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mercoledì 15 gennaio 2014

Spiegami le emozioni - 1, domenica 12 gennaio 2014, di Alberto Carrara, LC, http://acarrara.blogspot.it



Nel suo compendio divulgativo e sintetico dell’antropologia filosofica, Ramón Lucas Lucas, Ordinario di Antropologia filosofica e Bioetica presso l’Università Gregoriana di Roma, così definisce ciò che normalmente chiamiamo “emozioni”: l’emozione è un sentimento intenso che comporta una commozione organica e che procede sia dalla conoscenza e dalle tendenze di ordine sensitivo, come da quelle di ordine intellettivo. Nell’emozione si ha perciò un duplice aspetto:
·        Interno o sentimentale
·        Esterno o modificazione somatica (Spiegami la persona, ART, Roma 2012, p. 134).

Nelle pagine successive, l’autore procede a descrivere il meccanismo emotivo, gli effetti organici dell’emozione e il controllo delle stesse.

È interessante che l’analisi antropologica relativa alla nostra sfera emozionale venga oggigiorno supportata e integrata da studi neuroscientifici. In effetti, un recente articolo pubblicato online su PNAS (Proceedings of the National Accademy of Sciences) il 27 novembre 2013 (doi:10.1073/pnas.1321664111) da Lauri Nummenmaa, Enrico Glerean, Riitta Hari, e Jari K. Hietanen, si intitola proprio: Bodily maps of emotions.



Riporto l’abstract del lavoro scientifico in lingua inglese e lo commento.

Abstract
Emotions are often felt in the body, and somatosensory feedback has been proposed to trigger conscious emotional experiences. Here we reveal maps of bodily sensations associated with different emotions using a unique topographical self-report method. In five experiments, participants (n = 701) were shown two silhouettes of bodies alongside emotional words, stories, movies, or facial expressions. They were asked to color the bodily regions whose activity they felt increasing or decreasing while viewing each stimulus. Different emotions were consistently associated with statistically separable bodily sensation maps across experiments. These maps were concordant across West European and East Asian samples. Statistical classifiers distinguished emotion-specific activation maps accurately, confirming independence of topographies across emotions. We propose that emotions are represented in the somatosensory system as culturally universal categorical somatotopic maps. Perception of these emotion-triggered bodily changes may play a key role in generating consciously felt emotions.


Bisogna chiarire che la “mappa somatotopica” come viene definita dagli autori, è il risultato di una sorta di localizzazione somatica, corporea degli effetti organici prodotti e/o indotti dal processo emotivo sulla persona umana. Le reazioni viscerali, muscolari ed espressive non costituiscono soltanto aspetti “esterni” dell’emozione, ma ne sono componenti costitutive, come pure sottolinea Lucas Lucas (Spiegami la persona, p. 136).

“La maggior parte di queste reazioni fisiologiche sono movimenti riflessi, provocati direttamente dall’emozione stessa. L’emozione come tale, non rientra nell’ambito della volontà, in ogni caso, dipenderà dalla volontà e dagli abiti acquisiti il frenare o addirittura inibire le manifestazioni emotive attraverso il controllo delle conoscenze e delle tendenze che provocano l’emozione” (Spiegami la persona, p. 138).

Ecco allora che emerge quella circolarità tra percezione esterna e interna, conoscenza sensibile, conoscenza intellettiva, volontarietà, sentimenti, emozioni... che a livello antropologico rispecchia quella circolarità cerebro-centrica descritta dalle due teorie oggi dominanti: da una parte la visione del “Right-Left Brain” e quella del “Top-Bottom Brain”.


Ritengo che tali visioni neuro-centriche debbano venir integrate in una visione unitaria che rifletta la stessa unità antropologica della persona umana.

Articolo completo qui.

martedì 29 ottobre 2013

Storia della Neuroetica (6), di Alberto Carrara, LC, lunedì 28 ottobre 2013, http://acarrara.blogspot.it/




Per inquadrare al meglio in neurocentrismo contemporaneo, bisogna, a questo punto, considerare lo sviluppo spettacolare delle tecniche di neuroimaging, frutto di una visione interdisciplinare che alle scoperte mediche associa lo sviluppo tecnologico.

  

Come recentemente messo in luce da due ricercatori italiani sulle prestigiose riviste scientifiche The Journal of Neuroscience e Brain, la prima testimonianza in assoluto di quelle che attualmente conosciamo come tecniche di neuroimaging (come la risonanza magnetica funzionale, fRMN e la tomografia a emissione di positroni, PET), presenti negli ospedali di tutto il mondo, è da attribuire al medico e scienziato torinese Angelo Mosso (1846-1910), pioniere della neurologia e delle neuroscienze. Gli esperimenti originali e le invenzioni di Mosso, che possono venir definite The first neuroimaging ante litteram, seppur poco note, costituiscono la prima, sorprendente, dimostrazione di come l’attività cognitiva ed emotiva sia intimamente legata ad un aumentato flusso di sangue al cervello, che è maggiore all’aumentare della difficoltà del compito che si sta eseguendo. 



Mosso mise a punto una curiosa struttura, detta “bilancia per pesare le emozioni e l’attività cognitiva”, in grado di valutare la respirazione e la circolazione, con misure all’altezza del torace, delle mani e dei piedi del soggetto che veniva fatto coricare. Mosso, quindi, invitava il soggetto a rilassarsi per un’ora, periodo necessario affinché il sangue potesse raggiungere una posizione di “equilibrio” in tutto il corpo. Quando al soggetto coricato era mostrato un testo scritto, la bilancia pendeva dalla parte della testa in modo proporzionale alla difficoltà della lettura. Ecco l’evidenza e il fondamento delle moderne tecniche di neuroimaging.



Oggi, infatti, sappiamo che quando pensiamo o proviamo emozioni aumenta il flusso di sangue al cervello: Mosso fu il primo a dimostrarlo35.

Questi contributi, insieme agli ulteriori sviluppi dell’angiografia cerebrale degli anni ’30 ad opera del premio Nobel António Egas Moniz, e all’avvento della tecnica dell’elettroencefalografia, hanno prodotto un notevole e cruciale passo in avanti nella storia della medicina36.

L’avvento della TAC, tomografia assiale computerizzata, costituì il preludio ad una nuova ed avvincente epoca nello studio del cervello umano. Altre tecniche di importanza capitale nelle neuroscienze e nella neuroetica sono: la risonanza magnetica, in particolare, la risonanza magnetica funzionale, che permette di evidenziare i cambiamenti della distribuzione del flusso ematico cerebrale in individui sottoposti a compiti (tasks) sia di ordine sensoriale, come motorio a seconda dei diversi paradigmi cognitivi, emozionali o motivazionali. Queste tecnologie hanno letteralmente catapultato gli studi relativi al nostro organo cerebrale, sia in condizioni patologiche, come in situazioni normali. Questa tecnica funzionale, insieme alla tomografia ad emissione di positroni, la PET, e la magnetoencefalografia, hanno fatto sì che la ricerca con neuroimaging costituisca attualmente la frontiera più ambita e più sviluppata degli studi relativi al sistema nervoso37.

Tutta questa storia, riassunta per sommi capi in alcune delle sue tappe più salienti, ha contribuito agli eventi globali sopra menzionati: la decade del cervello (1990-200038) e quella della mente (2001-2011), l’anno delle neuroscienze (2012), etc.

Questo progresso neuroscientifico e le scoperte relative al funzionamento e l’applicazione nanotecnologica, sia nell’ambito diagnostico, come in quello terapeutico, sul cervello umano, hanno creato un panorama scientifico e mediatico peculiare nella storia del pensiero che diversi esperti non hanno esitato a ribattezzare come una vera e propria “neuromania”39. 

Accanto a questa è sorta e si sta promuovendo una neuro-cultura che mira a diffondere le scoperte e le nozioni relative alle neuroscienze. Oggi, lo sviluppo delle capacità tecnologiche rende possibile studiare in vivo e visualizzare le aree del nostro cervello osservandone, anche in tempo reale, la loro maggiore o minore attivazione nelle circostanze più svariate. Questo ha prodotto un vero e proprio fiume di studi scientifici in base alla fantasia e al genio di ciascun ricercatore.

Dal voler comprendere le basi neurofisiologiche di attività umane quali la memoria, il linguaggio, la vista, la personalità, etc., si è iniziato a studiare i tratti più caratteristici dell’umano: la coscienza e la libertà.

Tutta una neuro-cultura, volenti o nolenti, ci pervade, forse, senza che ce ne rendiamo conto: pubblicità, ad esempio, come quella che illustra dei pantaloni da uomo che conformano un cervello umano, oppure oggetti d’abbigliamento, borse, persino torte e cioccolatini a forma di encefalo umano.

… (continua lunedì prossimo)


35 Cf. S. Sandrone – M. Bacigaluppi, «Learning from Default Mode Network: The Predictive Value of Resting State in Traumatic Brain Injury», The Journal of Neuroscience 32 (6), 8th of February 2012, 1915-1971; http://acarrara.blogspot.com/2013/05/the-first-ante-litteram-neuroimaging.html.
36 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 31.
37 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 35-37.
38 Per un breve resocondo si possono leggere le seguenti pagine: Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 40-45.

39 Cf. Legrenzi, P. - Umiltá, C., Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo, Il Mulino, Bologna 2009.

venerdì 4 ottobre 2013

Neuro-Antropologia e Neuro-Filosofia: L'esperienza del "Trascendente" (2) - http://acarrara.blogspot.it/



...... (continua dalla scorsa settimana, 2° parte: L’esperienza del Trascendente alla luce della psicoterapia, pubblicato sul portale UCCR)

di Alberto Carrara*, Alberto Passerini** e Alessandra Pandolfi***

* biotecnologo e neurobioeticista, Ateneo Regina Apostolorum (Roma), Gruppo di Neurobioetica (GdN)
** Psichiatra, Psicoterapueta, S.I.S.P.I. – Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa, Milano-Roma (www.sispi.eu)
*** Anestesista, Psicoterapeuta, S.I.S.P.I. – Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa, Milano-Roma (www.sispi.eu)


«Trascendente ed Esperienze Immaginative1: Il Trascendente in psicoterapia

Considerare l’idea che l’Uomo ha dell’esistenza della divinità alla stregua di un pensiero magico o animistico, come si legge in alcuni scritti, significa, al di là di qualsiasi credenza religiosa, atea o agnostica, ignorare una parte dell’Essere nei suoi bisogni fondamentali; oltre a quelli di amare, essere amato ed essere riconosciuto nei propri significati: il trascendente (Toller, Passerini, 2007).


Quasi un secolo di studio e di pratica della Psicoterapia con l’Esperienza Immaginativa (Rêve-Eveillé, Procedura Immaginativa) (Passerini, 2009) ha dimostrato che, oltre al vissuto corporeo e a quello psichico, esiste una dimensione superiore attinente allo spirito, accessibile a tutti anche se non tutti vi prendono soventemente contatto (Passerini, 2012). 

All’interno del “laboratorio” della pratica clinica si possono cogliere della sequenze immaginative a contenuto “transpersonale”, “mistico”, caratterizzate da vissuti di “fuori dal tempo e dalla fisicità”, “pace interiore”, “estasi”. Si tratta di una “coscienza di ordine trascendentale, che sfugge a qualsiasi analisi e a qualsiasi linguaggio espressivo adeguato” (Fabre, 1981), di un “sentimento oceanico”, come lo definisce Roman Rolland nelle sue ricerche sulla mistica, un “silenzio nell’oscurità perfetta” con sentimenti di fusione e di comunione con il mondo (Desoille, 2010 [1973]). 

Queste ultime caratteristiche possono palesare una parentela con alcuni vissuti arcaici di indifferenziazione tra sé e l’esistente ma ciò che distingue questa esperienza umana dal pensiero arcaico e/o infantile è stato ben evidenziato dagli studi di Fabre (1981) e De Martin (1986). Mentre, là dove il pensiero infantile raffigura il soprannaturale in un essere superiore non soggetto alle leggi della fisica (Vallortigara, Girotto, 2013), che si può considerare null’altro che una tappa dello sviluppo cognitivo e psico-affettivo ben descritto negli studi di Piaget (1983), esiste invece un punto d’incontro tra Trascendente ed Arcaico proprio dove questi due stati condividono il vissuto di “fusione”. Ma ci sono delle differenze: nella regressione all’Arcaico c’è una regressione anche nel cognitivo, si altera la logica causale, la razionalità, si disorganizza il pensiero, si dissolvono i confini dell’Io; diversamente nel contatto con il Trascendente ci sono sentimenti di presenza, di lucidità creativa (Desoille, 2010) (Passerini, 2009), (Rocca, Stendoro, 1993) e di finalismo (Ales Bello, 2010).

Il superamento di una soglia
Sempre dal “laboratorio” empirico dell’attività clinica, si è potuto riscontrare che il raggiungimento di stati “elevati” di coscienza, in genere, è preceduto dal superamento di una soglia, da un cambiamento interiore che permette all’Io di ritrovare un’unità (originaria), dalla quale sprigiona una comprensione lucida, creativa e riflessiva. La soglia di cui si sta parlando si identifica spesso in un’azione non ordinaria come una nascita simbolica o un’esperienza iniziatica, che si possono riconoscere grazie all’apparire di particolari simbolismi: l’attraversamento di un varco, il passaggio di una porta monumentale, l’attraversamento di uno specchio, la scala a spirale, un passaggio di stato attraverso l’addormentamento, la scomparsa di una maschera ed altri (Romey, 1982). Ed avviene sempre attraverso il superamento di una prova.

I vissuti di pre-morienza
La possibilità di saggiare l’esperienza del Trascendente appartiene all'essere umano che può vivere questo stato in momenti diversi della propria esistenza. 

Una delle più recenti acquisizioni è quella dei vissuti trascendentali extracorporei, legati alle testimonianze di persone che, trovatesi in punto di morte, grazie alle moderne tecniche rianimatorie, vengono salvate e, al proprio risveglio, raccontano di aver sperimentato nuove dimensioni, in genere a forte contenuto emozionale e di grande bellezza (Owen et al., 1990) (Van Lommel et al., 2001). Vissuti di pre-morienza (Near Death Experience) vengono descritti anche da pazienti sottoposti ad anestesia generale, soprattutto per interventi chirurgici in cui il muscolo cardiaco viene fermato artificialmente per un certo periodo di tempo (Spitelli et al., 2002). In questo caso non sempre i vissuti extra-corporei sono rasserenanti ma possono avere anche connotati angosciosi. Questa condizione è di particolare interesse “sperimentale” poiché si può dire che il paziente cardio-chirurgico, in relazione alle modalità dell’intervento, sperimenti “in vita” la propria morte: egli sa che il suo cuore si fermerà per poi ricominciare a battere dopo l’intervento; frequenti sono in letteratura (Blacher, 1983) così come nella nostra esperienza (Passerini, 1987) i vissuti di rinascita, di resurrezione e di pre-morienza. Infatti si tratta di un intervallo di tempo di vera e propria “sospensione della vita” e verosimilmente sarebbe banale liquidarne i vissuti come semplice angoscia di morte o meccanismi di adattamento. Sono stati riportati vissuti in cui l’anima va a ricongiungersi con i propri cari defunti, di incontro con Dio o con antenati morti, come esperienza piacevole o rassicurante e percepiti come condizione intermedia tra la vita terrena ed extra-terrena, vissuti d’immortalità, indipendentemente dalle convinzioni religiose del soggetto, visioni di “fuori dal corpo”. Non estraneo a queste esperienze è il significato simbolico nonché fisiologico dell’organo “cuore”, che in molte culture anche tra loro lontane, rappresenta il “centro dell’essere”, la “divinità dentro l’Uomo”, che è il primo organo che inizia a funzionare alla nascita e l’ultimo a smettere con la morte.

Affermare se i vissuti di “pre-morte” si riferiscano ad esperienze al di fuori del proprio essere e senza alcuna connessione con le funzioni cerebrali, che durante un arresto cardiaco si interrompono, o se si tratti di qualche complessa funzione encefalica che si attiva proprio in concomitanza dell'evento potenzialmente mortale esula dallo scopo di questo scritto. Vogliamo tuttavia rilevare come i vissuti riportati dai sopravvissuti appartengano alla sfera del Trascendente.

Esiste ormai una letteratura scientifica e divulgativa piuttosto ampia sull'argomento, che continua ad arricchirsi di nuove testimonianze. Il primo fondamentale punto è quello che ogni essere umano, indipendentemente dalla sua età, razza, cultura, religione e grado di istruzione è in grado di vivere e ricordare con chiarezza tali esperienze. Un altro punto interessante è che il percorso in una differente dimensione ha delle tappe che sono presenti in quasi tutte le descrizioni come il passaggio in un tunnel, l'incontro con una luce mistica, gli incontri descritti sopra, la ricapitolazione della propria vita, l'accesso ad una conoscenza speciale, l'incontro con un confine o barriera e il ritorno nel corpo volontario o involontario (Long et al., 2010). Tutti coloro che raccontano la propria esperienza parlano di sensi acuiti, capacità di comprensione straordinaria rispetto a quella della vita normale, possibilità di apprendere per via telepatica. La maggior parte delle persone che riferisce di questa esperienza la giudica indescrivibile a parole considerando il vocabolario della propria lingua privo di vocaboli adatti a dare un'idea esatta della essenza delle proprie sensazioni (Parnia, Fenwick, 2002). E qui è sorprendente la similitudine con l’incontenibilità delle emozioni trascendentali riscontrate in psicoterapia. Un tema ricorrente in coloro che “ritornano” alla vita terrena è quello del sentimento di amore e di pace che pervade ogni situazione vissuta.

Un dato da rimarcare è che l’incontro con persone defunte sconosciute possa portare a posteriori ad un riconoscimento come parenti morti prima della propria nascita e di cui non si conosceva l'esistenza. Un esempio interessante è quello di un bambino che, in un'esperienza del genere, incontrò un altro bambino che riconobbe come suo fratello. Al risveglio ne parlò con la famiglia che rimase esterrefatta in quanto effettivamente c'era stato un fratello, morto prima della sua nascita, e di cui il protagonista non sapeva nulla poiché nessuno ne aveva mai parlato (Long et al., 2010).

Conclusioni
Nella nostra cultura post-moderna c'è un'estrema necessità di applicare e vivere la “prudenza”, intesa come la retta ragione che bisogna, e bisognerebbe, impiegare al formulare conclusioni, specie se queste hanno per oggetto elementi esistenziali considerevoli come l'esperienza umana del “Trascendente”. Non è indifferente, infatti, credere che è il nostro cervello, e non noi stessi, ciò che agisce, colui che ragiona, colui che prende le decisioni, colui che “ci” fa prendere consapevolezza di essere coscienti, di entrare in contatto con una realtà Altra, etc. 

Queste credenze, troppo spesso sbandierate da certuni persino in convegni scientifici seri, oltre a venir smentite dalle più recenti acquisizioni in campo neuroscientifico (basti considerare la nuova branca della “neuro-connettomica”, oppure quella della plasticità e rigenerazione cerebrale, etc.), risultano ormai obsolete e “ingenue”, dinnanzi al diffondersi di teorie radicali di stampo “esternalista” sul mentale (M. C. Amoretti, 2011) che non riducono tutto ai neuroni o al solo cervello, ma prendono in considerazione la realtà integrata della persona umana, unità-duale tra componenti fisiche e bio-psichiche (e spirituali), che sempre più trovano riscontri nelle evidenze neuroscientifiche, cliniche e psicodinamiche (A. Nöe, 2010; W. Glannon, 2011). 

Le sottili distinzioni da tener presente sono ben riassunte dalla filosofa italiana Angela Ales Bello quando, scrivendo sul tema della coscienza umana, afferma: «È possibile ribaltare la collocazione della coscienza [dell'esperienza umana del “Trascendente”] secondo la quale essa è “epifenomeno” del cervello... a patto che si sottolinei la complessità e la stratificazione dell'essere umano, che conduce non ad un rigido dualismo» (alla René Descartes, all'italiana: Renato Cartesio), «ma ad una dualità, all'interno della quale è presente un aspetto psichico-spirituale autonomo» (P. L. Fornari, 2012). La stessa filosofa, intervistata per l'uscita del volume di oltre 900 pagine da lei curato insieme a Patrizia Manganaro sul tema della coscienza tra fenomenologia, psico-patologia e neuroscienze (A. Ales Bello, P. Manganaro, 2012), sottolinea importanti distinzioni da tener presente nell'odierno dibattito neuroetico: «l'intrinseca autoreferenzialità del pensiero e l'accesso cosciente agli stimoli esterni potrebbero “incarnare” la differenza tra la consapevolezza di se e dell'ambiente circostante. Il termine “incarnare” è particolarmente significativo. Infatti, affermare che la coscienza [l'esperienza umana del “Trascendente”] ha una base nell'attività cerebrale conduce al riduzionismo, invece sostenere che il cervello nella condizione temporale è il luogo della coscienza [dell'esperienza umana del “Trascendente”] è cosa ben diversa» (P. L. Fornari, 2012).



Bibliografia

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Amoretti M. C., La mente fuori dal corpo, Franco Angeli, Milano 2011; questa è un'opera sintetica sui diversi esternalismi in relazione al mentale di estrema importanza per averne un panorama completo e approfondito. Gli esternalismi sono posizioni eterogenee che considerano che la mente umana si estenda, almeno in parte, oltre i confini fisici, non soltanto della nostra cerebralità, bensì anche della nostra corporalità.
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1 La definizione “Esperienza Immaginativa” (E.I.) in senso stretto è la traduzione italiana più recente del Rêve-Eveillé (R.E.) ideato da Robert Desoille negli Anni Venti; si svolge in una seduta che ha una durata massima di 50’, durante la quale viene proposto al paziente, sdraiato sulla chaise-longue, dopo un idoneo rilassamento spontaneo, di immaginare una narrazione di fantasia a partire da una immagine iniziale (Stimolo Percettivo – S.P.) suggerita dall’analista. Si raccomanda al paziente di essere quanto più possibile spontaneo e partecipe durante la narrazione, che il soggetto comunicherà ad alta voce e sarà trascritta dal terapeuta; il materiale simbolico, attuale o regressivo, così ricavato verrà esaminato assieme, nelle sedute successive, per decodificarne il significato. Studi recenti sviluppati dalle neuroscienze, sull’immaginazione, sulla percezione, sui neuroni-specchio, sulla memoria e sull’oblio, contribuiscono alla spiegazione neurofisiologica dell’Esperienza Immaginativa (Passerini 2009). La relazione, che fa da cornice ma anche da motore della cura, si iscrive nella teoria dell’Incontro (Callieri 1984) comprendendo in questa definizione anche il Movimento Transferale e Contro-transferale riconoscibili, in questa metodologia, all’interno dell’Esperienza Immaginativa. 

mercoledì 25 settembre 2013

Storia della Neuroetica (2 ) - lunedì 23 settembre 2013 - http://acarrara.blogspot.it/




Lunedì scorso si apriva la Rubrica: Storia dellaNeuroetica: se ha una storia, è una disciplina . Continuiamo quest'oggi quest'appuntamento settimanale di approfondimento neuroetico.
…...... (continua)
Allo scopo di avvicinarci ad una definizione di Neuroetica, è utile formulare, come suggerisce all’inizio del suo libro Neuroética práctica. Una ética desde el cerebro il professor ordinario di Filosofia Morale presso l’Università di Salamanca (Spagna) Enrique Bonete Perales, alcune domande6. 
L’introduzione a questo interessante libro esordisce proprio in questo modo: «Che cos’è il cervello? Come funziona? Qual’è il ruolo che svolge nell’esistenza umana?».
Per una pagina e mezza l’autore elenca una serie di domande che inquadrano alcuni tra i più rilevanti ambiti di interesse di questa neo o pseudo-disciplina che è la Neuroetica. Le riporto ora per dare un’idea dell’impatto sociale di queste problematiche frutto degli sviluppi nella ricerca sul cervello e sul sistema nervoso umano.
Dopo essersi chiesto sul ruolo esistenziale del cervello, le domande successive toccano quel limite del vivere che è la morte: «E (qual’è il ruolo del cervello) nel processo del morire? Quali sono i vantaggi e gli inconvenienti della diagnosi di morte encefalica?», si domanda l’autore.
Viene poi abbozzato un altro grande ambito neuroetico, quello particolarmente dibattuto del cosiddetto willilusionism, che altro non è che lo studio neuroscientifico della libertà umana (o presunta tale), il più delle volte allo scopo di negare tale caratteristica peculiare umana, riducendola a meri meccanismi elettrochimici cerebrali; l’autore si chiede: «Agiamo liberamente o è l’attività cerebrale che ci impulsa verso una determinata direzione?». Ecco poi una domanda cardine, oserei affermare, che sia il perno attorno a cui si collocano e si strutturano le diverse visioni della neuroetica e che sostanzialmente non sono altro che diverse interpretazioni filosofiche, più o meno esplicite e conscie, del reale. La domanda viene formulata in questi termini: «Possiamo continuare a parlare di “anima” o questo concetto è stato già reso obsoleto grazie alle ricerche neuroscientifiche?».
Ritorna poi la tematica clinica relativa ai cosiddetti “stati alterati di coscienza”: «Qual’è il grado di coscienza che sperimentano i pazienti in stato vegetativo?... Che cosa significa “essere cosciente”?».
Altra serie di domande introducono il tema del “potenziamento cerebrale” e del conseguente e avvincente filone neuroetico denominato transhumanism: «È possibile intervenire direttamente sul cervello allo scopo di curare determinate patologie mentali?... È lecito intervenire direttamente sul cervello allo scopo di migliorare le nostre capacità cognitive? È lecito somministrare sensazioni di felicità attraverso la stimolazione elettrica del sistema nervoso centrale? Dobbiamo impiegare i farmaci che interferiscono con le funzioni cerebrali allo scopo di migliorare le capacità cognitive di soggetti privi di deficienze o di malattie mentali?».
Per quanto concerne l’agire libero e la responsabilità morale umana, l’autore si domanda: «Hanno quanche responsabilità morale coloro che sono affetti da malattie mentali?... Pensiamo ed agiamo moralmente, condizionati dal funzionamento del cervello?... In che modo una miglior comprensione delle basi cerebrali della cognizione morale, modificherà il nostro quadro etico-filosofico di riferimento? Gli sviluppi neuroscientifici minaranno le nostre nozioni di razionalità, volontà libera o responsabilità?».
Infine, come una sintesi, il nucleo del discorso neuroetico emerge dalle seguenti domande che trovano il vertice nell’ultima: «È possibile organizzare le società alla luce dei progressi neuroscientifici?... Sono “io” qualcosa di più del mio proprio cervello?»7.
È quest’ultima, a mio avviso, la “domanda sintetica”, il nocciolo duro di tutto il dibattito culturale, scientifico e mediatico relativo ai recenti sviluppi ed applicazioni delle neuroscienze sull’umano.
Come hanno sottolineato il neuroscienziato José Manuel Giménez-Amaya e il filosofo Sergio Sánchez-Migallón nell’introduzione al loro lavoro De la Neurociencia a la Neuroética. Narrativa científica y reflexión filosófica del 2010: vi sono alcune domande considerate “radicali” per comprendere la scienza contemporanea e il senso dell’umano in generale: «chi siamo?, esiste qualcosa come la cosiddetta libertà?, cos’è ciò che ci rende propriamente umani? (questa domanda suona al sottotitolo e allo sviluppo che il professor Michael S. Gazzaniga, uno dei “padri” delle moderne neuroscienze, apporta nel suo cospiquo volume, di ben 490 pagine nella versione italiana intitolata: Human. Quel che ci rende unici8), c’è qualche forma di conoscenza oltre a quella scientifico-sperimentale?, e se è così, come si inquadra in questo contesto multidisciplinare l’esperienza e la conoscenza religiose?»9. Come mettono in evidenza questi due autori lungo la loro trattazione relativa alla neuroetica quale “finestra aperta” e privilegiata che permette di scoprire e di diagnosticare i paradossi della scienza contemporanea e allo stesso tempo aiuta a individuarne possibili soluzioni, «è interessante osservare che la stessa postmodernità cerca che queste domande non emergano con chiarezza nel campo di discussione, perchè svelano i punti deboli e incongruenti delle sue prospettive insufficienti e poco solide»10.
Diverse risposte fornite dalle neuroscienze a queste domande e ad altre similari, anche se tuttavia ancora parziali e, il più delle volte troppo categoriche e dogmatiche, stanno plasmando, poco a poco, concetti classici relativi al nostro modo di intendere la vita morale e sociale dell’essere umano, di noi stessi. Termini tradizionali dell’etica e della filosofia vengono passati al vaglio dei più sofisticati studi sulle basi neuroscientifiche del pensiero e dell’agire umani11.
… (continua lunedì prossimo)
6 Cf. E. Bonete Perales, Neuroética práctica. Una ética desde el cerebro, Desclée, Bilbao 2010, 15-16.
7 Tutte le domande sono tratte da queste pagine d’introduzione. Non rispecchiano l’ordine, ma sono state da me suddivise secondo le principali tematiche neuroetiche. Cf. E. Bonete Perales, Neuroética práctica. Una ética desde el cerebro, Desclée, Bilbao 2010, 15-16.
8 Cf. M. S. Gazzaniga, Human. Quel che ci rende unici, Cortina, Milano 2009; l’originale inglese si intitola Human ed è stato pubblicato nel 2008.
9 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética. Narrativa científica y reflexión filosófica, Eunsa, Navarra 2010, 16.
10 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética. Narrativa científica y reflexión filosófica, Eunsa, Navarra 2010, 16.
11 Cf. E. Bonete Perales, Neuroética práctica. Una ética desde el cerebro, Desclée, Bilbao 2010, 16. 

mercoledì 18 settembre 2013

Storia della Neuroetica (1 ) - 16 settembre 2013 - http://acarrara.blogspot.it/

Storia della Neuroetica (1 ) -  16 settembre 2013 - http://acarrara.blogspot.it/


Storia della Neuroetica: se ha una storia, è una disciplina, è il titolo emblematico dell’approfondimento-rubrica che inizia oggi e che proseguirà ogni lunedì su questo blog specialistico N&N (Neuroetica & Neuroscienze).
L’applicazione sempre più rapida ed immediata all’uomo delle scoperte neuroscientifiche, frutto dell’abbondante ricerca che mira a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, ha fatto sorgere nell’opinione pubblica sentimenti spesso antitetici. In quasi tutti i contesti socio-culturali, il suffisso “neuro” sta trovando largo impiego e successo per le finalità più svariate: dal vendere al convincere. Si parla già di neuro-mania, neuro-fobia e di neuro-filia....
Le immagini di risonanza magnetica fanno già parte della cultura d’ogni giorno: termini come PET (tomografia ad emissione di positroni) o risonanza magnetica funzionale (fRMN) sono parte integrante della nostra memoria, li abbiamo uditi ed ascoltati ripetutamente per radio, in televisione, li abbiamo letti su Internet nelle circostanze più disparate.
In questo contesto è sorta la pseudo-disciplina denominata neuroetica o neurobioetica che ha “festeggiato” in quest’anno 2012, il suo 10° anniversario dalla “nascita”.
Il termine neuroetica appare nella letteratura scientifica sin dal 1989 in un contesto prettamente bioetico riguardante le decisioni sul fine vita. È il neurologo R. E. Cranford che in un articolo scientifico del 1989 utilizza l’accezione “neuroeticista” sancendo l’ingresso dei neurologi all’interno dei comitati etici ospedalieri1. In ambito filosofico, questo neologismo entra in scena per la prima volta nella discussione circa le prospettive filosofiche riguardanti il sé (Self) e il suo legame-rapporto col cervello. È la filosofa P. S. Churchland ad affrontare le “neuroethical questions” in una sua conferenza a fine novembre del 19902. Nonostante il concetto neuroetica fosse già ventilato in diversi ambiti del sapere, la “paternità” del neologismo viene attribuita storicamente alla prima definizione “canonica” risalente al maggio 2002. In questa data, a San Francisco (USA), si tenne il primo congresso mondiale di esperti intitolato: “Neuroethics: mapping the field”. In tale contesto, William Safire, politologo del New York Times recentemente scomparso, suggerì la seguente definizione contemporanea di neuroetica definendola: quella parte della bioetica che si interessa di stabilire ciò che è lecito, cioè, ciò che si può fare, rispetto alla terapia e al miglioramento delle funzioni cerebrali, così come si interessa di valutare le diverse forme di interventi e manipolazioni, spesso preoccupanti, compiuti sul cervello umano3. È perciò il 2002 che si considera l’anno fondativo della neuroetica e gli atti delle conferenze di San Francisco segnano la nascita di questa nuova pseudo-disciplina e ne sono l’emblema e il punto di riferimento privilegiato. Il termine neurobioetica, che invece vuol sottolineare la centralità della persona umana in ambito di ricerca neuroscientifica, è stato coniato ed utilizzato per la prima volta nel 2005 dal neuroscienziato James Giordano. Il 10 marzo del 2009, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, sorse il Gruppo di Neurobioetica, una realtà costituita da professionisti e studiosi provenienti da diversi ambiti che attraverso una metodologia di approccio pluri e interdisciplinare affrontano sia le questioni etiche delle Neuroscienze, come pure le Neuroscienze dell’etica.
Questo approfondimento-rubrica Storia della Neuroetica: se ha una storia, è una disciplina, inizia oggi a prendere in considerazione lo sviluppo e la storia della neurobioetica.
Introduzione: il contesto della nascita della Neuroetica a seguito degli ingenti sviluppi della tecnica associati ai paralleli progressi della conoscenza medica nell’ambito neurologico.
In primo luogo, inizio con qualche chiarimento terminologico, breve, ma necessario per collocare gli argomenti salienti della Neuroetica.
Con il termine Neuroscienze si designa una grande famiglia di discipline biomediche afferenti a quella branca della medicina classica che è la Neurologia e che si propongono lo studio del funzionamento del sistema nervoso, in particolare, la caratterizzazione sotto molteplici aspetti, del nostro “meraviglioso” e unico organo direttivo: il cervello. Oltre alle specializzazioni tradizionali e “storiche” afferenti a quest’ambito della medicina, quali la neurologia, la neurochirurgia, la psichiatria e la psicologia, oggigiorno vanno acquisendo sempre più importanza nuove discipline, tra cui la neurogenetica, la neurobiologia, la neuroradiologia o neuroimaging, che stanno letteralmente aprendo, da quanche decade, scenari scientifici e culturali prima inimmaginabili4.
Risulta indifferente l’uso del termine singolare, Neuroscienza, o al plurale, Neuroscienze, per indicare la scienza medica-empirica che studia il sistema nervoso (centrale e periferico), e che comprende sia la scienza biologica che ne analizza la morfologia e la fisiologia, come pure l’analisi delle connessioni e comunicazioni a livello del tessuto neuronale, sia in condizioni sane (di particolare interesse oggigiorno risultano gli ambiti di ricerca relativi alla rigenerazione cerebrale, alla ristrutturazione del tessuto e della plasticità cerebrale), sia nei diversi quadri patologici, neurodegenerativi, traumatici, etc.5
Un importantissima nota caratteristica delle Neuroscienze è il loro carattere interdisciplinare che emerge sin dal loro nascere e che, oltre ad accompagnare il loro sviluppo, costituisce una notevole causa del loro progresso e successo contemporaneo.
........................ (continua lunedì prossimo)
1 Cf. R.E. Cranford, «The Neurologist as Ethics Consultant and as a Member of the Institutional Ethics Committee. The Neuroethicist », Neurologic Clinics 7 (1989), 697-713.
2 Cf. P.S. Churchland, «Our brain, our selves – Reflections on neuroethical questions», in: D.J. Roy – B.E. Winne – R.W. Old (a cura di), Bioscience-Society: Report of the Schering Workshop, Berlin 1990, November 25-30, Wiley and Sons, New York 1991, 77-96.
3 Cf. W. Safire, «Visions for a new field of “neuroethics”», in: S. Marcus (ed.), Neuroethics: Mapping the Field. Conference Proceedings, Dana Press, New York 2002, 3-9.
4 Cf. M. Gandolfini – A. Conti, «Neuroscienze e neuroetica: riflessioni scientifiche e correlati bioetici», Medicina e Morale 2 (2011), 263.
5 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética. Narrativa científica y reflexión filosófica, Eunsa, Navarra 2010, 17; tutte le traduzioni dallo spagnolo sono mie. 

mercoledì 27 febbraio 2013

26/02/2013 - SALUTE
Il cervello non ha età: i neuroni sopravvivono all’organismo - http://www.lastampa.it/


Scoperta potrebbe essere utile per nuove terapie contro le malattie degenerative
ROMA
I neuroni di alcuni mammiferi possono vivere più a lungo dell’organismo che li ha generati, il limite della loro esistenza non sarebbe, dunque, scritto nei geni. In pratica il cervello può sopravvivere al corpo.  

È la conclusione raggiunta - dopo un esperimento che ha richiesto oltre cinque anni di lavoro - da Lorenzo Magrassi, professore di Neurochirurga dell’Università di Pavia che lavora presso la Fondazione Policlinico S. Matteo e l’Istituto di Genetica Molecolare del Cnr di Pavia, insieme al professor Ferdinando Rossi e Ketty Leto, neurofisiologi del NICO - Istituto di Neuroscienze della Fondazione Cavalieri Ottolenghi presso l’Università di Torino.  
Lo studio è pubblicato su Pnas, la rivista dell’Accademia delle Scienze Usa.  

Nei mammiferi i neuroni vivono per l’intera esistenza dell’individuo, in assenza di malattie neurodegenerative. Non è ancora chiara alla scienza, però, la durata dei singoli neuroni e se il limite della loro vita sia geneticamente determinato, legato cioè alla sopravvivenza degli individui tipica di ogni specie, ad esempio 20 anni per un gatto, 120 per l’elefante. In questo caso gli sforzi per prolungare la vita media dell’uomo sarebbero resi inutili dall’inevitabile invecchiamento del cervello. Ora lo studio dei ricercatori italiani offre una prima risposta alla questione.  

L’esperimento ha previsto il trapianto di neuroni in fase embrionale prelevati dal cervello di un embrione di topo - con vita media di circa un anno e mezzo - in quello di un ratto, una specie con vita media più lunga, circa tre anni (il doppio rispetto al donatore). Le cellule trapiantate si sono sviluppate in neuroni cerebrali, integrandosi nel cervello del ratto pur mantenendo le dimensioni lievemente più piccole tipiche topo donatore. Inoltre, i neuroni di topo non sono morti circa un anno e mezzo dopo il trapianto - come sarebbe successo se fossero rimasti nel topo, essendo questa la durata media della vita dei topi utilizzati - ma sono sopravvissuti tre anni, fino alla morte naturale del ratto in cui sono stati trapiantati.  

I risultati suggeriscono quindi che la sopravvivenza dei neuroni trapiantati non è geneticamente fissata, ma può essere determinata dal microambiente del cervello dell’organismo ospite. Considerando le differenze di specie, i risultati dell’esperimento suggeriscono che - ammessa una vita media di ottant’anni - fino a centosessant’anni non ci sarebbero problemi di sopravvivenza dei neuroni.  

Questa scoperta contraddice dunque l’opinione diffusa che aumentare la vita media degli individui può essere inutile in quanto i neuroni - anche in assenza di patologia - morirebbero, riducendo chi sopravvive oltre una certa età ad una vita priva di facoltà cognitive. Il lavoro di Magrassi, Leto e Rossi dimostra invece che l’ambiente in cui i neuroni vengono a trovarsi modula la loro sopravvivenza che, almeno entro i limiti studiati, non è determinata geneticamente.  

I risultati indicano che i fattori presenti nel microambiente in cui le cellule sono state trapiantate contribuiscano a mantenere in vita i neuroni, indipendentemente dall’età raggiunta. Identificare questi fattori mediante nuovi esperimenti aprirebbe la strada per nuove terapie, anche nel caso di malattie neurodegenerative che conseguono alla morte precoce dei neuroni in aree specifiche del cervello.  

venerdì 16 novembre 2012


«Impariamo ad ascoltare gli stati vegetativi» di Pino Ciociola, Avvenire, 15 novembre 2012 L’annuncio di un canale  di dialogo aperto con un paziente canadese che da 12 anni  non mostrava segni di coscienza  ha confermato che la strada intrapresa da alcuni neurologi è quella giusta: rivedere le diagnosi di questi disabili gravi imparando a non darli più per spacciati

Vent’anni fa avevamo una concezione delle varie patologie conseguenza delle gravissime cerebrolesioni acquisite, dieci anni fa un’altra, oggi sicuramente un’altra ancora. Il lavoro di Adrian Owen è la conferma di quanto sappiamo da molti anni»: così dice Steven Laureys, belga, il più autorevole neurologo europeo (e fra i luminari mondiali) a proposito di stato vegetativo. Non è troppo stupito da quanto ha raccontato il suo collega e amico Owen (rilanciato da Avvenire di ieri): un uomo in stato vegetativo da 12 anni, il 39enne canadese Routley Scott, ha fatto sapere che non prova dolore rispondendo a domande attraverso la risonanza magnetica funzionale. «Anche noi abbiamo ottenuto e pubblicato lo stesso risultato, due anni fa», spiega. Questa novità «fa venir fuori l’aspetto più importante», che è «dare maggiore ascolto ai familiari. È una lezione che dobbiamo imparare. Anche nel caso di quest’uomo canadese, i genitori avevano sempre detto, inascoltati, che secondo loro riusciva a percepire qualcosa».
I neurologi che lo seguono da dieci anni sono stupefatti e si sono convinti che andranno riscritti i libri di medicina sulla materia: «In realtà da tempo abbiamo a disposizione tecnologie grazie alle quali possiamo dimostrare che esiste una coscienza anche nelle persone in stato vegetativo. Io ne sono sicuro», annota Laureys. Per questo bisogna avere umiltà, accettando che le concezioni precedenti sono state via via smantellate dalle evidenze scientifiche, come ripete più volte il neurologo belga: «Le diagnosi sono sempre rimaste ingabbiate dentro le loro differenti "scatole" (in inglese usa la parola "boxes", ndr): lo stato vegetativo, la minima coscienza, e così via». Ma questa strada va abbandonata: «Non è più possibile definire con certezza quelle "scatole"», non fosse soltanto perché «si può passare da uno stato all’altro in modo molto veloce», e «dunque sarebbe sbagliato rinchiudere ancora le patologie conseguenti alle gravi cerebrolesioni dentro le vecchie "scatole"».
Infatti – aggiunge, convinto – «noi li chiamiamo "stati", ma in realtà non sono tali. Sono sindromi... Ed è ben diverso». Non a caso la «European task force of vegetative state» (di cui Laureys è membro) propose fin dal 2008 la nuova definizione di «Sindrome di veglia aresponsiva» al posto di stato vegetativo. Insomma, «davvero non si può più semplificare con le diagnosi di "stato vegetativo" e "minima coscienza"», come è anche vero che «su queste non si hanno più risposte certe. Bisogna quindi stare molto, molto attenti». Owen ha subito sottolineato come adesso si aprano nuovi scenari: presto si potrebbe chiedere a questi pazienti come poter migliorare la qualità della loro vita. «È vero, ma anche qui dobbiamo muoverci con i piedi di piombo – annota Laureys –. Prima di tutto dovremo capire molto bene cosa potremo chiedere alla tecnologia e poi ai pazienti. Dovremo arrivare a fidarci di queste due variabili: la tecnologia e le risposte di questi pazienti», anche perché «ne discende tutta una serie di aspetti, anche legali».
I motivi della prudenza sono evidenti. «Intanto noi otterremo risposte attraverso una tecnologia» – continua Laureys – e poi «le avremo da un paziente di cui non sappiamo quale percezione abbia di sé. Dovremo arrivare a fidarci di quelle due variabili: la macchina e il paziente». 

martedì 24 aprile 2012


Ecco il nuovo test che “fotografa” la perdita di neuroni, 24.4.2012, scritto da: Redazione OK in Ricerca, http://blog.ok-salute.it

Arriva il primo test per diagnosticare direttamente l’Alzheimer. Per misurare le placche di proteina beta-amiloide che sono considerate la causa della forma di demenza più diffusa nel mondo. La Food and Drug Administration ha approvato il 10 aprile il farmaco della Eli Lilly a base di florbetapir. Iniettata per endovena, la sostanza raggiunge il cervello e si lega alle placche di amiloide. La Pet “fotografa” la mappa del florbetapir nel cervello, quantificando il danno.
Anche se l’agenzia del farmaco Usa ha approvato il test, non è entusiasmo quello che traspare dalle sue parole. L’anno scorso Fda, poco convinta dalle sperimentazioni, aveva rimesso la pratica nel cassetto. Trai problemi c’era l’eccessiva variabilità con cui i medici interpretavano i risultati. Così la Eli Lilly nel frattempo ha messo a punto un corso online per i professionisti che leggeranno l’esame. Nonostante questo, l’agenzia del farmaco Usa avverte che in caso di risultato positivo serviranno altri accertamenti per arrivare a una diagnosi. Né il costo (1.600 dollari) aiuterà la diffusione del test.
Pur con questi limiti, l’arrivo del florbetapir (o Amyvid) resta una buona notizia. «I farmaci in sperimentazione avanzano tra grandi difficoltà, anche per la mancanza di una diagnosi certa» spiega Alberto Pupi, ordinario di medicina nucleare all’ospedale Gareggi di Firenze. «Questo test non risolve tutti i problemi, ma è un passo avanti di cui il nostro campo ha un bisogno enorme». Un bisogno quantificato dall’Oms. Oggi 35,6 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza (l’Alzheimer è il 60% dei casi), destinati a raddoppiare (65,7 milioni) nel 2030. Le cure costano 604 miliardi di dollari l’anno, cifra che si sta paurosamente avvicinando ai 900 miliardi del cancro.
Gianbattista Frisoni, vice-direttore scientifico dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia, spiega che gli attuali criteri di diagnosi risalgono al 1984. «E si basano soprattutto sull’esclusione di altre malattie. I metodi recenti ci permettono di cambiare paradigma, osservando l’accumulo di amiloide e la neurodegenerazione in aree ben precise del cervello». «Attualmente – aggiunge Pupi – usiamo la Pet che misurali consumo di glucosio, la risonanza magnetica volumetrica che esclude altre cause di demenza, e l’analisi del liquido cerebro-spinale». Il nuovo test non garantirà la diagnosi precoce. «Ma usato nei trial scientifici – prosegue Pupi – affinerà i criteri di reclutamento dei pazienti: un passo imprescindibile per cercare un farmaco».
Fonte Repubblica