. Come è noto a ogni scienziato, la fecondazione è l’inizio del processo di sviluppo, non è qualcosa che lo precede: è il primo stadio dello sviluppo stesso. L’embrione è l’inizio della vita umana individuale, e non c’è soluzione di continuità tra l’inizio dello sviluppo e lo sviluppo stesso».
Si tratta di osservazioni semplici ma spesso trascurate: «L’errore che talora si commette è di pensare l’embrione a prescindere dal suo processo di sviluppo, definendolo senza considerare il suo "continuum". Invece in questo caso la Corte ha considerato l’embrione a partire da ciò che sta già divenendo, quello di cui esso è parte: un uomo che già vive». Per quanto abbia sorpreso qualcuno, quindi, «la sentenza ha dalla sua un notevole realismo scientifico. Pur senza utilizzare categorie proprie della scienza – aggiunge – ne assume la prospettiva. È una sentenza molto logica, ragionevole: non pone distinzioni laddove non vi è ragione scientifica per porne».
La sentenza della Corte europea è interessante anche per un altro aspetto. «La Direttiva europea 44/98 parla di brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche – sottolinea Colombo –. Ma l’embrione e le sue cellule sono scoperte e non invenzioni. Nessuno ha costruito in laboratorio l’embrione o le cellule staminali embrionali. Se vogliamo, potremmo dire che l’"inventore" dell’embrione è l’embrione stesso, che si sviluppa secondo un proprio "progetto"». Ma c’è dell’altro: «Permettere un brevetto su una scoperta significherebbe sottrarre una parte della realtà naturale alla conoscibilità da parte degli altri scienziati. La sentenza quindi va contro gli scienziati in quanto tali, caso mai limita gli interessi delle industrie che vorrebbero trarre profitti dalle loro scoperte. Del resto l’Unesco aveva già dichiarato che il genoma umano non può essere oggetto di brevettabilità. Non è stato inventato da nessuno, non appartiene a nessun ricercatore e a nessun gruppo industriale. Parlando di embrioni, brevettare significherebbe mettere l’essere umano all’inizio del suo sviluppo nelle mani di qualcuno che vorrebbe “possederlo”. Il brevetto può riguardare un materiale, un processo o un prodotto: la Corte ha ricordato che l’embrione non è mera materia, non è un processo biotecnologico e ancor meno l’esito di un simile processo. Una sentenza esemplare – conclude Roberto Colombo – per escludere la brevettabilità di ogni processo naturale, ancor più se riguarda l’uomo stesso». 

mercoledì 19 ottobre 2011


Avvenire.it, 19 ottobre 2011, Rigorosa euro sentenza - Un ottimo esempio di Francesco D'Agostino

Di notevolissima onestà intellettuale la sentenza della Corte europea di giustizia di martedì 18 ottobre. Il quesito rivolto alla Corte era di natura palesemente tecnico-giuridica: come interpretare l’articolo 6, n. 2, lettera c della Direttiva del Parlamento europeo (risalente al 1998) che esclude dalla brevettabilità «le utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali e commerciali»? Cosa propriamente si deve intendere per «embrione umano»? Rientrano nella categoria dei «fini industriali e commerciali» anche le utilizzazioni degli embrioni finalizzate alla ricerca scientifica? È possibile brevettare produzioni che presuppongano comunque, in una fase anteriore di manipolazione cellulare, la distruzione di embrioni? Questioni, queste, di palese e immenso rilievo bioetico. Ma la Corte non si è voluta qualificare se non per quello che è: un organo che non è chiamato a dirimere controversie di natura medica o etica (in poche parole, la Corte ha sottolineato di non voler essere assimilata a un Comitato di bioetica), ma che deve limitarsi a dare un’interpretazione strettamente giuridica delle Direttive europee in vigore.

E questo è quello che la Corte ha fatto, ricordando che il diritto dei brevetti in generale (cui va riferito il divieto di brevetto previsto dal già citato articolo 6) si fonda sul principio generale del doveroso rispetto della dignità della persona e dell’integrità del corpo umano. La Corte ha, in buona sostanza, smentito, nei fatti, tutti coloro che ripetono da anni, con monotonia, che qualsiasi riferimento normativo alla dignità umana avrebbe una valenza vuotamente retorica. Al contrario, proprio richiamandosi a questo principio, la Corte ha stabilito che per tutelare a tutto tondo la dignità umana, la nozione di embrione umano va interpretata nel senso più ampio possibile.
È embrione non solo l’ovocita fecondato (e fin dal momento della fecondazione), ma qualunque ovocita che a seguito di qualsivoglia manipolazione abbia la potenzialità di svilupparsi e di dar vita a un individuo umano. Conseguenza coerente di quest’affermazione è la conferma dell’esclusione dalla brevettabilità di qualunque "invenzione" su materiale cellulare che presupponga la distruzione di embrioni umani e questo non solo nel caso che il brevetto risponda a meri interessi commerciali dell’"inventore", ma anche quando esso venga richiesto da scienziati nel contesto di ricerche scientifiche. La Corte ribadisce così un principio fondamentale della biogiuridica e cioè che il rispetto della persona umana, fin dalle prime fasi sul suo sviluppo, ha un primato sui meri interessi della scienza e della ricerca, per quanto apprezzabilissimi.

Nessun bioeticista deve essere così ingenuo da ritenere che una sentenza possa avvalorare definitivamente la vita umana (come in questo caso) o toglierle definitivamente valore (come è pur successo – ahimé – in altri casi). Un sentenza come questa costituisce però un ottimo esempio di ciò che Papa Benedetto, nel recente discorso al Reichstag di Berlino, ha qualificato come «ecologia umana»: una difesa dell’uomo fondata non su assunzioni ideologiche e politiche, ma su una seria e onesta riflessione su dati antropologici incontrovertibili.

I giudici europei hanno preso atto che con l’ espressione «embrione umano» la Direttiva europea sui brevetti voleva alludere alla prima e radicale fase dell’identità dell’uomo e con un colpo solo hanno spazzato via i tanti sofismi che si sono accumulati in questi anni sull’embrione, per negargli dignità e tutela (ricordate: si è parlato di «ovocita fecondato», di «pre-embrione», di «ootide», ecc.ecc.). La vita umana inizia con la fecondazione, questo è un dato di cui il diritto deve prendere atto. Di conseguenza è dal momento della fecondazione che si attiva il dovere di tutelare la vita umana e la sua dignità.

La Corte si dimostra così consapevole di questa verità basilare, che dopo aver ribadito che le finalità di ricerca scientifica non giustificano di per sé nessun brevetto, ammette con piena coerenza il diritto di brevettare invenzioni terapeutiche e diagnostiche purché siano utili all’embrione stesso (notevole la consonanza col dettato dell’articolo 13.2 della legge italiana sulla procreazione assistita). E, per restare nei suoi limiti di Corte di giustizia (e non di bioetica), rimanda alle legislazioni nazionali una valutazione che essa ritiene allo stato attuale giuridicamente indecidibile, come quella se possa ritenersi embrione o no una cellula staminale prelevata da un embrione allo stadio di blastocisti (a condizione, evidentemente, che tale prelievo non uccida l’embrione da cui la cellula staminale è prelevata). Una simile sentenza non ha certo un carattere rivoluzionario, anzi conferma verità acquisite da tempo dai migliori bioeticisti. Essa però ci aiuta a riconciliarci con il diritto: e di questa riconciliazione mai come oggi sentiamo così fortemente il bisogno.

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martedì 18 ottobre 2011


Avvenire.it, 18 ottobre 2011, CORTE DI GIUSTIZIA - La Ue: no alla distruzione di embrioni umani per brevetti

È vietato brevettare medicinali ricavati da cellule staminali con procedimenti che comportano la distruzione degli embrioni umani. Lo stabilisce una sentenza della Corte di giustizia della Ue, che si è espressa sul caso di un trattamento che combatte il morbo di Parkinson brevettato dal ricercatore tedesco Oliver Brustle. In particolare la Corte rileva che deve essere riconosciuta la qualifica di embrione umano anche all'ovulo non fecondato, sia quando in esso sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura, sia quando esso sia stato indotto a dividersi per partenogesi "dal momento che la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano".

Il professor Brustle nel 1997 aveva brevettato sul procedimento di una cura che si fonda sull'uso di cellule progenitrice neurali isolate e depurate ricavate da cellule staminali embrionali umane allo stadio iniziale di blastocisti, ovvero a circa 5 giorni dalla fecondazione. Su domanda presentata da Greenpeace l'ufficio Brevetti tedesco annullò la registrazione. Il medico sostenne in appello che non si poteva parlare di embrioni umani per le cellule staminali in stadio di blastocisti.

Nel 2009 la Corte di Cassazione federale ha adito la Corte di Lussemburgo per una interpretazione della nozione di "embrione umano" nella direttiva europea sulla brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche che vieta la possibilità di sfruttare commercialmente le procedure ed i medicinali ricavati distruggendo embrioni umani.

"Non escludere dalla brevettabilità una tale invenzione - ha scritto oggi la Corte Ue - avrebbe la conseguenza di consentire di eludere il divieto di brevettabilità mediante una abile stesura della rivendicazione".
ECCO IL TESTO DELLA SENTENZA
la Corte (Grande Sezione) dichiara:

1) L'articolo 6, numero 2, lettera c), della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 6 luglio 1998, 98/44/CE, sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, deve essere interpretato nel senso che: costituisce un «embrione umano» qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione, qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi;

 spetta al giudice nazionale stabilire, in considerazione degli sviluppi della scienza, se una cellula staminale ricavata da un embrione umano nello stadio di blastocisti costituisca un «embrione umano» ai sensi dell’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva 98/44.

2)      L’esclusione dalla brevettabilità relativa all’utilizzazione di embrioni umani a fini industriali o commerciali enunciata all’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva 98/44 riguarda altresì l’utilizzazione a fini di ricerca scientifica, mentre solo l’utilizzazione per finalità terapeutiche o diagnostiche che si applichi all’embrione umano e sia utile a quest’ultimo può essere oggetto di un brevetto.
3)      L’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva 98/44 esclude la brevettabilità di un’invenzione qualora l’insegnamento tecnico oggetto della domanda di brevetto richieda la previa distruzione di embrioni umani o la loro utilizzazione come materiale di partenza, indipendentemente dallo stadio in cui esse hanno luogo e anche qualora la descrizione dell’insegnamento tecnico oggetto di rivendicazione non menzioni l’utilizzazione di embrioni umani.

mercoledì 5 ottobre 2011


AUTOTRAPIANTO DI TESSUTO OVARICO E FECONDAZIONE NATURALE: UNA VIRTUOSA SINTESI - Pubblicato il 5 ottobre 2011 da http://www.blogscienzaevita.org/

La procedura è sperimentale, ma ha dato risultato positivo. Alessandra, torinese di 28 anni, è stata sottoposta ad autotrapianto di tessuto ovarico ed è in gravidanza dopo fecondazione naturale. Il prelievo dei frammenti di tessuto ovarico è stato effettuato otto anni fa, prima che Alessandra – affetta da una grave forma di talassemia major – fosse sottoposta a trattamento chemioterapico per  trapianto di midollo osseo, da cui ne è conseguita sterilità ovarica. Tutto il procedimento, chirurgico e laboratoristico, è stato effettuato dall’equipe specialistica, guidata dal Prof. Alberto Revelli, dell’Università di Torino e dell’Ospedale S. Anna di Torino.

Quale il significato scientifico ed etico della procedura seguita? Sebbene sperimentale – in letteratura circa 14 casi con tecniche diverse – è una procedura che apre alla speranza per le giovani donne che devono fare chemioterapia. Si tratta di un autotrapianto, quindi è tessuto ovarico della stessa donna. Dopo autotrapianto di tessuto ovarico sull’ovaio ormai atrofico, può riprendere la maturazione degli ovociti e l’ovulazione. Nel caso di Alessandra, così come nel primo riportato in letteratura (Lancet 2004;364:1405-10), la fecondazione è stata naturale. Tutto ciò significa una virtuosa sintesi tra progresso della ricerca scientifica ed etica delle procedure.

Abbiamo già sottolineato che la tecnica è ancora sperimentale – complessa per quanto riguarda le procedure – e richiede ulteriori approfondimenti soprattutto in merito a: metodologie di congelamento, tipo di ritrapianto, tempo di durata della funzione ovarica dopo ritrapianto e, soprattutto, rischio di ritorno tumorale per pazienti affette da cancro ad alto indice di metastasi ovariche (es.: leucemie e tumori della mammella di stadio avanzato). Questo non impedisce un’incentivazione alla ricerca in un campo che possiamo definire pionieristico, ma che tuttavia pone ragionevoli basi per il futuro.

Lucio Romano, Università Federico II, Napoli; Copresidente nazionale Associazione Scienza & Vita

Incinta grazie ad autotrapianto di tessuto ovarico - A Torino un caso con pochissimi precedenti. La donna, affetta da una grave forma di talassemia, era diventata sterile con le terapie per il trapianto di midollo e si era fatto in tempo solo a prelevarle dei frammenti di ovaio, "risvegliati" con successo dopo 8 anni di crioconservazione di ALBERTO CUSTODERO, http://www.repubblica.it/

ROMA - E' rimasta incinta grazie a un autotrapianto di tessuto ovarico: è la prima volta in Italia. Protagonista di questa gravidanza connubio di laboratorio e natura è Alessandra, una torinese di 28 anni, talassemica dalla nascita. Quando aveva 20 anni le avevano prelevato e congelato due frammenti di ovaie prima di sottoporla a un regime intensivo di chemioterapia che l'aveva in seguito resa sterile. Un trattamento, questo, preliminare al trapianto di midollo eseguito al centro onco-ematologico del Regina Margherita, estrema terapia che l'aveva salvata da una forma grave forma di talassemia major che non rispondeva più alle terapie tradizionali e che l'avrebbe condannata.

Dopo otto anni, nonostante la chemioterapia ne avesse compromesso la capacità riproduttiva, i medici l'hanno di nuovo resa fertile, reimpiantandole i frammenti di ovaie conservati per tutto quel tempo nel congelatore. Quei due lembi di ovaio contenevano moltissimi follicoli, cioè potenziali ovociti, che si sono "risvegliati", consentendole di poter restare incinta. Oggi Alessandra è al quarto mese di gravidanza e il suo caso è presentato in tutti i convegni nazionali sulla fecondazione artificiale perché ha solo 14 precedenti nel mondo.

La particolarità - a differenza del recente caso di Bologna 1 - sta nel fatto che nel 2003, quando le condizioni di salute della ragazza precipitarono, non c'era il tempo per una tradizionale stimolazione ormonale e il conseguente prelievo degli ovuli. Per garantirle la possibilità di diventare un giorno madre, c'era solo quella via, urgente ma anche dagli esiti incerti: prelevare direttamente una parte delle ovaie, e congelarla.

Quando Alessandra, nella primavera del 2010, è stata considerata fuori pericolo e con il suo fidanzato ha desiderato un figlio, in frigo da 90 mesi l'attendevano quei due frammenti della sua fertilità perduta. A quel punto, è stata "adottata" dagli specialisti del Sant'Anna di Torino, del Progetto Fertisave fondato nel 2001 dal professor Marco Massobrio. In questo centro si congelano ovociti e tessuto ovarico delle pazienti, in particolare bambine, che devono sottoporsi a terapie che possono comprometterne la fertilità futura.

In Italia, però, nessuno aveva mai tentato l'autotrapianto di tessuto ovarico. Gli specialisti torinesi, coordinati da Alberto Revelli, per approfondire le conoscenze su questa tecnica hanno dovuto fare il giro di quei quattordici centri al mondo - fermandosi soprattutto in Belgio - nei quali era stato in precedenza azzardato quel percorso terapeutico. A organizzare tutte le fasi della complessa operazione, le ginecologhe Delle Piane, Salvagno e Dolfin, mentre la biologa Emanuela Molinari ha curato il processo di scongelamento dei tessuti. Per il reimpianto sono scesi in campo gli specialisti della Fisiopatologia della Riproduzione e della procreazione medicalmente assistita sotto la guida del dottor Gregori e della professoressa Chiara Benedetto.

I medici hanno reimpiantato i frammenti ovarici in due interventi in laparascopia. Con la prima operazione è stata preparata la sede che avrebbe ospitato i tessuti. "È stato come arare il terreno dove poi seminare", hanno spiegato i medici. Con il secondo, eseguito a tre mesi di distanza, i due frammenti di ovaio sono stati  riposizionati e dopo alcuni mesi hanno attecchito. "Sono come resuscitati". E con loro è tornata l'ovulazione. Un miracolo? No. La procedura era sperimentale, spiegano i camici bianchi, ed è riuscita. E ora Alessandra aspetta un figlio.

martedì 27 settembre 2011


Avvenire.it, 27 settembre 2011, Cronaca, PROCREAZIONE ASSISTITA, Incinta dopo tumore grazie a ovuli congelati di Enrico Negrotti

Un altro successo delle tecniche di procreazione assistita dà nuove speranze di diventare madri a migliaia di donne che superano il tumore al seno e cure che spesso rendono sterili. L’ha reso noto Eleonora Porcu, responsabile del Centro di cura della steriltà all’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, al congresso della Società italiana di ginecologia e ostetricia a Palermo. A rendere possibile la gravidanza in una donna che si era dovuta sottoporre a terapie contro il cancro al seno è stato il congelamento degli ovociti, che le erano state prelevati prima di sottoporsi alla chemioterapia. «Il tumore al seno – sottolinea Eleonora Porcu – è il più diffuso nel sesso femminile, e coinvolge profondamente la donna sia fisicamente sia emotivamente. È un tumore spesso difficile da trattare, e poiché è ormono-dipendente rende anche difficile procedere alla stimolazione ovarica. Infatti abbiamo usato una sostanza particolare per ridurla».

Il caso riguarda una donna, Alberta, ora di 37 anni, che vive in provincia di Bologna e che alla fine del 2008 scoprì di essere malata di tumore al seno. Il suo oncologo le consigliò – proprio in vista di una possibile gravidanza – di rivolgersi al Centro del Sant’Orsola, coordinato da Stefano Venturoli, che vanta un’esperienza forse unica al mondo in tema di congelamento degli ovociti. Una tecnica che, avviata in Australia negli anni Ottanta, era stata però lasciata in disparte in favore del congelamento degli embrioni. Proprio il Centro di Bologna, sin dagli anni Novanta, aveva intensificato gli studi in materia, ottenendo la nascita di una bambina nel 1997. «Prima di iniziare la chemio – racconta Eleonora Porcu – voleva sottoporsi alla crioconservazione degli ovociti. Qualche mese fa è tornata. La terapia aveva avuto successo e secondo gli oncologi poteva provare ad avere un figlio».

Iniziava quindi la seconda fase della terapia, perché dopo la chemio può diventare molto difficile concepire naturalmente: «Scongelammo quattro ovociti – continua Eleonora Porcu – e ottenemmo tre embrioni che trasferimmo nel grembo della mamma. Dopo 12 giorni gli esami rivelarono che uno di questi stava crescendo. La gravidanza era in corso. Mamma e papà sono felici». Ora è al terzo mese e sta procedendo regolarmente.

«Alberta è la prima donna in Italia – aggiunge Porcu – che dopo una chemioterapia antitumorale riesce a concepire un figlio grazie alla tecnica del congelamento degli ovuli». Analogo primato era stato ottenuto dal Centro di cura della sterilità del Sant’Orsola di Bologna nel 2007, quando una donna aveva partorito due gemelle dopo essere stata sottoposta ad asportazione delle ovaie in seguito a un carcinoma ovarico. Prima dell’intervento, infatti, era stata sottoposta a prelievo e congelamento degli ovociti.

Ogni anno, aggiunge Eleonora Porcu, sono centinaia di migliaia le donne che hanno problemi di fertilità a causa del cancro. In Italia si stima che il problema riguardi dal 40 al 70% delle donne sottoposte a chemioterapia: secondo Porcu, per il solo tumore al seno tra le 15mila e le 26mile donne l’anno. A differenza del congelamento degli embrioni, spiega la ricercatrice, il congelamento degli ovociti è consentito dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e ha il vantaggio di poter essere praticato preventivamente, anche in assenza di un candidato papà, in attesa del momento e della persona giusti. «Purché siano disponibili almeno due settimane prima dell’inizio della chemioterapia – commenta Porcu – la crioconservazione degli ovuli può essere considerata un modo ideale per preservare la fertilità nelle pazienti con cancro al seno».