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martedì 10 marzo 2015

Eterologa, così diventeremo una "bio-colonia" di Luigi Santambrogio, 08-03-2015, http://www.lanuovabq.it/

Il mercato della vita sulla fecondazione assistitaA dieci mesi dalla sentenza della Corte costituzionale che decise la fecondazione assistita gratis e senza limiti per tutti, che resta di quella che per la neo sinistra gender sembrava addirittura un’emergenza nazionale? Quante coppie hanno potuto sperimentare lo scambio di gameti e ovociti graziosamente offerti da donatori e donatrici di fertilità e felicità? Le cifre sono impietose e dovrebbero pesare come pietre sulla cattiva coscienza di politici e governatori regionali che l’estate scorsa, tranne Roberto Maroni in Lombardia, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Mentivano sapendo di mentire quando promettevano alle coppie interventi immediati ed esenti da ticket. Regioni ribelli pronte al loro federalismo bioetico, centri medici privati a offrire assistenza alle coppie anche in clandestinità, ministri che prima annunciano una legge e poi lo ritirano.  Alla fine, nessun ospedale pubblico italiano, salvo in un solo caso, ha cominciato il trattamento: i soldi per garantire gratis l’eterologa non ci sono mai stati e non tutte le donne che ne hanno fatto richiesta potranno mai accedervi, nemmeno a pagamento.

Nel settore della fecondazione eterologa il gioco della domanda e dell’offerta risulta sballato: la prima c’è, ed è grande, l’altra manca del tutto. Dunque, dicevano giudici e politici, bisogna intervenire per ristabilire le regole, eliminare le storture dello scambio ineguale e ristabilire le priorità dei diritti e dei desideri. Il problema è l’assenza di donatrici, ma non è l’unico. Per trovare donne disposte a donare i propri ovuli (sottoponendosi a pesanti trattamenti ormonali e a un intervento chirurgico per il prelievo), bisognerebbe riconoscere loro un premio in denaro. Senza lo stipendio alle donatrici, non restano che i centri di riproduzione esteri, una soluzione che va per la maggiore, anche tra i privati. Ma questa è sola l’altra faccia di una medaglia già del tutto svalutata. Chi, infatti, in tale deregulation del bio-mercato controllerà che non vengano commesse mostruosità etiche e giuridiche o che sia messa in pericolo la vita di donne e nascituri? E che non dilaghi una nuova forma di sfruttamento biologico delle donne più deboli e indigenti? Nessuno, tantomeno la magistratura che ha innescato la prima onda dello tsumani legislativo, sancendo il diritto del figlio a ogni costo.  

Così l’Italia rischia davvero di diventare una “bio-colonia” per società estere e centri specializzati di fecondazione assistita che decidono di aprire filiali anche nel nostro Paese. Facendo concorrenza ai già numerosi centri privati che già la praticano per non meno di quattro-seimila euro. A Milano ha appena aperto un ambulatorio spagnolo: l’Institut Marquès, estensione dell’omologa clinica di Barcellona, alla quale si rivolgono duemila coppie italiane all’anno. L’istituto, informa il Corriere della Sera,  «offre un programma chiamato Just for transfer che prevede lo svolgimento in città delle visite mediche, delle ecografie di controllo e soprattutto del congelamento del campione di seme che viene spedito al laboratorio di Barcellona, dove sarà poi fecondato con gli ovociti donati dalle spagnole». Così le pazienti dovranno recarsi a Barcellona, solo per poche ore, per il trasferimento degli embrioni. Il sito invita l’aspirante mamma a considerare la convenienza dell’offerta: «Considera che se esegui il trattamento nella nostra clinica di Milano puoi viaggiare e tornare da Barcellona il giorno del transfer e non c’è bisogno di passare la notte in un hotel», si legge. «Secondo i nostri ultimi studi, il riposo dopo il transfer non è necessario né aumenta le possibilità di gravidanza. Per questo, puoi volare al mattino da Milano o qualunque altra città e tornare comodamente a casa la sera, con voli diretti a meno di 100 euro». Facile immaginare che altre cliniche estere vorranno seguire l’iniziativa spagnola. La libera circolazione europea degli ovuli è appena iniziata. 

Non solo. Tra gli effetti “nefasti” della sentenza della Corte è il diffondersi di tecniche riproduttive, strampalate, eticamente inaccettabili e comunque pericolose che hanno già avuto il loro esordio all’estero.  Come l'egg freezing, la maternità ritardata attraverso il congelamento degli ovociti: una volta prelevati, congelati e custoditi in appositi contenitori refrigerati, mantengono intatte le rispettive proprietà e restano “giovani”, disponibili per essere scongelati, fecondati, e trasferiti nell’utero come embrioni. Oppure il social egg freezing a titolo solidale. É una tecnica di crioconservazione degli ovociti che permette il congelamento dei gameti femminili prelevati in età fertile, in attesa che le condizioni, sociali, economiche oppure di salute le consentano di progettare una gravidanza “sostenibile”. É quello che ha proposto la Apple alle sue dipendenti come benefit aziendale. Conservare gli ovuli in freezer costa dai 3 ai 5mila euro, ma il congelamento verrebbe regalato a quelle giovani donne disponibili a donarne la metà alle coppie infertili. A Milano il San Raffaele s’è detto già pronto allo scambio solidale, mentre la Regione Toscana sta studiando attentamente la pratica.  Altre possibilità: il gametes crossing, l’incrocio di gameti donati gratuitamente e in modo anonimo, o anche l’egg sharing: la condivisione degli ovociti, come si fa con le macchine per risparmiare benzina e abbattere lo smog. 

Ecco, se per gli ermellini della Corte, la fecondazione assistita, eterologa o no, doveva essere un diritto, quel che ne è sortito di conseguenza è  solo uno sgangherato supermarket della vita in provetta, con scambi di spermatozoi e ovuli senza nessuna garanzia sulla sicurezza e tracciabilità della procedura e senza regole per donatori e riceventi. Le invocate discriminazioni sono solo maschere e pretesti: sotto c’è l’arroganza di una minoranza sociale di elevare a diritto universale ciò che non lo è, come non sono diritti il matrimonio omosessuale, l’abolizione delle differenze sessuali e le altre pretese della fantasia arcobaleno e dell’ideologia gender. Ma lo sapevano fin dall’inizio che sarebbe finita in malo modo, eppure hanno giocato in modo irresponsabile sul dramma di tante coppie, mentendo solo per coltivare gli interessi della loro botteguccia politica. Certo, l’educazione alla consapevolezza che la genitorialità è svincolata dal concepimento e che l’impossibilità ad avere figli non è una malattia, sono cose troppo grandi per pretenderle dalla politica o dalla magistratura. Ma che almeno la smettano di truccare cinicamente le carte. 

mercoledì 18 settembre 2013

La prima banca degli ovuli inglese offre “ricompense” alle “donatrici”. «Giochi di parole per sfruttare le donne povere» - settembre 18, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/


banca-ovuli-inghilterra


«Le donne senza soldi e con poche speranze saranno sfruttate. I figli ci rimetteranno quando scopriranno come sono stati concepiti e anche le “compratrici” pagheranno per la propria infelicità». Sono queste le conseguenze a cui porterà l’apertura della prima banca di ovuli inglese per Josephine Quintavalle (nella foto), la più nota esponente laica del movimento pro life britannico. Le cosiddette “donatrici” potranno donare ovuli, poi usati da altre donne con la fecondazione assistita, e per questo saranno “ricompensate” con 750 sterline, «un gioco di parole per mascherare la mercificazione dei figli», commenta a tempi.it la fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, osservatorio sulle tecniche riproduttive umane.
Ma in Gran Bretagna il commercio di ovuli non era vietato?
Si gioca con le parole, si dice che non si possono vendere ovuli, ma solo donarli gratis. Nell’aprile 2012 l’Human Fertilisation and Embryology Authority aveva raggirato l’ostacolo della vendita parlando di «risarcimento» di 750 sterline per la perdita di tempo, per i fastidi e il coinvolgimento sia fisico sia emotivo.

Quali sono le altre conseguenze dell’apertura di questa nuova banca?
Prima si trattavano le donne che avevano problemi di sterilità, con conseguenze psicologiche e fisiche dovute allo stress di sottoporsi all’iper-stimolazione ovarica e poi alla fecondazione. Ora sarà anche peggio. Accadrà qualcosa di ancor più grave dal punto di vista etico: si daranno droghe per iper-stimolare le ovaie delle “donatrici”, che non ne hanno bisogno in quanto donne perfettamente sane, non sterili ma che in questo modo rischiano di diventarlo.

La sterilità è l’unica conseguenza?
No, in America sono uscite diverse interviste di “donatrici” che hanno avuto malattie terribili. Alcune sono anche morte. Per non parlare delle depressioni dovute alla stimolazione innaturale: normalmente una donna genera al massimo due ovuli a ciclo, mentre qui si mira a “produrne”, come si dice, di più con bombardamenti di farmaci nocivi. Inoltre il compenso di 750 sterline, che è nulla se si pensa a cosa può succedere alla donna, porterà tante ragazze inglesi a pensare che non c’è niente di male nel vendere i propri ovuli. E, se hanno dei dubbi, la crisi economica le condurrà più facilmente a cadere nel tranello. A rimetterci saranno ancora una volta le più povere, quelle che arrivano a stento alla fine mese, quelle sole o diseducate.
Dal punto di vista etico quali sono gli altri dubbi che nutre?
Si sfruttano donne senza soldi e con poche speranze, ma ci rimettono anche i figli. La legge dice che il figlio a 18 anni deve essere informato di come è venuto al mondo per poter conoscere sua madre. Come si fa a pensare che una notizia così non avrà conseguenze su un figlio, per altro già concepito come oggetto dei desideri e come proprietà dei suoi genitori? Non è possibile. E infatti in Gran Bretagna esistono già degli studi dai quali emerge la confusione presente nei figli della fecondazione.


fecondazione assistita2
Quindi avremo figli scontenti e “donatrici” sfruttate? E le “compratrici”?
Che pena usare termini economici e di consumo nell’ambito della vita. Comunque le cosiddette “compratrici” spenderanno 3 mila sterline per l’ovocita e circa 5 mila per un solo tentativo di fecondazione. E se l’operazione non riesce al primo colpo il prezzo sale. Si paga per la propria infelicità e per quella degli altri. A crescere è invece il business delle cliniche e del mercato.
Perché parla di infelicità anche delle madri che ottengono il figlio che vogliono?
L’imprevisto, la sorpresa sono l’unica speranza. Abituarsi a non attendere nulla, a manipolare per ottenere in fretta tutto ciò che si vuole significa non lasciare spazio all’imprevedibile che si dona a noi, sorprendendoci come d’improvviso e superando ogni migliore aspettativa. E così perdiamo la speranza. La libertà usata in questo modo diventa la nostra tomba, limitata e angusta: anziché accogliere doni produciamo cose su misura. Per questo non ci stupiamo più, ad esempio, di quanto avviene nell’università di Newcastle, dove si fanno esperimenti sugli embrioni, l’ultimo volto a creare esseri umani con più di due genitori. Perché tanto la vita non vale se non rientra più nel nostro piccolo schema: il bambino conta se mi serve, altrimenti può anche morire, anzi posso ucciderlo. E così si passa dalle donne che si accaniscono contro la natura e fanno di tutto per avere figli tramite la fecondazione, costi quel che costi, agli aborti ripetuti con leggerezza, più volte e a ogni età. Ma questo modo di ragionare riguarda tutto. Si pretende il fidanzato, l’amico, la carriera, li si usa e poi li si butta via. Passiamo il tempo a costruirci un mondo dall’orizzonte limitato in cui non c’e spazio per altro. Così otteniamo quello che vogliamo ma poi ci stanca. E siamo tristi, frustrati.

Segnali di speranza?
In Inghilterra ho visto tutto il male possibile, purtroppo. Ibridi, embrioni usati, selezionati alla nascita, distrutti. Non solo penso alla notizia di qualche giorno fa su quell’uomo single che ha voluto un figlio da una madre surrogata perché era un suo diritto. Credo che prima o poi sarà l’uomo stesso a toccare il fondo. Soffrendo per quello che sta facendo a se stesso avrà bisogno di trovare un’altra strada. Proprio l’altro giorno la stessa scienziata che all’università di Newcastle sta facendo gli esperimenti di cui parlavo se ne è uscita dicendo che comunque la donna, anche se tende a dimenticarlo, dopo i 35 anni comincia a diventare non fertile. Lei stessa ha riconosciuto che per quanto disobbediamo, non tutto si riesce a fare. E mi ha rincuorata, ricordandomi che la natura è testarda e che per realizzarci abbiamo bisogno di seguirla.

@frigeriobenedet  

lunedì 4 febbraio 2013


PROCREAZIONE/ Gambino: un bambino ha diritto a conoscere il padre, non viceversa 
lunedì 4 febbraio 2013 - http://www.ilsussidiario.net

PROCREAZIONE/ Gambino: un bambino ha diritto a conoscere il padre, non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità.

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo – almeno nella sua fase embrionale – come se fosse una cosa, e, come tale, un’entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’arretramento della nostra democrazia che sancisce l’eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, è l’esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’evidenza, lo si faccia pure, ma poiché i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno – e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini - che si batterà per difendere questo principio di civiltà.

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’altra coppia?

Nel caso dell’adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’avvocato inglese Kevin Skinner, “la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero”. E’ d’accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore “pentito” può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.

(Pietro Vernizzi)

martedì 23 ottobre 2012


IL DILEMMA DELL'IDENTITÀ DEL DONATORE

I pericoli dell'anonimato nella fecondazione medicalmente assistita

di padre John Flynn, LC
ZI12102211 - 22/10/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-33416?l=italian
ROMA, lunedì, 22 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Un tema su cui sta crescendo il dibattito è quello relativo al diritto di anonimato dei donatori di sperma.
Recentemente l’argomento è stato oggetto di discussioni, quando il governo dello stato australiano della Victoria ha dichiarato di volersi prendere tempo prima di decidere se i figli dei donatori avranno la possibilità di scoprire chi siano i loro genitori biologici.
Il comitato per la riforma della legge dello stato della Victoria ha inizialmente effettuato un’indagine sulla tematica, concludendo che i figli dovrebbero avere il diritto di conoscere l’identità dei donatori.
Naralle Grech, 30 anni, ha reagito alla decisione con sgomento. La donna ha riferito al quotidiano Age (12 ottobre 2012) che, dopo essere stata diagnosticata come malata terminale di cancro all’intestino, ha voluto poter mettere in guardia i suoi otto fratellastri.
Attualmente in Victoria coloro che sono nati a seguito di una donazione di sperma prima del 1 luglio 1988, non hanno diritto di avere informazioni sui loro donatori. Chi è nato tra il 1 luglio 1988 e il 31 dicembre 1997 può ottenere informazioni se il donatore lo consente. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1998, infine, ha libero accesso ad ogni informazione sui propri donatori.
“Se da un lato il Comitato riconosce che i donatori che hanno messo a disposizione i loro gameti prima del 1988, lo hanno fatto sulla base dell’anonimato, il Comitato ritiene anche che le persone concepite a seguito di donazione di sperma hanno il diritto di conoscere l’identità della persona che, per metà, ha contribuito alla loro definizione biologica”, ha affermato il presidente del Comitato, Clem Newton-Brown nel rapporto pubblicato il 28 marzo scorso.
“Il Comitato è convinto che tale diritto debba avere la precedenza, anche sui desideri dei donatori che intendono rimanere anonimi”, ha aggiunto Newton-Brown.
Ciononostante, in una dichiarazione presentata in Parlamento lo scorso 11 ottobre, il governo ha affermato che sono necessario altri sei mesi per ponderare la materia e cercare un’ulteriore soluzione.
Il “designer di bambini”
La decisione del governo arriva in un momento in cui in Australia è stata manifestata preoccupazione per l’uso della fecondazione medicalmente assistita. Susie O’Brien, opinionista del quotidiano di Melbourne, Herald Sun, in un editoriale dello scorso 7 ottobre, ha messo in guardia contro il trend del “designer di bambini”.
In alcuni recenti articoli, O’Brien ha affermato che ora i bambini possono essere concepiti usando il DNA di un padre, di una madre e di una terza persona, in modo da rimpiazzare il materiale genetico che possa risultare difettoso.
L’editorialista dell’Herald Sun ha anche osservato che oggi esiste un’applicazione che permette di sapere quali sono i tratti genetici che il bambino probabilmente erediterà.
“Un tempo un partner veniva scelto in base alla sua capacità di essere o meno un buon genitore - ha commentato -. Oggi, invece, siamo incoraggiati a sceglierlo in base a quello che sarà l’aspetto fisico dei nostri figli”, ha aggiunto O’ Brien.
Precedentemente, in un articolo pubblicato lo scorso 30 settembre sul quotidiano di SydneyDaily Telegraph, era stato sottolineato che ogni anno all’estero più di 500 bambini australiani nascono dalla fecondazione medicalmente assistita.
Ci sono coppie che pagano cifre comprese tra i 10.000 e i 50.000 dollari australiani a beneficio di donatrici di ovuli provenienti da paesi come la Spagna, il Sud Africa o gli Stati Uniti.
L’articolo sottolinea che molti dei donatori sono anonimi e che i bambini non avranno alcuna possibilità di conoscere l’identità della propria madre biologica.
“Molte persone concepite artificialmente, a cui è impedito di ottenere informazioni sui loro donatori, hanno sperimentato notevole angoscia ed afflizione”, afferma il rapporto del Comitato per la riforma della legge in Victoria.
“Ci sono informazioni negate sulla loro identità, che è un diritto che la maggior parte di noi dà per scontato. La loro possibilità di accedere a tali informazioni è ristretta per via di decisioni fatte da adulti (genitori, donatori e operatori sanitari), prima che fossero concepiti”.
Nel rapporto il comitato afferma che all’inizio dell’indagine i membri erano più inclini a ritenere che il desiderio del donatore di rimanere anonimo debba prevalere.
I diritti dei figli
“Dopo una considerazione più approfondita, tuttavia, e dopo aver ricevuto riscontri da varie parti interessate – persone concepite artificialmente, donatori, genitori, medici e psicologi – all’unanimità il Comitato ha raggiunto la conclusione che lo stato ha la responsabilità di permettere a tutte persone artificialmente concepite, una possibilità di accesso”, afferma il rapporto.
Nella sua presentazione dell’inchiesta, la Lega Cristiana Australiana ha detto di aver creduto che “il diritto della persona artificialmente concepita di conoscere il proprio donatore è un diritto fondamentale di notevole importanza”.
“Le origini genetiche di una persona sono una parte fondamentale nell’identità della persona stessa. Negare a qualcuno il diritto di sapere quali siano queste origini, significa negare loro la possibilità di scoprire una parte intrinseca di se stessa”, ha dichiarato la Lega.
Da parte sua, l’Associazione Famiglia Australiana ha riconosciuto il conflitto tra donatori che desiderano rimanere anonimi e il desiderio di sapere chi siano i loro genitori naturali da parte dei figli artificialmente concepiti.
Nella loro presentazione i rappresentanti di Famiglia Australiana hanno sollecitato che i diritti dei bambini debbano avere la precedenza, quando possibile. Troppo spesso, comunque, le decisioni in merito alla fecondazione medicalmente assistita dipendono dai desideri dei genitori, senza una considerazione adeguata dei bambini.
[Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

mercoledì 5 settembre 2012


Spagna, donazione ovuli, è boom. «Ci ho pagato tre mesi di affitto» , settembre 5, 2012, Chiara Sirianni, http://www.tempi.it/

Requisiti: età compresa tra i 18 e i 35 anni, nessuna storia personale o familiare di gravi malattie ereditarie, nessuna storia di patologia ginecologica, non essere portatori di malattie sessualmente trasmissibili. C’è un numero verde tramite il quale contattare per telefono la clinica, e prendere un appuntamento. A quel punto, a voce, si riceveranno altre informazioni sull’intero processo di donazione degli ovuli. In Spagna la donazione è regolata dalla legge, che garantisce la tutela dei donatori, su base volontaria, “altruista” e anonima. L’unica ricompensa, ufficialmente, è la soddisfazione personale («avrete la sensazione di essere utili e solidali con coppie bisognose», si legge sul sito di una clinica di Alicante). Tra il donatore e il centro autorizzato si stipula un contratto, e alla donazione («sempre senza scopo di lucro») segue un risarcimento monetario «solo per compensare il disagio strettamente fisico e le spese di viaggio che possono derivare». Qualsiasi attività promozionale è vietata, per rispettare «la natura altruistica» del gesto. Ma chi si sottoporrebbe a un’operazione così invasiva gratuitamente? Di fatto si è creato un vero e proprio mercato, una tendenza che la crisi sembra aver esasperato.

È il caso di una ragazza, studentessa a Madrid, che a patto di rimanere anonima racconta a tempi.it la sua storia, simile a altre centinaia. Un anno fa, la nostra interlocutrice ha letto un avviso appeso nella bacheca della sua università, quella degli annunci: a fianco alla proposte di stanze ammobiliate e alle vendite e alle dispense di sociologia spunta una scritta in corsivo, che invita morbidamente alla donazione riportando un numero telefonico. «Si è svolto tutto molto rapidamente – dice a tempi.it –, non si tratta di un trattamento doloroso. In cambio ho avuto un rimborso di 800 euro, che mi è stato consegnato il giorno stesso del prelievo. Ci ho pagato l’affitto per tre mesi».

COME DONARE IL SANGUE. Una visita ginecologica e un trattamento ormonale giornaliero («una punturina sottocutanea»). Ovviamente, i controlli: «Un giorno sì e un giorno no, a seconda degli orari più comodi per la donatrice. Io passavo dopo l’ultima lezione in università. L’aspirazione degli ovuli dura una mezz’ora, sotto anestesia. Senza ricovero, è tutto fatto in ambulatorio». Esperienza da rifare? «Forse. Dipende da tanti fattori. C’è un tetto massimo di sei donazioni, per legge. Ovviamente è pericoloso superare il limite di sei interventi. Va detto che il nostro tasso di disoccupazione è del 25 per cento». Perché donare i propri ovuli? «Mi sono sempre pagata gli studi con lavori di vario genere, la mia non è pigrizia, ma difficoltà tripla nel trovare un entrata fissa. Per cui ho preso in considerazione un’opzione che tempo fa avrei trovato assurda».

La legge spagnola sulla fecondazione assistita prevede un rimborso per le spese di viaggio e di lavoro, e per il disagio fisico apportato. Specificando che la donazione non può mai avere carattere commerciale. «In effetti gli annunci sono mascherati da campagna di sensibilizzazione. Tutti mettono l’accento sull’aspetto altruistico della cosa. Un po’ come avviene per la donazione del sangue. Ti trattano come se stessi generosamente donando un organo a chi ne ha bisogno». La crisi economica come ha cambiato le cose? «Si tratta di un tema delicato, su cui ovviamente si cerca di essere molto discreti. La mia impressione, frutto di qualche chiacchierata, è che sia un gesto ormai normalizzato. Fino a qualche tempo fa erano soprattutto le donne straniere a vendere i propri ovuli. Ora so di vari conoscenti che hanno valutato l’idea. Qualcuno si pente di essersi fatto piercing o tatuaggi: chi ce li ha, non può donare». Anche chi non è adottato è fuori dalla lista: non è in grado di dare informazioni in merito ai suoi genitori biologici. Un caso limite? «C’è chi ricorre alla stimolazione farmacologica delle gonadi. Così si producono più ovuli. Di solito si tratta di ragazze straniere».

CERCASI FIGLIO CON GLI OCCHI CHIARI. È un fenomeno che riguarda solo le giovani? Forse no, stando all’intervista video che TMNews ha raccolto qualche mese fa: una donna, sposata, che incassa tremila euro in cambio di due donazioni. Un lavoro da donna delle pulizie lei, tassista lui, e i soldi che a volte non bastano. «Alla prima donazione mi ha accompagnato mia madre – ha raccontato alle telecamere – poi sono venuta da sola. E aiuto la mia famiglia a sopravvivere economicamente».

Il numero di donatori è aumentato del 30 per cento nell’ultimo anno, nonostante ci siano rigorosi controlli da superare. Fisici e psicologici. Anche internet è diventato una vetrina a costo zero, e spesso e volentieri senza la mediazione delle cliniche. «Non fumo, ho meno di trent’anni, dono ovuli in cambio di compenso economico». Oppure: «Sono una ragazza di ventisette anni, studio all’università, nessun problema fisico. Sono costretta a vendere i miei ovuli a chi ne ha bisogno. Contattatemi». In genere si tratta di annunci provenienti dall’America Latina, ovviamente illegali. Numeroso anche il numero delle offerte, come questa: «Cerco donatrice di ovuli, previo compenso. Preferibilmente con gli occhi azzurri e i capelli chiari».

Del resto anche le cliniche offrono un “catalogo” vero e proprio. Letteralmente si chiama «vasto programma di ovuli e sperma per tutte le razze e caratteristiche fisiche», come si legge per esempio sul sito dell’Institut Marquès di Barcellona, che specifica di avere «tutti i fenotipi». Del donatore/donatrice si possono sapere numerosi dettagli: il suo aspetto fisico e il suo lavoro, per esempio. Ma non la sua identità.

@SirianniChiara

giovedì 24 maggio 2012


Spagna - Quanti guai nelle fabbriche dei bambini, di Michela Coricelli, 23 maggio 2012

Il 3% dei bambini nati in Spagna sono frutto di un trattamento di fecondazione assistita. Ogni anno se ne realizzano 86.000: solo il 30% nelle strutture pubbliche, mentre il restante 70% avviene nei centri privati. Il business è florido, anche grazie al cosiddetto "turismo riproduttivo". Sono migliaia le coppie europee che ogni anno si rivolgono alle cliniche iberiche, da Barcellona a Valencia. E migliaia sono gli euro che questi istituti incassano. Per le vie delle città spagnole, incrociare un passeggino doppio (o addirittura triplo) è sempre più frequente: il 25% dei trattamenti finiscono in parti gemellari. Una coppia su sei, nel paese iberico, non riesce ad avere figli. Ma nella nazione europea in cui sembra ancora in auge il vecchio slogan sessantottino "proibido proibir", i paletti legislativi in questo campo sono pochi e sulle difficoltà collegate all’infertilità è fiorito un incredibile indotto. A fronte dei "soli" 37 centri della sanità pubblica che realizzano questi trattamenti, ne esistono 180 privati, che offrono i loro servizi a single e coppie spagnole e straniere.  Mettere a confronto la legislazione iberica con il resto delle normative europee è facile. Ovodonazione, donazione di spermatozoi, donazione di embrioni, fecondazione assistita per donne single, selezione genetica preimpianto: in Spagna è praticamente permesso tutto (o quasi), a differenza di quanto avviene in molti altri paesi Ue. In una delle pagine web dei tanti centri privati si legge testualmente: «L’attuale legislazione spagnola (in riferimento all’ultima riforma del 2006, ndr) vi permette di portare avanti dei trattamenti di riproduzione che non possono essere realizzati in molti altri paesi». Più esplicito non si può: non potete farlo a casa vostra? Venite da noi.
 Tutto facile, dunque, nel "paradiso dell’eterologa"? Non proprio. Questioni morali ed etiche a parte, restano le difficoltà, le insicurezze giuridiche e le situazioni irrisolte proprie di un campo spinosissimo. In un libro sulla «bioetica e la legge di riproduzione umana assistita» pubblicato un paio di anni fa come una sorta di manuale, sono stati elencati casi reali (incredibilmente reali), che potrebbero fornire spunti interessanti, soprattutto a chi guarda la Spagna come un esempio da seguire. Una donna sposata ha chiesto un trattamento di inseminazione artificiale, ma con il seme dell’amante: legittimo? Al centro di fecondazione assistita si presentano non due, ma tre persone (una donna e due uomini): vogliono un figlio, come deve comportarsi il medico? Dopo una fecondazione assistita realizzata con la moglie, un uomo chiede che gli spermatozoi in eccesso vengano usati per l’inseminazione di un’altra donna: poligamia? C’è poi il caso dell’utero in affitto, proibito in Spagna, ma non altrove: che succede se una coppia omosessuale torna a casa con un bambino (concepito ad esempio in India) e chiede che venga registrato all’anagrafe come figlio dei due uomini? Situazione ingarbugliate: storie piene di sofferenza, in particolare per chi non ha potuto scegliere nulla perché non è ancora nato. Intanto la crisi ha moltiplicato le "donazioni" di ovociti e gameti. Un vero guaio, visto che in Spagna non esiste un registro ufficiale per verificare che non si superi il limite legale di sei bambini generati dagli stessi donanti. 

lunedì 14 maggio 2012


«Donateci gli ovuli per avere dei figli»La richiesta-choc alle studentesse di Cambridge di Simona Marchetti, http://www.corriere.it, 12 maggio 2012

In Inghilterra la donazione è severamente vietata, ma la pratica del risarcimento è stata consentita di recente. Il sospetto è che si vogliano creare dei «superbaby»

MILANO - Una ricompensa di 750 sterline (930 euro) per diventare donatrici di ovuli ed aiutare così una coppia che non può avere figli. Volantini con una simile richiesta sono stati recapitati un paio di settimane fa nelle caselle universitarie delle studentesse di Cambridge.
L'INTERMEDIAZIONE - A realizzarli è stata la società di intermediazione di ovuli «Altrui» , fondata due anni fa da una ex consulente della fertilità e dal marito a Hawes, Nord Yorkshire, con l’intento di trovare «ragazze compassionevoli e di buona salute, di età compresa fra i 18 e i 35 anni» disposte a diventare «dei veri angeli e a donare i loro ovuli» ad una coppia di laureati di Cambridge «che non può avere figli a causa di una rara malattia genetica». Quello che però i volantini non dicono – spiega il Daily Mail che ha scoperto l’oscuro traffico - è che la «Altrui» è una «profit company» che fa pagare oltre 2.000 sterline alle coppie disperate prima ancora di metterle in contatto con una clinica dove fare l’intervento di inseminazione: 1.300 sterline se ne vanno solo per la ricerca dei possibili ovuli, mentre le restanti 750 sono il «risarcimento» dovuto alle donatrici.

LA PRATICA - In Inghilterra, infatti, pagare per la donazione di ovociti è severamente vietato, ma dall’1 aprile 2012 la Human Fertilisation and Embryology Authority ha reso legale la pratica del «risarcimento». «Prendere di mira studentesse finanziariamente vulnerabili perché si sottopongano ad inutili interventi medici è una cosa totalmente inaccettabile – tuona sul tabloid Geeta Nargund, direttore sanitario della clinica londinese della fertilità "Create" – e speravo vivamente che questo espediente, importato dagli Stati Uniti, non arrivasse anche in Inghilterra».

LO SCAMBIO DI OVULI - Ma lo «scambio» di ovuli fa sollevare ben più di un britannico sopracciglio anche per motivi etici, perché il rischio è che si vogliano selezionare gli ovociti di studentesse particolarmente brillanti, con l’obiettivo di creare dei «superbaby». Una prassi comune negli States, a detta di Josephine Quintavalle del gruppo Comment on Reproductive Ethics , che mette in guardia sulle evidenti implicazioni eugenetiche della procedura che spinge a scegliere gli ovuli delle «cervellone» per migliorare le prestazioni scolastiche e, di conseguenza, avere maggiori chance nella vita lavorativa. «Questa non è affatto una donazione – spiega la Quintavalle - ma una vera e propria compravendita di ovuli, dove però ci si disinteressa dei possibili rischi per la salute delle donne, che devono prendere medicine di cui non hanno bisogno, mettendo in pericolo loro stesse e forse anche i loro figli».

LA DIFESA - A difesa dei volantini ha parlato la fondatrice della Altrui, Alison Bagshawe, che ha spiegato che la coppia in cerca di ovociti voleva trovare una donatrice che avesse qualcosa in comune con loro (ovvero, il percorso scolastico nella prestigiosa università) e perciò aveva chiesto ed ottenuto il permesso di distribuire gli appelli dal comitato studentesco. Solo un college si sarebbe rifiutato di acconsentire, temendo che il volantino potesse urtare la sensibilità di qualche ragazza che aveva avuto un aborto. A detta della signora Bagshawe, due donne avrebbero già risposto alla richiesta della coppia, sebbene la maggioranza delle studentesse avvicinate dal tabloid si sia mostrata particolarmente scettica nei riguardi dell’intera operazione. «Ci sono persone che cercano disperatamente qualcuno che trovi loro dei donatori – si è giustificata la proprietaria di Altrui – e io non posso permettermi di fare questa ricerca gratis, perché ho un mutuo da pagare e devo mangiare».


giovedì 24 novembre 2011


Gran Bretagna - Maternità in provetta: ora il mercato detta le regole all’Authority, di Elisabetta Del Soldato, Avvenire, 24 novembre 2011

  Le donatrici di ovuli e i donatori di sperma in Gran Bretagna saranno presto ricompensati il triplo di quello che ricevono oggi in cambio dei loro servizi. Se fino a ora venivano semplicemente ricompensati delle spese fino a 250 sterline, circa trecento euro, tra poco una donatrice di ovuli riceverà 750 sterline, circa 800 euro e un donatore di sperma 75. La decisione è stata presa dalla Human Fertlisation and Embriology Authority, l’organo che in Gran Bretagna regola il campo della fecondazione artificiale ed embriologi. L’aumento della tariffa ai donatori è stato deciso dalla Hfea per incoraggiare sempre più persone a farsi avanti vista la carenza attuale ma ha sollevato preoccupazioni tra chi sostiene che potrebbe invece dare il via a una commercializzazione del proprio corpo senza contare i rischi e i pericoli che l’estrazione di un ovulo comportano. La stessa British Fertility Society, che appoggia l’aumento delle ricompense, ha sottolineato ieri quanto sia importante che le donne agiscano per motivi altruistici. Ma l’idea di un guadagno potrebbe invece sortire l’effetto contrario e diventare un vero e proprio incentivo economico per le donne. er David King, direttore dell’associazione Human Genetic Alert, «è eticamente sbagliato fare di una parte del proprio corpo una merce di scambio. Il corpo non dovrebbe far parte del commercio». E anche Josephine Quintavalle di Comment on Reproductive Ethics è d’accordo e sostiene che spesso vengano anche sottovalutati i rischi di tali procedure. «L’estrazione di ovuli è una procedura invasiva e le donne non dovrebbero essere incoraggiate, con somme di denaro ancora più alte, a sottoporsi a certi rischi». Secondo le regole dettate dalla Comunità europea un donatore non può essere «pagato» ma solo «ricompensato». «Una ricompensa di 750 è molto alta – ha continuato la Quintavalle –. E questo potrebbe stimolare quelle donne che decidono di donare più per disperazione che per motivi di altruismo». Ma per Lisa Jardine, presidente della Hfea, «le attuali regole non funzionano e i donatori spesso si sentono sottovalutati». Attualmente in Gran Bretagna l’attesa per una donatrice è di circa cinque anni e in molti casi le coppie decidono di recarsi all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Spagna, dove le ricompense alle donatrici sono più alte e le donazioni più frequenti. Ma esistono rischi nell’ottenere il trattamento in Paesi dove la regolamentazione è meno rigida. Intanto qualche giorno fa l’ente regolatore ha pubblicato i dati sulla fecondazione artificiale che confermano un aumento costante dei trattamenti in vitro mentre il numero di gravidanze multiple è in discesa. 

venerdì 4 novembre 2011


Barcellona paga i suoi «eccessi, Avvenire, 3 novembre 2011

Ha avuto un bambino a 50 anni dopo un ciclo di fecondazione assistita, ma i servizi sociali della Catalogna le hanno tolto il piccolo una settimana dopo il parto: secondo gli assistenti, le sue condizioni psicologiche non erano adeguate alla maternità. Non avrebbe garantito la sicurezza del bambino.
Una storia drammatica, che riassume alcuni dei paradossi più vistosi della legislazione spagnola, aperta a tutto (o quasi tutto) nel campo dell’inseminazione artificiale. La vicenda ha inizio nel 2008, quando la donna ricorre per la prima volta ad un trattamento presso una clinica privata di Barcellona. Spende 8mila euro. Per gli psicologi dell’istituto nessun problema: «La personalità della paziente non rivela caratteristiche proprie del disordine mentale».
La donna riceve ovuli da una "donatrice", ma la provetta eterologa inizialmente non dà frutto. La protagonista  della vicenda insiste e solo al terzo tentativo della stessa tecnica, nel 2009, riesce a portare avanti la gravidanza: ha 50 anni. Nel frattempo, la stampa locale sottolinea che il conto presso la clinica è lievitato a 24mila euro.
Sette giorni dopo il parto, i servizi sociali della Generalitat (il governo catalano) allontanano il bimbo dalla madre. Secondo il  quotidiano  El País, la prima denuncia sullo stato mentale della donna sarebbe stata lanciata proprio dal personale della clinica che ha dato l’autorizzazione alla fecondazione assistita. Una contraddizione scioccante, che ha generato una gravissima situazione umana.
«Come è possibile che mi dichiarino adatta a essere mamma e poi mi tolgano la custodia» perché «non potevo prevedere i rischi per il  bambino?», chiede la donna, che ha presentato una denuncia presso un tribunale di Barcellona per riavere suo figlio. In 22 mesi il piccolo è già stato affidato a diverse famiglie. La madre assicura che si è trattato solo di sintomi propri del periodo post-parto, mentre gli assistenti pensano che avrebbe potuto «mettere in pericolo» l’incolumità del neonato.
La regione catalana "sconsiglia" l’inseminazione artificiale per le ultra-40enni. Ma in Spagna arrivano donne da tutta Europa per tecniche spesso proibite altrove. (M.Cor.). 

giovedì 13 ottobre 2011


STAMINALI/ Un triplo salto mortale per le cellule embrionali umane da clonazione di Augusto Pessina, il sussidiario.net, giovedì 13 ottobre 2011

Come annunciato dal New York Stem Cell Foundation Laboratory e pubblicato dalla rivista Nature all’inizio di ottobre, il laboratorio newyorkese ha derivato cellule staminali embrionali umane trasferendo DNA di cellule adulte all’interno di alcune cellule uovo umane (ovociti). Il risultato sono state cellule con tre set di cromosomi (triploidi): due corredi derivano da quella adulta, l’altro da quella uovo. Si tratta di un ennesimo tentativo della cosiddetta “clonazione” che avrebbe come scopo ultimo la produzione di cellule a scopo terapeutico.
La presentazione di questo tipo di risultati è sempre (spesso ipocritamente) accompagnato da grandi proclami sul valore che tali ricerche avrebbero per curare (sempre in un futuro molto remoto) le drammatiche patologie degenerative del sistema nervoso. Questo modo di comunicare funziona perché riguarda aspetti umani drammatici e anche molti giornalisti ci mettono enfasi sia per superficialità, ma spesso anche in buona fede, come una specie di transfer psicologico che li tranquillizza.
È fuori discussione che quanto riportato non abbia alcuna rilevanza clinica non solo immediata ma anche per un futuro prossimo. Innanzitutto, perché non vi è alcuna compatibilità tra le cellule ottenute e quelle del paziente potenziale. Poi per tutti i rischi connessi con terapie cellulari che utilizzano cellule di difficile controllo, come anche il caso delle IPSc (Induced Pluripotent Stem Cells, cellule staminali pluripotenti indotte). Inoltre queste cellule prodotte, assolutamente anomale, aiutano poco o nulla nella comprensione di quali meccanismi sono alla base dell’inizio dello sviluppo umano. Questa sperimentazione dimostra al più quello che sappiamo già: che la cellula uovo ha una straordinaria potenzialità di riprogrammazione. Ma non spiega nessun meccanismo nuovo e utile (almeno per ora).
Gravissime sono invece le implicazioni etiche sia perché si tratta di una tecnica di “clonazione” umana, anche se un po’ anomala che produce cellule simil-embrionali o addirittura embrionali umane, sia perché tutto questo necessita la donazione di ovociti da parte di donne che devono essere trattate farmacologicamente. In alcuni Stati degli Usa sembra che alle donatrici venga offerto un rimborso di 8.000 dollari.
Nel caso specifico sono stati usati 270 ovociti da 16 donne per ottenere 13 embrioni e 2 linee di staminali. Con un rendimento quindi puramente aritmetico dello 0,74%. Tecnica quindi non solo moralmente non accettabile, ma perfino assai rozza e primitiva.
Al di là di ogni facile e bigotto moralismo, sono in molti chiedersi se in un momento (che dicono essere di grave crisi economica peggiore di quella del 1929) non sarebbe più utile investire denaro per curare chi ha meno risorse e in ricerche su terapie cellulari che in tempi più realistici (come già avviene per molte terapie cellulari) darebbero maggiore successo. Uno di questi campi è, per esempio, quello delle staminali adulte e, in particolare, delle cosiddette staminali mesenchimali.


© Riproduzione riservata.

venerdì 23 settembre 2011


I piccoli sporchi segreti dell’industria della fertilità - Di Rassegna Stampa - 23/09/2011 - Fecondazione artificiale - di Antonio Gaspari, http://www.libertaepersona.org

Il commercio degli ovuli femminili è una attività che ha raggiunto un bilancio di molti miliardi di dollari. Negli Stati Uniti viene considerata una vera e propria industria.
Cominciano a comparire però storie di donne che sono state sfruttate e che stanno rischiando la vita in seguito ai danni subiti dalla iperstimolazione e dall’asportazione di ovuli.
Emergono così i lati oscuri, segreti e controversi di questo commercio. Appaiono annunci in tutto il mondo in cui le giovani donne sono sollecitate a vendere i propri ovuli per decine di migliaia di dollari. La vendita viene giustificata con uno scopo umanitario, sostenendo che questi ovuli serviranno “a realizzare il sogno di qualcuno che soffre di infertilità”.
Ma chi sono le donatrici di ovuli? Sono trattate con giustizia? O sono solo vittime del cinico utilitarismo del mercato? E quali sono i rischi a breve e lungo termine per la loro salute?

Per rispondere a queste e altre domande il Centro di Bioetica e Cultura (Center for Bioethica and Culture Network, http://www.cbc-network.org/) ha svolto una inchiesta e l’ha raccontata in un film–documentario dal titolo “Eggsploitation. The infertility has a dirty little secret” (www.eggsploitation.com).
Dopo aver visto il film in questione, Kelly Vincent-Brunacini, presidente dell’associazione Femministe per la Vita di New York, ha detto che “Eggsploitation è un documentario avvincente e rivelatore che mostra allo spettatore l'altra faccia dell'industria dell’infertilità”. Così si scoprono le storie inquietanti e strazianti di donne le cui vite sono state cambiate per sempre dopo aver subito la procedura per la donazione di ovuli.
Tutte e tre le donne che testimoniano la loro esperienza nel documentario hanno rischiato la vita a causa delle complicanze associate con la donazione di ovuli. Una ha subito un ictus che ha danneggiato il suo cervello; un'altra ha sviluppato un tumore al seno; mentre l'ultima ha diversi problemi di salute associati alla pratiche di iperstimolazione ovarica a cui è stata sottoposta.

Per approfondire un tema le cui implicazioni sanitarie, mediche e sociali saranno sempre più rilevanti, ZENIT ha intervistato Jennifer Lahl, Presidente del Center for Bioethica and Culture Network

Di che cosa parla “Eggsploitation”, il documentario da lei prodotto?
Lahl: Io sono l'autrice, la produttrice e la regista di "Eggsploitation", che ha vinto il premio come miglior documentario al California Independent Film Festival 2011. Abbiamo venduto il film in oltre 29 paesi ed è stato mostrato in tutto il mondo.

Quali sono quelli che lei chiama i piccoli sporchi segreti dell’industria della fertilità?
Lahl: I "piccoli sporchi segreti" sono molti. Per esempio, le donne non sono informate sui rischi e le complicazioni a breve e a lungo termine. E non sono neanche seguite quando cominciano ad emergere problemi sanitari. Senza avere a disposizione i dati a lungo termine circa le tecniche di iperstimolazione, è evidente che le donne non possono essere adeguatamente informate circa gli eventuali rischi per la salute. C’è molta ipocrisia, si parla di donazione degli ovuli, ma è a tutti gli effetti una “vendita” condizionata dall’utilitarismo del mercato. Il consenso non è informato, ma viene comprato, perché le donne hanno bisogno di denaro. E’ evidente che i medici coinvolti dovrebbe richiedere un “CORRETTO consenso informato”, dovrebbero acquisire dati scientifici per studi di larga dimensione e dovrebbero impedire l’offerta di denaro. Nel corso dell’inchiesta abbiamo scoperto inoltre che alcuni dei farmaci per la fertilità utilizzati non hanno mai ricevuto l'approvazione delle autorità per questo uso particolare.
Il Lupron per esempio è stato approvato dalla U.S Food and Drug Administration (FDA) come farmaco per la cura del cancro alla prostata allo stadio terminale, ma non per la super-ovulazione. Risulta così che le violazioni dell’industria dell’infertilità sono gravi e numerose: nessuno studio a lungo termine sui rischi sanitari, violazione del consenso informato, corruzione indotta con l’offerta di denaro, scarsa o addirittura assente la protezione della donatrice, soprattutto quando si genera un danneggiamento degli ovuli.

A quanto ammonta il bilancio del commercio degli ovuli?
Lahl:Èmolto difficile quantificare il numero di donazioni d'ovuli. La maggior parte di queste compravendite avviene "sotto il tavolo" e "fuori delle griglia delle attività controllate”. Si tratta di un settore in espansione e fuori dal controllo.

Chi sono le donatrici di ovuli?
Lahl: Di solito sono donne tra i 21 e i 30 anni, nel fiore dei loro anni riproduttivi. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne che hanno bisogno di soldi. Negli Stati Uniti, sono spesso studentesse universitarie di età compresa tra i 19 ed i 25 anni, le quali hanno bisogno di pagare le tasse scolastiche, l'affitto ecc. Nei paesi più poveri, sono donne che hanno solo bisogno di pagare l'affitto e comprare il cibo per tirare avanti.

Quali sono i rischi per la salute a breve e a lungo termine?
Lahl: I rischi a breve termine sono tutti quelli connessi con le pratiche di iperstimolazione ovarica (OHSS), e poi ictus, trombosi, aumento di peso, squilibri dell'umore… Rischi a lungo termine sono i tumori (in particolare tumori dell’apparato riproduttivo) e problemi di riduzione della fertilità.

Non le sembra paradossale che mentre da una parte vengono abortiti circa 50 milioni di bambini e bambine ogni anno, dall’altra parte ci sono persone disposte a tutto pur di aver ovuli da fecondare?
Lahl: Sì, si tratta di un cinico paradosso. Da una parte si gettano via i bambini concepiti e dall’altra si spendono enormi risorse e si sfruttano i corpi delle persone per creare la vita in laboratorio!

Non sarebbe meglio far nascere tutti i concepiti e lasciare in adozione quelli che non vengono accettati?
Lahl: In un mondo amorevole, la cosa migliore da fare è che madri e padri accolgano tutti i bambini concepiti nelle loro famiglie. Abbiamo molto lavoro da fare per incoraggiare le madri e i padri a tenere i loro bambini ed evitare l’interruzione di gravidanza. Se non si sentono in grado di prendersi cura dei loro bambini, non è facile convincerli che possono favorire e incoraggiare l’adozione.

da ZENIT.org
21/9/2011

giovedì 22 settembre 2011


Prodotti, listini, offerte: è il supermarket del figlio - I recenti casi di «mammenonne» a Torino e Napoli hanno riportato l’attenzione  sul fiorente mercato delle maternità ottenute comprando gameti, selezionando embrioni e (se necessario) affittando donne che portino avanti la gravidanza - Il mercato si fa largo nella generazione umana di Emanuela Vinai, Avvenire, 22 settembre 2011-09-22

Quando nel 2006 Michael Crichton scrisse Next sembrava fantascienza. Non poteva essere verosimile la descrizione di una genetica senza limiti, del commercio di ovuli di giovani donne, della spregiudicatezza di un business che non fa distinzioni tra uomo e merce. Invece, come spesso accade, la realtà ci supera e i recenti casi delle mamme-nonne di Torino e Napoli hanno riportato l’attenzione su frontiere della tecnica che non sempre coincidono con quelle dell’etica, soprattutto quando non pongono rimedio a casi clinici specifici e complessi, ma danno spazio alla medicina dei desideri. Ogni giorno si accumulano scoperte scientifiche straordinarie che applicano tecnologie sempre più sofisticate e ciò produce un cortocircuito informativo e mediatico.
Anche la maternità si è adeguata al mercato che, in quanto tale, ha le sue leggi, domanda/offerta. Allora diventa possibile dare un prezzo (non un valore) a un essere umano. In questo contesto, Internet è lo sterminato emporio che fa leva su sentimenti legittimi e, dietro una parvenza di umanitarismo, propone l’agevole superamento di ogni limitazione legislativa nazionale.
Commercio di gameti. Già nel maggio 2007 la rivista Fertility & sterility ospitava un articolo significativamente intitolato «Cosa sta accadendo al prezzo degli ovuli?». L’analisi evidenziava un costante aumento di domanda e costi: la media nazionale statunitense per il pagamento di donatori definiti "standard" era di 4.217 dollari, con un massimo di 4.576 dollari. Come in un indice azionario quindi, il prezzo dei gametisale – o scende – a seconda della qualità del prodotto offerto e dei requisiti sollecitati dagli acquirenti. I capelli rossi, per dire, non hanno mercato. Studenti e studentesse, disoccupati e non vengono arruolati attraverso un sistema di reclutamento che li invita a cedere sperma e ovuli in nome di un solidarismo che, a leggere le tariffe delle cliniche dove si pratica la fecondazione eterologa, si rivela quantomeno sospetto.
Pochi giorni fa Anna Pia Ferraretti, direttore scientifico della Sismer (Società italiana studi di medicina della riproduzione) ricordava infatti che «per la donazione di ovociti il costo medio è circa 8mila euro a ciclo e varia dai 2 ai 12mila euro a seconda del Paese, mentre con la donazione di seme può variare dai mille a 5mila euro in base al trattamento».
Selezione embrionale. L’ultimo metodo di screening genetico è stato sviluppato in Spagna e permette di controllare gli stadi dello sviluppo dell’embrione prima dell’impianto nell’utero «per aumentare le possibilità di avere un bambino sano».
Questa procedura è generalmente nota come selezione genetica preimpianto (Pgs) e la tesi a favore si basa sul fatto che, a differenza della diagnosi prenatale, la diagnosi preimpianto non implica un aborto che, essendo traumatico, «è una barriera psicologica alla scelta dei genitori rispetto a caratteristiche secondarie indesiderate». Ma quali sono queste caratteristiche? La selezione in base al sesso ha portato all’eliminazione sistematica di milioni di bambine in Asia: eliminate perché non utili, non desiderabili, non adatte. La stigmatizzazione di questa pratica non incontra però lo stesso indice di indignazione quando la selezione fa riferimento a patologie e disabilità.
In tema di medicina predittiva, l’abuso è dietro l’angolo e la genetica ci dice che in molti casi possedere il gene predisponente non significa sviluppare la malattia in seguito. Un cattivo uso delle informazioni genetiche determina una discriminazione preventiva e una sovrapproduzione di embrioni destinati all’eliminazione o al congelamento in azoto liquido.
Utero in affitto. Cosa hanno in comune Elton John, Ricky Martin, Miguel Bosé, Nicole Kidman e Sarah Jessica Parker? Sono tutti testimonial dell’utero in affitto. È noto che quando le donne invecchiano i loro ovuli diventano sempre meno fertili e la maternità rimandata determina alla fine l’impossibilità di una gravidanza. Ma cercare una madre surrogata non è difficile: sul principale motore di ricerca (e digitando in italiano) i risultati dell’indagine sono 138mila. Ai primi posti, quelli a pagamento, sono ben in vista le sponsorizzazioni dei centri specializzati. Dal Web affiorano anche altri possibili risultati, come i 30mila euro in Ucraina. Bebè in mano, basta un clic.

mercoledì 21 settembre 2011

IL COMMERCIO DEGLI OVULI: SFRUTTAMENTO E RISCHI PER LE DONATRICI

Intervista a Jennifer Lahl, Presidente del Center for Bioethica and Culture Network

di Antonio Gaspari
ZI11092107 - 21/09/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-28025?l=italian

ROMA, mercoledì, 21 settembre 2011 (ZENIT.org).- Il commercio degli ovuli femminili è una attività che ha raggiunto un bilancio di molti miliardi di dollari. Negli Stati Uniti viene considerata una vera e propria industria.
Cominciano a comparire però storie di donne che sono state sfruttate e che stanno rischiando la vita in seguito ai danni subiti dalla iperstimolazione e dall’asportazione di ovuli.
Emergono così i lati oscuri, segreti e controversi di questo commercio. Appaiono annunci in tutto il mondo in cui le giovani donne sono sollecitate a vendere i propri ovuli per decine di migliaia di dollari.
La vendita viene giustificata con uno scopo umanitario, sostenendo che questi ovuli serviranno “a realizzare il sogno di qualcuno che soffre di infertilità”.
Ma chi sono le donatrici di ovuli? Sono trattate con giustizia? O sono solo vittime del cinico utilitarismo del mercato? E quali sono i rischi a breve e lungo termine per la loro salute? 
Per rispondere a queste e altre domande il Centro di Bioetica e Cultura (Center for Bioethica and Culture Network, http://www.cbc-network.org/) ha svolto una inchiesta e l’ha raccontata in un film–documentario dal titolo “Eggsploitation. The infertility has a dirty little secret” (www.eggsploitation.com).
Dopo aver visto il film in questione, Kelly Vincent-Brunacini, presidente dell’associazione Femministe per la Vita di New York, ha detto che “Eggsploitation è un documentario avvincente e rivelatore che mostra allo spettatore l'altra faccia dell'industria dell’infertilità”. Così si scoprono le storie inquietanti e strazianti di donne le cui vite sono state cambiate per sempre dopo aver subito la procedura per la donazione di ovuli. 
Tutte e tre le donne che testimoniano la loro esperienza nel documentario hanno rischiato la vita a causa delle complicanze associate con la donazione di ovuli. Una ha subito un ictus che ha danneggiato il suo cervello; un'altra ha sviluppato un tumore al seno; mentre l'ultima ha diversi problemi di salute associati alla pratiche di iperstimolazione ovarica a cui è stata sottoposta. 
Per approfondire un tema le cui implicazioni sanitarie, mediche e sociali saranno sempre più rilevanti, ZENIT ha intervistato Jennifer Lahl, Presidente del Center for Bioethica and Culture Network
Di che cosa parla “Eggsploitation”, il documentario da lei prodotto?
Lahl: Io sono l'autrice, la produttrice e la regista di "Eggsploitation", che ha vinto il premio come miglior documentario al California Independent Film Festival 2011. Abbiamo venduto il film in oltre 29 paesi ed è stato mostrato in tutto il mondo. 
Quali sono quelli che lei chiama i piccoli sporchi segreti dell’industria della fertilità?
Lahl: I "piccoli sporchi segreti" sono molti. Per esempio, le donne non sono informate sui rischi e le complicazioni a breve e a lungo termine. E non sono neanche seguite quando cominciano ad emergere problemi sanitari. Senza avere a disposizione i dati a lungo termine circa le tecniche di iperstimolazione, è evidente che le donne non possono essere adeguatamente informate circa gli eventuali rischi per la salute. C’è molta ipocrisia, si parla di donazione degli ovuli, ma è a tutti gli effetti una “vendita” condizionata dall’utilitarismo del mercato. Il consenso non è informato, ma viene comprato, perché le donne hanno bisogno di denaro. E’ evidente che i medici coinvolti dovrebbe richiedere un “CORRETTO consenso informato”, dovrebbero acquisire dati scientifici per studi di larga dimensione e dovrebbero impedire l’offerta di denaro. Nel corso dell’inchiesta abbiamo scoperto inoltre che alcuni dei farmaci per la fertilità utilizzati non hanno mai ricevuto l'approvazione delle autorità per questo uso particolare.
Il Lupron per esempio è stato approvato dalla U.S Food and Drug Administration (FDA) come farmaco per la cura del cancro alla prostata allo stadio terminale, ma non per la super-ovulazione. Risulta così che le violazioni dell’industria dell’infertilità sono gravi e numerose: nessuno studio a lungo termine sui rischi sanitari, violazione del consenso informato, corruzione indotta con l’offerta di denaro, scarsa o addirittura assente la protezione della donatrice, soprattutto quando si genera un danneggiamento degli ovuli.
A quanto ammonta il bilancio del commercio degli ovuli?
Lahl:Èmolto difficile quantificare il numero di donazioni d'ovuli. La maggior parte di queste compravendite avviene "sotto il tavolo" e "fuori delle griglia delle attività controllate”. Si tratta di un settore in espansione e fuori dal controllo.
Chi sono le donatrici di ovuli?
Lahl: Di solito sono donne tra i 21 e i 30 anni, nel fiore dei loro anni riproduttivi. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne che hanno bisogno di soldi. Negli Stati Uniti, sono spesso studentesse universitarie di età compresa tra i 19 ed i 25 anni, le quali hanno bisogno di pagare le tasse scolastiche, l'affitto ecc. Nei paesi più poveri, sono donne che hanno solo bisogno di pagare l'affitto e comprare il cibo per tirare avanti. 
Quali sono i rischi per la salute a breve e a lungo termine?
Lahl: I rischi a breve termine sono tutti quelli connessi con le pratiche di iperstimolazione ovarica (OHSS), e poi ictus, trombosi, aumento di peso, squilibri dell'umore…Rischi a lungo termine sono i tumori (in particolare tumori dell’apparato riproduttivo) e problemi di riduzione della fertilità. 
Non le sembra paradossale che mentre da una parte vengono abortiti circa 50 milioni di bambini e bambine ogni anno, dall’altra parte ci sono persone disposte a tutto pur di aver ovuli da fecondare?
Lahl: Sì, si tratta di un cinico paradosso. Da una parte si gettano via i bambini concepiti e dall’altra si spendono enormi risorse e si sfruttano i corpi delle persone per creare la vita in laboratorio! 
Non sarebbe meglio far nascere tutti i concepiti e lasciare in adozione quelli che non vengono accettati?
Lahl: In un mondo amorevole, la cosa migliore da fare è che madri e padri accolgano tutti i bambini concepiti nelle loro famiglie. Abbiamo molto lavoro da fare per incoraggiare le madri e i padri a tenere i loro bambini ed evitare l’interruzione di gravidanza. Se non si sentono in grado di prendersi cura dei loro bambini, non è facile convincerli che possono favorire e incoraggiare l’adozione.

martedì 20 settembre 2011


Quello sporco affare della fecondazione eterologa di Raffaella Frullone, 20-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

«Se sei una donna alta, attraente, di età compresa tra 20 e 29 anni, contattaci. Potrai guadagnare molto, facendo del bene al prossimo». Coi tempi che corrono, qualcuno potrebbe pensare ad uno scherzo, o all’ennesima trovata sarcastica che ha per oggetto giovani di belle speranze disposte a tutto per un assaggio di notorietà. Invece – ahinoi - la questione è molto più seria, molto più scomoda e forse per questo sapientemente lontana da prime pagine e riflettori.

L’annuncio è infatti il tipico spot delle cosiddette “cliniche per la fertilità” che, per garantire alle 50-60enni il sacrosanto diritto di avere un figlio biologico, sono alla spasmodica e costante ricerca di ovuli freschi e pronti per essere reimpiantati e riutilizzati in un mercato che, da qualunque parte lo si analizzi, fa rabbrividire.

La questione è di stretta attualità nel nostro paese, dove proprio oggi la Consulta è chiamata a pronunciarsi sulla questione dell’incostituzionalità della legge sulla procreazione assistita nella parte in cui vieta la fecondazione eterologa. A sollevarla sono stati i Tribunali civili di Firenze e Catania che hanno accolto il ricorso di due coppie sterili che chiedevano la possibilità di avere un figlio ricorrendo a quello che definiscono “materiale genetico di un donatore anonimo”.


Oggi  il termine “fecondazione eterologa” per qualcuno è diventato un mero baluardo di una libertà da difendere a tutti i costi, mentre per la maggior parte delle persone la questione rimane un nebuloso concetto relegato al complesso campo medico, e quindi marginale. Eppure la questione è tutt’altro che marginale e attraversa i confini della medicina riversandosi nel campo dell’etica per poi debordare nella sfera economica, dato che siamo di fronte ad un’industria che, soltanto negli Stati Uniti, arriva a fruttare 6,5 miliardi di dollari l’anno.


Lo scenario è ben illustrato dal documentario Eggsploitation, uscito lo scorso anno negli Stati Uniti e presto disponibile con i sottotitoli in italiano. Il titolo gioca con i termini “eggs” (ovuli) e “exploitation” (sfruttamento) e attraverso una serie di interviste ricostruisce la trama che si snoda dietro la fecondazione eterologa, raccontando cosa succede alla radice: non quando la coppia sterile se ne va finalmente a casa con il pupo, ma cosa si fa e quanto costa arrivare al “prodotto finito” . Il video è frutto dell’idea di Jennifer Lahl, direttrice del Center for Bioethics and Culture americano. Diretta insieme a Justin Baird, un regista di Los Angeles, l’inchiesta fa luce su un fenomeno che, con la scusa di proteggere la privacy delle donatrici, di fatto getta un alone di silenzio sulle storie di decine di donne che, attratte dalla possibilità di denaro facile, hanno compromesso per sempre la propria salute e, in alcuni casi, hanno perso la vita.

Alexandra trova l’annuncio sul giornale dell’università di Stanford, dove fa la ricercatrice. Ha bisogno di 3000 dollari e non le pare vedo di poterli guadagnare aiutando una donna che non può avere figli: “La procedura è sicura”, legge nell’opuscolo. Mai avrebbe pensato di diventare sterile e ammalarsi due volte di tumore al seno prima di raggiungere i 35 anni. Una sorte simile a quella di Jessica, che però non ha la fortuna di poter raccontare questa storia perché, dopo aver donato i propri ovuli per ben tre volte, non è riuscita a sopravvivere al cancro che l’ha uccisa a 34 anni; o a quella di Carla, che è finita sulla sedia a rotelle dopo che si è lasciata ingolosire dal compenso per i suoi ovuli, circa 25mila dollari. 


Le agenzie “reclutano” le donatrici facendo leva sul bisogno di soldi delle studentesse, ma anche presentando questo gesto come estremamente altruista e generoso. “Non c’era niente che dovessi temere, non c’erano rischi, continuavano a ripetermi. E io ci ho creduto”, racconta oggi Jessica che non aveva idea dei trattamenti ai quali sarebbe stata sottoposta. “Innanzitutto ci sono le conseguenze dell’iperstimolazione ovarica, una procedura che aumenta il numero di ovuli prodotti dalla donna sottoponendola a massicci bombardamenti chimici. Essa può portare a perdita di coscienza, disfunzioni ormonali e danni anche permanenti come tumori, o stati comatosi – racconta Suzanne Parisian, ex dirigente della Food and Drug Administration, il corrispettivo della nostra Agenzia del farmaco –. Ma non è tutto, anche l’operazione di estrazione degli ovuli comporta alti rischi per la salute, emorragie, rischio di coma. A queste si aggiungono le patologie conseguenziali alla donazione”.


Sono storie sconosciute, che non trovano spazio sulle pagine dei giornali, in primo luogo perché in queste cliniche non c’è traccia di queste donne. Non esistono registri, schedari, archivi con le cartelle cliniche perché esse arrivano dall’anonimato e dopo il trattamento ripiombano nell’oblio. Nessuno sa di loro, non hanno nome, non hanno storia. Le cliniche si trincerano nel silenzio nascondendosi dietro al “diritto alla privacy”, ma di fatto considerano le donne soltanto come ovaie che camminano.

Quando le conseguenze dell’ipertsimolazione ovarica, o della donazione degli ovuli si manifestano attraverso coliche, nausee, fitte dolorosissime, le cliniche per la fertilità rimandano le donne agli ospedali tradizionali, dove spesso esse mentono, non raccontano cosa è successo loro per timore di essere giudicate, per vergogna.


«All’inizio ho fatto fatica a trovare persone disposte a parlare – spiega Jennifer Lahl – perché le cliniche della fertilità raccontano alle ragazze che la donazione degli ovuli non ha nulla a che vedere con il loro stato di salute, che dipende dal loro corpo. Ed esse si convincono e non parlano. Per fortuna oggi c’è internet, che ci ha messo in contatto e le ha portate a fidarsi di me. Oggi grazie ad Eggsploitation tantissime donne mi scrivono dall’Europa e dagli Stati Uniti rompendo il muro dell’omertà».


Fra le protagoniste di Eggsploitation, qualcuna ha rischiato di morire sola, sul pavimento di casa, qualcun’altra è finita in coma perché si vergognava di chieder aiuto, qualcuna lotta contro il cancro, la maggior parte di loro non potrà avere figli propri.  «Siamo di fronte ad una lobby che vuole a tutti i costi dare un figlio a chi non ce l’ha, se può pagare – accusa Josephine Quintavalle, fondatrice del Comment on Reproductuve Ethics, osservatorio britannico sulle pratiche riproduttive da sempre affianto della Lahl nella battaglia per la tutela delle donne–. Non possiamo chiedere alle giovani donne di rinunciare alla fertilità per cercare di assecondare il nostro desiderio tardivo di maternità».


Desiderio che difficilmente viene assecondato poiché, come testimonia il documentario, quasi il 70% delle fecondazioni fallisce. Fallimento che si aggiunge alle gravi conseguenze sulla vita delle donne e, qualche volta, anche del nascituro. Ma questi rischi ci sono anche per la fecondazione omologa? «Sicuramente ci sono cautele maggiori – precisa Jennifer Lahl – Anche se certamente ci muoviamo in un campo molto rischioso, con conseguenze da non sottovalutare. Certamente un conto è affrontare il bombardamento ormonale e le sue conseguenze per il disperato desiderio di avere un figlio proprio, un altro è farlo con la leggerezza di chi va a tagliarsi i capelli, perché è così che te la presentano se sei una semplice e anonima donatrice di ovuli».


Come il documentario testimonia, il rapporto è proprio così: cliente-fornitore. Le donne donatrici vengono zittite con un assegno e abbandonate a loro stesse. Le cliniche nemmeno appuntano il loro nome perché quel nome in nessun caso deve far riferimento ad una fabbrica che per dare un figlio ad una donna ha tolto la possibilità di generare a decine di altre.