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lunedì 5 maggio 2014

ELEZIONI EUROPEE 2014/ Il messaggio di mons. Luigi Negri in vista del voto: il testo integrale, http://www.ilsussidiario.net/

Carissimi figli e figlie dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio,
Foto: InfoPhoto
in vista delle elezioni del prossimo mese di maggio sento il dovere di indirizzarvi un breve ma fondamentale messaggio. Come Vescovo la mia prima inderogabile missione è l’annuncio del Vangelo quale via della libertà, della responsabilità e della salvezza. Nel Vangelo che vi debbo annunciare è contenuta anche una precisa concezione dell’uomo e di tutta la sua realtà, che costituisce il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato.

Si tratta dei “principi non negoziabili” che sono il patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno, ed in particolare costituiscono il criterio ineludibile per i giudizi e le scelte temporali e sociali del cristiano. Li elenco sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e quindi irriducibile ad ogni condizionamento sia di carattere personale che sociale; la sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale, indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: libertà religiosa, della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del Creato.

Ecco l’orizzonte immutabile di ogni giudizio, e del conseguente impegno del cristiano nella società, ma anche la chiave di valutazione delle persone, dei raggruppamenti partitici e dei rispettivi programmi, affinché si favorisca la promulgazione di leggi coerenti con le fondamentali esigenze della dignità umana. Di conseguenza la coscienza cristiana, rettamente formata, non permette di favorire l’attuazione di progetti contrari a tali principi. Ribadisco poi quanto già affermato nel Comunicato dei Vescovi dell’Emilia Romagna (in vista delle elezioni regionali del 2010): “Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l’oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l’assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e massmediatici o avvilite da interessi particolaristici. Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28].
Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798)”. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente le indicazioni già date nello stesso documento: “Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire. Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell’attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica - per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli - dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione (…) Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele”.

La nostra città e provincia, così come l’intera nazione, stanno attraversando un momento difficile, come ho già ricordato più volte nei mie messaggi, e in particolare in quello di Pasqua*, per cui la consultazione elettorale sarà una occasione nella quale ogni fedele verrà invitato ad esercitare, mediante il voto, una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.

Benedico tutti di cuore.

© Riproduzione Riservata. 

martedì 28 maggio 2013

C'è anche la politica del silenzio di Stefano Fontana - 28-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Parlamento
    
Nell’editoriale di ieri il direttore parlava della Chiesa del silenzio. Credo che si possa parlare anche della politica del silenzio, almeno da parte cattolica. L’offensiva a favore della legalizzazione delle coppie omosessuali è molto forte, ma, tranne qualche eccezione, non si sente una parola che sia una da parte dei parlamentari cattolici. Ma facciamo un passo indietro.

Si pensava che il governo Letta non avrebbe creato molti problemi sul fronte dei principi non negoziabili. Dopo lo scampato pericolo di un governo Bersani con appoggio grillino e di una presidenza Rodotà, la soluzione trovata da Napolitano aveva ringalluzzito gli animi. Dopo il buio anche la luce di una candela sembra un sole. Un motivo per stare tranquilli era soprattutto il debole equilibrio su cui si reggeva (e si regge) il governo: vuoi che Letta si dia la zappa sui piedi aggiungendo anche il contenzioso sui motivi etici? Già di mine ne deva schivare più di una … Qualcuno era sicuro: Letta congelerà le questioni sensibili. 

Poi, però il ministro Idem ha cominciato a parlare di riconoscimento delle convivenze. Poi, però, Berlusconi ha nominato suo consulente per le questioni etiche e di solidarietà la Brambilla, che, diciamolo pure, su questi temi non è che rassicuri molto. Poi però i radicali hanno lanciato la raccolta di firme per l’eutanasia. Poi però Repubblica ha pubblicato quella famosa lettera del ragazzo omosessuale e Sandro Bondi, del Pdl, ha nuovamente espresso le idee della ringalluzzita ala liberale del partito. Poi domenica scorsa nessuno è andato alla grande manifestazione di Parigi di Manif pour Tous contro la legge sul “matrimonio per tutti”, a parte Eugenia Roccella, che ha anche parlato dal palco, e Luca Volonté, che però purtroppo non siede in Parlamento perché sacrificato ai tempi delle elezioni per far posto ai Casini. 

Insomma, nonostante Letta, o tacitamente consenziente Letta – non è dato sapere, perché finora il Presidente del Consiglio non si è pronunciato su questi argomenti -, l’offensiva per il riconoscimento delle convivenze (omosessuali) è partita alla grande. Le cose che ti colpiscono alle spalle sono le più dannose. Siccome la sorveglianza sul governo Letta a proposito di questi temi si è allentata, il pericolo aumenta. La prima legge che arriva in Parlamento rischia di essere approvata. Proprio perché non c’è nel programma di governo.

Una autentica mina vagante è costituita dalla “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” elaborato dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali a difesa delle differenze. Il Documento riguarda il triennio 2013-2015 e vuole coordinare e garantire l’applicazione a livello nazionale di norme internazionali contro la discriminazione. L’interpretazione delle norme internazionali e la lettura della situazione italiana, però, sono molto tendenziose e fanno presagire qualche colpo di mano. Questi colpi di mano possono prendere le sembianze di una legge contro l’omofobia.

Davanti a tutto ciò non abbiamo sentito una parola da parte di Marazziti, per esempio, oppure di Gigli, oppure di Lombardo. Nessuna parola da parte dei numerosi parlamentari che avevano firmato, a seguito di Maurizio Lupi, la famosa dichiarazione di “cattolicità” apparsa su Il Giornale. Niente nemmeno dai cattolici al governo, come lo stesso Lupi o Mario Mauro. Hanno detto la loro Gasparri e Sacconi, molto attiva rimane la Roccella, ma nessuno che abbia messo uno stop, un altolà. Insomma, c’è anche una politica cattolica del silenzio. Non mi riferisco tanto ai cattolici nel Pd che, si sa, su questi temi non si esporranno politicamente perché glielo vieta la loro concezione della laicità. Mi riferisco ai parlamentari cattolici di Scelta Civica, del Pdl e di Fratelli d’Italia. 

Non so dire se l’Italia sia in grado di copiare la Francia, in caso di leggi contrarie alla famiglia. Molti dicono – ed io con loro – che oggi un Family Day è molto difficile a rifarsi. Però non è detto. La storia non si può prevedere. Nessuno avrebbe previsto la reazione oceanica dei francesi. Alla recente Marcia per la Vita del 12 maggio un certo popolo ha dato un segnale. Ora, sarebbe molto increscioso che i parlamentari cattolici e tutti coloro che fanno ancora riferimento a minimi principi di legge naturale fossero sorpassati dalla gente. 

Forse non è inutile far notare che quella del riconoscimento delle convivenze è la fessura per fare entrare una valanga. La letterina del ragazzo omosessuale apparsa su Repubblica era una di queste fessure. Oggi, riconoscimento delle convivenze significa riconoscimento delle coppie omosessuali. E questo va ben al di là della questioni dei diritti soggettivi. E’ l’apertura alla filiazione mediante acquisto di gameti e mediante l’utero in affitto. E’ la fine della procreazione, della famiglia e della filiazione come finora la civiltà le ha sempre conosciute. E’ la fessura per un altro mondo, per la fine del genere umano. La posta vale certamente un supplemento di attenzione politica da parte dei parlamentari cattolici.

martedì 23 aprile 2013


Nessuna complicità con chi distrugge di Luigi Negri - 21-04-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Luigi Negri

    
Pubblichiamo la lettera che mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, ha scritto in questi giorni al direttore de Il Foglio sul drammatico momento che vive il nostro paese, perché descrive in modo lucido il vero problema culturale cui ci troviamo di fronte e l’atteggiamento che siamo chiamati ad assumere..

Carissimo direttore,
poiché mi trovo quasi sempre d’accordo con le tue posizioni dal punto di vista cultural-politico, mi permetto di farti avere delle osservazioni che sento assolutamente necessario, in coscienza, formulare e pubblicare. Mi hanno indotto a questo anche due bellissimi articoli che ho letto recentemente sulla questione dell’assetto cultural- social-politico in questo momento tragicomico della nostra storia nazionale.

Uno è un articolo del professor Francesco Alberoni sul fanatismo devastante di certe posizioni politiche, che mi ha ricordato i tempi indimenticabili dei miei studi universitari, in cui l’allora giovane professor Alberoni ci insegnava i rudimenti della sociologia. E poi l’articolo molto acuto del professor Aldo Grasso con cui ho condiviso tanti anni di insegnamento in Cattolica.

Non voglio fare nessun intervento nell’ambito specifico dell’impegno dei laici, soprattutto dei laici che hanno deciso di partecipare attivamente alla vita delle istituzioni. Non tocca ai vescovi stabilire l’identikit del presidente della Repubblica e non tocca ai vescovi indicare le priorità di carattere politico in senso stretto, ma tocca ai vescovi intervenire sulle gravi vicende di carattere culturale che sono arrivate, nel nostro paese, a un livello di crisi che mi sembra senza ritorno.

Mi sono chiesto se è giusto che noi continuiamo a tacere di fronte a posizioni culturali, sociali e politiche che affermano letteralmente che l’uomo è Dio; e che affermano una subordinazione totale e parossistica alla rete, indicata come soluzione globale di tutti i problemi dell’umanità.

Se si possa tacere di fronte a una modalità di porsi, nella vita politica, che disprezza, nel linguaggio e negli atteggiamenti, qualsiasi interlocutore che viene sbrigativamente percepito come avversario da eliminare. Se è possibile far prevalere tutta una serie di valutazioni personalistiche di carattere moralistico come ambito in cui decidere la presentabilità o meno di candidati a questa o a quella carica. A parte l’ignoranza spaventosa per cui si possono citare frasi del primo hitlerismo e di alcuni documenti delle più terribili dittature del Ventesimo secolo cercando di dargli una patente di credibilità e di autorevolezza. In questo contesto, dove una persona ragionevole, io non vorrei scomodare la fede, una persona ragionevole si trova veramente a disagio, ritengo che sia giusto che un vescovo della chiesa cattolica dica che c’è una sostanziale inconciliabilità fra la visione della realtà che nasce dalla fede e questa vita politica ridotta alla difesa accanita dei propri interessi particolari o di formazione ideologica.

Non credo che sia giusto che si possa continuare in un’equivoca tolleranza di posizioni che obiettivamente sono distruttive, non solo e non tanto della fede cattolica, ma di una vita sociale autenticamente fondata su valori sostanziali e inderogabili, quelli che Benedetto XVI aveva così genialmente sintetizzato nell’espressione “valori non negoziabili”.

Di fronte alla proposta di una vita socio-politica ridotta a posizioni teoriche demenziali, corredate da un linguaggio e relativi atteggiamenti dello stesso tipo, io mi sento di dire con tranquillità, almeno ai fedeli cattolici della mia diocesi, che non è possibile essere cristiani e contemporaneamente appoggiare a qualsiasi livello posizioni e scelte che sono evidentemente in contrasto con la concezione della vita che la chiesa, coerentemente, da duemila anni insegna. Se poi la novità è rappresentata, anche sul piano istituzionale, da disegni di legge che riguardano il riconoscimento civile delle unioni gay, il cambiamento a spese del Servizio sanitario nazionale del sesso, ci rendiamo conto da che parte va questa presunta novità.

Ma c’è un ulteriore e ultimo disagio. Mi sono chiesto in questi giorni: ma dove è finita la presenza politica dei cattolici in Italia? Si caratterizzano per le scelte politiche che fanno, destra o sinistra, ma non più per quella vera appartenenza a valori in forza dei quali diventa possibile un vero dialogo, confronto, e al limite la collaborazione.

Mi sono reso conto con amarezza che la presenza politica dei cattolici sembra non esistere più. Esistono dei cattolici che a titolo sempre più personale, quindi nel senso restrittivo della parola, militano di qua o di là ma ricevono la loro dignità dalla scelta analitica che hanno fatto. E forse qui non è in ballo soltanto la responsabilità dei laici. Forse l’azione educativa che noi dovremmo insistentemente riprendere con i nostri laici, soprattutto quelli impegnati nei campi più difficili, sembra essere venuta meno. Non so se non è più chiesta. Resta il fatto che da noi vescovi viene offerta in modo sempre più blando e sempre meno mordente. Non è un contributo ma non credo che potessi tacere ai fedeli della mia chiesa questa direttiva che ho ritenuto necessario dare.

Siccome poi il vescovo di una diocesi particolare vive e deve vivere un affetto per la chiesa universale, pongo questo mio intervento a disposizione di quanti, nelle altre chiese, possano riconoscersi e ritrovarsi in esso. (Il Foglio del 19/04/2013)



Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara – Comacchio

sabato 9 febbraio 2013


«In politica, con un'identità cattolica forte» di Riccardo Cascioli - 09-02-2013 - http://www.lanuovabq.it

Monsignor Luigi Negri
    

«Una fede che non diventa ‘principi non negoziabili’, che non detta una visione della realtà secondo le indicazioni del Papa, non è una fede cattolica». Monsignor Luigi Negri, arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio, diocesi in cui farà il suo ingresso il prossimo 3 marzo, taglia corto su quella selva di distinguo, precisazioni, rivendicazioni che caratterizzano gli interventi dei cattolici impegnati in politica in queste settimane di campagna elettorale. Che peraltro, cattolici e non, ci consegna una realtà politica poco entusiasmante: «Oggi al benessere del popolo, in maniera esplicita, non pensa nessuno», chiosa Negri. 

Ma non c’è spazio per recriminazioni o per lo scoraggiamento, solo la consapevolezza che c’è un grande lavoro da fare per educare i cattolici a vivere la propria fede in modo integrale, che abbracci ogni aspetto della realtà, incluso l’ambito socio-politico. E’ ciò che ha fatto nella diocesi di San Marino-Montefeltro, è ciò che farà nell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «Non posso non sostenere i cristiani delle mie Chiese – afferma – nel cammino per arrivare ad assumersi una piena responsabilità della vita sociale e politica del paese, così come è obiettivamente imposto da una autentica esperienza di fede. La fede deve arrivare senza soluzione di continuità alla visione organica della vita personale e sociale e ad individuare linee e strumenti perché questa impostazione possa essere giocata nel contesto vivo della società»

Monsignor Negri, la scorsa settimana anche il cardinale Angelo Bagnasco, aprendo i lavori del Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha insistito sui valori fondamentali alla base dell’impegno politico.
Si deve essere molto grati sia al magistero di Benedetto XVI sia alla prolusione del cardinal Bagnasco che hanno riproposto in modo esemplare il punto di partenza e insieme il criterio di affronto delle questioni socio-politiche. Il criterio di affronto è in quelli che il papa Benedetto XVI ha chiamato i princìpi non negoziabili, che costituiscono una sintesi elementare della dottrina sociale della Chiesa che è a disposizione di tutti i cristiani. Anzi, che deve essere in qualche modo la risorsa fondamentale di ogni cristiano che vuol essere cristiano nel mondo. Quindi i valori della persona, della vita, della famiglia, dell’educazione, della cultura, della libertà di coscienza. Valori che anche soltanto la disattesa di uno di questi o la riduzione di uno di questi comporta una minaccia: non innanzitutto alla presenza cristiana, ma una minaccia alla possibilità di una autentica e libera vita sociale. Quindi alla possibilità di una autentica democrazia.

Eppure qualcuno, anche in ambito cattolico, sostiene che i princìpi non negoziabili siano un'ideologia, siano divisivi, una barriera all’incontro, alla possibilità di lavorare con gli altri.

Sciocchezze. Tutto può diventare ideologia se non è una esperienza di vita. Quando io ho cominciato a vivere insieme a don Giussani l’esperienza straordinaria del movimento nella sua prima fase, quella di Gioventù Studentesca (GS), per la fede che vivevamo nelle nostre comunità di ambiente abbiamo sentito immediatamente che quella esperienza di vita diventava difesa della libertà di educazione e di scuola, perché la nostra fede esigeva che la persona potesse educarsi secondo le proprie opzioni di fondo, e che le strutture scolastiche dovessero essere al servizio non di una ideologia più o meno dominante ma dei bisogni reali di educazione dei giovani. Una fede che non diventa principi non negoziabili non è una fede cattolica, una fede che non detta una visione della realtà secondo le scansioni del Papa non è una fede cattolica. La fede cattolica è una fede incarnata e gli ambiti della incarnazione sono gli ambiti della vita normale, come Gesù Cristo è diventato un uomo normale: essendo Figlio di Dio è diventato un uomo normale.

Allora, quanto più i principi non negoziabili sono vissuti come la coscienza sociale elementare della fede, tanto più diventano il criterio con cui si valutano persone e situazioni, e si affrontano delle questioni sociali secondo l’ottica di una possibilità di confronto, di dialogo, al limite di collaborazione. Perché le scelte socio-politiche possano essere il frutto di intese operative che sono tanto più obiettive e positive quanto più sono l’espressione dell’identità. Il Papa al Sinodo dei vescovi, cui ho avuto l’onore di partecipare, ha ripetuto più volte che il dialogo è l’espressione di una identità forte.

Lei parla di identità forte, ma per molti cattolici questo significa chiusura agli altri, scontro culturale.

E’ il contrario: occorre che i cristiani italiani prendano coscienza di essere un’identità forte non nel senso esclusivo, come è una qualsiasi altra identità ideologica, ma nel senso comprensivo: ovvero l’identità cristiana è forte nella misura in cui si pone come tale: allora si apre al confronto, al dialogo, alla collaborazione. 

Comunque, una volta definiti i criteri restano tutti i problemi da affrontare.

Infatti non si può evitare di entrare ancor più nel merito, ed è compito della Chiesa farlo. Tocca alla comunità cristiana l’individuazione dei nodi problematici. Non le soluzioni, perché queste sono esperienza e  responsabilità dei laici - cristiani e non - ma l’individuazione dei fattori, delle sfide che non possono sfuggire. 

Quali nodi problematici lei vede nell'attuale situazione italiana?

Ne individuo almeno tre. Il primo riguarda la povertà crescente degli italiani. Non si può negare che oggi il nostro paese viva in un clima di povertà ormai assolutamente evidente, e che per certi aspetti sembra irrisolvibile. E’ una povertà gravissima che la maggior parte del nostro paese sembra impreparato ad affrontare, che esigerà certamente radicali cambiamenti di comportamento di vita. Quindi più che analizzare di chi è stata la colpa degli ultimi di 10-20-30 anni si tratta di rendersi conto che questa povertà è un dato che non può essere evitato in una seria valutazione dei problemi socio-politici del nostro paese. Non può essere quindi che la povertà scompaia meccanicamente per il cambiamento o la razionalizzazione degli strumenti economici o fiscali. Il problema della povertà implica che la vita politica individui nel principio di solidarietà uno dei principi fondamentali. Si deve prendere coscienza che questa povertà ha bisogno di un approfondimento della nostra identità umana e una apertura del cammino di responsabilità morali di sacrificio, che è necessario per uscire da questa crisi. Altrimenti pensiamo che il problema della vita socio-politica sia un problema tecnologico. Ma il Papa nella Caritas in Veritate ci ha insegnato che l’ultima forma di ideologia che si sta reinsinuando è proprio l’assolutizzazione della realtà tecnologica che diventa appunto tecnocrazia e che idenbtifica il bene comune con il realizzarsi di alcuni obiettivi tecnologici. Don Giussani mi ha insegnato 50 anni fa che non esiste bene comune che non preveda o non ospiti il benessere del popolo. Oggi al benessere del popolo non pensa nessuno, in maniera esplicita non pensa nessuno.

Bene, primo nodo è la povertà. E il secondo?

Viviamo in una situazione gravissima dal punto di vista della democrazia. C’è una fragilità enorme di certe istituzioni e una sostanziale onnipotenza di altre, con una permanente tensione che si è espressa anche con una vera e propria lotta fra ordini e poteri dello stato, contraddicendo la Costituzione in maniera esplicita e direi addirittura con una ostentazione. Come esempio basti vedere l’implicazione della magistratura in politica, fino alla presentazione di alcuni magistrati come candidati.

Terzo nodo problematico...

La vita sociale soprattutto negli aspetti legati alla realtà politica, vive una situazione generale di immoralismo, affermato e vissuto come una cosa ovvia. Sembra che sia stupido non approfittare delle situazioni di privilegio economico e di benefici sociali che sono surrettiziamente garantiti dal ruolo istituzionale. E’ stato detto opportunamente da un uomo politico in questi giorni che lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena è molto più grave del grande crac della Banca Romana che alla fine del XIX secolo portò l’Italia al rischio della bancarotta. Ma quella vecchia Italietta ebbe un coraggio che l’Italia di oggi non ha: fu mandato a casa il governo, interamente. Il governo non era presieduto da chissà chi, era presieduto da Giovanni Giolitti: dopo un anno di governo se ne tornò a casa e per tornare in politica dovette lasciar passare dieci anni. 
Qui c’è una immoralità, anzi meglio chiamarlo un immoralismo, perché vuol dire una immoralità affermata e vissuta senza un minimo di problema morale. Questa è l’espressione della debolezza della cultura del nostro paese, e quindi delle classi dirigenti. E’ pur necessario che venga fatto qualcosa perché venga posto come priorità l’impegno culturale, e da questo scaturisca la vocazione e l’impegno politico che, come dice giustamente Benedetto XVI, è una forma eminente di carità. Ma dove sta oggi una classe politica cattolica o laica consapevole che vive la politica come forma elevata non diciamo di carità – che va bene per i cristiani - – ma di impegno, per il bene della vita degli uomini? 

Io credo che un cristiano che si prepara a fare il cammino che va dalla fede alle opere non possa non trovarsi di fronte questi problemi, per i quali – alla luce dei principi non negoziabili -  deve avere una ipotesi a grandi linee risolutiva. Sarà alla luce dei principi non negoziabili e di queste ipotesi conclusive che sceglierà le formazioni politiche e gli uomini affidabili, per quanto il richiamo agli uomini affidabili suoni abbastanza equivoco e astratto in una competizione elettorale come quella attuale che impedisce al cittadino anche un minimo di scelta dei suoi rappresentanti.

Nelle ultime settimane si è scatenata in diversi paesi europei un’offensiva per il riconoscimento dei matrimoni gay. E anche in settori autorevoli della Chiesa ci sono delle aperture in contrasto con quanto indica il Magistero. Lei cosa ne pensa?

Basta leggere quanto è scritto sulla Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici in politica, che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato nel 2002:
«Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (…) Analogamente devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani».
Mi sembra non ci sia nulla da aggiungere perché questa è una formulazione definitiva.

martedì 29 gennaio 2013


Bagnasco spiazza i cattolici "adulti" di Stefano Fontana - 29-01-2013 - http://www.lanuovabq.it

Il cardinale Angelo Bagnasco
    
Il Cardinale Bagnasco di Todi 1 è tornato – e alla grande – nella Prolusione al Consiglio permanente della CEI di ieri lunedì 27 gennaio. Non è un segreto che nonostante il suo discorso a Todi1, tra i cattolici si sia diffusa una notevole incertezza sulla strada politica da seguire. Tanto è vero che molti avevano cominciato a pensare di dare ormai per persa questa tornata elettorale e di mettere piuttosto le basi per ricominciare un percorso dal 26 febbraio, a conteggi fatti. Questa Prolusione non farà forse a tempo ad invertire la tendenza alla confusione circolante tra i cattolici, ma senz’altro può fare chiarezza per il lungo periodo e per una ripresa futura.

Il motivo principale di confusione è che importanti figure del mondo cattolico sono entrate in lista ovunque e che raggruppamenti politici che in qualche modo si rifanno al cattolicesimo siano pronti ad allearsi con chiunque. Anche nei partiti che prevedono esplicitamente l’ampliamento della legge 40, il divorzio veloce, il riconoscimento delle coppie omosessuali. Anche nei partiti che non contrappongono granché al progressismo nichilista che ci potrebbe dare nel giro di poco tempo la stessa devastata situazione di Francia, Spagna o Inghilterra, ove tutto è ormai possibile.

Paradossalmente, anche l’appello ai principi non negoziabili, se adoperato male, può fare da alibi a questa confusa diaspora. Quando qualche Pastore dice che i cattolici, ovunque siano collocati politicamente, debbono convergere sui principi non negoziabili, di fatto convalida la collocazione ovunque. Mentre i principi non negoziabili non permettono una collocazione ovunque. In altre parole: i principi non negoziabili vengono proposti come il punto di convergenza trasversale ed attuato “in coscienza” da parte di politici cattolici collocati indipendentemente dai principi non negoziabili, ma in realtà questi sono i criteri anche per scegliere il proprio collocamento, in quanto illuminano l’umano e pongono la Chiesa e i cattolici, come ha detto Bagnasco, all’avanguardia. 

Altrimenti avrebbe ragione Casini a dire che nel programma di governo non devono esserci i principi non negoziabili ma questi devono essere perseguiti “in coscienza” in Parlamento. Altrimenti, per proseguire con le conseguenze logiche rispetto alla premessa, non sarebbe più valida la Nota Ratzinger del 2002 che diceva proprio il contrario. Se la coscienza del cattolico in politica entra in gioco “dopo” la scelta del partito e non anche prima che ce lo dicano. Finora abbiamo sempre pensato che la scelta di un partito avvenisse “in coscienza”, ossia nel rispetto della verità dell’uomo, di cui sono espressione i principi non negoziabili. I quali, del resto, sono principi e non valori e, come tali, sono i fondamenti dell’intero impegno politico e non solo di certe sue fasi.

Tornando alla Prolusione, il cardinale Bagngasco ha detto alcune cose che se messe insieme costituiscono una significativa summa che spiazza molti professionisti del cattolicesimo politico. 

Primo: non è possibile che nei programmi dei partiti queste cose non ci siano: «Non si può far finta di accantonare i problemi quando sono semplicemente nodali nelle società post-moderne». Non ci si nasconda dietro la foglia di fico. Chi ha dichiarato che questi principi sono importanti ma non urgenti ha sbagliato.

Secondo: su questi problemi non si possono fare i partiti-contenitore: Non «ci si può illudere di neutralizzare in partenza il dibattito, acquisendo all’interno delle varie formazioni orientamenti così diversi da annullare potenzialmente le posizioni, o prevedere al massimo il ricorso pur apprezzabile all’obiezione di coscienza». Io vado nel Pd e poi quando il Pd fa un disegno di legge sul riconoscimento delle coppie omosessuali mi appello all’obiezione di coscienza. Eh no! I partiti-contenitore sui problemi etici hanno scelto la indifferenza della politica rispetto all’etica spacciandola per rispetto dell’obiezione di coscienza. Ma se l’etica la si butta fuori su questi punti come vi si potrà appellare in altri?

Terzo: «quando si giunge di fronte alla grande porta dei fondamentali dell’umano, non è possibile il silenzio da parte di alcuno, persone e istituzioni». La politica non è un compromesso tra interessi o opinioni. Essa ha a che fare con la verità dell’uomo (e di Dio): sottrarvisi è impossibile. E ciò vale non solo per le persone ma anche per le istituzioni perché esiste un ordine sociale.

Quarto: nel paniere del bene comune non tutto è uguale. Qui torna il concetto-base di Todi1: «Dobbiamo stare attenti che una certa cultura nebulosa non ci annebbi la vista, inducendoci a non riconoscere più, tra i principi che mandano avanti la società, i fondamenti che non sono confessionali, come si insiste a dire, ma semplicemente di ordine razionale». Ci sono i fondamenti e poi ci sono i valori importanti e magari urgenti, ma non fondamentali. I fondamentali non possono mancare in un programma di un partito che chieda l’adesione di un cattolico: «è necessario che in un momento elettorale si certifichi dove essi trovano dimora». 
Quinto: «Su questi principi i cattolici sanno che non esiste compromesso o mediazione comunque si voglia chiamare, poiché ne va dell’umano nella sua radice. Per questo la Chiesa è “avanguardia”». Ci sono i cattolici che si credono di avanguardia perché aperti a considerare tutto quanto capita in strada e a darvi configurazione giuridica. Si tratta invece di conservatori dell’esistente. La Chiesa è all’avanguardia perché indica il dover essere, al cui servizio dovrebbe porsi la politica.

mercoledì 16 gennaio 2013


Non negoziabili: cioè?
Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: SamizdatOnLine CulturaCattolica.it

martedì 15 gennaio 2013

Riportiamo questo Editoriale di SamizdatOnLine. Vi chiediamo un confronto
I principi non negoziabili sono il meglio del nostro modo di vivere, il fondamento del nostro benessere. Perché dovremmo rinunciarci?
La "protezione della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del suo concepimento fino alla morte naturale" è il modo di difendere i più deboli, i nascituri e i malati. Chi, debole e indifeso, non vorrebbe essere protetto dai suoi genitori, dai suoi fratelli, dai suoi figli, dai suoi amici?

A proposito della famiglia, il "riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, come unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio" è semplicemente il riconoscimento del luogo dove siamo nati e cresciuti. Chi non ha avuto questa fortuna, forse capisce più di noi la necessità della "sua difesa di fronte ai tentativi di far sì che sia giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che in realtà la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo ruolo sociale insostituibile". La famiglia, è la prima società umana, il matrimonio è "il" contratto tra uomini (il primo, storicamente), il primo luogo dove una persona si prende cura dell'altra. Non esiste stato sociale che possa garantire il benessere garantito da una famiglia, neanche con le tasse al 100%.

A proposito dell'educazione, quale padre o madre si sente tranquillo a delegare in bianco l'educazione dei propri figli ad altri? "La protezione del diritto dei genitori ad educare i loro figli" è il primo presidio contro ogni tipo di dittatura culturale.

Allora, diciamolo chiaramente: questi principi sono talmente connaturati in noi da essere al di sopra delle religioni .
Anzi, sono addirittura una garanzia nei confronti delle "follie" religiose.

Perché c'è bisogno di chiedere garanzie ai politici su questi principi?
Perché soprattutto in questo periodo di crisi economica c'è il rischio che i nostri politici, incapaci di risolvere i problemi veri, si scatenino in battaglie ideologiche che "distraggano" dalla loro impotenza (vd. quello che sta facendo il presidente francese, come ben rilevato da Socci ...).
E poi, perché qualsiasi azione di governo parte dall'idea di uomo che uno ha.
Trattiamo l'uomo come Dio, perché Dio si è fatto uomo. 
C'è chi può offrire di più? 

SamizdatOnLine

giovedì 10 gennaio 2013


9 gennaio, 2013
Benedetto XVI scriveDesideriamo pubblicare su questo sito l’articolo del giurista Francesco D’Agostino, ordinario di Filosofia del diritto e di Teoria generale del diritto presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata e presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica, di cui è membro fondatore, sui cosiddetti “principi non negoziabili”. La maggior opposizione alla Chiesa in Occidente non arriva oggi dalle componenti laiciste e anticlericali (deboli di numero e di argomenti), ma dall’incoerenza e illusoria emancipazione di numerosi cattolici (laici e sacerdoti) dal Magistero della Chiesa, al quale però, liberamente auto-definendosi cattolici, hanno in realtà accettato come riferimento morale.
Il cattolico che cede alla grande tentazione di decidere lui cosa sia e dove stia la Verità, perde l’umiltà richiesta da Gesù«In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 1-5). Qual’è la caratteristica dei bambini? E’ l’umiltà, per l’appunto, cioè ilriconoscere di aver bisogno di un altro per diventare pienamente se stessi, il bambino rappresenta l’umiltà dell’uomo davanti alla Chiesa, che accetta di mettere da parte il suo progetto per ascoltare, capire (domandare e pregare Dio di capire) e accettare quel che Essa, fondata sulla successione apostolica, ha da insegnare. L’adulto è colui che riconosce di aver bisogno, non chi pensa di essere autosufficiente (o, meglio, si illude di essere tale).
di Francesco D’Agostino, giurista
da Avvenire 07/12/12

La categoria della “non negoziabilità” è emersa per la prima volta nel Magistero della Chiesa nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica  emanata il 24 novembre del 2002 dalla Congregazione per la dottrina della fede. La Nota era firmata dal cardinale Joseph Ratzinger, nella qualità di Prefetto della Congregazione e venne approvata da Papa Giovanni Paolo II.
Nel paragrafo 3 della Nota si ribadisce che «non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno». Se però, aggiunge la Nota, il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali», egli è ugualmente chiamato «a dissentire da una concezione delpluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili».
Nel prosieguo della Nota, e in particolare nel paragrafo 4, si procede a una esemplificazione di questi principi, dopo aver ribadito che «la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona». Le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, nelle quali è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona, sono quelle che emergono nelle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia, quelle che concernono latutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso, protetta nella sua unità e stabilità e alla quale non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza; quelle che garantiscono la libertà di educazione ai genitori per i propri figli.
L’esemplificazione ovviamente non è esaustiva. La Nota infatti continua richiamando la tutela sociale dei minori e la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (come la droga e lo sfruttamento della prostituzione), includendo in questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umanae di quello di sussidiarietà. E infine si richiama come essenziale in questa esemplificazione il grande tema della pace. Non deve destare meraviglia il fatto che l’espressione principi non negoziabili, elaborata da Joseph Ratzinger Cardinale, sia stata da allora ripresa molte volte da Joseph Ratzinger come Papa Benedetto XVI e, naturalmente, in altri documenti del Magistero, fino al punto che tale espressione è ormai divenuta frequente ogni qual volta si discuta sulle posizioni in merito alle quali la Chiesa e i cattolici non possono e non devono transigere.
È chiaro, in base ai testi che abbiamo citato, che l’ammonimento del Papa a difendere fino i fondo questi principi è rivolto in primo luogo ai cattolici che partecipano alla vita politica. Ma è lecito interrogarsi se i giuristi non debbano sentirsi anche loro destinatari di un invito così autorevole. La risposta, ovviamente, è positiva. I giuristi non solo possono, ma devono assumere i principi indicati da Benedetto XVI (la promozione del bene comune, l’impegno per la pace, la difesa della vita e della famiglia, il pieno riconoscimento della libertà di educazione) come giuridicamente non negoziabilie assimilarli a quei principi che, nel loro lessico tradizionale, costituiscono l’ossatura del diritto naturale. Ai giuristi è infatti sufficiente rilevare che, se non si assumono questi principi come non negoziabili, la costruzione di un qualsivoglia sistema giuridico diviene impossibile. Facciamo alcuni esempi. Un potere rescisso dal bene comune può pure imporsi sulla faccia della terra (e storicamente si è imposto innumerevoli volte), ma non come ordinante e pacificante (secondo quella che è la vocazione del diritto), bensì nella sua dimensione di forza bruta e cieca.
Se la vita non è tutelata giuridicamente dal suo inizio fino alla sua fine naturale, l’esistenza dell’individuo cade inevitabilmente nelle mani di poteri biopolitici, governati dalla logica glaciale della funzionalità riproduttiva. Se la famiglia non viene riconosciuta come l’ordine antropologico primario, antecedente a qualsivoglia ordine politico, perché, a differenza di questo, è dotato di una naturalità non convenzionale, l’identità personale di ogni essere umano diviene evanescente e cade nella disponibilità delle forze occasionalmente prevalenti. Se si nega ai genitori la libertà di educare ai propri valori i figli per affidarla unicamente allo Stato, la formazione delle nuove generazioni verrà inevitabilmente modellata sui paradigmi impersonali della politica e non su quelli personali dell’unico luogo, cioè il contesto familiare, nel quale l’individuo può farsi riconoscere e riconoscere l’altro in una logica di comunicazione totale.
Negoziare su tali principi implica mettere in discussione non opzioni individuali per il bene (cosa che è sempre, in linea di principio, lecita), ma l’esistenza stessa di un bene umano universale, al quale tutte le persone hanno il diritto di attingere. Se è diverso l’orientamento al bene umano proprio dei politici, rispetto a quello proprio dei giuristi, non può essere diverso l’impegno di testimonianza che nei confronti del bene devono assumere gli uni e gli altri.La coerenza eucaristica, che il Papa cita come ammonimento ai credenti, va tradotta e professata dai giuristi cattolici come una vera e propria coerenza antropologica o, se si vuole, di servizio limpido e infaticabile al bene dell’uomo.

mercoledì 5 dicembre 2012


Il papa ribadisce il no alla tecnocrazia
di Massimo Introvigne - http://www.lanuovabq.it05-12-2012

GvXXII firma Pacem in Terris
È sfuggito a molti, ma nel discorso del 3 dicembre 2012 alla plenaria del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace Benedetto XVI è personalmente intervenuto per spiegare, precisare e in parte correggere un controverso documento di quel dicastero.
Si tratta del testo del 24 ottobre 2011 "Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorita? pubblica a competenza universale" che, a credere ai vaticanisti, aveva a suo tempo suscitato riserve nello stesso cardinale Tarcisio Bertone, dando origine alla disposizione che invitava da allora in poi tutti i dicasteri pontifici a sottoporre i loro documenti alla Segreteria di Stato prima della pubblicazione.
Il Pontefice - sia nell'enciclica Caritas in veritate sia in discorsi successivi - denuncia la tecnocrazia, il prevalere di tecnici che non rispondono né agli elettori né al bene comune ma fondano il loro potere sulla pretesa di un sapere superiore, come uno dei grandi pericoli del nostro tempo. I critici del documento del Pontificio Consiglio si sono chiesti se l'autorità mondiale - di cui quel testo parla con precisazioni perfino troppo numerose, mentre la stessa autorità era stata evocata nella Caritas in veritate in linea generale e senza dettagli - non rischi di risolversi nell'ennesimo potere tecnocratico anonimo, che decide sfuggendo a ogni controllo dei cittadini.

L'idea di un governo mondiale dell'economia nasce dall'enciclica Pacem in terris del beato Papa Giovanni XXIII (1881-1963) dell'11 aprile 1963, di cui - ha ricordato il Papa - fra qualche mese si celebrerà il cinquantenario. Benedetto XVI inquadra il tema partendo dall'idea che la dottrina sociale «è parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa», e va pure considerata «importante per la nuova evangelizzazione». La Pacem in terris, spiega il Pontefice, c'insegna che diventando cristiani accettiamo un'antropologia «contrassegnata dalla trascendenza, in senso sia orizzontale sia verticale. Dall’antropologia integrale, che deriva dalla Rivelazione e dall’esercizio della ragione naturale, dipendono la fondazione e il significato dei diritti e dei doveri umani». Questa nozione dellaPacem in terris è importante, perché si risolve in una riaffermazione del diritto naturale. «I diritti e i doveri, infatti, non hanno come unico ed esclusivo fondamento la coscienza sociale dei popoli, ma dipendono primariamente dalla legge morale naturale, inscritta da Dio nella coscienza di ogni persona, e quindi in ultima istanza dalla verità sull’uomo e sulla società».

Se non si cerca il fondamento dei diritti umani nel diritto naturale,prosegue Benedetto XVI, si rischiano insieme una deriva relativista e una tecnocratica. «Sebbene la difesa dei diritti abbia fatto grandi progressi nel nostro tempo, la cultura odierna, caratterizzata, tra l’altro, da un individualismo utilitarista e un economicismo tecnocratico, tende a svalutare la persona. Questa viene concepita come un essere "fluido", senza consistenza permanente.Nonostante sia immerso in una rete infinita di relazioni e di comunicazioni, l’uomo di oggi paradossalmente appare spesso un essere isolato, perché indifferente rispetto al rapporto costitutivo del suo essere, che è la radice di tutti gli altri rapporti, quello con Dio».

La tecnocrazia considera l'uomo «in chiave prevalentemente biologica o come "capitale umano", "risorsa", parte di un ingranaggio produttivo e finanziario che lo sovrasta». Si parla molto dei diritti della persona ma nel contempo, all'interno dell'orizzonte culturale tecnocratico, si affermano «nuove ideologie - come quella edonistica ed egoistica dei diritti sessuali e riproduttivi o quella di un capitalismo finanziario sregolato che prevarica sulla politica e destruttura l’economia reale -», le quali negano la trascendenza della persona umana.

La dottrina sociale della Chiesa deve dunque mirare oggi «a detronizzare gli idoli moderni, a sostituire l’individualismo, il consumismo materialista e la tecnocrazia, con la cultura della fraternità e della gratuità, dell’amore solidale».Solo in questo contesto si comprende l'idea di un'autorità mondiale della Pacem in terris. «Il beato Papa Giovanni XXIII - afferma Benedetto XVI -  ha motivato l’impegno per la costruzione di una comunità mondiale, con una corrispondente autorità, proprio muovendo dall’amore, e precisamente dall’amore per il bene comune della famiglia umana». Occorre leggere le parole esatte della Pacem in terris: «Esiste un rapporto intrinseco fra i contenuti storici del bene comune da una parte e la configurazione dei Poteri pubblici dall’altra. L’ordine morale, cioè, come esige l’autorità pubblica nella convivenza per l’attuazione del bene comune, di conseguenza esige pure che l’autorità a tale scopo sia efficiente» (n.71).

Con parole in cui si può vedere, se non una pubblica correzione, almeno una precisazione del documento del Pontificio Consiglio, Benedetto XVI afferma che «la Chiesa non ha certo il compito di suggerire, dal punto di vista giuridico e politico, la configurazione concreta di un tale ordinamento internazionale»: si limita a offrire uno spunto di riflessione generale. E «nella riflessione, comunque, è da tenere presente che non si dovrebbe immaginare un superpotere, concentrato nelle mani di pochi, che dominerebbe su tutti i popoli, sfruttando i più deboli, ma che qualunque autorità deve essere intesa, anzitutto, come forza morale, facoltà di influire secondo ragione (cfr Pacem in terris, 27), ossia come autorità partecipata, limitata per competenza e dal diritto».

Il «superpotere» sarebbe in effetti una nuova manifestazione della tecnocrazia, che la Chiesa non intende certamente favorire. Un'autorità internazionale limitata «dal diritto» nella sua «competenza» ad alcune materie, e intesa più come autorità «morale» che come governo, potrebbe invece aiutare a evitare derive pericolose che, specie in campo finanziario, sono alle radici della crisi attuale. Si può immaginare, per esempio, che - se fosse esistita - qualche anno fa avrebbe potuto autorevolmente mettere in guardia contro prodotti finanziari speculativi venduti sui mercati internazionali e privi di un vero rapporto con l'economia reale.

Con questo intervento del Papa, le polemiche sul documento del 24 ottobre 2011 potrebbero essere chiuse. Mentre non è chiusa la riflessione su chi davvero comanda nell'economia mondiale, e su quali autorità nazionali o internazionali potrebbero mettere argine alle pretese tecnocratiche: stando bene attente, però, a non crearne di nuove.
 

venerdì 23 novembre 2012


CASO BORG/ Buttiglione: le lobby laiciste che mi fecero fuori stavolta hanno perso

venerdì 23 novembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net
CASO BORG/ Buttiglione: le lobby laiciste che mi fecero fuori stavolta hanno perso
Tonio Borg, membro maltese del Partito popolare, è stato eletto nuovo Commissario Ue alla salute. Una nomina ottenuta con il voto segreto di 386 parlamentari contro 281 (28 le astensioni). La nomina di Borg, cattolico, è stata immediatamente criticata da molte associazioni di difesa dell'aborto e dei diritti gay. Le sue convinzioni personali di cattolico, dicono, possono influire sul suo ruolo in materia di aborto e matrimoni gay. Viene subito alla mente il caso di Rocco Buttiglione quando al politico italiano venne negata la nomina a Commissario Ue per la giustizia, libertà e sicurezza per le sue posizioni sull'omosessualità. Un caso che fece scalpore anche perché Buttiglione si trovò contro diversi esponenti del Partito popolare. Ilsussidiario.net ha discusso della nomina di Borg proprio con il politico italiano: "Sono cambiate diverse cose da allora", ha detto Buttiglione, "anche all'interno del Partito popolare europeo. Ma soprattutto questo voto conferma una cosa che comunque c'era anche prima: che il relativismo etico non è la base ideale e giuridica dell'Unione europea. Non c'è nei trattati una parola che giustifichi il matrimonio gay o l'aborto o che dica che essi fanno parte dei fondamenti ideali dell’Ue. Sono invece tutte questioni esterne demandate agli Stati nazionali": Per Buttiglione, "non può neanche sorgere un conflitto di coscienza come si vuole attribuire a Borg perché non potrebbe neanche intervenire".

Onorevole, il fatto che Tonio Borg sia stato eletto nel ruolo di Commissario Ue alla salute significa che qualcosa è cambiato da quando a lei venne negato analogo ruolo per la giustizia, libertà e sicurezza?
Qualcuno al tempo della mia vicenda disse nell'aula del Parlamento europeo che l'Europa non era più cristiana. Io adesso non dirò che l'Europa è ridiventata cristiana, ripeterò quello che dissi allora.

Cioè? Ci ricordi le sue parole...
L'Europa non è né cristiana né anti cristiana: l'Europa oscilla tra la fede e l'incredulità e il confine passa nel cuore di ciascuno di noi. Le battaglie vanno fatte, a volte si vincono a volte si perdono. Quella che riguardava me l'abbiamo persa questa invece l'abbiamo vinta.

Crede che sia il caso di fare una riflessione su cosa significhi avere un ruolo politico ed essere anche cattolico, nel Parlamento europeo? Neanche questa volta sono mancati gli attacchi da parte di associazioni pro gay e pro choice.
Alcune cose in realtà sono cambiate: innanzi tutto credo che il Partito popolare europeo abbia difeso Borg con più convinzione di quanto non avesse fatto con me. Forse perché nel frattempo c'è stato il congresso di Bucarest, congresso nel corso del quale è stata riconfermata l'identità cristiana del partito. Allora erano entrati nel Ppe molti partiti locali non di tradizione democratica cristiana e questo aveva portato ad annacquare i nostri valori fondanti. Dopo un anno e mezzo di scontro culturale e politico è stato detto di no a queste tendenze e questo spiega lo sfondo di quanto accaduto adesso con Borg.

Qualcuno ha sottolineato anche come da parte socialista non ci sia stato un blocco compatto contrario a Borg.
Diciamo anche che questa volta il parlamento era diverso. La sinistra non ha la maggioranza come aveva allora. Andare a votare paga, i cattolici l'ultima volta sono andati a votare e se avessero votato ancora di più il rapporto di forze sarebbe stato ancora più favorevole. Non è vero che l'Europa diventa progressivamente sempre più anti cristiana, può essere ma anche no. Dipende dalla decisione con cui di volta in volta si fanno le battaglie.

Ci spieghi meglio questo concetto…

Nel mio caso, quello che si profilava era un voto sulla commissione e in quel voto tutte le forze anti europee votano contro la commissione, forze conservatrici sul terreno dei valori. Questa volta il voto non era sulla commissione ma sul commissario e questa volta perciò hanno votato a favore di Borg anche quelle forze anti europee. Considerati questi fattori, c'è un altro fatto di cui va dato atto a Martin Scholz. Molti socialisti hanno capito che quello nei miei confronti era stato un errore che non si doveva ripetere. L'Europa si rilancia con il dialogo fra democristiani e socialisti e questo ovviamente non può avvenire sul piano del relativismo etico. E anche i socialisti hanno votato Borg.

Ciò nonostante anche nel caso di Borg c'è chi ha detto che il suo curriculum dimostra che le sue opinioni personali hanno una forte influenza sulle sue azioni politiche.
Chiariamo una volta per tutte questo punto. Avere una fede non è avere opinioni personali di cui vergognarsi. Non è come dire “quella persona guarda film pedofili però è un bravo amministratore”, non è la stessa cosa. È ovvio che la mia fede influenza tutto quello che faccio, non c'è nulla di cui faccio che non sia influenzato dalla mia fede. Se io dico “farò rispettare la legge europea” è perché la mia fede mi dice che è mio dovere anche quando questa legge magari contiene qualche cosa che a me non piace.

Questo però non viene riconosciuto da molti.
La mia funzione è far rispettare la legge anche perché la mia Chiesa mi insegna che devo far rispettare la legge. Se ci fosse un contrasto, non devo violare la legge. Non si riconosce questo perché il problema è impostato in modo da far credere che un uomo che non ha fede non ha problemi di coscienza. Mentre un uomo di fede è scorretto a priori perché ci si immagina ci sia una ufficialità europea fondata sul relativismo etico.

Invece?
Diciamo invece chiaramente questa cosa: questo voto conferma una cosa che comunque c'era anche prima e cioè che il relativismo etico non è la base ideale giuridica dell'Europa. Non lo è nei trattati, non c'è una parola che giustifichi l'idea che il matrimonio gay o l'aborto fanno parte dei fondamenti ideali della Ue. Sono tutte questioni esterne demandate agli Stati nazionali. Non può neanche sorgere un conflitto di coscienza perché il Commissario Borg non potrebbe neanche intervenire. È vero il contrario: si vorrebbe che lui violasse i trattati per imporre una ideologia che non ha nulla che fare con i trattati. È anche colpa del Parlamento europeo che ha fatto mozioni che non rientrano nelle sue competenze e che hanno dato modo ad alcune associazioni di dire questa è la visione dell'Europa. Il caso Borg aiuta a capire tutto questo contesto.

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