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giovedì 20 dicembre 2012


Operazioni fetali, in Italia sono realtà - 20 dicembre 2012 - http://www.prolifenews.it 


chirurgia prenatale_interventi in utero_OBM Buzzi
Il Dott. Leva, dell’OBM Buzzi: “Necessario intervenire in utero per risolvere le situazioni più delicate”
Venire al mondo è una delle fatiche più grandi che ogni uomo debba affrontare, forse la più grande. Ebbene per qualcuno l’impresa è ancor più difficile: ci sono infatti alcuni bambini che sono affetti da gravi patologie e che si trovano a dover affrontare operazioni chirurgiche ancor prima di nascere, all’interno dell’utero materno. Attualmente in Italia esistono diversi centri specializzati in questo ambito, tra i quali la Fondazione IRCCS Ca’Granda Ospedale Maggiore Policlinico – Clinica Mangiagalli e l’OBM (Ospedale del Bambini Milano)Buzzi.
Entrambe le strutture si trovano a Milano ed ogni anno accolgono più di cento pazienti che necessitano di interventi di tale genere.
Le operazioni prenatali sono piuttosto diffuse e si rendono necessarie in casi di gravidanze gemellari monocoriali o in caso di patologie gravi.

Ernesto Leva, Responsabile del reparto di “Chirurgia Neonatale” della Fondazione IRCCS Ca’Granda Ospedale Maggiore Policlinico – Clinica Mangiagalli di Milano, ci spiega come sia “necessario intervenire in utero per risolvere delle situazioni delicate o anche per preparare il bebe’ al parto. Ci sono situazioni, infatti, in cui il piccolo alla nascita avra’ bisogno di percorsi intensivi che possono essere alleggeriti con l’uso del bisturi.
Nelle gravidanze monocoriali, parti gemellari a rischio, si ricorre alla chirurgia laser perchè c’è una significativa differenza di crescita fra i bimbi. A causare anomalie di questo genere può essere la ‘Twin to twin transfer syndrome‘, sindrome della trasfusione feto-fetale.
Anche l’ OBM Buzzi è rinomato e molto qualificato nell’ambito della chirurgia prenatale (si contano circa 80 interventi ogni anno) ed è diventato un vero e proprio riferimento nazionale per gli interventi gemellari (25-30 interventi l’anno). Le operazioni sono effettuate millimetricamente o con l’assistenza del controllo ecografico o con l’inserimento di una videocamera nella pancia della mamma.
Lo scorso 31 Marzo ha avuto luogo, presso il Policlinico di Milano, la IV edizione dell’International Workshop “Cervical Thoracic Massesfrom prenatal diagnosis to surgery” (Masse cervico-toraciche: dalla diagnosi prenatale alla chirurgia ). Le tematiche trattate questo anno sono state le problematiche cliniche relative alle masse cervicali e toraciche, con particolare attenzione alla diagnosi prenatale ed alla chirurgia fetale.
Al Policlinico gli interventi di questo tipo sono circa venti l’anno e prevedono operazioni molto complesse. Nell’ambito della chirurgia prenatale/fetale sono stati compiuti enormi passi avanti, garantendo a molti bimbi “che fino a qualche anno fa non avevano chance” di poter sopravvivere – come afferma Ernesto Leva.
di Benedetta Morbelli

mercoledì 5 dicembre 2012


Bisturi sì, ma con il robot - In sala operatoria debuttano la realtà virtuale e gli interventi mini-invasivi – 5 dicembre 2012 - http://www.lastampa.it/

 

Agli albori della chirurgia chi doveva operarsi non aveva dubbi: la persona giusta a cui rivolgersi era il barbiere. È probabile che in un non troppo lontano futuro la chirurgia degli inizi del XXI secolo strapperà qualche sorriso ironico, non diverso da quello suscitato dall’antico «cerusico»: la rivoluzione in atto si chiama «chirurgia robotica» e uno dei principali artefici è italiano: è Pier Cristoforo Giulianotti, lavora alla University of Illinois di Chicago e viene considerato uno dei padri fondatori. All’attivo ha migliaia di operazioni e, prima di emigrare negli Usa, ha fondato a Grosseto una delle migliori scuole internazionali dove nascono i chirurghi di domani.

«Il concetto di chirurgia robotica – spiega lo scienziato italiano - parte dal paradosso di voler superare i limiti umani, utilizzando ciò che non esiste, vale a dire la virtualità. L’obiettivo è ampliare a dismisura le nostre capacità di intervento. Spesso, però, questo approccio viene male interpretato dall’opinione pubblica, che considera la chirurgia robotica come l’utilizzo di una macchina che si sostituisce al medico, in tutto e per tutto. In realtà - sottolinea - il robot è solo un’interfaccia tra il chirurgo e il paziente. Più precisamente si tratta di un tipo di chirurgia robot-assistita». 

Una svolta che sta cambiando il concetto stesso di sala operatoria. Il medico non è più chino sul corpo del malato, ma sta seduto davanti a uno schermo sofisticato, in grado di immergerlo completamente e in tre dimensioni nella zona del corpo da trattare. Osservando l’immagine proveniente dalla telecamera, il chirurgo controlla anche una serie di comandi che trasferiscono in tempo reale i suoi movimenti dal computer all’apparato robotico, il quale agisce direttamente sul paziente.

«Grazie a “Da Vinci” – questo è il nome del robot - il chirurgo è in grado di operare visualizzando al monitor un’immagine virtuale, che è frutto della sovrapposizione di più immagini, provenienti sia in tempo reale dalla telecamera posta sul paziente sia dalle tecniche diagnostiche utilizzate in sede pre-operatoria. In poche parole: tutto ciò che serve per effettuare un intervento chirurgico il più preciso possibile», spiega Giulianotti. Per rendere l’idea basta pensare alle mappe geografiche di Google. Su di esse è possibile sovrapporre l’immagine reale presa dal satellite e quella virtuale, con tutte le informazioni, dalle località alle strade. Si tratta di un vantaggio decisivo, che consente di effettuare operazioni sempre più accurate e, allo stesso tempo, sempre meno invasive.

Un esempio? «La chirurgia robotica - continua Giulianotti - fornisce la possibilità di visualizzare in modo estremamente dettagliato la distribuzione dei vasi sanguigni nella zona da operare. Questo è possibile grazie alla somministrazione di coloranti fluorescenti, visibili attraverso l’occhio di una telecamera apposita. Utilizzando lo stesso approccio, poi, è possibile discriminare la presenza di cellule cancerose e, quindi, effettuare la rimozione del tumore in maniera ottimale. Negli Usa, per esempio, il tumore della prostata non viene più operato con il bisturi: la robotica ha rimpiazzato la vecchia chirurgia e gli effetti collaterali non ci sono più».

Ma i vantaggi non finiscono qui: attraverso la chirurgia robotica è possibile correggere in tempo reale un eventuale tremore della mano, effettuare movimenti iper-precisi e monitorare la temperatura dei tessuti. Tutto ciò si traduce in vantaggi concreti per il malato: il robot, effettuando incisioni sempre più piccole, riduce la possibilità di complicanze post-operatorie e il rischio di infezioni e garantisce un recupero in tempi più rapidi. Non solo. Effettuando in modo dettagliato le incisioni, il sanguinamento si riduce e, di conseguenza, la possibilità di ricorrere alle trasfusioni. Ecco perché - secondo una scuola di pensiero sempre più diffusa - la chirurgia robotica rappresenta il futuro. 

«Purtroppo – dice Giulianotti - l’approccio è spesso osteggiato a causa dei costi. In realtà, è una visione miope, perché i vantaggi non sono misurabili solo in termini di qualità delle cure. I costi delle complicanze post-operatorie sono infatti spaventosi e l’utilizzo della robotica in sala operatoria può avere effetti significativi in termini di riduzione. Ecco perché il nuovo metodo rappresenta quello che definisco “un futuro obbligato”». Gli Usa stanno andando in questa direzione e la presenza di «Da Vinci» supera ormai le 2 mila unità. L’Italia, con più di 50 apparati (otto solo in Toscana), è una delle nazioni all’avanguardia: nel 2011 sono stati più di 7 mila gli interventi eseguiti, con un incremento del 40%.

Ma - come piace ricordare a Giulianotti - «siamo ancora agli inizi. La chirurgia robotica si trova a uno stadio di sviluppo che si può considerare embrionale. Nel prossimo futuro, oltre al perfezionamento della visualizzazione delle immagini e dei movimenti, che non verranno effettuati più con manopole ma solo con i gesti, sarà fondamentale lo sviluppo del “tracking”. Come un Gps il computer suggerirà la traiettoria migliore per evitare di ledere i tessuti circostanti all’area su cui intervenire. Attenzione, però, a non pensare che sia tutto sulle spalle del robot - conclude Giulianotti -: il fattore-chiave rimane l’uomo e solo a lui spetta e spetterà la decisione finale. Il chirurgo, a differenza del computer, può decidere anche di commettere un “errore”, se necessario».

lunedì 17 settembre 2012


Organi «su misura» con le staminali  prelevate dai pazienti - Dopo la trachea, allo studio rene e fegato. Protagonista un «cervello» italiano ora a Stoccolma - Adriana Bazzi - 17 settembre 2012 - http://www.corriere.it/

La storia di Andemariam Beyene, ingegnere geotermico di origine eritrea, ma emigrato in Islanda con una moglie e due figli, è la prova scientifica che l'idea di costruire in laboratorio organi da trapiantare nell'uomo può funzionare. Beyene aveva un tumore grosso come una palla da golf che gli ostruiva la trachea ed era spacciato, ma un medico italiano del Karolinska Institutet di Stoccolma, Paolo Macchiarini, ha tentato l'impossibile: la sostituzione della trachea malata con un organo costruito in laboratorio e fatto di un'impalcatura artificiale sulla quale erano cresciute, sempre in laboratorio, cellule staminali del paziente stesso (prelevate dal suo midollo osseo) capaci di formare il tessuto della trachea. A quindici mesi di distanza dall'intervento, Beyene sta bene.
ARCHITETTO DEGLI ORGANI - Macchiarini è un «architetto degli organi» ed è noto alle cronache italiane e internazionali perché, qualche tempo fa, gli è stata negata una cattedra a Firenze e lui è emigrato a Stoccolma, chiamato dal prestigioso Karolinska, dove sta portando avanti ricerche sulla medicina rigenerativa. È un leader, ma non è il solo a occuparsi di questi studi. Alla Wake Forest University nel North Carolina hanno già costruito e trapiantato, in alcuni pazienti, una vescica artificiale e ora stanno lavorando al rene e al fegato. Altri laboratori in Cina e in Olanda si stanno occupando di vasi sanguigni artificiali (arterie soprattutto) che sono già state impiantate, con successo, in animali da esperimento.

NUOVA FRONTIERA - È la nuova frontiera della medicina rigenerativa. Fino a una ventina di anni fa la ricerca scientifica immaginava l'uomo del nuovo millennio come un essere bionico costruito con organi artificiali: pompe meccaniche al posto del cuore, filtri miniaturizzati capaci di lavorare come un fegato o un rene, telecamere microscopiche e ricetrasmittenti computerizzate per riacquistare la vista o l'udito. Poi le cellule staminali hanno rivoluzionato i piani della ricerca e gli ingegneri dei tessuti si sono sostituti agli esperti di meccanica e di elettronica. Nel 2001 Joseph Vacanti, direttore del Laboratory for Tissue Engineering and Organ Fabrication al Massachusetts General Hospital di Boston e pioniere di questi studi, aveva detto in un'intervista al Corriere : «Tento di creare organi in laboratorio perché mancano organi da trapiantare». E lui stava già studiando il cuore bioartificiale. Certo, questa ricerca richiede tempi lunghi, ma oggi le cellule staminali stanno offrendo nuove opportunità. L'idea è quella di usare staminali da «seminare» su apposite «impalcature» per creare nuovi organi. Finora sono state utilizzate impalcature «artificiali» come nel caso della trachea di Beyene, ma i ricercatori stanno trovando soluzioni più naturali. Nel laboratorio di Macchiarini a Stoccolma Philipp Jungebluth ha costruito un abbozzo di un cuore e di due polmoni (stiamo parlando di esperimenti sul topo) eliminando, con un detergente, le cellule, ma conservando lo scaffold (l'impalcatura, appunto) degli animali, su cui far crescere le cellule del paziente. Usare un'impalcatura «naturale» (invece di quella sintetica come per la trachea trapiantata a Beyene), ricavata da organi animali o, in prospettiva, da cadaveri, può servire per ridurre al minimo i rischi di rigetto. Perché è proprio questo il fine ultimo della medicina rigenerativa con cellule staminali prelevate dal paziente: costruire fegati, cuori, reni, pancreas, cioè organi da trapianto, con le cellule del paziente da curare in modo non siano rigettate e non richiedano farmaci per contrastare il rigetto.


Plastica e staminali per organi biotech - il trapianto senza donatore è made in Italy -La procedura inventata da un chirurgo di Viareggio incrocia nanotecnologie e medicina rigenerativa. Usata per gli interventi alla trachea permette di evitare le liste d'attesa e azzera rischio rigetto - di MICHELE BOCCI  -(17 settembre 2012)  - http://www.repubblica.it/

ROMA - Una trachea di materiale plastico trattata con le staminali e impiantata su un malato di cancro. Il sogno degli organi artificiali è sempre più vicino a realizzarsi grazie all'uso di nanotecnologie e medicina rigenerativa. Dietro l'ultimo scatto in avanti della ricerca c'è un chirurgo italiano, Paolo Macchiarini, originario di Viareggio. Nel luglio dell'anno scorso ha operato all'istituto Karolinska di Stoccolma un paziente con una nuova tecnica, messa a punto in anni di lavoro sui problemi delle vie respiratorie. Andemariam Beyene a 14 mesi di distanza è in buone condizioni, la notizia dell'intervento è finita sulle riviste scientifiche internazionali e ieri è uscita sulla prima pagina del New York Times.

Il lavoro del gruppo di Macchiarini è iniziato con una tac tridimensionale al torace del paziente, necessaria per avere un'immagine precisa della trachea malata. Successivamente all'University college di Londra è iniziata la costruzione dell'organo in materiale plastico, un insieme di fibre sottilissime e biocompatibili realizzato con le nanotecnologie. Per evitare il rigetto sono state usate le staminali prelevate dal midollo dello stesso paziente. Sono state messe sopra la trachea artificiale, sistemata poi per un giorno e mezzo in una sorta di incubatrice dove le cellule si sono moltiplicate, creando un organo "bioartificiale". Poi è stato fatto il trapianto.
Macchiarini è stato il primo chirurgo al mondo a fare un trapianto di trachea, nel 2008 a Barcellona. In quel caso aveva utilizzato l'organo di un donatore ma già allora aveva compreso l'importanza dell'utilizzo delle cellule staminali per far adattare la trachea ad un altro organismo. Con lui lavorano ricercatori esperti di queste cellule e l'anno scorso si è deciso a fare il grande salto: quello di utilizzare un organo artificiale, che tra l'altro non presenta problemi legati alla grandezza e non obbliga chi lo riceve a prendere farmaci antirigetto.

Il chirurgo toracico a suo tempo divenne un caso di cervello in fuga dall'Italia. Dopo l'intervento a Barcellona denunciò come in Italia fosse impossibile lavorare e raccontò di essersene andato perché ad un concorso a cui voleva partecipare i vincitori erano già decisi a tavolino. La Regione Toscana lo invitò a rientrare e gli propose di lavorare al policlinico di Careggi. Dopo anni di scontri e polemiche tra Macchiarini, uno che parla fuori dai denti, e una parte dell'Università fiorentina si è arrivati ad un accordo con l'azienda ospedaliera. Il chirurgo dirige l'Istituto europeo per le vie respiratorie ed assicura una presenza in sala operatoria per alcuni giorni della settimana. È anche professore al Karolinska e opera in altri paesi, come gli Stati Uniti, l'Inghilterra e la Russia. Non si esclude che nei prossimi mesi possa fare un trapianto con una trachea bioartificiale anche a Firenze.
Il lavoro svolto dal gruppo di Macchiarini al Karolinska è innovativo ma sono numerosi gli scienziati nel mondo che studiano tecniche simili per costruire organi più complessi. Si cerca di rispondere al calo di donatori o comunque alla crescita della richiesta da parte di una popolazione che invecchia e viene colpita sempre di più da malattie croniche che rendono necessario il trapianto. Mentre un tempo si cercavano di creare macchine capaci di sostituire, ad esempio, il cuore, oggi si punta sulle capacità delle staminali di "umanizzare" tessuti artificiali.
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martedì 10 luglio 2012


10 luglio 2012 – MEDICINA - «Chirurgia estetica Sbagliato infliggerla ai bambini Down» Emanuela Vinai, http://www.avvenire.it/

Non è lecito sottoporre le persone Down a interventi di chirurgia estetica finalizzati alla conformazione ai canoni sociali di "normalità". È una piena bocciatura quella contenuta nel parere "Aspetti bioetici della chirurgia estetica e ricostruttiva", approvato dal Comitato Nazionale per la Bioetica nella seduta plenaria del 21 giugno.


Analizzando la legittimità delle richieste nell’ambito della chirurgia estetica, il documento attesta un’importante pronuncia per la tutela dell’individualità e della fragilità dei minori e degli incapaci. Parlando della liceità della chirurgia estetica su bambini o adulti incapaci con sindrome di Down, il parere ne nega l’utilizzo «specie se presenta un carattere invasivo e doloroso, considerato anche che con questi interventi difficilmente si realizza un beneficio per la persona con sindrome di Down e sia frequente la possibilità di accentuare, anziché diminuire, il suo disagio personale».


Il parere, coordinato e redatto da Lorenzo d’Avack, Laura Palazzani e Giancarlo Umani Ronchi, parte dalla premessa che la chirurgia estetica si configura come intervento non strettamente terapeutico. Da queste basi, il Cnb riflette sul rapporto che intercorre tra il paziente e il medico e richiama anzitutto i criteri deontologici, a volte trascurati, che qui regolano la prassi medica. Si rammenta il rischio di un’esecuzione "accondiscendente" da parte del medico delle richieste espresse, sottolineando l’inaccettabilità di interventi sproporzionati, perché eccessivamente invasivi o inutilmente rischiosi e inadeguati rispetto ai possibili benefici richiesti dal paziente.


Il Comitato ritiene, inoltre, che la liceità dell’intervento debba essere subordinata al bilanciamento dei rischi e benefici, commisurato alle condizioni psico-fisiche del paziente, alla funzionalità degli organi interessati e ad una completa informativa al paziente, con una adeguata consulenza anche psicologica.


Nel contesto della discussione non sono trascurabili i molteplici fattori etici, sociali e culturali che influiscono sulla «mutazione di atteggiamento nei confronti del corpo e di una dilatazione del concetto di salute in senso soggettivo». Da ciò nasce l’auspicio di un maggiore rigore nella formazione e professionalità del chirurgo estetico, mirata anche alla comprensione degli aspetti psicologici ed etici.


Capitolo imperativo è quello relativo agli interventi sui minori e incapaci, per i quali il Cnb ritiene vi debbano essere limiti alla liceità, «a meno che tali interventi non rispondano al loro esclusivo interesse oggettivo sotto il profilo della salute, tenuto in particolare conto dell’età adolescenziale». Va inoltre garantita protezione ai minori vietando forme di pubblicità e di servizi televisivi che provochino il rifiuto della propria immagine.
Nella seconda parte del documento si affrontano i problemi bioetici emergenti nella chirurgia ricostruttiva, che corregge malformazioni congenite o causate da traumi con l’obiettivo primario di restituire la funzione e migliorare l’immagine di pazienti gravemente menomati.

Trattandosi di un settore in continua espansione e sviluppo, gli snodi da affrontare sono molteplici e, in particolare, il Cnb esorta un’adeguata informazione al paziente e la realizzazione di un consenso informato che si avvalga anche delle nuove tecnologie informatiche. Si raccomandano campagne di sensibilizzazione per la donazione degli organi esterni e dei tessuti, così come avviene per la donazione di quelli interni, auspicando «la possibilità di un’integrazione normativa che preveda il consenso o dissenso "parziale" alla donazione degli organi esterni». Attualmente, oltre a trapianti di tessuto osseo, muscoli, segmenti vascolari, cute, denti, si effettuano trapianti  di tessuti composti, di arti superiori e inferiori, dita, piede, viso, parete addominale, laringe, utero.

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lunedì 9 luglio 2012


Il welfare nelle mani dei robot di Giuseppe Caravita, 8 luglio 2012, http://www.ilsole24ore.com

La piccola barca P-ship naviga lentamente su un tranquillo fiume toscano. Fa tutto da sola. Ogni tanto si ferma e avvia il sistema automatico di campionamento dell'acqua. Da lontano lo scienziato segue, su video, tutto quello che fa, dati di rilevamento in primis. E se alla bocca di uno scarico i valori sono alti ordina alla barca di intensificare le rilevazioni. Lei riprogramma la rotta ed esegue.
P-ship, oggi è il primo frutto di una nuova impresa (P-tom) di ricercatori robotici dell'incubatore di Navacchio (Pisa),  è solo un esempio iniziale di quella che si annuncia come la robotica di terza generazione. Macchine autonome e sensibili in grado di assistere gli anziani, sbrigare le faccende di casa e curarli. Oppure robot esploratori, volanti o che si infilano come serpenti nei tubi. E co-lavoratori o esoscheletri capaci di adattarsi al corpo del malato o dello sportivo e di fornire energia di movimento. Fino a nanorobot chirurgici capaci di infilarsi nel corpo umano e ripararlo selettivamente dall'interno. Fantasie? No. «Alcuni prototipi già ci sono. Ma arrivarci, a questi robot compagni dell'uomo, non sarà uno scherzo – spiega Paolo Dario, della Scuola Sant'Anna di Pisa –. La nuova robotica richiederà la confluenza e l'integrazione di nuove conoscenze, dalle neuroscienze alle nanotecnologie, dalla chimica alla meccatronica. Un progetto interdisciplinare. Il nocciolo è capire come funzionano davvero gli esseri viventi, come ottimizzano il consumo di energia e affrontano problemi complessi. Cercheremo di carpire i segreti del mondo della natura. E applicare alle macchine questi principi. Ottenendo un'efficienza intrinseca che non è solo aggiungere nuove batterie più performanti. È andare a impattare anche gli ambiti sociali, psicologici, filosofici. Per capire il rapporto possibile tra la macchina e l'uomo».
Questo è il nocciolo di Robot Companions for Citizens (Rcc), forse la maggiore proposta di ricerca e innovazione lanciata in Italia da molti anni. Un progetto, due anni per definirlo, calibrato su 10 anni e un miliardo di euro di investimenti, che domani verrà ufficialmente presentato alla Commissione europea, in lizza con altri 5 candidati al titolo di Flagship della ricerca europea. Due soli saranno scelti. E si tratta di proposte forti e a lungo termine, appoggiate ciascuna da decine di università e istituti europei. Il portabandiera italiano è la robotica di terza generazione. «Oggi nel continente vi è una comunità di ricerca robotica di circa 2mila persone. E tra Scuola Sant'Anna e Iit noi pesiamo per oltre un terzo – dice Roberto Cingolani, direttore dell'Iit (Istituto italiano di tecnologia) di Genova – ovvio che in questo campo possiamo giocare in serie A».
Un campo non da poco, dove la scienza più avanzata si può sposare all'industria. «La robotica ha vissuto due generazioni – spiega Dario, coordinatore scientifico di Rcc –, la prima, meccanica e informatica, ha generato la meccatronica che conosciamo, e che dà da vivere a tante nostre aziende. La seconda è stato l'ingresso dell'intelligenza artificiale, della sensoristica e della percezione. Ma oggi ci scontriamo con precisi colli di bottiglia. I robot in grado di agire davvero nel mondo reale richiedono, a oggi, ipercomplessità tecnologiche e consumi energetici insostenibili. Il paradigma va completamente cambiato. Invece che dalla tecnologia, ripartiamo dallo studio degli esseri viventi, che già ottimizzano in modo straordinario intelligenza, capacità ed efficienza. I loro principi saranno i nostri passi avanti».
I proponenti di Robocom, al lavoro da circa due anni sulla proposta Flagship, l'hanno sistematizzata in 5 pilastri di ricerca. Sviluppare nuovi materiali e insieme nuove soluzioni energetiche, distribuire il controllo e l'intelligenza su tutto l'organismo robotico, sviluppare un'architettura intellettiva sintetica (come negli animali), integrarla alla sensibilità dell'ambiente. E infine progettare i robot finali su quattro piattaforme: robot per la salute e la cura, esplorativi, per le emergenze, per il co-lavoro. Risorse: circa 800 tra ingegneri robotici, neuroscienziati, chimici, informatici e matematici coinvolti tra Iite Sant'Anna. E poi i partner esterni: «Abbiamo definito 20 gruppi di lavoro che contribuiscono sui cinque pilastri scientifici – spiega Dario –. Più una dozzina di sottoprogetti già definiti. Questi lavoreranno ai robot dei prossimi vent'anni».
«Poi – continua – abbiamo sviluppato una seconda proposta, per una partnership pubblico-privata per lo sviluppo industriale dei prossimi 10 anni. E abbiamo già la bellezza di 110 lettere di endorsment da tutto il mondo: dalla Cina (con 3 milioni) agli Emirati Arabi Uniti, dalla Regione Toscana all'Olanda e gli Usa. Così contiamo di raggiungere un budget di 100 milioni l'anno con l'Iit capofila che ne investirà 10, 25 forse la Commissione, e il resto i partner interessati a questa frontiera. Su cui, ovviamente, noi giocheremo un ruolo di leadership, europea e anche oltre». Ai campionati europei di Flagship di ricerca e innovazione, Robocop, ovvero la robotica italiana ci va in pole position. Vuole giocare e vincere una delle due posizioni che si apriranno nel 2013. «Un progetto come questo potrebbe generare per l'Europa circa 10 miliardi di produzione e lavoro qualificato nei dieci anni – prevede Dario – su uno spazio di meccanica avanzata che è il nocciolo della nostra competitività». Conclude Cingolani: «Gli effetti diffusivi saranno tangibili dall'auto all'aerospaziale all'elettronica, i nuovi principi robotici saranno la chiave dei prodotti futuri. Per questo facciamo squadra. Perché l'Europa faccia una scelta strategica».

giovedì 21 giugno 2012


MEDICINA/ Come impiantare una valvola cardiaca senza aprire il cuore - Silvia Maiolo - giovedì 21 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net

Sembra impossibile ma è vero: la stenosi aortica, che in Italia colpisce oltre il 5% della popolazione sopra gli 80 anni, può essere curata installando una protesi col semplice ausilio di un catetere.
La stenosi aortica è una patologia cronica a carico della valvola cardiaca aortica, ossia di quella valvola che regola il flusso di sangue ossigenato che dal ventricolo sinistro del cuore viene pompato in tutto il corpo. La malattia è dovuta all’accumulo di depositi di calcio sulla valvola: col passare del tempo l’apertura della valvola si restringe e il sangue viene pompato con difficoltà sempre maggiore. Con l’aggravarsi della patologia (stenosi grave e sintomatica) iniziano poi a manifestarsi i primi svenimenti e dolori al torace, cui segue un’insufficienza cardiaca e, nel giro di un paio d’anni, il decesso.
Al giorno d’oggi il trattamento d’elezione per la sua cura è la sostituzione della valvola per via chirurgica a cuore aperto, effettuando l’arresto dell’attività cardiaca e attivando la circolazione extracorporea. Ma che fare se il paziente non è operabile a causa dell’età avanzata o per la presenza di gravi patologie concomitanti? Al momento la soluzione sembra essere una soltanto: l’Impianto Transcatetere della Valvola Aortica (TAVI).
Nei giorni scorsi a Milano è stata illustrata con chiarezza questa tecnica innovativa messa a punto dal professor Alain Cribier (dell’Hopitaux de Rouen), uno dei padri della cardiologia interventistica. All’incontro hanno inoltre preso parte tre fra i cinque membri del “Gruppo di Lavoro per l’Appropriatezza della TAVI”: un team di cardiochirurghi e cardiologi interventisti italiani che lavora in sinergia per promuovere la diffusione della TAVI, diffondendone la conoscenza, favorendone l’applicazione clinica secondo le più appropriate indicazioni di intervento e operative ma anche promuovendo studi e ricerche volti ad avvalorarne la sostenibilità. Ma come funziona esattamente la procedura TAVI? La protesi è costituita da valvole in tessuto pericardico bovino sostenute da uno stent (un cilindretto di maglia metallica) compresso e montato su un catetere con sistema di rilascio.
La protesi può essere introdotta e impiantata mediante due approcci diversi, raggiungendo la valvola aortica danneggiata attraverso l’arteria femorale (metodo transfemorale) o, laddove questo non fosse possibile, per via chirurgica effettuando un piccolo taglio intercostale e raggiungendo la valvola attraverso l’apice del ventricolo sinistro (metodo transapicale). Una volta in situ, lo stent si dilata fino a raggiungere un diametro pari a quello del lume, spingendo i lembi della valvola danneggiata contro le pareti dell’aorta e sostituendone la funzione.
A dieci anni dal suo primo intervento TAVI, Alain Cribier ricorda con emozione il momento in cui impiantò per la prima volta una valvola aortica per via percutanea in un uomo a cui restava poco da vivere. «Aveva il cuore quasi fermo, una contrattilità cardiaca bassissima, arterie quasi totalmente chiuse e diverse altre patologie - ricorda - ma riuscimmo a salvarlo».
Cribier ha dedicato gran parte della sua vita alla cura delle valvulopatie cardiache, concentrandosi sulla fascia di età “over 75”. Negli anni Ottanta ha messo a punto la valvuloplastica (dilatazione del lume tramite un catetere a palloncino), una tecnica innovativa che si pose come alternativa alla terapia farmacologia nei pazienti più gravi. Nonostante i risultati incoraggianti, il trattamento mostrava tuttavia benefici temporanei e limitati.
Proseguendo le sue ricerche, Cribier è infine arrivato a ideare la TAVI, che fin da subito è stata purtroppo oggetto di aspre critiche da gran parte della comunità scientifica. Solo nel 2007, quando ha ricevuto il marchio CE in Europa, la tecnica venne definitivamente approvata. Da allora la sua efficacia e sicurezza sono state ampiamente dimostrate e oggi sono oltre 50.000 le persone portatrici di una valvola aortica transcatetere.

I professori Gennaro Santoro, Pierluigi Stefàno e Paolo Rubino non hanno dubbi: «Il vantaggio fisico e psicologico per il paziente è evidente: minima invasività, durata dell’intervento ridotta, rapida dismissione, possibilità di rapido ritorno alle normali attività quotidiane. La TAVI ha donato una preziosa chance ai pazienti non candidabili all’intervento chirurgico».
La metodologia è attualmente oggetto di numerosi studi di confronto con la chirurgia tradizionale. Di particolare interesse è lo studio “PARTNER”: lo studio non solo ha dimostrato come la sopravvivenza nei pazienti ad alto rischio sia equivalente con entrambe le procedure ma ha anche confermato la superiorità della TAVI nei pazienti non operabili (in oltre il 20% dei casi si ha una riduzione assoluta della mortalità).
Purtroppo a livello italiano la situazione non è delle più rosee. Anzitutto solo poche migliaia di italiani affetti da stenosi aortica grave vengono curati con appropriatezza, a fronte di un numero di potenziali candidati all’intervento che si aggira sui 15-20.000. «Inoltre - aggiungono i tre professori - c’è una mancanza di equità nell’accesso alla TAVI tra cittadini delle varie Regioni: diversamente da quanto accade nei principali Paesi Europei, non esiste una tariffa di rimborso, un DRG, e solo alcune Regioni hanno messo in atto un’adeguata pianificazione, definendo anche una tariffa per la prestazione».
«La TAVI ha rivoluzionato il modo di curare la stenosi aortica – concludono - La nostra speranza è che la procedura prenda piede sempre più, fino a diventare il nuovo standard terapeutico per tutti i malati non operabili».


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martedì 22 maggio 2012


Micro-cuore di titanio salva bimbo di 16 mesi - Martedì 22 Maggio 2012 - di Lorena Loiacono, http://www.scienzaevita.org

ROMA - Undici grammi di cuore, l’equivalente di 5 monete da un centesimo. È questo il peso del cuore artificiale che, nel mese di marzo, è stato trapiantato in un bambino di appena 16 mesi. Salvandogli la vita. A compiere il miracolo, l’ospedale pediatrico Bambino Gesù che ancora una volta si è distinto per l’eccellenza chirurgica. L’intervento, unico nel suo genere, si è reso necessario visto che le condizioni del piccolo erano tanto disperate da non poter aspettare il tempo utile per un normale trapianto. E allora, tramite il trapianto ponte con il micro-cuore, di ultimissima generazione e non ancora in produzione, il piccolo si è potuto assestare in attesa di un cuore da un donatore.
«Il dispositivo - ha spiegato Antonio Amodeo, responsabile dell’unità di progetto assistenza meccanica che ha eseguito l’operazione – è una pompa al titanio di soli 11 grammi capace di sostenere una portata fino ad un 1,5 litri al minuto ed è stato usato in urgenza sul piccolo di 16 mesi affetto da miocardiopatia dilatativa con una grave infezione del sistema di assistenza ventricolare. Il cuore artificiale, prototipo di laboratorio americano del National Institutes of Health, ha permesso il completamento dell’iter terapeutico del piccolo che è culminato con il trapianto cardiaco».
Dopo soli 13 giorni dal primo trapianto con il micro-cuore, infatti, il piccolo è potuto tornare sotto i ferri per ricevere un cuore umano e oggi, ad oltre un mese dall’intervento, le sue condizioni sono buone. Ma gli organi artificiali possono essere anche permanenti, come dimostrato dal paziente sedicenne che due anni fa ricevette un cuore artificiale, sempre al Bambino Gesù. È in costruzione, inoltre, la Cell Factory per implementare le terapie cellulari con cellule geneticamente modificate in laboratorio per ottimizzare l’attività antitumorale.