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mercoledì 19 settembre 2012


DORMIRE POCO ALZA LA PRESSIONE E PROVOCA DISTURBI COGNITIVI NEGLI ANZIANI - Perché svegliamo i pazienti all'alba quando il sonno aiuta a guarire? Dai carrelli ai telefoni: gli ospedali sono troppo rumorosi. - Nei corridoi si parla ad alta voce: basterebbe chiudere le porte - Giuseppe Remuzzi - 19 settembre 2012 - http://www.corriere.it

MILANO - Le luci si accendono, l'infermiera sveglia il paziente. All'alba. Termometro, c'è da provare la febbre. È un risveglio standard negli ospedali. Ora però uno studio americano sulla rivista Annals of Internal Medicine spiega che i rumori ospedalieri nuocciono alla salute mentre il sonno aiuta a guarire.
«Svegliare una persona senza motivi non è un reato grave. La prima volta almeno». Così Robert Anson Heinlein in «Lazarus Long l'Immortale». «Buon giorno», dico una di queste mattine a un ammalato dell'ospedale. «Come va?». «Bene, cioè abbastanza bene», mi risponde, e io «perché abbastanza, non si trova bene qui da noi?». «Dormo male». «Che succede?». «Le infermiere sono gentili, ma alle sei del mattino a volte nel bel mezzo di un sogno accendono la luce e mi svegliano: è l'ora del termometro. Ma io la febbre non l'ho, non l'ho mai avuta. E poi c'è da provare la pressione. Perché? La mia è sempre stata normale, certo che se mi svegliano in quel modo lì si alza. E dopo tutto questo trambusto non mi riaddormento più». E ancora: «Ho dormito poco, qualche pisolino come i gatti - mi dice un mattino un altro malato - è normale, sono in Ospedale».

No, non è affatto normale. E qualcuno di là dall'oceano ha cominciato ad occuparsene seriamente. Jeremy Ackerman, per esempio, il quale da anni si batte perché medici e infermieri dell'ospedale capiscano che è ben difficile che gli ammalati si riprendano in fretta dai loro malanni se non dormono bene. Ackerman, che lavora ad Atlanta, ha convinto certi suoi colleghi di Emory University ad affrontare il problema con le regole della scienza. Ma indagare le reazioni del cervello in risposta ai rumori e farlo con i malati dell'ospedale non è così facile, e forse non è nemmeno tanto giusto. Così Orfeu Buxton è ricorso a uno stratagemma: ha registrato per diverse notti i rumori del suo ospedale e poi li ha fatti ascoltare a dodici dei suoi studenti mentre dormivano. Ciascuno di questi studenti era collegato a un apparecchio che registrava l'encefalogramma nel sonno, così si potevano rilevare variazioni del tracciato in risposta ai rumori. Cambiando intensità e tipo di rumore poi si sarebbe potuto capire cos'è che disturba di più il sonno: gli allarmi delle pompe di infusione, per esempio, e quelli di tante altre apparecchiature, oppure i campanelli dei malati che hanno bisogno di aiuto o i telefoni a cui non sempre si riesce a rispondere subito e allora suonano per minuti interminabili, e ancora i carrelli delle medicazioni e tanti altri rumori.

Gli studiosi hanno visto (il lavoro di Orfeu Buxton è pubblicato su Annals of Internal Medicine di questi giorni) che la cosa peggiore, specialmente nei periodi di sonno leggero, sono gli allarmi delle pompe di infusione e la gente che parla ad alta voce nei corridoi o addirittura fuori dalle stanze (basterebbe avere il garbo di chiudere le porte, ma negli ospedali non lo fa quasi nessuno). Questi rumori svegliavano gli studenti quasi sempre. C'era anche chi non si svegliava o non ricordava di essersi svegliato ma tutti, con i rumori dell'ospedale, al mattino si sentivano già un po' stanchi.

Un limite dello studio di Emory University è che gli studenti sono giovani e sani, mentre chi si ricovera in ospedale di solito ha una certa età e tante altre ragioni per non dormire, a cominciare dai dolori o dai fastidi legati alla malattia. E per le persone anziane e malate, specie se si è appena riusciti a prendere sonno, svegliarsi di soprassalto è una tragedia. Anche perché se non si dorme la pressione del sangue si alza (per via dell'adrenalina e di altri ormoni) e questo alla lunga fa male anche al cuore, e poi ci sono disturbi dell'umore, difficoltà a concentrarsi e perdita di memoria. I più vecchi poi, che hanno bisogno di ricoveri frequenti, se non dormono per tante notti di fila perdono l'orientamento e in casi particolari si arriva al delirio. E si dovrebbe fare di tutto per evitarlo - qualche ospedale negli Stati Uniti ha stabilito un «quiet time» proprio per questo -: gli anziani che hanno disturbi cognitivi legati all'ospedalizzazione alla fine muoiono più degli altri. Insomma, quello dei rumori in ospedale è un problema grave a cui si dovrebbe dare davvero molta più attenzione. Oggi si parla tanto di «Ospedale senza dolore», è uno slogan, creato soprattutto per sensibilizzare medici e infermieri. Giusto, giustissimo, e speriamo di arrivarci davvero, un giorno, a un ospedale dove chi si ricovera non debba soffrire per niente. A quando l'«Ospedale senza rumore»?

martedì 3 aprile 2012


Balduzzi: “Entro il 2013 chiuderemo gli Opg” ,”Entro un anno gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiusi o riconvertiti”, http://www.lafragolanapoli.it/

Ancora un anno, poi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari “dovranno essere chiusi o riconvertiti: credo che esistano i tempi per il rispetto della norma che è stata fatta”.

E-ilmensile – A dirlo è stato il ministro della Salute, Renato Balduzzi a Firenze, durante un convegno realizzato da Legautonomie.“E’ stato stabilito un crono-programma – ha proseguito il ministro -, e proprio in questi giorni andrà all’accordo in conferenza Stato-Regioni il decreto ministeriale sui requisiti delle strutture. Io credo che sia coraggiosa la scelta di porre un termine a questi momenti non di grande dignità del nostro paese a queste strutture fortemente problematiche – ha aggiunto il ministro – e credo che riusciremo a vincere questa scommessa. Certamente ci vuole da parte di alcune regioni una grande collaborazione, ma penso che ci siano le condizioni per rispettare i tempi della norma”.

L’OPG è, tecnicamente, una Istituzione dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia, più realisticamente una sorta di discarica sociale.
E’ formato da una serie di reparti, in tutto 8, molto simili tra loro, in ognuno dei quali ci sono delle celle, una sala mensa e un cortile interno per le passeggiate.
Alle finestre le sbarre.
Dietro quelle sbarre si trovano gli esseri probabilmente più emarginati della nostra società, i “loro” più diversi, non solo “matti ” ma anche criminali!
Quelle persone di cui tutti si sono ricordati solo dopo che la canzone di Cristicchi è riuscita a vincere l’ultimo festival di San Remo. Quelle persone che invece avrebbero molte cose da dire e far sapere al resto della gente se solo qualcuno ascoltasse.


Ma in questi casi ascoltare è difficile, non a causa della malattia mentale, ma a causa del fatto che queste persone sono colpevoli di un reato, qualunque esso sia, il che li rende agli occhi della gente meno malati e più criminali.
Tutto ciò è certamente comprensibile, soprattutto considerando il punto di vista delle vittime di tali reati, ma non giustifica la pena che queste persone devono scontare. Cercherò di spiegarmi meglio senza entrare troppo nel dettaglio.
Per i cosiddetti “folli rei”, ovvero coloro che commettono un reato in uno stato di incapacità di intendere e volere e sono giudicati “pericolosi socialmente”, il giudice può stabilire un internamento minimo di 2, 5 o 10 anni a seconda dei casi, ma la legge non stabilisce un massimo.
Insomma si sa quando si entra, ma non si sa quando si esce.

Passato il periodo di tempo stabilito (2, 5 o 10 anni), l’internato viene sottoposto ad una ulteriore visita psichiatrica che deve stabilire se la sua pericolosità sia scemata o meno.
Laddove tale perizia stabilisca la scemata pericolosità sociale, il condannato potrebbe essere libero, ma in realtà ancora non lo è perché c’è un’altra condizione fondamentale per la sua liberazione: avere una famiglia o un luogo di cura che si faccia carico di lui e della sua salute.
Questa condizione per molti internati diventa una condanna all’ergastolo: le famiglie molto spesso li rifiutano perché considerano una vergogna la malattia e ancor di più il crimine, o perché non hanno i mezzi per poterli assistere; le istituzioni sanitarie e quelle locali non sembrano avere risorse sufficienti, spazi, personale.
Così, sebbene una persona abbia raggiunto un grado di autonomia e consapevolezza che gli renderebbe possibile tornare alla sua vita “normale”, deve rimanere in OPG.

Questo è uno dei motivi per cui, all’inizio di questo articolo ho definito l’O.P.G. una sorta di discarica sociale.
Non solo. Anche le attività trattamentali, intese come l’insieme delle attività ricreative, socializzanti, psicologiche e lavorative, che dovrebbero essere il momento fondamentale dell’internamento, nonostante l’impegno dei volontari, rivestono un ruolo spesso secondario. I finanziamenti stanziati dai governi sono purtroppo insufficienti per organizzare attività, avere materiale etc.
I soldi previsti dalla legge sono pochi anche per provvedere alla sussistenza degli internati: si pensi che per il cibo di un internato la legge prevede un budget giornaliero minore di quello di un carcerato, come se ad un internato, data la sua condizione, bastasse un minor numero di calorie e principi nutritivi.
Se si considera inoltre che la funzione principale dell’OPG dovrebbe essere, oltre che la cura, quella di riabilitare e rieducare gli internati per poterli reinserire nella società “normale”, non si spiega perché in un istituto come quello di Aversa si trovino solo 3 educatori su 330 internati circa.


Ma il fatto a mio avviso più sconvolgente e paradossale è che all’interno di un Ospedale Psichiatrico giudiziario non esista la presenza continua e permanente nell’arco delle 24 ore di uno psichiatra. Gli psichiatri che lavorano presso l’OPG lo fanno spesso come secondo lavoro, nel senso che sottraggono delle ore ai propri studi privati per fare le visite richieste dall’Istituto.
Succede allora in casi estremi quello che è stato descritto durante un incontro con uno psicologo: nei casi in cui si rende necessario, il medico di guardia può decidere che un internato venga immobilizzato con la forza sul letto di contenimento, ma solo lo psichiatra può decidere di farlo slegare. Così, ad esempio, se questo avviene il venerdì, l’internato dovrà aspettare fino al lunedì per essere liberato, allorché ci sarà uno psichiatra che potrà deciderlo.
Tutto ciò è a dir poco vergognoso.

Il letto di contenimento è stato peraltro molto utilizzato fino ad un recente passato, ma probabilmente in molte realtà tutt’oggi si abusa di questo metodo, soprattutto a causa dell’impreparazione del personale che andava ad operare in OPG: gli infermieri, i poliziotti penitenziari, i medici, non seguono dei percorsi formativi specifici per fare questo tipo di lavoro. Vengono in un certo senso “sbattuti” li, senza essere preparati a questo tipo di realtà che non ha niente a che vedere con un “normale” ospedale o un “normale” carcere.
Oggi, ad Aversa, grazie agli sforzi di alcuni, primo fra tutti il direttore dell’OPG A. Ferraro, sono stati messi in atto dei percorsi formativi rivolti al personale infermieristico e alla polizia penitenziaria, grazie ai quali si cerca di limitare l’utilizzo di mezzi coercitivi come quello sopra indicato insegnando tecniche alternative di contenimento; ma ciò non basta.


La rivalutazione della funzione del personale all’interno di questa istituzione, è una questione che non andrebbe sottovalutata soprattutto in ambito politico, come invece succede, ma piuttosto risolta perché è il primo passo per poter realmente costruire un percorso significativo di recupero.
Il primo importante passo per arrivare a questo consiste nel fare in modo che la società si accorga di queste persone, affronti queste problematiche più apertamente (non solo con programmi televisivi in seconda serata) e se ne faccia carico.
E che di conseguenza anche le Istituzioni se ne interessino, che sappiano ascoltare, rispondere a questi bisogni urlati da centinaia di persone e sappiano investire le giuste energie e le adeguate risorse nell’ambito della cura e del recupero, poiché credo sinceramente che laddove la cura non funziona e il recupero non avviene, tutta la società e il suo sistema di giustizia falliscono.

martedì 24 gennaio 2012


Sanità, una responsabilità da condividere, 24/1/2012, di IGNAZIO MARINO*, http://www.lastampa.it/

Caro Direttore, è giusto che un ospedale al termine di un ricovero dimetta il paziente consegnandogli un documento che riassuma le spese che il Servizio sanitario nazionale ha sostenuto per lui? La Regione Lombardia e la Regione Piemonte hanno deliberato che nei prossimi mesi ogni paziente, al momento di congedarsi dall’ospedale riceverà, oltre alla lettera di dimissioni, il conto: una nota a due voci dove saranno registrate separatamente la somma eventualmente pagata dal paziente e i costi sostenuti dal servizio pubblico. E’ una scelta che non ha mancato di aprire un dibattito, in primo luogo tra i medici. E’ stato osservato che parlare di costi può essere umiliante per il malato e controproducente per il medico che non dovrebbe essere distolto dalla sua missione con questioni finanziarie. Sono osservazioni non prive di fondamento, eppure occorre avere la serietà di ripetere che quando si parla di salute si parla anche di risorse che non sono, neanche in questo campo, infinite. Lo sanno bene i medici di famiglia, da anni invitati a evitare prescrizioni inutili e superflue, ed è bene che ne siano consapevoli anche i cittadini. Se la spesa sanitaria va razionalizzata, allora è saggio coinvolgere e responsabilizzare in questo processo proprio gli utenti del servizio sanitario.

L’obiettivo non è certo quello di convincerli a non curarsi, o a curarsi di meno, ma quello di ragionare tutti, operatori e utenti, in termini di utilità/inutilità di una prestazione o di un servizio. Prima ancora di bilanci o di tetti di spesa, il criterio cui fare riferimento deve essere quello dell’appropriatezza della cura e dunque della necessità di un intervento sanitario. A prescindere dai costi, se una prestazione è necessaria, va garantita. Se non lo è, è saggio, se non doveroso, evitarla anche perché sottrae risorse economiche preziose per interventi irrinunciabili.

Nel nostro Paese si sprecano fiumi di denaro per i cosiddetti ricoveri inappropriati: in altri Paesi il paziente fissa la data dell’operazione con il proprio chirurgo, poi si fa visitare dall’anestesista e dagli altri specialisti e il ricovero avviene solo la mattina del giorno stabilito per l’operazione. Si ha idea di quanto si risparmia? In Italia, solo in Friuli Venezia Giulia il malato è ospedalizzato la notte prima dell’intervento; nel Lazio i giorni in più precedenti l’intervento sono in media tre, nel Sud in generale diventano 4 o 5, al costo di mille euro al giorno. E questo per 400.000 interventi programmati ogni anno. Inoltre, potendo scegliere, qual è il malato che opterebbe per stare in una stanza con quattro o cinque letti quando potrebbe stare a casa sua sino al giorno dell’operazione? E quei soldi così sprecati non saranno disponibili per coprire le spese di un esame diagnostico o per ridurre il ticket su di un farmaco. E’ in questa logica che i cittadini possono essere invitati a partecipare in prima persona ad una riflessione sulla spesa sanitaria. In questo modo potranno avere voce in capitolo ed esprimersi sulle scelte di politica sanitaria delle strutture pubbliche. E’ quanto accade in molti paesi occidentali dove si parla di consumer-driven health care e dove gli utenti dei servizi sanitari possono pronunciarsi attraverso appositi comitati. Potremmo pensare all’istituzione di Comitati consultivi di Controllo, costituiti e gestiti da cittadini appartenenti ad una Asl, che potrebbero esprimersi sulla programmazione sanitaria, suggerire modifiche o miglioramenti nell’individuazione delle priorità nell’uso delle risorse. Sarebbe un significativo passo avanti per una maggiore trasparenza ed efficienza del servizio sanitario. E per una democrazia partecipata.
* Chirurgo, presidente della Commissione parlamentare di Inchiesta sul Servizio sanitario nazionale

martedì 1 novembre 2011


Ospedali monastici: la cura nasce dalla fede di Francesco Agnoli, 01-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

L’ospitalità monastica, per secoli la più organizzata ed influente, fu promossa soprattutto da Basilio, in Oriente, da Cassiodoro (ca. 485-580) e da san Benedetto da Norcia (480-547), in Occidente.
Di San Basilio (329-379) si è già ricordato che fu il fondatore del primo e più grande ospedale in Oriente. In esso trovavano rifugio poveri, lebbrosi, bambini abbandonati…

Basilio non era solo un uomo di religione, né solo di carità. Seguace di un Dio Logos, cioè Ragione, e Caritas, cioè Amore, univa alla pratica dell’assistenza un forte interesse “laico”, speculativo, per la medicina. “Non è certo che nelle istituzioni monastiche basiliane fosse compresa in modo sistematico anche la Medicina, però ci sono chiare testimonianze di quanto questa attività fosse presa in considerazione”. Basilio, i cui monasteri si diffondono anche in Italia meridionale,  si avvaleva dell’aiuto dei monaci, ma anche di infermieri laici, detti “parabolani”, regolarmente pagati, che “assolvevano l’incarico di raccogliere malati per le strade della città o nelle contrade di campagna e di portarli negli ospedali a dorso di mulo o, più spesso, sulle proprie spalle” .

Se ci spostiamo in Occidente, troviamo la figura gigantesca di Cassiodoro, che nel suo monastero di Squillace, in Calabria, “non solo raccomandava lo studio della Medicina, ma si era assunto l’incarico di insegnare in prima persona”, e soprattutto si dedicò a raccogliere 235 volumi di medicina scritti in greco e tradotti in latino dai suoi monaci.

In un’epoca in cui quasi nessun laico, né alcuna autorità politica pensava minimamente alla medicina, Cassiodoro contribuì a salvare un patrimonio di secoli che altrimenti sarebbe andato perduto.

Egli invitava i suoi monaci a leggere Ippocrate e Galeno, e nello stesso tempo raccomandava di mettere le loro conoscenze al servizio dei fratelli: “Ma a voi mi rivolgo, egregi fratelli, che trattate con diligente curiosità la sanità del corpo umano e rifugiandovi nei luoghi sacri eseguite una beata pietà: tristi per l’altrui sofferenze, mesti per gli altrui pericoli, trafitti dal dolore di quelli che intraprendete a curare e sempre, nelle sventure altrui, oppressi dal proprio affanno, servite con cuore sincero coloro che languiscono, come conviene alla perizia dell’arte vostra…” .

Quanto a San Benedetto, patrono d’Europa, al capitolo XXXVI della sua regola invitava i suoi monaci a “prendersi cura prima di tutto e sopra tutto dei malati. Bisogna servirli come fossero Cristo stesso, che veramente è in essi e che in essi viene veramente servito. Perché Egli ha detto: ‘ ciò che avrete fatto al più piccolo di costoro, lo avrete fatto a me’ ”.  Questa cura fu praticata, inizialmente, all’interno del monastero, ma successivamente il “monaco infirmario uscì dalle mura conventuali per recarsi a curare malati nel loro domicilio…” . Ovviamente, la cura benedettina e monastica in generale, univa la somministrazione di farmaci, di salassi, di clisteri, di decotti, di massaggi, di elisir, di pomate, di cataplasmi, empiastri, e toccasana di vario tipo, con preghiere, benedizioni, imposizione delle mani… Non perché vi fosse una strana confusione, come è tipico del mondo antico, tra religione e medicina, ma al contrario, per una chiara conoscenza, per quanto l’epoca lo permettesse, dell’uomo, che è anima e corpo. Infatti si può dire tranquillamente che i monaci aromatari e i frati speziali dei conventi, che nelle loro spezierie preparavano infusi e medicamenta vari, raccoglievano, lavoravano e descrivevano le erbe, sono stati i “primi protagonisti di una attività farmaceutica posta istituzionalmente al servizio del malato e della comunità” .

Nei monasteri, come si è detto, la spinta verso l’aiuto ai fratelli nasceva dalla fede, dall’identificazione del povero e del malato (pauper infirmus) - non vi era una chiara differenza tra i due, anche perché la povertà era spesso, a quei tempi, causa di debilitazione e di malattia-  con Cristo sofferente; ma questa spinta conviveva con una grande apertura verso la scienza e le sue regole in quanto tale, come è dimostrato dal fatto che tutti i testi medici dell’antichità sono stati conservati proprio dagli archivi monacali.

Cassiodoro, Basilio, Benedetto, non condannavano la medicina antica, in quanto pagana, ma la valutavano, al contrario, per i suoi meriti oggettivi, che nulla avevano a che vedere con la religione di chi li aveva scritti.

Scrive Giuseppe Penso: “Questi centri medici monastici non furono soltanto ricoveri ospedalieri, ma centri di insegnamento dove accorrevano i giovani desiderosi di apprendere le nozioni mediche dei manoscritti greci e latini, gelosamente conservati in quelle abbazie, e dove accorrevano, da tutta Europa, malati per farsi curare” .

A Chartres, a Cluny, a san Gallo, a Montecassino, Roma, Farfa e a Fossanova, dove i monaci curavano i malarici, a causa delle paludi, si studiava la medicina antica e si gettavano le basi per una medicina futura, non legata alle superstizioni popolari.

“Così, dal VI secolo al X secolo, i monaci italiani e molti chierici insegnavano la Medicina ed esercitavano tanto la medicina insegnata quanto quella praticata, appresa dai libri greci e latini, distinguendola però dalla Medicina soprannaturale e dalle pratiche religiose. Essi studiavano la Medicina come scienza. Il rispetto che avevano per le esigenze proprie di questa scienza li portava a concepire le due attività come ben distinte: l’esercizio clinico della Medicina andava conseguito con mezzi naturali e in base a cognizioni scientifiche, le pratiche religiose andavano sostenute dalla fede nel potere divino e dalla speranza nella grazia della provvidenza” .
Era dunque riconosciuta allo studio della Medicina, una sua “autonomia”, senza però che l’attività caritatevole si limitasse alla cura del corpo.

Per questo il già citato Cassiodoro raccomandava ai suoi monaci: “Imparate quindi la natura delle erbe… ma non riponete l’unica speranza nelle erbe, non ricercate salvezza soltanto negli umani consigli”, mentre Gerberto, successore di Benedetto, dimostrando una notevole comprensione della distinzione tra medicina e religione, affermava: “Nell’esercizio delle cose mediche non vale far uso della mia autorità di abate”.

Si produsse così “tra vita religiosa e attività medica un innesto quasi naturale, come se la medicina avesse finalmente trovato nella chiesa il sostegno che andava cercando”. Anche perché l’istituzione religiosa metteva “a disposizione i suoi mezzi (gli scriptoria, i monasteri, gli ospedali, ndr) per il sostegno di iniziative scientifiche”, destinate quindi ad una espansione che l’Antichità non avrebbe mai potuto raggiungere .

“Nel IX secolo, scrive Giorgio Cosmacini, l’organizzazione sanitaria di ogni grande monastero non era molto diversa da quella vigente intorno all’anno 820 nel convento di san Gallo: un infirmarium, o ‘infermeria’, con un cubiculum valde infirmorum, o ‘sala di degenza per malati gravi’, e con un giardino di piante medicinali, un locale per clisteri e salassi e un altro locale dotato di armarium”, cioè di un armadio di libri e spesso anche un armarium pigmentorum, cioè un armadio di medicinali” . In più, spesso, la presenza di una balnearum domus, per i bagni, e di una domus medicorum, riservata ai medici.

Non estranea a questa storia monastica fu la prima Schola medica medievale, la celeberrima Schola di Salerno (che a volte viene presentata, un po’ impropriamente, come la prima università). Scrive  G. B. Scarano: “non è da escludere che alla nascita di questa scuola abbia influito l’indirizzo di studi e di pratica della vicina abbazia di Montecassino; è accertato che già nel VI secolo esisteva a Salerno un chiostro benedettino con annesso ospizio-ospedale e che a Salerno comparvero, nei secoli seguenti, numerosi monasteri forniti di locali per il ricovero e l’assistenza di malati e pellegrini, fenomeno questo presente, del resto, in tutte le regioni d’Italia” .
Nei monasteri benedetti, inoltre, si praticava in generale un’ ospitalità a 360 gradi. Infatti il monaco, divenuto volontariamente “povero di Cristo”, doveva avere un occhio di riguardo verso i poveri involontari (pauperes inviti, ma anch’essi pauperes Christi) e solitamente si dedicava loro la decima parte dei redditi del monastero, delle elemosine e dei donativi, oltre a ciò che rimaneva dai frequenti digiuni, imposti dalla regola per insegnare ai monaci l’autocontrollo, la partecipazione alla Passione di Cristo, l’attenzione verso i bisognosi. Per secoli i poveri giungevano alla porta dei monasteri per cercarvi un “asilo di pace”, aiuto e cibo.

“La liturgia dell’ospitalità”, scrive il grande storico della povertà Michel Mollat, cominciava “alla porta del monastero”: qui il cellario o il padre portinaio, spesso scelto per le sue virtù, doveva distinguere tra le varie categorie di mendicanti, e dar vita al cerimoniale di accoglienza. All’ospite si lavavano e si baciavano i piedi (mandatum), come aveva fatto Cristo con i discepoli insegnando loro a “servire” e non ad “essere serviti”, e poi si offriva da mangiare, in foresteria, se malato, o nell’hospitale pauperum. Venivano forniti viveri anche a coloro che si rimettevano in viaggio,  e soprattutto a coloro che si presentavano di giorno in giorno alla porta (pauperes supervenientibus). “Sono ben note le razioni date a Corbie: pane, birra, qualche volta vino, legumi, formaggio, lardo e talvolta anche carne. Si distribuiscono anche scarpe e vestiti usati dai monaci, coperte, legna per scaldarsi e per cuocere i cibi, utensili di uso comune. Qualche volta, a partire dal secolo IX, si dona anche denaro”. Inoltre i monasteri organizzavano periodiche distribuzioni, in occasione di festività come Natale, Pasqua, Ognissanti, e la visita settimanale ai poveri ammalati nelle loro case.

L’abate Smaragdo di Verdun, nel suo “Commento alla regola di san Benedetto”, invitava i suoi monaci alle opere di misericordia, esortandoli a visitare gli infermi, a ricercare i poveri nel timore che dormissero all’aperto, ad accogliere quelli di essi che bussavano alla porta del convento, confortandoli (recreare pauperes) con gioia (libente animo) e allegria (cum hilaritate): tra i poveri in particolare raccomandava i fanciulli (infantes) e i vecchi, tra i quali annoverava anche i deboli di mente .