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lunedì 20 aprile 2015

Il Consiglio di Stato sospende l’eterologa a pagamento della Lombardia (che promette battaglia), Aprile 11, 2015 Redazione, http://www.tempi.it/

fecondazione-shutterstock_129449231«La Regione difenderà al Tar le sue scelte, fondate su motivazioni di ordine legislativo e non certo ideologico». Altrimenti chi pagherà? E con quali soldi?
Il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare la delibera della Regione Lombardia che prevedeva un pagamento per l’eterologa. Accogliendo un ricorso presentato dall’associazione Sos infertilità, il Consiglio di Stato ha spiegato che la fecondazione eterologa in strutture pubbliche non può essere a totale carico delle coppie, a differenza di quella omologa, perché questo crea una disparità di trattamento tra le due tecniche. Quindi, par di capire, l’eterologa la devono pagare le Regioni (e con quali soldi?) o lo Stato (e con quali soldi?). Leggete questo articolo per farvi un’idea di quanto costi l’eterologa.
LA LOMBARDIA SI DIFENDE. Da parte sua, la Regione Lombardia ha reso noto un comunicato nel quale dice di prendere «atto dell’ordinanza del Consiglio di Stato che esamineremo nei prossimi giorni con attenzione» e dove spiega che «il provvedimento – che in termini pratici comporta la fissazione anticipata dell’udienza al Tar per la trattazione nel merito del ricorso – non smentisce quanto sostenuto da Regione Lombardia: la fecondazione eterologa non è compresa nei Lea e dunque non è erogabile a carico del Fondo Sanitario Nazionale». «La Regione – prosegue la nota – difenderà dunque al Tar le sue scelte, fondate su motivazioni di ordine legislativo e non certo ideologico, in attesa delle necessarie determinazioni dello Stato. Se invece nelle prossime settimane verrà approvato il decreto di integrazione nei Lea anche della fecondazione eterologa, Regione Lombardia farà la sua parte».
GRAVI SPESE. Massimo Introvigne, sociologo e presidente dei “Comitati Sì alla famiglia”, è intervenuto sulla vicenda mettendo in evidenza che il pronunciamento del Consiglio di Stato rischia di «tutelare i “nuovi diritti” a scapito della salute generale». «Nell’attuale sistema sanitario, per l’azione congiunta di sprechi, disservizi e spending review – ha detto Introvigne – le risorse sono sensibilmente ridotte: ciò fa sì che talune Regioni provino a introdurre ticket significativi perfino per cure essenziali come quelle riguardanti le patologie tumorali, e che vi siano ovunque problemi nel reperimento di posti letto, vista la soppressione di reparti e presidi ospedalieri. In tale contesto la giurisdizione amministrativa di fatto finisce per imporre ulteriori gravi spese, in nome dell’eguale trattamento rispetto alla fecondazione di tipo omologo – come se fosse le stessa cosa – e per conseguenza sottrae ulteriori disponibilità ai trattamenti sanitari indispensabili».
Per Introvigne, dopo la decisione della Consulta che ha aperto all’eterologa, è ora il momento di «varare una disciplina uniforme e ragionevole». «Attendere ancora significa lasciare a ciascuna Regione di scegliere per conto proprio e alla magistratura amministrativa di scegliere per tutti, senza porsi tanti problemi degli effetti dei propri provvedimenti».

venerdì 26 settembre 2014

Pazze, pazze, pazze Regioni. I costi, le donazioni, l’anonimato. Ora come la mettiamo con l’eterologa?, Settembre 26, 2014 Redazione, http://www.tempi.it/


fecondazione-eterologaLa Conferenza delle Regioni fissa l’importo del ticket: dai 400 ai 600 euro a coppia. Ma lo Stato dovrà mettercene altri 14.000. Ma limitarsi al solo aspetto economico lascia nel limbo dell’incertezza (e del business) altre questioni.
Due articoli apparsi in questi giorni sulla stampa meritano di essere segnalati per la loro lucidità. Il primo è apparso oggi sulle pagine di Avvenire con la firma di Francesco Ognibene, il secondo ieri sul Corriere della sera e l’autore è Giovanni Belardelli. Il tema è il medesimo: la fecondazione eterologa, di cui si parla molto dopo la sentenza della Corte Costituzionale e l’iniziativa delle Regioni che, eccezion fatta per la Lombardia che non l’ha previsto, faranno pagare un ticket tra i 400 e i 600 euro.
Ieri la Conferenza delle Regioni ha raggiunto un accordo sul ticket che, come ha detto il presidente Sergio Chiamparino, si pagherà «per gli esami necessari ad accedere a queste prestazioni, secondo modalità con cui viene già erogata la fecondazione omologa». Cioè, appunto, una spesa che varia tra i 400 e i 600 euro. L’accordo è “politico” e non giuridico che significa che chi, come la Lombardia, ha deciso di non emettere il ticket, ma di far pagare per intero l’eterologa alle coppie che la richiedono, non incorre in alcuna sanzione. Da notare che tale accordo riguarda solo l’aspetto economico e non si è entrati nel merito di come andranno gestite le donazioni, l’anonimato, il “costo” dei gameti. Ognuno farà come vuole (già, come?) fino a che non interverrà una nuova legge dello Stato.

I COSTI. Ognibene su Avvenire svela la prima ipocrisia dell’accordo che è stato, appunto, quello di limitarsi al “costo” del figlio, senza entrare nel merito di una materia che è «un ginepraio di monumentali interrogativi tra biologia, diritto e psicologia», lasciando tutto «nel limbo dell’incertezza».
Ma anche per quel che riguarda il “costo” del figlio, a voler guardare bene, i problemi ci sono. Infatti le Regioni hanno riconosciuto che per tali pratiche la spesa da sostenere è esorbitante. Per l’eterologa con seme da donatore in vitro si parla di 3.500 euro e per quella con ovociti provenienti da donatrici di 4.000 euro. «La tecnica delle fecondazione in provetta con gameti di altre persone garantisce una media approssimata del 25 per cento di successi, ovvero quattro cicli per ottenere un figlio. C’è chi sostiene che gli esiti positivi sarebbero di più, ma già così il calcolo pare in realtà generoso: per la fecondazione omologa – dati 2012 – il rapporto è di 93.634 tentativi e 11.974 “figli in braccio”, cioè un tasso di successi pari al 12,8 per cento. Ma pure assumendo per l’eterologa il rapporto di uno a quattro, il “costo” di un bambino è di circa 16 mila euro, nel caso – il più frequente – di ricorso a ovociti donati. A questa cifra va sottratto il ticket, tra 400 e 600 euro, secondo l’accordo di ieri: dunque una media di 2.000 euro per il totale di tutti e quattro i tentativi necessari per una riuscita (è chiaro che alcune coppie centreranno l’obiettivo subito, altre purtroppo mai)».
Scrive il giornalista di Avvenire: così facendo, per evitare la discriminazione «tra “sterili” e “fecondi” se ne introduce una molto più vistosa. La sterilità è infatti oggi solo una delle cause che impediscono agli italiani di procreare, e l’eterologa solo una delle soluzioni».
Ma se lo Stato ci deve mettere 14 mila euro per garantire un figlio ad ogni coppia, non sarebbe quindi giusto utilizzare quella stessa cifra per aiutare le coppie che volgiono avere figli ma non posso per motivi di origine economica? «Alle prime coppie sì e alle altre no? Non è forse questo diverso trattamento una forma di discriminazione tra tutti coloro che nutrono il medesimo desiderio di mettere al mondo un bambino, e hanno – per dirla con la Corte Costituzionale – lo stesso diritto “incoercibile” di avere figli?». E visto che l’eterologa è un percorso alternativo all’adozione «risulta platealmente iniquo il diverso trattamento delle coppie che davanti all’identica diagnosi scelgono la provetta con gameti donati (potendo contare sui suddetti 14 mila euro) e chi invece si inoltra nell’avventura dell’adozione senza un centesimo di sostegno pubblico e, anzi, dovendo dar fondo ai risparmi per spese di decine di migliaia di euro».

LA DONAZIONE. Il commento di Belardelli mette in rilievo un altro aspetto della questione: la cosiddetta «donazione». Che tale non è, come ci testimonia la stessa realtà che ci racconta che i cosiddetti donatori non esistono. La ragione è semplice: per “donare” i gameti occorre sottoporsi a stimolazioni ormonali, due iniezioni sottocutanee al giorno per dodici giorni, cinque ecografie, prelievi del sangue, anestesia generale e ricovero in day hospital. Ora, potrà anche accadere che qualcuno con un atto di generosità estremo di sottoponga a tutto ciò per “fare un regalo” a chi è sterile, ma come è facile intuire e come ci dice l’esperienza dei paesi esteri in cui c’è l’eterologa, sarà molto più diffusa la donazione “a pagamento” (con tutto ciò che comporta…).
«Il termine donazione – scrive Belardelli – è un espediente lessicale che utilizziamo per sfuggire alla contraddizione che, nell’uso di un gamete femminile estraneo alla coppia (per gli uomini, come è ovvio, le cose sono diverse), si produce tra due principi fondamentali della nostra cultura: da una parte la libertà individuale di chi cerca di avere un figlio, dall’altra il divieto di sfruttare un altro essere umano. Quest’ultimo non è altro che il divieto contenuto nell’imperativo kantiano “agisci in modo di trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine mai come mezzo”».

L’ANONIMATO. E che dire poi dell’anonimato del donatore? Qui, il problema è insolubile. Nelle linee guida delle Regioni si dice che «il nato non potrà conoscere l’identità del donatore». E si capisce perché: nessun donatore vuole in futuro avere a che fare – sia per ragioni psicologiche, sia per ragioni legali ed economiche – coi figli nati dai suoi gameti. Se non garantisci l’anonimato, la banale conseguenza sarà di non avere donatori. Solo che tale decisione confligge con il diritto del nato a sapere chi è il suo genitore biologico. «Non a caso – prosegue Belardelli – in altri Paesi quel divieto non esiste o – come in Gran Bretagna nel 2005 – è stato abolito (e alcuni esponenti del Pd hanno già presentato una proposta di legge in tal senso). La difficoltà di avere donatori e la questione dell’anonimato segnalano il fatto che la fecondazione eterologa è qualcosa di sostanzialmente diverso, e non soltanto una variante “tecnicamente differente”, rispetto alla fecondazione omologa. Ma di tutto questo poco si parla, anche per la difficoltà a sviluppare una discussione che superi le tradizionali divisioni tra destra e sinistra e tra laici e cattolici. Una discussione che sia in grado di affrontare anzitutto la questione fondamentale di fronte alla quale la fecondazione eterologa ci pone: tutto ciò che è tecnicamente possibile deve anche essere fatto? Dobbiamo lasciare che sia la tecnoscienza e non più l’etica a dirci ciò che è lecito e ciò che non lo è? Proprio il grande sviluppo, presente e futuro, delle biotecnologie è destinato a rendere questi interrogativi sempre più rilevanti e ineludibili».

mercoledì 2 luglio 2014

Arrestate il Commissario, non i medici obiettori, di Renzo Puccetti e Stefano Alice, 02-07-2014, http://www.lanuovabq.it/

Medici
 "Il medico ispira la propria attività professionale ai principi e alle regole della deontologia professionale senza sottostare a interessi, imposizioni o condizionamenti di qualsiasi natura" (articolo 2).

"L'esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità" (articolo 4).

"La prescrizione a fini di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione è una diretta, specifica, esclusiva e non delegabile competenza del medico, impegna la sua autonomia e responsabilità [...] il medico non acconsente alla richiesta di una prescrizione da parte dell'assistito al solo scopo di compiacerlo" (articolo 13).

"Il medico può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici, a meno che il rifiuto non sia di grave ed immediato nocumento per la salute della persona, fornendo comunque ogni utile informazione e chiarimento per consentire la fruizione della prestazione" (articolo 22).

"Il medico in caso di contrasto tra le regole deontologiche e quelle della struttura pubblica o privata nella quale opera, sollecita l'intervento dell'Ordine al fine di tutelare i diritti dei pazienti e l'autonomia professionale. In attesa della composizione del contrasto, il medico assicura il servizio, salvo i casi di grave violazione dei diritti delle persone a lui affidate e del decoro e dell'indipendenza della propria attività professionale" (articolo 68).

Abbiamo riportato 5 articoli del nuovo Codice deontologico. Hanno una cosa in comune: il medico agisce in scienza e coscienza, non sottostà a diktat da qualsiasi parte essi provengano. Se lo facesse violerebbe la dignità della professione, perché un medico che si fa dirigere da qualcun altro tradisce la propria missione e facendolo diventa una minaccia per la salute di tutti. Quando infatti si è disposti ad incrinare la propria integrità una volta, perché non lo si potrebbe fare altre due, dieci, cento, mille volte? Se si tradisce ciò in cui si crede per paura, perché non lo si potrebbe fare per interesse? Questo ci pare sia la posta in gioco nella sfida lanciata dal presidente della regione Lazio Zingaretti in qualità di cCommissario ad acta con il decreto sulle linee d'indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari con il quale, oltre ad imporre ai medici obiettori la redazione del documento per abortire, si obbligano tutti i medici dei consultori ad inserire spirali e prescrivere pillole post-coitali. 
Vorremmo che fosse ben chiara la questione: un politico vuole imporre ai medici che cosa debbono fare negli ambulatori. I medici hanno il diritto di pretendere dai propri ordini professionali quello che è doveroso: resistere ad una intromissione moralmente indecente. E poiché un tale intervento viola gravemente l'indipendenza dell'attività professionale, ai sensi dell'articolo 68 i medici non hanno alcun obbligo di assicurare provvisoriamente il servizio ingiustamente comandato. Peraltro, è proprio la legge 405 istitutiva dei consultori a stabilire tra gli scopi dei servizi di assistenza alla famiglia e alla maternità "la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento". Per quanto poi riguarda la redazione del documento per abortire, la legge 194, all'articolo 9 recita: "L'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento". 

Per più di trent'anni anche i sassi hanno capito che il documento rilasciato dal medico dopo il colloquio con la donna rientra nelle attività specifiche all'aborto (e a cos'altro servirebbe un foglio dove è scritto che la donna è in stato di gravidanza, si è presentata al consultorio ed ha svolto il colloquio previsto dalla 194?) e necessarie all'aborto (il presidente Zingaretti è a conoscenza di qualche donna che abbia abortito legalmente senza quel documento? Se sì, porti le carte). Ma ora arriva lui, il commissario che non è né Maigret, né Montalbano, ma un commissario politico, a castigare i medici che non vogliono avere a che fare col sangue degli innocenti. Il colmo della beffa si raggiungerebbe se, scaduto Zingaretti, il successivo responsabile politico anch'egli democraticamente eletto, abrogasse la direttiva; in tal caso infatti i medici obiettori che avessero chinato il capo, ai sensi della legge 194 sarebbero decaduti dall'obiezione.

L'aggressività del potere abortista si fa sempre più audace e giunge a sfidare con un semplice decretino un diritto costituzionalmente fondato come il diritto alla libertà di coscienza dovuto dallo Stato ad ogni cittadino. I settori intellettuali che sempre occhieggiano quanto viene deciso all'esterno per importare in Italia il peggio, dovrebbero almeno una volta avere l'onestà  intellettuale di prendere atto che dalla nazione la cui trasparenza dei processi decisionali e indipendenza dei poteri è di esempio per tutti, giunge una decisione che è una vera e propria sberla per quanti, a partire dall'inquilino della Casa Bianca, avevano pensato di potere fare divorare la libertà della persona dalle fauci del leviatano. Non licet, non è permesso.

La catena di prodotti di bricolage Hobby Lobby insieme alla società di infissi in legno Conestoga, entrambe di proprietà di famiglie cristiane dalle forti convinzioni etico-religiose, sono state il Davide che non ha avuto paura di affrontare Golia, il Sistema Sanitario del potentissimo Obama. Hanno perso il primo round, ma sono andate fino in fondo ed alla fine, dove più contava, davanti alla Corte Suprema Federale, hanno trovato cinque giudici che hanno dato loro ragione. Pagare per assicurare pillole potenzialmente abortive ai propri dipendenti viola la libertà religiosa di un datore di lavoro, una libertà che deve essere toccata il meno possibile dallo Stato, il quale ha l'obbligo di cercare le alternative meno invasive nei confronti di tale libertà, obbligo che l'Obamacare ha violato. "Dubitiamo", ha scritto il giudice Samuele Alito insieme ai colleghi della maggioranza, "che il Congresso che ha varato la legge sul Ripristino della Libertà Religiosa avrebbe ritenuto un risultato tollerabile porre un'azienda a gestione familiare di fronte alla scelta di violare le proprie sincere convinzioni religiose o privare tutti i dipendenti delle attuali polizze assicurative sanitarie".

Noi abbiamo un dubbio simile, dubitiamo che l'Assemblea Costituente stabilendo che "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo" avrebbe ritenuto un risultato tollerabile mettere un medico che cerca semplicemente di tutelare ogni vita umana davanti alla scelta di violare le proprie convinzioni morali e religiose, o privare la famiglia del sostegno del proprio lavoro. 

mercoledì 12 marzo 2014

Medici obiettori, la caccia è di nuovo aperta di Tommaso Scandroglio, 12-03-2014, www.lanuovabq.it

La caccia all’obiettore continua e quando l’attualità non offre appigli per mettere all’angolo il medico non abortista ecco che i radicali rispolverano un cold case. Nel 2010 una donna, Valentina Magnanti, dichiara che al quinto mese di gravidanza è stata costretta ad abortire da sola, unicamente assistita dal marito Fabrizio, nel bagno dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Il caso è stato riesumato dalla solerte avvocato Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni: «Questa è omissione di soccorso , un reato penale, anche se la coppia ha deciso di non denunciare la struttura. È la dimostrazione di come la legge 194 in Italia non garantisca sempre la presenza di un medico non obiettore nel caso dell’interruzione volontaria della gravidanza». Nel mirino anche la legge 40. La donna, intervistata da Repubblica infatti così commenta: «E tutto questo per colpa di una legge sulla fecondazione ingiusta. […]Ho una malattia genetica trasmissibile rara e terribile, ma in teoria posso avere figli, quindi per me non è previsto l’accesso alla fecondazione assistita, alla diagnosi pre-impianto. A me questa legge ingiusta concede solo di rimanere incinta e scoprire, come poi è avvenuto, che la bambina che aspettavo era malata, condannata. Lasciandomi libera di scegliere di abortire, al quinto mese: praticamente un parto». E poi chiosa: «Pensate la desolazione che troppi devono vivere, obbligati a implorare per un ricovero, per abortire, come me, un figlio desiderato».

Ma le cose sono andate davvero così? Pare di no a sentire l’ASL, la quale dichiara in una nota: «La signora fu seguita dal personale che ha l'obbligo dell'assistenza anche nel caso di obiezione di coscienza. Nel caso specifico due medici non obiettori che fanno parte dell'équipe istituzionalmente preposta all'Ivg. Abbiamo verificato le dichiarazioni della signora Valentina e a noi risulta che è stata prontamente assistita ed avviata alla sala parto per il 'secondamento' [l'espulsione della placenta] e per le successive procedure previste nel post parto». La tesi sostenuta dall’ASL è avvalorata anche dal fatto che la donna non ha deciso di sporgere denuncia. La signora afferma che non ha intrapreso le vie legali perché “quando è finito tutto non avevo più la forza di fare nulla”, però ci pare strano che l’avv. Gallo, fiutando il colpo grosso per mettere sul banco degli imputati la legge 194, non avesse approfittato dell’occasione. Forse proprio perché c’era solo fumo ma niente arrosto.

Fatto sta che ancora una volta sui media è passato il seguente messaggio: in Italia non si riesce ad abortire perché ci sono troppi obiettori. In cuor nostro nutriremmo anche questa nobile speranza, la speranza che gli obiettori siano zavorre capaci di rallentare la macchina degli aborti di Stato, ma ahinoi non è così. Qualche dato. Il Comitato Nazionale di Bioetica nel luglio del 2012 pubblica un documento dal titolo “Obiezione di coscienza e bioetica” in cui si afferma che “sulla base dei dati disponibili si vede come in alcune regioni all’aumentare degli obiettori di coscienza diminuiscano i tempi di attesa delle donne, e, viceversa, in altre regioni al diminuire del numero di obiettori aumentino i tempi di attesa, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare. In altre parole, non è il numero di obiettori di per sé a determinare l’accesso all’ivg, ma il modo in cui le strutture sanitarie si organizzano nell’applicazione della legge 194/78”.

Alle stesse conclusioni è arrivata anche l’ultima Relazione sullo stato di attuazione della legge 194: dato che ogni medico abortista, su 44 settimane lavorative, deve compiere 1,7 aborti a settimana ciò significa che “eventuali difficoltà nell’accesso ai servizi, quindi, sono probabilmente da ricondursi a una distribuzione non adeguata degli operatori fra le strutture sanitarie, all’interno di ciascuna regione”. Infatti vero è che negli anni il numero di medici obiettori è aumentato ma è rimasto invariato quello dei medici non obiettori. E dato che il numero di aborti chirurgici legali è diminuito, questo ci porta a dire che il carico di lavoro per i medici non obiettori è diminuito anch’esso negli anni. Anche il successivo monitoraggio voluto dal Ministero della Salute per verificare se gli obiettori fossero un intralcio non ha potuto che concludere che la loro presenza è ininfluente sulle pratiche abortive.

Inoltre una recente Risoluzione della XII Commissione Affari sociali del 6 marzo scorso si esprime in modo analogo affermando che “eventuali difficoltà nell'accesso ai percorsi Ivg sembrano quindi dovute a una distribuzione inadeguata del personale fra le strutture sanitarie all'interno di ciascuna regione”.

Infine un dato da non sottovalutare: dal 1978 ad oggi quante denunce sono state fatte perché una donna non ha potuto ottenere l’aborto che desiderava? Zero. Questo per dire che obiettori o non obiettori la mattanza di Stato non ha mai subito il minimo arresto.

Torniamo da ultimo alla vicenda dell’ospedale Pertini. Due riflessioni. Ancora una volta in tutta questa vicenda ci siamo dimenticati dell’attore principale: quel bambino ucciso al quinto mese di vita per volontà della madre. Seconda considerazione tanto scomoda quanto vera. L’aborto è un crimine e da che mondo è mondo chi accetta di commettere un crimine si assume anche la responsabilità dei danni che questa azione può provocare a se stesso. Se vuoi fare il male accetta anche le conseguenze negative che ricadranno sulla tua persona, accetta i rischi e i pericoli di questa tua scelta. Non si è mai visto un rapinatore inveire contro lo Stato perché non gli garantisce “una rapina sicura, senza rischi, né incidenti”. Ma nel nostro ordinamento c’è un’eccezione: l’aborto. Pratica letale la quale deve essere compiuta in tutta sicurezza per la donna.

martedì 14 gennaio 2014

Curare i giovani e non gli anziani, il caos della sanità inglese. «Conseguenza della disgregazione familiare», 14 gennaio 2014 di Benedetta Frigerio, www.tempi.it


È scoppiata un’accesa polemica fra le case farmaceutiche inglesi e il sistema sanitario nazionale. I principali quotidiani britannici hanno titolato: “Paura per gli anziani” e “Agli anziani saranno negate le medicine salva vita”. Le case farmaceutiche hanno accusato lo Stato di aver deciso di tagliare le spese, scegliendo di privare alcuni pazienti delle cure farmacologiche. Invocando la dignità della vita, le multinazionali hanno denunciato la decisione di fornirli prima a coloro che sono in età produttiva. Significherebbe, ad esempio, che fra un lavoratore malato di cancro e un anziano con la stessa malattia ad essere curato sarebbe il più giovane.
Jospephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, osservatorio sulle tecniche riproduttive umane, spiega a tempi.it che «il problema è molto più profondo», che «la distorsione ha raggiunto livelli impensabili», e che «non sappiamo più da che parte girarci».

Sono fondate le accuse mosse contro il sistema sanitario inglese?
Il sistema sanitario è in una situazione da cui non sa più come uscire. Deve recuperare 20 miliardi in 5 anni, perciò stanno cercando di capire che tagli apportare. Ma la situazione è irrisolvibile ormai, se non nel lungo periodo, ossia rimuovendo la causa del problema, che è la crisi di fede.

Cosa intende?
È evidente, anche se pochi vogliono ammetterlo: finché la gente aveva fede e riconosceva una realtà trascendentale da rispettare e conoscere, prevaleva la visione per cui la persona ha dignità solo perché c’è. Solo riconoscendo il valore di ogni uomo si produce solidarietà, stabilità fra i cittadini e nelle famiglie.

Cosa c’entra questo che lei sta dicendo con i tagli alle medicine per gli anziani?
L’assenza della famiglia è la ragione per cui oggi gli anziani sono assistiti nelle cliniche, con un costo altissimo per il sistema sanitario nazionale, di cui il 60 per cento è rappresentato dagli stipendi al personale e il 20 dai farmaci. Se gli anziani, come un tempo, avessero alle spalle famiglie pronte ad accudirli, il problema sarebbe più che dimezzato.

Rimarrebbe quello dei farmaci.
Ma se la famiglia fosse unita, anche i farmaci non sarebbero necessari come oggi: la solitudine produce stili di vita deleteri, quelli che ci stanno facendo ammalare. L’obesità dilagante fra i giovani inglesi, di cui i media hanno dato l’allarme in questi giorni, è data principalmente dall’abuso di zuccheri e alcool: la gente non mangia a casa con i propri cari, ma sola nei fast food, oppure si nutre con prodotti pronti. Si è visto che l’assenza di padri porta i giovani verso l’abuso di alcol, quindi l’aumento di cirrosi, tumori, e malattie varie, depressioni comprese. Senza una cultura incentrata sulla persona legata alla famiglia si fanno anche meno figli, si abortiscono e così gli anziani aumentano e i giovani sono pochi e fragili.

Cosa pensa dell’intervento “pro life” di alcune case farmaceutiche?
Le case farmaceutiche si sono stracciate le vesti solo perché finora guadagnavano da tutto questo malessere. La loro è una posizione ipocrita: hanno interessi enormi e non vogliono che siano dimezzate le richieste di farmaci. Mi fa sorridere che, d’improvviso, si siano messe a parlare di dignità della persona. Se davvero avessero a cuore l’uomo non cercherebbero di risolvere il problema solo con le pillole. Se non ci decidiamo a guardare a monte, prima o poi moriremo: o perché non curati o per intossicamento farmacologico. Sinceramente non so che cosa sia meglio. Anche se c’è di peggio: le cure umane.

Cosa intende?
Mi spavento quando penso che ho più di 70 anni e che ci sono persone come me lasciate sole in case di cura dove, come emerso alle cronache negli ultimi anni, vengono maltrattate. Ma ancora peggio sono i tentativi di risoluzione del problema, per cercare di riparare allo scandalo. L’ultimo articolo che ho letto suggeriva alle infermiere di farsi dare una foto del paziente da giovane: forse vedendo che un tempo era sano e bello si sarebbero prese cura di lui. È drammatico perché è una mentalità diffusa, in cui non si insegna più a cercare il bene dentro la persona. Quindi l’unica possibilità per migliorare la capacità di cura è trovare un modo di non guardarla per ciò che è: malata. Si evoca così la bellezza e l’efficienza, il solo motivo per cui oggi diamo loro un valore. Per questo, ripeto, l’unica soluzione è di lungo periodo e consiste nel risveglio della fede.

@frigeriobendet

sabato 23 marzo 2013

Corriere della Sera - Medici non punibili, il giudice contro il decreto di Luigi Ferrarella, 23 marzo 2013


Sabato 23 marzo 2013 - Medici non punibili il giudice contro il decreto 


MILANO — Il decreto Balduzzi, che sottrae alla punibilità penale la colpa lieve di medici e infermieri attenutisi a linee guida e buone prassi, è «una legge ad professionem» in contrasto con la Costituzione perché delinea un'irrazionale area di non punibilità per i soli operatori sanitari, sguarnisce la tutela dei pazienti, e nel contempo rischia di burocratizzare il medico e frustrarne il progresso scientifico: è quanto prospetta la nona sezione del Tribunale di Milano nell'impugnare ora la legge davanti alla Consulta in un processo per lesioni colpose a 4 sanitari dell'ospedale Galeazzi difesi dai legali Brusa e Ballabio.
Il decreto che porta il nome del ministro della Sanità nel governo Monti, motivato nel settembre scorso anche dalla volontà di ridurre i costi pubblici della «medicina difensiva» (cioè dell'iperprescrizione di esami e terapie per paura di denunce e risarcimenti), interessa centinaia di migliaia di persone che esercitano una professione sanitaria, quindi non solo medici ma anche infermieri, farmacisti, biologi, psicologi, operatori sociosanitari e anche veterinari; e, lasciando intatta la responsabilità civile, comporta il loro esonero della responsabilità penale per «colpa lieve» nel caso in cui l'operatore sanitario dimostri di essersi attenuto alle «linee guida» e alle «buone pratiche» accreditate dalla comunità scientifica. 
Il primo problema, ad avviso del giudice Bruno Giordano, è intendersi sulla natura di queste «mere raccomandazioni per le quali la legge non offre alcun criterio di determinazione. Non vengono specificate le fonti delle linee guida, quali siano le autorità titolate a produrle, quali siano le procedure di raccolta dei dati statistici e scientifici, e quale sia la loro pubblicità per diffonderle e renderle conoscibili agli stessi sanitari; per le prassi non viene specificato il metodo di raccolta e come possa individuarsi la «comunità scientifica». Se soltanto si considera che per talune specializzazioni mediche vi sono nel nostro Paese 3 linee guida regionali, 13 nazionali, alcune decine europee (e 2.000 negli Usa) — osserva Giordano — , giocoforza bisogna dedurne l'assoluta imprecisione e non determinabilità dei confini dell'area di non punibilità». 
Per il giudice, inoltre, il decreto Balduzzi produrrebbe «un risultato che rischia di burocratizzare le scelte del medico e quindi avvilire il progresso scientifico», perché «l'area di non punibilità è ingiustificatamente premiale per chi manifesta acritica e rassicurante adesione alle linee guida, ed è altrettanto ingiustificatamente avvilente e penalizzante per chi se ne discosta con pari dignità scientifica».
Troppo vago sarebbe poi il concetto di «colpa lieve»: parametro sinora usato per tarare l'entità della pena, è trasformato in una esimente ma con «formula criticamente equivoca che evidenzia un dato normativo impreciso, indeterminato e quindi in attrito con il principio di ragionevolezza e di tassatività».
Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 8 marzo 2013


La bella pagina di storia della medicina scritta in un ospedale del Mississippi Il bebè guarito dall’Hiv Come dobbiamo intendere il diritto alla salute? Soddisfazione dei desideri dettata dalle leggi del mercato o sostegno sociale ai più deboli? di CARLO BELLIENI - L'Osservatore Romano – 8 marzo 2013 

Avere l’Aids è una tragedia, sentirsi responsabili di trasmetterlo al proprio figlio raddoppia la sofferenza. Aver forse trovato come curare i neonati ad alto rischio di Aids è invece una vittoria di tutti. Questo sembra essersi realizzato in questi giorni in un ospedale del Mississippi: un bambino ad altissimo rischio di infezione da Hiv è risultato completamente guarito dopo un trattamento precocissimo e intensivo con farmaci detti “a n t i re - t ro v i r a l i ”. Finora esistevano cure ma che non avevano raggiunto questo livello di successo, certamente ancora tutto da verificare per non creare poi tristi disillusioni, ma ben augurante; successo simile a quanto era risultato dall’uso di cellule staminali adulte che avevano avuto di recente successo in Germania curando un adulto sieropositivo. Oggi l’infezione da Hiv è una pandemia e il binomio Aids-gravidanza genera non solo dolore ma anche scelte negative: circa un settimo dei feti a rischio di nascere contagiati dall’Aids vengono abortiti, secondo un recente studio italiano, e le donne sieropositive sono in certi contesti addirittura costrette alla sterilizzazione forzata («Reproductive Health Matters», 2012). Possiamo forse uscire da questo quadro di terrore, eppure promettenti ricerche come quella che ha portato al successo sopracitato rischiano di non essere supportate da fondi sufficienti. Proprio il National Institute for Health, che ha finanziato lo studio che ha curato il bambino dall’Aids, rischia in questi giorni di perdere 1,6 miliardi di dollari di budget. Lo stesso dicasi per le malattie rare, per le quali non esiste ancora una terapia risolutiva, da cui il nome di “malattie orfane”: sono migliaia, ma la rarità delle singole patologie fa sì che esse siano trascurate dai principali investimenti pubblici e privati, come riporta la fondazione Telethon. È ovvio allora che i criteri di supporto alla ricerca dovrebbero essere rivisti e portati più a contatto con le necessità delle parti deboli: anche «Lancet» nel 2009 riportava che la sovvenzione pubblica alle ricerche scientifiche è scarsamente correlata con il peso sui pazienti delle malattie studiate nelle ricerche che vengono finanziate. Carenze nei fondi per la ricerca, ma anche per la cura: malaria, tubercolosi e tante altre malattie dilagano nei Paesi emergenti ancora in attesa di interventi radicali, mentre in Europa abbiamo assistito a tagli nella spesa pubblica che sono andati a colpire l’assistenza alle persone con malattie croniche. Ma dai mass media la complessità di questo problema non emerge e vengono chiesti con soffocante insistenza fondi e strutture solo per la ricerca su campi etici che fanno discutere (anche se non hanno ancora portato risultati) ma che sono di moda: primi su tutti gli studi sugli embrioni umani. E a leggere certi giornali, sembrerebbe che gli interessi della gente debbano focalizzarsi non sulla cura delle grandi patologie, ma sui vari tipi di fecondazione medica, di selezione embrionaria e sulla ricerca esasperata di nuovi sistemi di selezione genetica prenatale. I successi nella cura dell’Aids — malattia oggi diffusa soprattutto nelle popolazioni povere — ci portano allora a puntare il dito sulle priorità. Fino agli anni Novanta una donna sieropositiva aveva il 30 per cento di possibilità di passare la malattia al figlio e oggi i trattamenti preventivi hanno ridotto questo rischio al 2 per cento ma i farmaci necessari sono a portata di tutti, soprattutto nei Paesi emergenti? Oppure prevalgono altre scelte? Ed è sufficiente l’attuale livello della ricerca scientifica per le malattie diffuse soprattutto tra la fetta di popolazione che ha meno voce? Oggi più che mai serve distinguere cosa realmente è il diritto alla salute: per allocare i fondi, i Governi devono scegliere se considerare questo diritto solo come la soddisfazione dei desideri dettata dalle leggi del mercato, o come il sostegno sociale alle situazioni più difficili e alle persone più deboli. 


Disabili, «Carta dei diritti»contro le barriere in ospedale - Realizzata da una cooperativa sociale «Spes contra spes» e adottata per la prima volta al Policlinico Gemelli di Roma - http://www.corriere.it

La carta dei diritti per persone con disabilità in ospedale

ROMA – L’attesa al pronto soccorso, sottoporsi a un esame invasivo per diagnosticare una malattia, la degenza in ospedale: disagi per qualsiasi paziente che diventano un ostacolo in più per chi è già “fragile”. Tranne poche eccezioni, infatti, le strutture sanitarie non prevedono percorsi di cura personalizzati per persone con disabilità motoria, sensoriale o intellettiva. Per adeguare le cure ospedaliere alle loro esigenze «speciali» è nata la prima Carta dei diritti delle persone con disabilità in ospedale , realizzata dalla cooperativa sociale “Spes Contra Spem” che si occupa dell’assistenza ai disabili gravi, e già adottata dal Policlinico Gemelli-Università Cattolica di Roma. Al progetto, patrocinato da Ministero della Salute e Consiglio regionale del Lazio, hanno già aderito diverse associazioni di pazienti con disabilità, tra cui la Fish, Federazione italiana superamento handicap.

ESPERIENZA VISSUTA - «L’idea della Carta è nata da un’esperienza vissuta – riferisce Luigi Vittorio Berliri, presidente di “Spes Contra Spem” – . Tiziana viveva in una casa famiglia per persone con grave disabilità, capiva a fatica e si esprimeva con ancor maggiori difficoltà, ma chi le era vicino aveva imparato a decifrare il suo linguaggio. Un giorno si è ammalata ed è stata ricoverata in ospedale dove, allo sconforto per la malattia e la solitudine, si sono aggiunte le complicazioni per una persona che non sa comunicare in modo “normale” e non riesce nemmeno a dire “Ho freddo, chiudete la finestra” – prosegue Berliri – . Così è sopraggiunta la polmonite e dopo un po’ Tiziana se n’è andata. Da qui il nostro impegno a trasformare una storia triste in speranza per chi ha una disabilità e deve affrontare la quotidianità di una struttura ospedaliera». Disabilità e malattia non coincidono, è vero, ma secondo l’Istat queste persone vanno in ospedale il doppio delle volte rispetto al resto della popolazione.

DIRITTI UGUALI AGLI ALTRI - «Siamo partiti dalla Carta europea dei diritti del malato nello spirito della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità – dice uno dei promotori della “Carta”, Nicola Panocchia, dirigente medico del Policlinico Gemelli di Roma – . Sono persone che non hanno diritti “speciali” ma hanno bisogno di accorgimenti e strumenti particolari perché quei diritti possano essere fruiti pienamente. Spesso, in ospedale, le barriere non sono solo architettoniche ma anche culturali, organizzative e sanitarie». Anche fare una semplice radiografia alla colonna vertebrale, per esempio, può essere complicato per una persona con disabilità motoria, costretta a districarsi tra macchinari non adatti, oppure spiegare i sintomi al dottore per chi ha una disabilità intellettiva.

14 ARTICOLI - Il documento è suddiviso in 14 articoli, quelli contenuti nella “Carta europea dei diritti del malato”: si va dal diritto all’accesso alle prestazioni sanitarie a quello alla prevenzione, dal diritto alla sicurezza a quello alla privacy. Oltre all’enunciazione del singolo diritto e alla sua spiegazione, sono previsti esempi pratici su come relazionarsi coi pazienti e sugli strumenti di cui dotarsi per far sì che la singola persona con una specifica disabilità possa esercitare quel diritto. Per esempio, il diritto all’informazione significa comunicare con il paziente in modo consono al suo livello cognitivo senza mai ignorare la sua presenza. Si suggerisce al personale sanitario di assumere alcuni accorgimenti posturali che lo pongano di fronte e alla stessa altezza del malato, come per esempio sedersi davanti al paziente in carrozzina. Il diritto all’accesso, invece, può significare prevedere per una persona non udente l’utilizzo di display luminosi, alternativi alla chiamata vocale.

CAMBIAMENTO CULTURALE - «Oltre al superamento delle barriere architettoniche, per esempio con percorsi tattili e mappa dei luoghi in Braille che facilitano la mobilità in ospedale di chi non vede – dice Andrea Cambieri, direttore sanitario del Policlinico Gemelli – stiamo cercando di migliorare l’organizzazione dei servizi, come prevede anche il processo avviato col Piano strategico 2012-16: dalla riduzione dei tempi di attesa al Pronto soccorso, soprattutto delle persone “fragili”, ai percorsi dedicati per chi ha una malattia rara».

Maria Giovanna Faiella
7 marzo 2013© RIPRODUZIONE RISERVATA

Storia di Robert Goold, il demente fatto morire dopo otto giorni senza acqua e cibo - marzo 7, 2013 Elisabetta Longo - http://www.tempi.it


 Sesantanove anni, affetto da demenza, Robert Goold era ricoverato all’ospedale di Lister Hospital dopo essere caduto dalle scale, essersi fratturato schiena, cranio e zigomi. Oltre a questo, era stato evidenziato un danno cerebrale; per questo motivo il signor Goold è stato trasferito in terapia intensiva. E lì è cominciato il suo percorso di agonia.

A INSAPUTA DEI PARENTI. Il pensionato è stato messo sulla lista protocollo del Liverpool care pathway dal team di medici che lo seguiva. Quando i familiari si sono accorti che gli era stato staccato l’ossigeno non per vedere se riuscisse a respirare in maniera autonoma, bensì per abbreviargli la vita, ormai era troppo tardi. Era incluso nel protocollo anche la privazione di alimenti e idratazione, e quando, al sesto giorno di Lcp, la figlia Susan si è accorta delle condizioni del padre, il suo deperimento era tale da non permettergli di vivere oltre. Quando un’infermiera si è offerta di dargli acqua e cibo, era ormai troppo tardi. Così dopo otto giorni di sofferenza Robert si è spento. Nella cartella clinica, dice la figlia, non c’era traccia di questo protocollo, per questo i familiari non ne sono venuti a conoscenza.

TERRORE. Storie come questa in Gran Bretagna ce ne sono 60 mila l’anno, stando a quanto dichiara fieramente l’istituto Marie Curie cure palliative di Liverpool, che ha redatto il Care pathway. Un terzo dei familiari ne viene tenuto all’oscuro, e quando se ne accorge, ormai è troppo tardi. «Quando sono andata a trovare mio padre, ho visto nei suoi occhi uno sguardo di puro terrore, e non capivo perché. Pensavo realmente che quel togliergli l’ossigeno fosse un modo per farlo riabituare a respirare in modo autonomo, e invece ce l’hanno portato via».
Nel mese di gennaio, inoltre, in Parlamento è stato detto che un paziente su sei, di quelli messi sul Lcp, soffrono o di qualche forma di demenza o di Alzheimer. Ricoverati a discapito del servizio sanitario nazionale.

lunedì 25 febbraio 2013


Figlio disabile? Basta abortirlo. Inchiesta del governo inglese sulle interruzioni di gravidanza selettive 
febbraio 25, 2013 Redazione - http://www.tempi.it


L’anno scorso aveva fatto scalpore l’inchiesta del Daily Telegraph, che aveva scoperto che un terzo delle cliniche inglesi pratica aborti selettivi su base sessuale. Poi a inizio anno è stato il ministro della salute Earl Howe ad ammettere che «tra il 2007 e il 2011 i dati delle nascite variano sensibilmente a seconda della nazionalità della madre e del sesso del nascituro». Infine, all’inizio del mese, l’Osservatorio europeo sulle malattie congenite Eurocat ha pubblicato un rapporto secondo cui tra il 2006 e il 2010 ci sono stati almeno 157 aborti illegali, perché il nascituro era affetto da labbro leporino o piedi equini.
APERTA L’INCHIESTA. Non stupisce dunque che il governo inglese abbia deciso di aprire un’inchiesta sull’aborto selettivo nel Regno Unito. L’inchiesta, guidata dalla parlamentare Fiona Bruce, terminerà alla fine di marzo e sarà condotta da una commissione di 12 membri.

«DOVREMMO INORRIDIRE». La legge inglese permette l’aborto fino alla 40esima settimana se i test indicano che il bambino è «gravemente disabile». Che cosa questo significhi, però, non è stato definito e il timore è che molti medici abbiano approfittato della vaghezza della legge per uccidere bambini con il piede equino o palatoschisi. La commissione indagherà anche sugli aborti selettivi in base al sesso. Fiona Bruce ha affermato: «Gli inglesi dovrebbero inorridire sapendo che è ormai provato che un numero significativo di bambine vengono abortite illegalmente nel Regno Unito solo perché femmine».


giovedì 21 febbraio 2013


L’ordine dei medici francese è favorevole alla sedazione terminale, ma il 94 per cento dei dottori invoca la “clausola di coscienza ” - febbraio 21, 2013 Redazione - http://www.tempi.it



Di Anne Kurian, tratto da Zenit.org  - Dopo aver reso pubblico un parere favorevole alla «sedazione terminale», l’Ordine dei medici francese pubblica ora un’indagine, realizzata presso 650 medici rappresentanti dell’intera professione. Per quanto riguarda la legge Leonetti, il sondaggio mostra che il «43% stimano la norma sufficiente», mentre “il 53% la conoscono molto male o abbastanza male”.
In generale, il tema dell’eutanasia “pone un caso di coscienza ai medici”. Innanzitutto, il sondaggio rivela che “il 94% vorrebbe poter invocare la clausola di coscienza nel caso in cui fosse coinvolto in un suicidio assistito”. Inoltre, interrogati sul “passaggio all’atto per un’eutanasia”, emerge dall’indagine mostra che “nel caso in cui il paziente fosse cosciente, il 42% [dei medici] preferirebbe essere consultati e non partecipare alla decisione. Per il 35%, invece, non ci sarebbe nessun problema”.

L’articolo continua affermando che “se il paziente non fosse cosciente e nel caso dell’assenza di direttive anticipate, il rapporto viene invertito”. Il 51% “accetta di esser coinvolto nella decisione”, il 21% “vorrebbe soltanto essere consultato” e “uno su cinque rivendica la possibilità di fermare la decisione”. Infine, per quanto riguarda l’amministrazione di prodotti: “un medico su tre (37%) potrebbe partecipare a questa fase”. Allo stesso tempo, un eguale numero (37%) vorrebbe “limitarsi ad un ruolo di controllo medico della procedura”, mentre “il restante 26% dei medici chiederebbe di essere escluso dalla procedura di amministrazione di prodotti”.

In reazione al parere dell’Ordine dei medici francese, monsignor Pierre d’Ornellas, arcivescovo di Rennes, responsabile per le questioni di bioetica nella Conferenza Episcopale francese, ha dichiarato in un’intervista di “temere una deriva di eutanasia”.

In particolare, il presule ha sottolineato che “la dignità della persona umana si manifesta in parte nella sua capacità di discernimento e dunque di intenzione. L’intenzione di fare venire la morte è sempre colpevole. Nel fondo della coscienza umana – questo è la dignità –, c’è sempre una parola fondatrice di libertà e di solidarietà: Non ucciderai”.

Ha poi aggiunto: “Se la sofferenza fosse incontrollabile, per usare il termine utilizzato [dall'Ordine dei medici], la scienza deve continuare le sue ricerche per trovare l’analgesico e il modo di amministrarlo per alleviare le sofferenze. Certo, questo può provocare l’arrivo veloce della morte, almeno però la sua causa non sarà l’atto medico, ma la malattia”.

Governo inglese risparmia sul diritto alla vita dei vecchi e paga il diritto al figlio delle coppie lesbiche 
febbraio 21, 2013 Leone Grotti - http://www.tempi.it/


Nel Regno Unito da questa settimana le donne fino a 42 anni e le coppie lesbiche possono ricorrere a costosissimi cicli di fecondazione assistita attraverso il Sistema sanitario nazionale. Quindi totalmente gratis. Una bella spesa, se si calcola che mediamente per un ciclo di fecondazione bisogna spendere almeno 1.500 dollari, ma è un costo che il governo inglese affronta volentieri per garantire a tutti il nuovo diritto ad avere un figlio.
SERVONO 15 MILIARDI DI TAGLI. La scelta ha il suo peso, soprattutto economico. Il Sistema sanitario nazionale inglese, infatti, sta attraversando una crisi senza precedenti caratterizzata da ospedali locali «tecnicamente falliti» a causa delle centinaia di milioni di sterline di debiti accumulati e discussioni su quali e quanti dipendenti licenziare per fare fronte ai buchi di bilancio. Un’analisi commissionata dallo stesso Sistema sanitario nazionale nel giugno del 2009 aveva previsto che la situazione sarebbe cominciata ad essere critica dal 2011/2012. E così è stato. A causa della crisi finanziaria e dell’invecchiamento della popolazione, il governo inglese ha bisogno di fare tagli al sistema per 15 miliardi se non vuole collassare.

C’È DIRITTO E DIRITTO. Tra le possibilità considerate per ridurre i costi dal rapporto c’era anche quella di escludere la fecondazione assistita dai trattamenti gratuiti. Ma il governo non ha voluto seguire questa strada. Se però, da una parte, il Regno Unito ha deciso di difendere il diritto al figlio, costi quel che costi, dall’altra ha fatto una scelta diversa sul diritto alla vita, o meglio, a non essere uccisi dal proprio medico.

L’IDEA DEL MINISTRO. Il ministro della Salute inglese Jeremy Hunt si è infatti speso per accorciare la vita dei pazienti più anziani, diffondendo e incentivando la la pratica medica denominata Liverpool Care Pathway  (Lcp), che dovrebbe servire ad «accompagnare “in modo dignitoso” alla morte i pazienti in fin di vita», inserendoli in vere e proprie “death list” che prevedono di non rianimare i pazienti in caso di attacchi cardiaci o respiratori e perfino l’interruzione di alimentazione e idratazione. Ogni anno, secondo i dati pubblicati dal Ministero della salute inglese, 130 mila persone vengono trattate con il Lcp, circa 60 mila però non vengono informate dai medici.

UN PAIO DI ABUSI. Sessantamila persone all’anno, dunque, vengono lasciate morire senza neanche esserne informati. Uno scandalo, denunciato sui giornali e anche dagli oltre 4 mila medici del Christian Medical Fellowship (Cmf), che il ministro ha commentato in questo modo: «Il Lcp è un fantastico passo in avanti per il sistema sanitario nazionale, che non deve essere demonizzato per un paio di casi in cui si verificano abusi».

DEATH LIST FINANZIATE. Perché il Lcp è definito un «fantastico passo in avanti»? Perché garantisce più posti letto negli ospedali e meno anni di cure per gli anziani. È un bel risparmio, tanto che gli ospedali che hanno introdotto la pratica Lcp hanno ricevuto dal Sistema sanitario nazionale, rispetto agli altri istituti, 30 milioni di sterline in più in totale. Si calcola che negli ultimi tre anni, il governo inglese abbia finanziato le “death list” con 10 milioni di sterline all’anno.

Il governo inglese, dunque, non si fa scrupoli a mandare alla malora il Sistema sanitario nazionale pur di garantire a tutti, ora anche alle coppie lesbiche, il diritto ad avere un figlio. In compenso, siccome risparmiare è necessario, sorvola sui diritti di 60 mila persone anziane all’anno che vengono lasciate morire senza consenso (per non parlare delle altre 70 mila). Due pesi e due misure? No, risponderebbe il governo inglese: vogliamo solo garantire al meglio il diritto di queste persone a una «morte dignitosa» (ed economica).
@LeoneGrotti

sabato 9 febbraio 2013


IL CASO/ La sanità inglese? 3.063 persone lasciate morire perché costano troppo 
sabato 9 febbraio 2013 - http://www.ilsussidiario.net

IL CASO/ La sanità inglese? 3.063 persone lasciate morire perché costano troppo

Sono cifre che raggelano il sangue: tra il luglio del 2010 e il giugno del 2012 in diversi ospedali inglesi si sono registrate 3.063 morti, definite "non necessarie". Cosa significa? Significa che pazienti soprattutto anziani (ma non solo, anche neonati e bambini piccoli) sono stati lasciati morire per quella che in Italia si chiamerebbe malasanità, ma che, come spiega Josephine Quintavalle a ilsussidiario.net, è piuttosto "cultura della morte": "Ogni giorno apriamo i giornali e leggiamo storie raccapriccianti, di malati lasciati letteralmente morire perché considerati inguaribili o perché non valeva la pena occuparsi di loro o perché incidevano troppo sulle spese ospedaliere, secondo una mentalità che rasenta ormai l'eutanasia". Lo scandalo viene al momento motivato con una categoria di manager alla guida degli ospedali inglesi che hanno privilegiato l'aspetto finanziario e il controllo dei costi rispetto alla cura dei malati. Per Josephine Quintavalle, chi si lamenta della sanità italiana dovrebbe informarsi di quella inglese. "Personalmente, avendo dei parenti che sono stati curati in ospedali italiani, invito tutti gli inglesi che possono permetterselo a farsi curare in Italia, dove c'è molta più attenzione e rispetto dei malati".

Come è percepita questa situazione in Inghilterra? Cosa dice l'opinione pubblica?

E' uno scandalo che ormai sta occupando le prime pagine dei giornali. Ogni giorno leggiamo notizie raccapriccianti di malati lasciati letteralmente al loro destino e alla morte.

Come si spiega tutto questo? In Italia ci lamentiamo della malasanità, ma in Inghilterra cosa sta accadendo?

Agli italiani che si lamentano della sanità, non consiglierei mai di venire in Inghilterra a farsi curare, anzi, viceversa, inviterei gli inglesi che se lo possono permettere a farsi curare in Italia. Quello che impressiona di questa situazione è che ormai le cure mediche si equivalgono fra tutti i paesi europei, c'è stato un grande sviluppo della medicina, ma quello a cui assistiamo in Inghilterra è una filosofia che dice: meglio la morte che le cure.

Una cultura della morte, in pratica l'eutanasia. 

E' esattamente una cultura della morte, in un paese dove le iniziative e l'entusiasmo per l'eutanasia crescono sempre di più. Ma è una situazione dai molteplici aspetti.

Ad esempio? 

C'è stata recentemente una inchiesta al Parlamento inglese sulla pratica dell'aborto nei casi di bambini disabili: i numeri reali sono molto superiori rispetto a quelli pubblicati ufficialmente, nel senso che si eseguono moltissimi aborti in pura eugenetica. Siamo immersi ormai in una lotta per cercare di rispettare il diritto alla vita per tutti gli esseri umani.

Cosa succede negli ospedali?

Ci sono malati che vengono lasciati senza cura. Una storia ripresa qualche tempo fa dai giornali racconta di una signora anziana abbandonata a se stessa e lasciata morire di fame. Per un certo periodo le era stato messo a disposizione un infermiere che l'aiutava a mangiare, poi si è deciso di sospendere quel servizio e la povera donna è morta di fame a casa sua, abbandonata da tutti.  

Ma le autorità ospedaliere cosa dicono?

Proprio oggi sulla prima pagina di un quotidiano c'è la dichiarazione del responsabile dell'assistenza sociale inglese che dice di non avere nulla di cui vergognarsi. Ma noi cittadini vorremmo dirgli che di cose di cui vergognarsi ne ha invece parecchie. Personalmente, ho assistito a casi che la dicono lunga del clima negli ospedali inglesi. Avevo un'amica diventata quasi cieca che nessun infermiere aiutava a mangiare: le portavano il cibo senza curarsi del fatto che un cieco non è in grado di nutrirsi da solo.

Secondo lei questa situazione di disumanità non ha a che fare con il fatto che la religione cristiana incide sempre meno in Inghilterra?

Non saprei, ancora oggi la maggioranza degli inglesi quando deve registrarsi all'anagrafe si dichiara ancora cristiana e credente. Certo, i cristiani in Inghilterra sono una minoranza, ma dobbiamo registrare una presenza assai attiva e combattiva delle chiese evangeliche. Lo stesso nuovo arcivescovo anglicano di Canterbury è decisamente pro life. In Scozia invece la chiesa cattolica è molto presente nel tessuto sociale. Ma certamente noi cristiani siamo rimasti allibiti da quanto ha fatto Cameron, il leader dei conservatori.

Intende la legge sui matrimoni gay?

Esattamente, una decisione che ha sorpreso tutti. Che poi è anche un suicidio politico per lui, visto che la maggior parte del suo partito ha votato contro. Nessuno capisce perché abbia voluto imporla, nel suo programma elettorale non c'era traccia di questa legge. Ma una cosa l'abbiamo capita e cioè che David Cameron e i leader del partito conservatore non sono vicini al popolo, non ne conoscono le esigenze e i desideri.

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venerdì 8 febbraio 2013


Gran Bretagna, migliaia di morti per malasanità - Rapporto shock del governo: “Pazienti gravi abbandonati negli ospedali”. Scontro sui tagli - Enrico Franceschini venerdì 8 febbraio 2013 - http://www.assinews.it

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA
— Pazienti anziani e vulnerabili abbandonati sui propri letti, non lavati per un mese, costretti a urinare e defecare nelle lenzuola, lasciati senza cibo né acqua, al punto da costringerli a bere quella dei vasi di fiori per dissetarsi. E poi medici e infermieri assenti, cure inesistenti, malati rilasciati quando sono ancora gravi. Morale: 1200 morti che potevano essere salvati. Stiamo parlando di un ospedale del Terzo Mondo? No, parliamo del Mid Staffordshire Nhs Foundation Trust di Stafford, un ospedale pubblico della civile Inghilterra, messo sotto accusa come mai era capitato prima dal rapporto di una commissione d’inchiesta governativa. Un triste e isolato caso di malasanità? No, purtroppo, perché altri cinque ospedali del Regno Unito sono sotto inchiesta, con il sospetto di altre 3000 morti «non necessarie», cioè che si potevano e dovevano evitare, pazienti lasciati morire per incuria, negligenza, menefreghismo. O addirittura perché conviene così: «Un sistema che mette gli interessi dell’azienda ospedaliera e il controllo dei costi prima dei pazienti e della loro salute», afferma il rapporto.
Uno scandalo come non se n’erano mai visti nella sanità pubblica britannica? Sì, ma non poi così
sorprendente per chiunque abbia avuto a che fare con gli ospedali di questo paese. Dove puoi attendere ore in un pronto soccorso senza che nessuno ti guardi. Dove invece di guarire da una malattia,
quando si viene ricoverati, ci si ammala di una più grave infezione, per le spaventose condizioni d’igiene in cui versano gli ospedali. Dove quasi tutti hanno una horror story da raccontare. Quelle
raccontate dal rapporto reso noto adesso, e sparato ieri in prima pagina da tutti i giornali, sono effettivamente orribili. I 1200 pazienti lasciati o perfino fatti morire allo Staffordshire Hospital sono tra il
2005 e il 2009. L’ospedale in questione ha dimostrato «mancanza di compassione, umanità, professionalità », accusa il rapporto, «i più fondamentali diritti di dignità umana non sono stati osservati, gli anziani e i pazienti più vulnerabili venivano lasciati a se stessi, non lavati anche per un mese, non nutriti, privati di ogni rispetto». Alcuni dovevano farsela addosso e restare lì per giorni sotto le lenzuola bagnate. E chi tra infermieri e medici provava a dare l’allarme veniva sottoposto a bullismo e costretto a tacere.
Questa è la nazione in cui è nato il welfare, l’assistenza pubblica. Qui, durante la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Londra 2012, hanno avuto un posto d’onore le infermiere, come eroine della storia patria. Ma i tagli al bilancio della sanità, iniziati da Blair e continuati da Cameron, hanno lasciato la National Health Service in condizioni disastrose. Anche se ora i laburisti protestano contro i tagli e la graduale privatizzazione della sanità. Un manager dello Staffordshire è stato promosso a un incarico da 270 mila sterline l’anno (300 mila euro), un altro è andato in pensione con una buonuscita di 400 mila sterline, ma in Inghilterra, per la gente normale, è meglio non ammalarsi. La sanità pubblica, come la scuola pubblica, da queste parti esiste ma sarebbe tutta da rifare.
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giovedì 7 febbraio 2013


Il vero scopo della riforma sanitaria di Lorenzo Schoepflin - 07-02-2013 - http://www.lanuovabq.it

Obama


L’amministrazione Obama sta tentando, a quanto pare invano, di mettere una pezza allo strappo causato dai contenuti della riforma sanitaria voluta fortemente dal Presidente democratico. Fu subito chiaro che quella presentata dall’inquilino della Casa Bianca come un’autentica rivoluzione per garantire equità e giustizia sociale nel contesto del sistema sanitario nazionale statunitense fosse in realtà un provvedimento dai contenuti estremamente controversi.

In sintesi, la riforma configurava l’obbligo per tutti i datori di lavoro di pagare assicurazioni sanitarie che garantissero anche servizi legati a contraccezione e aborto. E’ evidente come questo tipo di impostazione vada a ledere la libertà di coscienza e il diritto alla vita. 
L’ultimo errore di Obama e del suo staff è stato quello di pensare che su questi temi la soluzione potesse essere quella del compromesso. Sono state diffuse venerdì le nuove linee guida che dovrebbero chiarire quali siano le strutture che, esercitando il diritto all’obiezione di coscienza, possano essere esentate dal pagare per i propri dipendenti servizi in contrasto con il proprio credo.

Mentre la Conferenza episcopale statunitense, da sempre aspramente critica nei confronti di questi aspetti della riforma, si riserva di analizzare con attenzione le nuove regole, l’associazionismo pro-life americano parla appunto di inaccettabile compromesso. E’ interessante notare che chi si oppone ai contenuti della riforma lo fa prescindendo dalle proprie convinzioni religiose: se, come pare, la revisione potrebbe favorire alcune istituzioni religiose che si vedrebbero garantito il diritto a non contribuire economicamente al controllo delle nascite, il problema rimarrebbe irrisolto per tutti quei soggetti non chiaramente riconducibili all’ambito religioso.

Così, ad esempio, un privato cittadino titolare di un’impresa con dei dipendenti, non avrebbe titolo ad opporsi alla riforma per motivi di coscienza. Addirittura, secondo quanto espresso in una nota della AUL (American United for Life), la situazione potrebbe peggiorare poiché i nuovi criteri parlano espressamente di tutela per le organizzazioni religiose esclusivamente no-profit: in questo modo, ad esempio, l’editoria cristiana – la AUL cita l’esempio della casa editrice Tyndale – non vedrebbe riconosciuto il proprio diritto all’obiezione di coscienza. «Le esenzioni dell’amministrazione Obama – si legge nel comunicato – si applicano a una ancora molto ristretta categoria e non estendono la garanzia della libertà religiosa e di coscienza a tutti gli americani».

Un altro caso emblematico è quello che riguarda il network radiotelevisivo EWTN, il cui presidente Michael P. Warsaw ha dichiarato l’intenzione di proseguire la battaglia legale contro la riforma sanitaria: nonostante EWTN ispiri la propria azione alla fede cattolica (EWTN è l’acronimo di Eternal Word Television Network, e nel proprio simbolo sono presenti una croce e una parabola), infatti, non rientra nei criteri di esenzione. 
Se Obama pensa di risolvere la questione ammansendo una parte delle istituzioni religiose, evidentemente si sta sbagliando: la libertà di coscienza non ha credo e, come detto, molti pro-life americani stanno combattendo per un principio laico che interessa ogni singolo cittadino.

E’ alla luce di questo che si intuisce quale dovrebbe essere la soluzione: annullare totalmente la misura che prevede che delle assicurazioni sanitarie facciano parte anche strumenti di controllo demografico. E’ quanto auspica Frank Pavone, fondatore di Priests for Life: «La libertà religiosa non appartiene a singoli gruppi, ma a tutti gli americani. L’obiezione ai contraccettivi e a farmaci con effetti abortivi non è basata su dogmi», ha affermato Pavone, ma su considerazioni circa gli effetti sulla salute della donna e sulla tutela della vita umana.

Va detto, inoltre, che le nuove regole sono per adesso solo proposte rese pubbliche, passibili di commenti e modifiche (anche in senso peggiorativo) fino all’8 aprile prossimo. Proposte che, intanto, hanno riscosso il favore di Planned Parenthood, la nota organizzazione abortista: pur prevedendo l’esenzione dal pagamento per contraccezione e aborto, infatti, le linee guida garantiscono comunque che una donna possa avere accesso a tali servizi senza costi aggiuntivi, seguendo strade alternative a quella dell’assicurazione fornita dal datore di lavoro. «Il tuo boss non può decidere se puoi accedere o meno al controllo delle nascite»: così ha riassunto i contenuti delle modifiche alla riforma la presidente di Planned Parenthood, Cecile Richards. 
E’ chiaro, dunque, quale sia uno degli intenti della riforma sanitaria: diffusione capillare del controllo demografico, superando con ogni mezzo eventuali ostacoli. L’idillio tra Obama e gli abortisti può continuare.

venerdì 14 dicembre 2012


SALUTE E POLITICA - «Sanità, ora servizi a rischio» - 4 dicembre 2012 - http://www.avvenire.it

 

​La spending review e i tagli delle ultime manovre finanziarie stanno minando il Servizio sanitario nazionale diventato ormai «insostenibile». Senza mezzi termini, le Regioni lanciano l’allarme, e la Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) rincara la dose: «Per il 95% delle aziende sanitarie, la politica di rigore si tradurrà in una riduzione dei servizi e delle prestazioni rese ai cittadini». E la situazione tenderà ad aggravarsi, sottolinea sempre la Fiaso, con un buco per il Ssn che nel 2014 si stima supererà i 18 miliardi di euro.

Proprio per discutere di Sanità, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome si è riunita ieri in seduta straordinaria. Netto il giudizio delle Regioni: «I tagli rischiano di mettere a repentaglio l’erogazione di prestazioni fondamentali per i cittadini e la tutela del diritto alla salute». Le Regioni sottolineano inoltre la necessità di arrivare a un nuovo Patto per la salute per gli anni 2013-2015, «strumento fondamentale per un efficace governo della spesa pubblica». Senza la «soluzione delle questioni relative alle risorse finanziarie necessarie per l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza - affermano i presidenti delle Regioni - non solo non sarebbe possibile sottoscrivere il patto, ma si aprirebbe una situazione di grave e insostenibile incertezza».

Le Regioni ribadiscono dunque la necessità e l’urgenza di arrivare a uno sblocco degli investimenti previsti e già concordati per le strutture sanitarie e fanno appello al Governo e al Parlamento perchè siano accolti gli emendamenti presentati nei recenti incontri con i capigruppo al Senato. Quanto all’ultima bozza di regolamento per la revisione degli standard ospedalieri, il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha respinto le critiche: «Comincio a essere un po’ stufo di questa equiparazione tra riorganizzazione e riduzione e taglio, bisogna riuscire a dire che non è così. Se si chiude o si riconverte un ospedale è per dare servizi migliori».
Ma intanto l’indagine condotta dalla Fiaso su 45 tra Asl e ospedali (il 20% del totale) scatta una foto poco rassicurante stando ai risultati ottenuti dalle aziende con la ricontrattazione dei contratti di fornitura di beni e servizi: farmaci col contagocce, in sala operatoria solo per le urgenze oppure taglio simbolico di acqua e latte per i ricoverati. La stretta alla sanità invece di ridurre gli sprechi finisce insomma per sforbiciare servizi e prestazioni colpendo direttamente i pazienti. E le manovre finanziarie estive iniziano a far emergere i primi casi-limite in «un sistema che scricchiola».
Per raggiungere l’agognato obiettivo di risparmio, da luglio ad oggi, infatti, il 95% di Asl e ospedali è stato costretto a diminuire le attività di cura, o lo farà a breve. Impossibile anche raggiungere lo sconto del 5% sulle forniture, uno dei cardini del taglio alla spesa (la riduzione attesa per il 2013 è del 2,6% a fronte di un 10% programmato dalla legge di stabilità).

I costi sui materiali possono essere ridotti in media del 2% e si fa ancora più fatica a raggiungere questa percentuale, paradossalmente, proprio nelle Regioni più virtuose, quelle cioè non sottoposte a un piano di rientro. Si riesce a risparmiare di più su manutenzione, tecnologie e beni non sanitari (3,4%), molto meno su mense e pulizie (1,9%) o sui dispositivi medici (1,2%). Questo significa, perciò, che «per ottenere i risultati auspicati dalla spending review - dice il presidente Giovanni Monchiero - bisognerebbe agire riducendo la qualità di apparecchiature dai quali dipende la salute delle persone». In più, appare un miraggio l’obiettivo di risparmio di 2,7 miliardi nel biennio, «soldi che intanto sono stati detratti dal fondo sanitario nazionale». Il problema, aggiunge, è che non esiste un sistema di prezzi di riferimento congruo rispetto ai servizi e «nemmeno un’agenzia sui dispositivi medici, tipo l’Aifa, che controlli e stabilisca i costi standard».
Eppure il sistema sanitario nazionale è già sottofinanziato, almeno a guardare le previsioni di spesa della tesoreria dello Stato: nel 2012 c’è un gap di un miliardo, un buco che nel 2013 sarà di circa 15 miliardi e diventerà voragine nel 2014 quando i miliardi in meno rispetto al necessario toccheranno quota 18. «Il rigore lineare non è la medicina giusta per i mali della sanità». L’Anao Assomed, il sindacato della dirigenza medica, avallando i dati Fiaso, ribadisce «l’ipocrisia dell’invarianza dei servizi» con cui la revisione di spesa era stata presentata. In realtà un flop che, dicono, ha aperto la strada ad «un salasso del finanziamento della sanità pubblica di circa 35 miliardi»

Alessia Guerrieri
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lunedì 10 dicembre 2012


VERSO LA BARBARIE. ANCORA SUL SUICIDIO ASSISTITO... LA REALTA' SI E' RIVELATA PIU' TRAGICA DELLA MIA PREVISIONE - di Carla D’Agostino Ungaretti - http://www.riscossacristiana.it

saPochi giorni fa commentavo su RISCOSSA CRISTIANA la notizia che il sottosegretario inglese alla sanità Norman Lamb intende proporre, senza troppi giri di parole, l'eutanasia a tutti i malati terminali del suo paese per realizzare un consistente risparmio finanziario e il recupero di molti posti - letto negli ospedali del Regno Unito[1].
Nel mio doloroso sbalordimento per quella disumana e crudele proposta temevo che prima o poi essa sarebbe stata estesa anche a tutti i disabili gravi e a coloro che per gravi motivi di salute non siano più in grado di essere utili alla società, ma rappresentino per essa soltanto un onere assistenziale e finanziario.Provocatoriamente proponevo, come soggetto da inserire tra i primi degli elenchi, l'astrofisico Stephen Hawking, colpito in gioventù da un'atrofia muscolare progressiva che da 50 anni lo tiene inchiodato su una sedia a rotelle e gli permette di comunicare solo con un sintetizzatore vocale elettronico.
Nella mia ingenuità di cattolica "bambina", credevo che prima di arrivare a proporre l'eutanasia anche a quella categoria di invalidi gravi, ma non malati terminali, dovesse passare qualche decennio. Senza contare che Stephen Hawking rappresenta una gloria per il suo paese perché, nonostante la sua gravissima invalidità, è stato capace di fare importanti studi sui "buchi neri" che gli hanno fatto conquistare la prestigiosa cattedra che fu di Isacco Newton all'Università di Cambridge.
Invece, sono passati solo pochi giorni e IL FOGLIO QUOTIDIANO del 29 novembre ci ha fatto conoscere la storia di Ben Mattlin, un cinquantenne americano che si definisce "liberal pro choice", laureato ad Harvard, affetto anche lui da una terribile malattia, l'atrofia muscolare spinale, che gli consente soltanto di muoversi sulla sedia a rotelle e di comunicare muovendo i muscoli delle labbra, unica parte del corpo non intaccata dalla malattia. Qualche anno fa un'infezione, che aveva alterato il suo delicatissimo equilibrio, lo aveva fatto finire in coma e lui deve la vita a sua moglie, che ha preteso che si facesse qualunque cosa per rianimarlo, mentre i medici dicevano che non ne valeva la pena e proponevano di lasciarlo morire. Quanto mi sbagliavo nella mia ingenua previsione!
Nella sua disgrazia, Ben ha la fortuna di avere una forza d'animo e una vitalità eccezionali, oltre che (naturalmente) una moglie che non si stanca di amarlo al di là delle sue condizioni. Scrive di business su riviste specializzate e ha pubblicato un libro autobiografico Miracle Boy Grows Up. Però, oltre le sue tremende limitazioni, Ben deve sopportare anche l'assillo dei medici che non fanno che consigliargli di farla finita perché la sua vita, secondo loro, non sarebbe degna di essere vissuta, rivelando un'arroganza e una supponenza senza limiti. "Presumono di sapere chi sono" scrive Ben "ma non lo sanno". Da buon "liberal pro choice" egli pensa che Il suicidio liberamente scelto sia  un diritto da tutelare," ma quando una scelta di questo genere può dirsi  veramente libera? Se la società aiutasse veramente i soggetti più deboli, i malati, i disabili, gli anziani ben pochi sceglierebbero il suicidio". A maggior ragione (aggiungo io) se si sentono amati.
Se invece rendiamo il suicidio troppo facile, una scelta come un'altra, davvero aiutiamo la libertà delle persone? Ben Mattlin definisce illiberale la logica di chi sostiene il suicidio assistito in nome della libertà, perché per dare la morte con la flebo bisogna distinguere le vite degne da quelle indegne. E chi decide questo? Ben ha molte buone ragioni per vivere, perché sa che non c'è nulla di indegno nell'aver bisogna di chi si prenda cura di lui. "Poi c'è un problema pratico: se, una volta ricevuta la dose letale, non muoio subito e magari negli ultimi istanti capisco che invece voglio vivere, chi difenderà il mio diritto a cambiare idea?"
Come si vede, Ben Mattlin ha ben chiaro in mente che ilpiano inclinato, sul quale si è incamminato da qualche anno il pensiero bioetico occidentale, si sta rivelando invece un percorso totalmente verticale che provocherà la caduta libera di qualsiasi sentimento umano di compassione, solidarietà e amore per i più deboli e svantaggiati, se perfino i medici arriveranno a consigliare loro di farla finita, come fanno continuamente con lui, per avere qualche paziente di meno, più posti - letto e meno lavoro.
Arriveremo anche noi a questo. Intanto, sul FATTO QUOTIDIANO del 29 novembre, Furio Colombo - commentando i tagli alla sanità imposti in Italia dal governo Monti- sottolinea che il messaggio che ci fa giungere il nostro esecutivo è che la salute, ossia il Servizio Sanitario Nazionale, costa troppo; il sistema previdenziale, cioè le pensioni, costa troppo; tutto costa troppo in un paese che invecchia. E allora (aggiungo io) è chiarissimo il messaggio subliminale che pian piano si vuole far entrare nella mente dei cittadini perché comincino ad abituarsi: tra pochi anni l'eutanasia sarà istituzionalizzata, perché lo Stato non avrà più le risorse necessarie a occuparsi di tutti i malati e dei moltissimi anziani, mentre i giovani e i sani - presi da altri pensieri e preoccupazioni - non avranno più tempo e voglia di occuparsi di chi rappresenterà solo un peso.
Ma Stephen Hawking è un uomo geniale e Ben Mattlin ha, come dicevo poc'anzi, un cervello di prim'ordine e una forte personalità. Che ne sarà di tutti i vecchi, i malati, i diseredati, i deboli che non hanno la loro tempra e non hanno le loro risorse psicologiche e morali e, soprattutto, non si sentono amati abbastanza da avere il coraggio di continuare a vivere nonostante la vecchiaia, la malattia, la disabilità?  Molti sceglieranno il suicidio assistito e vivremo un'epoca di barbarie quale, credo, l'umanità non abbia mai conosciuto.

[1] Cfr. AVVENIRE, E' Vita, 8.11.2012.
Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Dicembre 2012 19:29