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martedì 18 dicembre 2012


Un esame del sangue e il Parkinson si svela - 18 dicembre 2012- http://www.lastampa.it

Il Parkinson tende a manifestarsi quando la malattia si trova già in uno stato avanzato, rendendo più difficili le terapie
Ricerca italiana: individuati nei globuli bianchi i marcatori “Così si riconosce l’esordio precoce della malattia”
Basterà un esame del sangue per riuscire a individuare precocemente i pazienti affetti dal morbo di Parkinson, distinguendoli da quelli che soffrono di altre malattie di tipo neurodegenerativo.  
Una ricerca tutta italiana ha individuato per la prima volta nei globuli bianchi i marcatori che permetteranno con un semplice prelievo di riconoscere i segnali tipici di un esordio precoce della malattia.  
L’annuncio arriva dalla rivista scientifica internazionale «Scientific Reports». Il gruppo che ha fatto la scoperta è quello dell’Università di Torino diretto dal professor Leonardo Lopiano, direttore delle Neurologia universitaria dell’ospedale Molinette, in collaborazione con il professor Mauro Fasano e con la dottoressa Tiziana Alberio, dell’Università dell’Insubria a Busto Arsizio, e con altri collaboratori dell’Università del Piemonte Orientale e dell’Università di Verona. Attraverso la proteomica che studia la modificazione delle proteine nei tessuti, i ricercatori hanno trovato alcuni marcatori delle cellule - in particolare nei linfociti T - che in determinate combinazioni consentono di dare addirittura un punteggio di compatibilità con la malattia.  
«Il carattere innovativo dello studio - spiega il professor Lopiano - sta nel cercare i marker nei linfociti, cioè nelle cellule del sistema immunitario del sangue: tali cellule condividono alcune caratteristiche peculiari con i neuroni soggetti alla degenerazione prodotta dal Parkinson». 
Dopo l’Alzheimer, il morbo di Parkinson è la malattia neurodegerativa più diffusa non solo nel nostro Paese. Studi epidemiologici europei e americani calcolano un’incidenza della malattia da 1,5 a 2 volte maggiore negli uomini rispetto alle donne. In totale, in Italia, la malattia colpisce il 2% della popolazione sopra i 65 anni, con oltre 220 mila diagnosi fatte. In Piemonte si calcolano 14 mila malati e nella sola provincia di Torino seimila casi, «ma in realtà non si conosce né un numero né una localizzazione precisa, pur sapendo con certezza che i parkinsoniani tendono ad aumentare con il progressivo invecchiamento della popolazione». 
«Al momento - proseguono i ricercatori dell’Università di Torino - la malattia si manifesta in tutta la sua gravità quando la degenerazione neuronale annulla l’efficacia delle terapie che possono rallentare il decorso del morbo». L’unica speranza è quella di contrastare i sintomi». Per questa ragione, potendo arrivare prima alla diagnosi, si potrebbero utilizzare farmaci ritenuti già oggi in grado non solo di proteggere i neuroni, ma anche di modificare il decorso cronico della malattia. Farmaci purtroppo inefficaci se il livello della malattia è troppo avanzato.  
La scoperta ha in questo senso un doppio valore, perché permetterà di avviare studi clinici di nuovi farmaci che oggi non possono essere realizzati. Ancora il professor Lopiano: «Per portare i risultati delle nostre ricerche dal laboratorio alla clinica stiamo lavorando alla realizzazione di una rete di centri Parkinson in grado di reclutare un gran numero di soggetti, necessari a verificare che il test sia effettivamente efficace come appare dai nostri studi.  
Ma questo ha costi abbastanza alti e ci stiamo dando da fare per trovare adeguati finanziamenti». 
«Da qui all’esame del sangue la strada è lunga - precisa il biochimico Mauro Fasano -, ma la scoperta apre una strada completamente nuova alla lotta al Parkinson. Se questi dati verranno confermati in una casistica più ampia, il neurologo disporrà di uno strumento in più per decidere se fare analisi complesse e costose, solitamente riservate a persone che hanno già manifestato i sintomi della malattia». 

giovedì 11 ottobre 2012


Gli studi sui medicinali anti-Parkinson vincono il premio Nobel per la chimica – 11 ottobre 2012- http://www.ilgiornale.it

Hanno aperto la strada per progettare i farmaci del futuro, molto più precisi nel colpire il loro bersaglio rispetto a quelli attuali: è questo il merito delle ricerche per le quali Robert Lefkowitz e Brian Kobilka hanno avuto il Nobel per la chimica. «Le ricerche di Lefkowitz hanno avuto un ruolo fondamentale perchè hanno permesso di capire il modo in cui gli ormoni si legano ai recettori e come, di conseguenza, vengono regolate le funzioni delle cellule», osserva Daniela Corda, direttore dell'Istituto di Biochimica delle proteine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). «All'inizio degli anni '80 il mondo era molto più semplice - osserva la ricercatrice - e il merito di Lefkowitz e del suo gruppo è nell'aver compreso quali proteine sono cruciali per veicolare le informazioni dall'esterno all'interno delle cellule». Oggi le cose sono molto cambiate, soprattutto dopo che la mappa del genoma umano ha individuato oltre recettori cellulari. «Di questi quelli noti sono meno di 100, tutti gli altri non sono noti e per questo vengono chiamati orfani», rileva la ricercatrice. «È un campo di ricerca importantissimo, che da 40 anni sta dando risultati notevoli», aggiunge. Basti pensare che a queste ricerche si deve l'arrivo di farmaci come i betabloccanti per curare l'ipertensione. La ricerca, aggiunge, si è affinata ulteriormente con Kobilka, che è stato il primo a studiare la struttura di un recettore. «Questo ha permesso di capire come gli ormoni si legano ai recettori e di progettare farmaci più precisi». Per Francesca Cutruzzola, del dipartimento di Scienze biochimiche dell'università Sapienza di Roma, a Kobilka va il merito di aver studiato la struttura tridimensionale dei recettori. Grazie a queste ricerche sarà possibile avere farmaci sempre più selettivi». Già oggi sui recettori si basano numerosi farmaci, ad esempio per l'ipertensione, le emicranie, le aritmie cardiache, alcune patologie ormonali e il Parkinson.

martedì 4 settembre 2012


Epilessia e Parkinson/ Un microchip nel cervello per curarli  - Martedì, 4 settembre 2012 - http://affaritaliani.libero.it/


Un microchip di silicio a forma di ago, impiantabile nel cervello e capace di stabilire una comunicazione bi-direzionale e ad alta risoluzione con i neuroni cerebrali. Un dispositivo capace di leggere l'attività dei neuroni, dai quali riceve poi un feedback utile a calibrarne meglio l'utilizzo da parte del medico.

Potrebbe essere questa la svolta per la cura di mlattie come epilessia e Parkinson. A realizzare la scoperta, un consorzio europeo tra scienziati italiani, israeliani e tedeschi coordinato dal professor Stefano Vassanelli, neurofisiologo del Dipartimento di Scienze biomediche dell'Università di Padova.

La ricerca, come racconta il Corriere del Veneto, è iniziata tre anni e mezzo fa ed è stata condotta nell'ambito del "Progetto CyberRat" finanziato dall'Unione europea e dalla Fondazione Cariparo con 2 milioni di euro. Per ora il chip è stato testato sulle cavie, ma l'idea è quello di impiantarlo nei pazienti.

mercoledì 27 giugno 2012


Algoritmi voce spia diagnosi Parkinson - Matematico cerca 10mila volontari nel mondo, 26 giugno, http://www.ansa.it

 (ANSA) - MILANO, 26 GIU - Il morbo di Parkinson potra' essere diagnosticato dalla voce del malato. Il matematico Max Little, infatti, ha messo a punto un test non invasivo ed economico per rilevare la malattia, che funziona tramite algoritmi informatici che analizzano la voce registrata. Il sistema e' stato presentato in occasione della TedConference in corso a Edimburgo, come riporta la Bbc. Il sistema messo a punto da Little, un database, 'impara' a rilevare le differenze nella voce.

mercoledì 11 gennaio 2012


LA RICERCA/ L'esperto: la nicotina? Utile per trattare i sintomi del Parkinson - INT. Alberto Zani, martedì 10 gennaio 2012, http://www.ilsussidiario.net

«Sulla nicotina sono state svolte molte ricerche, e tra queste ce ne sono alcune che riportano gli effetti benefici di questa sostanza sui processi cognitivi, con un’attenzione sempre rivolta al delicato legame che c’è con il fumo e con tutto il dibattito biomedico intorno a questa abitudine, che può portare anche a gravi malattie dal punto di vista cardiorespiratorio, o allo sviluppo di gravi forme oncologiche». A parlare è Alberto Zani, ricercatore Ibfm-Cnr di Milano-Segrate che, in questa intervista per IlSussidiario.net, spiega i risultati dello studio realizzato dall’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Milano-Segrate in collaborazione con Alice Mado Proverbio, docente di Psicobiologia dell’Università di Milano-Bicocca, presentati anche a Washington, al Congresso mondiale della Society for Neuroscience: i dati rivelano che la nicotina è in grado di espandere le capacità della cosiddetta “memoria di lavoro” o working memory, limitando però alcuni processi legati alla scelta e all’avvio del movimento nel cervello umano. «Lungi dall’essere un invito al fumo, - spiega il professor Zani - abbiamo voluto verificare la ragione di questi risultati abbastanza discordanti sia nel campo animale sia in quello degli esseri umani».
Come mai in altre ricerche i risultati appaiono discordanti?
Il motivo è ricercabile nella metodologia con cui vengono portate avanti queste ricerche, in cui spesso per comodità o per rigore metodologico vengono reclutati a livello umano persone che non fumano, a cui vengono somministrate dosi controllate di nicotina attraverso farmaci esistenti sul mercato. Ci sono quindi molti problemi legati agli effetti collaterali che vengono a determinarsi nella prima somministrazione di questa sostanza a persone che non sono adattate al suo utilizzo, come l’aumento del battito cardiaco, respiratorio e uno stato di ansia. Conoscendo questa problematica, abbiamo deciso di indagare su quali potessero essere gli effetti della nicotina utilizzando direttamente delle persone che fumano regolarmente dalle 10 sigarette in su al giorno, mettendoli a confronto su dei compiti di tipo cognitivo.
Come mai?
Principalmente per studiare il trattamento dei principali sintomi del Parkinson, come i disturbi della memoria e le discinesie motorie: abbiamo quindi messo a punto tre diversi compiti che potessero darci modo di testare questi individui senza alcuna patologia medica conclamata e che fumassero regolarmente, mettendoli a confronto con un gruppo di pari con le stesse caratteristiche, ma non fumatori.
In cosa consistevano questi compiti?
Per testare i meccanismi cerebrali di orientamento selettivo dell’attenzione visuo-spaziale e misurare il tempo di reazione, i partecipanti dovevano mantenere la fissità dello sguardo, prestare attenzione a stimoli presentati in punti diversi dello spazio visivo segnalati in precedenza, e rispondere premendo un tasto. Per studiare invece la working memory, i volontari dovevano contare a ritroso durante l’esecuzione di un compito di attenzione spaziale, partendo da grossi numeri e sottraendo tre cifre alla volta. Nel compito mirato alla pianificazione, invece, i partecipanti erano obbligati a fare una scelta motoria, premendo il più velocemente possibile un tasto con l’indice o con il medio, in base a stimoli diversi.
Che reazioni ha potuto notare?
Nel compito di controllo, abbastanza semplice, i due gruppi non differivano tra loro, mentre in quello più difficile, in cui il compito era doppio, i fumatori hanno mostrato di essere molto più veloci nel dare risposte motorie, di circa 50 millisecondi, e di fare molti meno errori. Al contrario, però, abbiamo visto che i fumatori, favoriti nel compito mnemonico, erano invece sfavoriti in quello in cui dovevano operare una scelta di risposta attraverso un movimento da operare, in base a uno stimolo somministrato. In questo caso i non fumatori mostravano di essere almeno di 100 millisecondi più veloci dei fumatori. Le conclusioni che noi traiamo da questi risultati è che si potrebbe trovare un certo beneficio nel somministrare la nicotina, in forma ovviamente diversa da quella del fumo, a pazienti parkinsoniani perché potrebbe essere un modo per ovviare alla sintomatologia da loro manifesta. 
Con questo non vuole comunque dire che, anche se solo in minima parte, fumare fa bene?

Assolutamente no, perché in condizioni di prestazione ordinaria la nicotina non porta a nessun beneficio a livello prestazionale. Può invece ovviare a delle situazioni di sovraccarico di lavoro o mentale, o di improvvisi stimoli che attraggono assiduamente la nostra attenzione. In quel caso il fumatore può aver una prestazione migliore di un non fumatore, ma si tratta di situazioni che non sono ordinarie della vita quotidiana, perché noi non viviamo in questo mondo prestando attenzione semplicemente agli stimoli, ma operando delle inferenze. Quindi, per esempio, quando qualcuno ci sta parlando, anticipiamo in qualche modo le parole che ci vengono riferite e il contenuto più ampio del discorso, proiettandoci nel futuro e anticipando tutta una serie di operazioni cognitive per essere il più efficienti possibile.
Però cerotti alla nicotina o altri prodotti simili potrebbero essere usati per applicazioni terapeutiche?
Potrebbero essere un inizio: esiste tutta una letteratura abbastanza recente in cui viene spiegato che la nicotina funge da neuro protettore, e animali come scimmie e topi sottoposti a forme di distruzione dei neuroni che utilizzano per le loro trasmissioni neurochimiche dei loro trasmettitori come la dopamina, trattati con la nicotina mostrano una minore distruzione di questi neuroni. Quindi la nicotina non solo opera come protettrice dell’integrità strutturale del neurone, ma amplifica anche la capacità operazionale dei neuroni, e questo è in linea con i risultati che abbiamo ottenuto anche noi.
Possiamo allora dire che, tolta la cartina, il catrame e tutte le sostanze nocive, è la stessa nicotina che fa bene?
No, perché in soggetti non adattati alla nicotina, questa sostanza può portare grossi effetti collaterali, da un punto di vista cognitivo e neurofisiologico. Una volta assunta, la nicotina può far verificare una serie di sintomatologie fisiologiche che le persone possono percepire più che apertamente sottoforma di sudorazione, agitazione psicomotoria, aumento del battito cardiaco e del livello respiratorio, senza contare che questo può anche portare a delle problematiche di tipo cognitivo quindi, invece di aumentare le prestazioni a livello mentale, in questo caso la nicotina può addirittura peggiorare la situazione.   

(Claudio Perlini)


© Riproduzione riservata.

giovedì 24 novembre 2011


Parkinson, Sla e Alzheimer: la ricerca ha fretta - Alessandra Turchetti, Avvenire, 24 novembre 2011

 Circa 63 mila casi di sclerosi multipla in Italia, quasi 800 mila persone affette da Alzheimer, 200 mila dal morbo di Parkinson. Anche nel nostro Paese le malattie neurodegenerative sono presenti con tutte le problematiche di assistenza sanitaria, tutela dei diritti, corretta informazione e ovviamente ricerca di cure sempre più efficaci. Ma su questo fronte l’orizzonte scientifico si è notevolmente ampliato producendo, in alcuni casi, nuovi protocolli terapeutici già funzionanti e altri promettenti in fase di sperimentazione. «Sul fronte delle terapie delle malattie degenerative che colpiscono il sistema nervoso i trattamenti sono per lo più mirati alla prevenzione del danno – spiega Antonio Uccelli, responsabile dell’Unità di neuroimmunologia del dipartimento di neuroscienze dell’Azienda Ospedale San Martino e Università di Genova –. I farmaci più efficaci sono quelli che bloccano le cause della degenerazione dei tessuti ma, grazie all’avanzamento delle conoscenze di questo processo, cominciamo ad avere molecole che non solo arrestano l’infiammazione ma agiscono direttamente sulle cellule nervose a favore della loro sopravvivenza». Antonio Uccelli e la sua équipe studiano da tempo il potere terapeutico delle cellule staminali adulte, frontiera d’avanguardia in questo settore. «Il problema maggiore è intervenire in quei casi in cui il danno si è stabilizzato – prosegue il ricercatore – e qui il trattamento è legato alla speranza generata dai buoni dati sperimentali ottenuti sui modelli animali nell’utilizzo delle staminali adulte. Queste cellule, da un lato, arrestano la progressione della malattia intervenendo sul danno autoindotto del sistema immunitario contro la mielina, dall’altro proteggono il tessuto nervoso mediante il rilascio di specifici fattori». l dato interessante è che le staminali iniettate, provenienti dal midollo osseo dell’animale trattato, sono in grado di risvegliare delle staminali endogene, cioè presenti in loco, favorendo la neurogenesi. «Il primo dei tre livelli di studio, prevenzione, neuroprotezione e neurorigenerazione, è stato attraversato con successo», conclude Uccelli. Sono circa 30 le sperimentazioni cliniche autorizzate nel mondo di fase I, tese a vagliare la sicurezza dell’utilizzo delle staminali su patologie quali traumi spinali, tumori cerebrali, morbo di Parkinson, sclerosi laterale amiotrofica. «Le staminali adulte finora impiegate sono essenzialmente di due tipi – spiega Gianvito Martino, direttore dell’Unità di neuroimmunologia dell’Istituto scientifico San Raffaele di Milano e autore di ricerche di alto livello sulle staminali cerebrali –. Di tipo neurale, prelevate dalla zona subventricolare e subgranulare del cervello, oppure di tipo mesenchimale provenienti dal midollo osseo dello stesso paziente. Se siamo arrivati a questi studi di fase I, vuol dire che i dati pre-clinici lo hanno consentito ed è lecito avere ottimismo. L’obiettivo è di avere più tipi di staminali per curare la malattia nella sue varie fasi». Un mese fa è stato lanciato il primo grande studio multicentrico che vede coinvolte Europa e Nord America per dimostrare l’efficacia di una terapia con le staminali mesenchimali sulla sclerosi multipla. Allo studio di fase II, coordinato da Uccelli, partecipa l’Unità del San Raffaele diretta da Martino, e dovrà verificare se il meccanismo dimostrato sugli animali di protezione dall’attacco del sistema immunitario è efficace anche nell’organismo umano. 

lunedì 7 novembre 2011


«Parkinson, asma e autismo La colpa è anche dei virus» di Margherita Enrico - 07 novembre 2011, http://www.ilgiornale.it

Quando nel 2002 consigliò a Giovanni Paolo II un pool di antiossidanti a base di papaya biofermentata e glutatione al fine di migliorare le sue condizioni di salute rese precarie dal Parkinson, per Luc Montagnier iniziò una vera e propria tribolazione. Nonostante la cura fosse fondata su saldi principi biochimici, incominciarono ad esprimersi dubbi anche da parte di alcuni membri della comunità scientifica. Ma le ultime ricerche condotte da un gruppo di studiosi italiani guidati dallo scienziato Giampietro Nordera hanno dimostrato che l'efficacia della papaya sul Parkinson e su altre malattie degenerative e neurodegenerative è reale. I risultati di questo studio sono stati presentati venerdì scorso alla Camera dei Deputati, davanti al ministro della Salute Ferruccio Fazio e al Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari del Vaticano (il Ministro della Sanità della Santa Sede) Zigmunt Zimowski, polacco e amico di Karol Woityla.
Una bella soddisfazione.
«I miei studi hanno sempre cercato di stabilire la veridicità del potere degli antiossidanti, e in particolare ho sottolineato gli effetti sorprendenti della papaya biofermentata che ho constatato essere venti volte più potente della vitamina E, anche in grado di stimolare le cellule del sistema immunitario con il compito di sconfiggere le aggressioni esterne. Lo stress ossidativo nel processo di invecchiamento è causa di malattie croniche che dobbiamo imparare a prevenire».
Se lo stress ossidativo ha un ruolo così fondamentale perch´ non se ne parla di più?
«Perch´ purtroppo molti lo sottovalutano, o non lo conoscono considerandolo un fattore inevitabile correlato all'invecchiamento. Al contrario è una vera e propria sindrome e il suo trattamento è fondamentale per vivere a lungo e in buona salute. I radicali liberi, se prodotti in eccesso, finiscono per accumularsi nelle cellule ossidandone i componenti e provocando danni irreversibili all'organismo. Oggi abbiamo i mezzi e le conoscenze per misurarlo e contrastarlo».
Quindi ci ammaliamo perch´ invecchiamo?
«Il processo di stress ossidativo inizia intorno ai 25-30 anni e si potrebbe tenerlo sotto controllo sin da allora. Purtroppo, sono ancora troppe le persone che non lo conoscono che dimenticano che la conseguenza più dannosa di questo inevitabile fenomeno è lo sviluppo di malattie croniche. Verso i 40-50 anni iniziano a fare la loro comparsa i fenomeni degenerativi e l'organismo è in generale atto a neutralizzarli, disponendo di un certo numero di antiossidanti endogeni. Queste difese naturali però non sono sufficienti e richiedono altri elementi coadiuvanti che possiamo trovare negli anti ossidanti».
Ci dobbiamo preoccupare per il futuro?
«L'ambiente che abbiamo creato e deteriorato è sempre più favorevole all'emergere di nuovi agenti virali o batterici. Nonostante il progresso le malattie infettive mietono molte più vittime che non le guerre o le calamità naturali: 15 milioni di persone all'anno in tutto il mondo, pari a un decesso su quattro».
Che tipo di infezioni?
«Infezioni respiratorie, (polmonite e influenza), Aids, tubercolosi, malaria, salmonellosi ecc...
Gli studi recenti confermano la possibilità che molte malattie mentali, psichiatriche come ad esempio l'autismo, e le malattie croniche e degenerative possano avere un'origine infettiva. Questi nuovi rischi non sono limitati ai soli paesi poveri, vittime del sottosviluppo, ma sono la conseguenza di cambiamenti dell'ecosistema imputabili all'uomo. E in questi casi i radicali liberi giocano un ruolo fondamentale non solo nel promuovere lo stato di alterazione ma anche nell'aggravarlo.
Dobbiamo temere anche per l'influenza ora che inizia l'inverno?
«Se impariamo a rafforzare il nostro sistema immunitario possiamo stare tranquilli».
Stiamo diventando immunodepressi?
«In ogni malattia infettiva entrano in gioco un aggressore e un aggredito. L'aggressore è il germe, l'aggredito il sistema immunitario. La medicina moderna si concentra essenzialmente sull'aggressore: vaccini, sieri, antibiotici, antivirali funzionano a meraviglia su tante patologie acute. Ma dimentica spesso che bisogna agire prima che la malattia si manifesti. Bisogna concentrarsi di più sulla prevenzione rafforzando il sistema immunitario».
Lei nonostante l'età è molto attivo, viaggia molto, conduce ricerche in ogni parte del mondo, vive tra Parigi e New York e ora anche Shanghai...
«Cerco di seguire un sano tenore di vita facendo molta attenzione all'alimentazione ed evitando lo stress psicologico. Assumo regolarmente la papaya fermentata, grazie alla quale non subisco gli effetti dello stress legati agli spostamenti. Il jet lag per esempio non so nemmeno cosa sia. Se pensiamo che durante ogni volo aereo siamo sottoposti alla stessa quantità di radiazioni, dovuta ai raggi cosmici, di una radioscopia, posso dire di essere veramente in forma. Per non parlare dell'influenza che grazie alla papaya non contraggo da più di quindici anni».

mercoledì 2 novembre 2011


Scoperto elisir di giovinezza – L’invecchiamento si blocca – Secondo uno studio francese è possibile fare ringiovanire le cellule del nostro corpo. Scoperta utile per Parkinson e Alzheimer, 02/11/2011, http://www.libero-news.it/

L'elisir di eterna giovinezzza, miraggio da sempre rincorso dall'uomo nel corso dei secoli, potrebbe diventare realtà. Almeno per le cellule del nostro corpo. Secondo uno studio dell'Istituto di genomica funzionale dell'università di Montpellier, condotto dal dottor Jean-Marc Lemaitre e dalla sua equipe di ricercatori, l'invecchiamento delle cellule sarebbe un processo reversibile. Detto in altre parole si può intervenire in vitro sull'età delle cellule bloccandone l'invecchiamento e riprogrammandole in modo da renderle 'staminali pluripotenti indotte', ovvero capaci di suddividersi e moltiplicarsi.

Cellule embrionali - Secondo il 'Corriere della sera', che ha dato la notizia, lo studio, pubblicato ieri sulla rivista scientifica 'Genes & Development', potrebbe autorizzare l'ipotesi di una giovinezza cellulare riacquistabile e prolungabile. Attualmente gli esperimenti in questo campo hanno sempre utilizzato cellule staminali embrionali, in grado di differenziarsi in qualsiasi delle varie cellule dell'organismo (epatiche, cardiache, celebrali, etc). Tuttavia nel caso di queste cellule subentrano  problemi di carattere etico, a causa dell'utilizzo di embrioni che, in alcuni paesi come la Francia, è proibito salvo casi particolari.

La scoperta - Il primo step del percorso di intervento sull'età di cellule adulte risaliva al 2007 ad opera del giapponese Shinya Yamakanaka che era riuscito a ripristinare la stessa capacità di differenziarsi delle cellule embrionali nelle cellule adulte. Nel caso di Lamaitre la scoperta sarebbe ancora più eclatante, perchè a essere ringiovanite sono addirittura cellule appartenenti a persone anziane (uomini di 74, 92, 94, 96 e addirittura 101 anni)."Ogni cellula"- ha spiegato lo scienziato francese- "normalmente controlla con regolarità lo stato delle proprie funzioni e quando si accorge che sono ormai degradate smette di dividersi e moltiplicarsi". Questa fase terminale dello svilluppo cellulare fino ad ora era considerata irreversibile, realtà smentita dalle scoperte dello studioso francese.


Applicazioni pratiche - I risvolti più interessanti di questa importantissima scoperta riguardano la cure di malattie neurodegenerative come l'Alzheimer o il Parkinson, ma anche diabete, artrosi e problemi cardiaci dovuti all'età. Tuttavia il passo dalla teoria alla pratica sembra tutt'altro che breve. Nessuno ha, infatti, ancora reinserito nell'organismo cellule così modificate anche perchè oltre ai problemi economici che un'operazione di questo tipo comporterebbe, la questione ha anche implicazioni filosofiche-religiose molto serie.

giovedì 14 luglio 2011

In laboratorio - Parkinson, si punta sulle riprogrammate - di Alessandra Turchetti, Avvenire, 14 luglio 2011

Un successo importante per la ricerca italiana con le sue nicchie d’eccellenza: presso l’Unità di cellule staminali e neurogenesi dell’Istituto San Raffaele di Milano, fibroblasti della pelle sono stati convertiti in neuroni dopaminergici, gli elementi cellulari persi nel morbo di Parkinson.
La trasformazione è avvenuta in laboratorio su cellule della pelle umana e di topo mediante l’introduzione di soli tre geni, ottenendo neuroni dotati di attività elettrica spontanea e capaci di rilasciare il neurotrasmettitore dopamina, quindi perfettamente funzionanti.
Lo studio è stato coordinato da Vania Broccoli del San Raffaele, in collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologia di Genova e la Sissa di Trieste. «Il risultato rappresenta un ulteriore passo avanti della tecnologia della riprogrammazione delle cellule adulte – spiega il ricercatore – perché, con il nostro metodo, abbiamo evitato il passaggio a ritroso verso la staminalità. Si passa, cioè, da una cellula adulta differenziata direttamente a un’altra di diverso tipo».
In che modo? «Dopo aver analizzato come si formano nello specifico i neuroni dopaminergici durante lo sviluppo embrionale, abbiamo evidenziato 15 geni coinvolti nel processo. La combinazione vincente per il nostro scopo è risultata quella di soli tre geni che, introdotti mediante vettore virale nella cellula, in tre giorni nel topo, e sette nell’uomo, hanno prodotto il cambiamento».
Quasi per magia, dunque, una cellula si trasforma in un’altra senza alcuna divisione. «Ripeteremo l’esperimento con un vettore virale che trasporti i geni senza integrarsi nel Dna – prosegue Broccoli – in modo da escludere nel tempo qualsiasi rischio di proliferazione tumorale legata all’alterazione genetica prodotta.
Occorrerà, inoltre, aumentare l’efficienza di trasformazione, oggi pari al 20% nel topo e solo al 5% nell’uomo.
Perché il trapianto abbia effetto, servono quasi un milione di neuroni».
A breve, in topi e ratti affetti da Parkinson saranno trapiantati i neuroni ottenuti, per passare poi alle scimmie. Se si confermeranno gli effetti terapeutici, l’applicazione clinica sull’uomo è un traguardo raggiungibile: ogni paziente potrà avere nuovi neuroni da se stesso e curarsi senza rischi piuttosto velocemente.
Viene da chiedersi, alla luce dei nuovi risultati, se la tecnologia della riprogrammazione come alternativa all’uso delle embrionali è stata valutata realisticamente nel dibattito che si è acceso sul piano etico e scientifico.
«L’avvento delle staminali indotte, le cosiddette iPS, ha fatto pensare all’inizio che queste cellule sarebbero state una soluzione terapeutica in breve tempo – risponde Broccoli – ma ciò si è dimostrato più difficile del previsto per diversi motivi. Occorre ancora trovare una soluzione efficiente per generare le iPS senza utilizzare i virus nell’uomo. Le cellule, infatti, sono a rischio di sviluppare tumori, come del resto le staminali embrionali, e recentemente è stato anche sollevato il dubbio che non siano proprio immunocompatibili come si è sempre pensato. Dobbiamo però sottolineare che tutti questi risultati sono il frutto di una ricerca enorme e senza sosta a livello mondiale, mai vista prima su un particolare tema biologico»

martedì 5 luglio 2011

Dalla pelle si ricreano i neuroni anti-parkinson

Avvenire.it, 5 luglio 2011 - IL DDL - I punti chiave della norma

Un punto fondamentale della proposta di legge sul fine vita è il fatto che alimentazione ed idratazione non possono essere oggetto di dichiarazioni anticipate di trattamento (dat) ed è espressamente vietato sospendere la loro somministrazione nelle varie forme in cui la scienza è in grado di fornirle al paziente. Nel passaggio a Montecitorio è stato prevista, però, una eccezione a questa norma nel caso in cui «le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche del corpo». Questa specificazione era assente nel testo approvato al Senato, che secondo alcuni sarebbe da preferire nel timore della apertura di spazi di arbitrio. Allo stesso modo l’allargamento della platea dei soggetti per i quali entrano in vigore le dat avvenuto alla Camera richiederebbe precisazioni, perché ad esempio, potrebbe esserci un rischio di abusi in una equiparazione dei malati di Parkinson e di Alzheimer agli stati vegetativi persistenti. Il testo in ogni modo non configura una vincolatività delle dat per il medico curante, anzi la commissione Affari costituzionali ha ottenuto che anche il parere del comitato di specialisti non sia per lui obbligante in caso di contrasto con il fiduciario.
© riproduzione riservata

lunedì 4 luglio 2011

I NEURONI DISTRUTTI DAL PARKINSON "RICREATI" DALLA PELLE IN LABORATORIO di Boncinelli Edoardo, Corriere della Sera di lunedì 4 luglio 2011

Uno studio del San Raffaele pubblicato sulla rivista scientifica «Nature» apre nuove prospettive di cura. Senza l'utilizzo di cellule staminali I neuroni distrutti dal Parkinson «ricreati» dalla pelle in laboratorio di Alcune cellule fondamentali del corpo umano si possono oggi produrre direttamente senza passare per una fase di cellula staminale. E' il caso dei neuroni dopaminergici del nostro cervello che si possono ottenere direttamente da cellule adulte della pelle. Un gruppo di ricerca italiano guidato da Vania Broccoli del San Raffaele di Milano ha appena pubblicato sulla rivista Nature i risultati di una ricerca su questo tema, in collaborazione con i gruppi di Alexander Dityatev dell'Istituto italiano di tecnologia (lit) di Genova e di Stefano Gustincich della Sissa di Trieste. Partendo da cellule adulte, fibroblasti per la precisione, di topo oppure di uomo, i ricercatori sono riusciti a convertirle in quegli specifici neuroni del mesencefalo che producono dopamina e che contribuiscono a controllare i movimenti del nostro corpo, così che la loro assenza o ridotta attività causano i ben noti problemi associati al morbo di Parkinson.

Sono decenni che si cerca una soluzione cellulare per tale morbo. Poiché il danno implicato è relativamente ristretto — si tratta infatti di un difetto circoscritto a questo tipo di neuroni — sembrerebbe facile porvi rimedio, ad esempio rimpiazzando le cellule non più funzionali con nuove cellule all'altezza del loro compito. Però per ora non ci si era riusciti. Viene quindi più che a proposito l'esperimento di Broccoli e collaboratori, che Nature ha ritenuto così importante da pubblicarlo e darne anche un'anteprima on-line. Cellule neuronali sono state già prodotte in vitro a partire da cellule staminali artificiali o anche direttamente da fibroblasti senza passare per una fase di cellula staminale. Si tratta però di una popolazione mista di neuroni di tutti i tipi e come tale difficilmente utilizzabile per scopi clinici. Il bello dell'esperimento di cui stiamo parlando è che porta alla produzione di soli neuroni dopaminergici, proprio quelli implicati nel Parkinson. Lo scopo viene raggiunto inserendo nei fibroblasti in coltura tre geni di alto livello gerarchico che li riprogrammano completamente nella direzione voluta. Non passare attraverso una fase di cellula staminale, commentano gli autori, aggira il problema della generazione di possibili cellule tumorali, un rischio sempre in agguato quando si maneggiano cellule staminali indotte. Ovviamente si può contare così su un numero ridotto di cellule, ma trattandosi di fibroblasti il problema del numero di cellule troppo basso non esiste. Prima di essere riprogrammati, infatti, i fibroblasti possono essere coltivati in gran numero. Un gran bel lavoro che combina il rigore di una ricerca fondamentale con un notevole acume applicativo.

domenica 13 marzo 2011

LE STAMINALI DEL CORDONE OMBELICALE NELLE NUOVE TERAPIE PER IL MORBO DI PARKINSON di Paolo De Lillo*

ROMA, domenica, 13 marzo 2011 (ZENIT.org).- Il successo della somministrazione intranasale delle cellule staminali per la terapia del morbo di Parkinson ha portato ad un significativo potenziamento del controllo e delle funzioni motorie, con un miglioramento del 68% negli animali da esperimento, grazie agli effetti sia antinfiammatori che neuroprotettivi delle staminali. Esse portano ad una correzione della carenza di dopamina, caratteristica della malattia.
Questi promettenti risultati sono stati riportati da Rejuvenation Research, una importante rivista scientifica peer-reviewed, pubblicata da Mary Ann Liebert, Inc., sottolineando le potenzialità di un approccio non invasivo della terapia con staminali, un'alternativa più sicura ed efficace rispetto al trapianto chirurgico. Il merito della ricerca è di William H. Frey II, Ph.D., direttore del Alzheimer' s Research Center, facente parte del Health Partners Research Foundation, e della dottoressa Lusine Danielyan, che hanno coordinato  un team internazionale di ricercatori dell'ospedale universitario di Tübingen, della Medical School dell'Università di Göttingen e dell'Università di Tübingen a Stoccarda (Germania), della Health Partners Research Foundation,  presso  St. Paul,  MN (USA), dell'Università  tedesca  del  Cairo,  in  Egitto, dell'Università di Harvard, a Cambridge, MA (USA), dell'Istituto di Biologia Molecolare NAS RA, a Yerevan, in Armenia, e dello University Hospital di Ginevra, in Svizzera.1
In questo studio davvero innovativo le staminali riescono a migrare nel cervello in alta percentuale, preferibilmente verso le aree danneggiate, e a sopravvivere per almeno sei mesi. I livelli del neurotrasmettitore dopamina sono notevolmente superiori nelle aree del cervello raggiunte dalle cellule staminali, rispetto alle regioni non trattate. Gli autori hanno presentato la loro scoperta nell'articolo "Therapeutic  Efficacy of Intranasally Delivered Mesenchymal  Stem  Cells in  a  Rat  Model  of  Parkinson  Disease”, in cui spiegano  che l'utilizzo della via intranasale evita il danno tissutale, l'infiammazione ed il gonfiore conseguenti all'impianto chirurgico. Non meno importante è la possibilità, che si realizza con questo nuovo metodo, di poter ripetere il trattamento con cellule staminali più volte nel tempo.2
Il morbo di Parkinson è una malattia neurologica degenerativa, la cui incidenza aumenta con l'età, caratterizzata dalla diminuzione delle capacità motorie, della funzione muscolare e delle abilità di linguaggio. Gli uomini ne sono colpiti due volte più frequentemente rispetto alle donne per motivi sconosciuti. La ricerca clinica ha trovato significative evidenze che suggeriscono l' utilità delle cellule staminali del cordone ombelicale nel coadiuvare la cura di questa malattia.
Il morbo di Parkinson attacca i motoneuroni del sistema nervoso centrare in una particolare area, chiamata “ substantia nigra”, uno strato di materia grigia molto pigmentato nella parte  ventrale del mesencefalo, e le loro terminazioni assoniche, che raggiungono lo striato, interrompendo la normale produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che permette ai muscoli ed al movimento di funzionare correttamente. Fu già descritto in India negli antichi testi ayurvedici 6.500 anni fa. Quando l'80% di queste cellule viene danneggiato, appaiono i sintomi fisici della malattia (ad esempio tremori, lentezza dei movimenti, rigidità, diminuzione dell'attività muscolare, perdita d'equilibrio e di coordinazione, difficoltà ad iniziare un movimento e poi ad interromperlo). In questo momento, non esistono cure per fermare o rallentare in modo decisivo la progressione del Parkinson, ma vari metodi di trattamento, come i farmaci, per contribuire ad alleviare i sintomi, e, talvolta, un intervento chirurgico, quando questi non funzionino. I farmaci agiscono replicando l'azione o sostituendo la dopamina mancante. Negli Stati Uniti 1,7 milioni di pazienti soffrono di questa patologia ed ogni anno si verificano circa 50-60.000 nuovi casi.
I trials clinici hanno dimostrato che il trapianto di staminali del cordone ombelicale può aiutare a rigenerare i neuroni danneggiati o distrutti, migliorando i sintomi  della malattia e le normali funzioni del cervello: dal camminare al parlare, al ragionamento cognitivo.
Il  metodo   finora   esplorato  dagli  scienziati ,  chiamato  “neurotransplantation” ,  prevede l'utilizzo di staminali, coltivate in laboratorio, da innestare direttamente nei siti del cervello, che richiedono dopamina. Hanno inventato varie tecniche, per spingere  le staminali a differenziarsi in neuroni produttori di dopamina. Quindi esse vengono inserite direttamente nelle zone, come la “substantia nigra”, lo striato o il putamen, dove vi è carenza di cellule nervose produttrici del neurotrasmettitore. Le staminali oggi sono spesso introdotte attraverso lo striato, componente sottocorticale del telencefalo, l'elemento più importante dei nuclei della base.
Anche in  questo caso le staminali cordonali hanno diversi vantaggi rispetto ad altre, come quelle del midollo osseo, che sono 10 volte meno concentrate, senza contare la facilità e la lunga vita d'immagazzinamento, la sicurezza, l'uso di un processo non invasivo, l'alto tasso di accettazione da parte del sistema immunitario del paziente.3
Le staminali embrionali, inizialmente utilizzate, non si sono invece dimostrate anche in questo caso prive di rischi: in uno studio effettuato all'Università di Harvard, il 20% degli animali da esperimento sviluppava neoplasie dalle cellule embrionali trapiantate, senza contare la modestia dei miglioramenti e gravi effetti collaterali, come la discinesia.4
Un' altra strada che può portare a sviluppi promettenti è l'uso sinergico di cellule staminali del cordone ombelicale in combinazione con il GDNF, il fattore neurotrofico derivato dalla linea cellulare gliale. Inizialmente ottenuto da staminali embrionali, oggi viene prodotto in laboratorio anche da altri tipi di cellule staminali. Nel 2004 sulla rivista scientifica Current Opinion in Pharmacology i dottori Clive N. Svendsen e Y.T. Tai hanno sostenuto che esso ha la capacità di riparare i motoneuroni danneggiati dal morbo di Parkinson, le cellule gliali e aumentare la sopravvivenza dei neuroni dopaminergici trapiantati. Direttamente infuso nel putamen, il GDNF ha portato a significativi miglioramenti clinici, senza effetti collaterali di rilievo, in un piccolo gruppo di pazienti, che hanno ricevuto questo fattore di crescita per un anno. Gli autori suggeriscono che i trattamenti con staminali insieme a fattori di crescita si dimostreranno una grande speranza per la terapia della malattia di Parkinson.5
Nel luglio 2010 i ricercatori del Dipartimento di Neurochirurgia dell'Ospedale Zhujiang, presso la Southern Medical University di Guangzhou (Cina), coordinati dalla dottoressa Meng Li del London Imperial College, hanno dimostrato che le cellule staminali mesenchimali del cordone ombelicale, che si trovano nella gelatina di Wharton, tessuto mucopolisaccaridico che protegge ed isola i vasi ombelicali, possono differenziarsi in neuroni dopamino-simili. Nello studio hanno indotto queste staminali cordonali a formare neurosfere, composte da elementi simili a staminali neuronali che, in seguito, si trasformano in cellule, che mostrano forti somiglianze morfologiche, funzionali e fenotipiche con i motoneuroni produttori di dopamina. Dopo il trapianto delle staminali mesenchimali del cordone ombelicale questi ratti con un modello sperimentale di malattia di Parkinson mostrano parziali effetti terapeutici in termini di  miglioramento del comportamento.
E' stato constatato che il NGF (Nerve Growth Factor) rende più favorevole il microambiente locale per le staminali trapiantate. Perciò è stato effettuato un ulteriore esperimento, per testare l' azione combinata dell'innesto delle staminali cordonali e del NGF. I risultati dello studio hanno dimostrato che la somministrazione di questo fattore di crescita migliorava in modo consistente la sopravvivenza delle cellule trapiantate nel cervello e aumentava il contenuto di dopamina nei tessuti interessati. Test comportamentali hanno indicato un forte progresso delle funzioni motorie rispetto a quelle dei ratti trattati con il solo innesto cellulare. Questi recenti e considerevoli risultati suggeriscono che il trapianto di staminali del cordone ombelicale, soprattutto mesenchimali, combinato con la somministrazione di NGF può rappresentare una nuova ed importante strategia terapeutica per la cura del morbo di Parkinson.6
1)  Vicki Cohn  - Mary Ann Liebert, Inc./Genetic Engineering News - 09 Feb 2011
2)   Medical News Today - HealthPartners Research Foundation - 06 Feb 2011
3) Robin Thede , eHow Contributor
4) Deyanda Flint , eHow Contributor - 12 marzo 2010
5)  Tai Y-T, Svendsen CN. Stem cells as a potential treatment of neurological disorders. Current Opinion in     Pharmacology - 2004; 4: 98-104.
6) Li M, ed all. - Neurochemimical Research - 2010 Oct;35(10):1522-9. Epub 2010 Jul 24.
* Paolo De Lillo è dottore in Farmacia.