“Un nuovo umanesimo ci salverà”, di Mauro Ceruti e Edgar Morin da Il
Sole 24 Ore, 09.09.12, http://www.manuelaghizzoni.it
Per i dotti dell’Umanesimo e del
Rinascimento la civiltà europea poggiava su quattro colonne. Alle tre colonne
delle tre grandi tradizioni monoteistiche (cristiana, ebraica, islamica) si
aggiungeva la quarta colonna della sapienza degli antichi, della civiltà latina
e greca riscoperta dagli umanisti nel Quattordicesimo e nel Quindicesimo secolo,
attraverso le mediazioni più diverse, quali il monachesimo celtico e la cultura
araba.
Era un’immagine di unità nella
diversità e di diversità nell’unità. Attraverso la loro integrazione e
interazione, le quattro tradizioni producevano l’equilibrio e la solidità
dell’intera costruzione. Lo specifico del l’identità europea, e dell’identità
italiana all’interno dell’identità europea, è proprio questa diversità, che è
ancora e molto di più della diversità delle quattro colonne: è diversità di
culture materiali, di lingue, di paesaggi naturali e umani, di climi, di
tradizioni, di Nazioni, di Regioni e di città…
Il vero nucleo dell’Umanesimo sta
dunque non in una replica formale dei modelli classici, ma in un nuovo modello
di umanità, pervaso dallo spirito dell’accettazione reciproca e della
convivenza delle diversità. La relazione fra passato e presente, fra culture
diverse è sentita come feconda.
L’immagine dei «nani sulle spalle
dei giganti» delineava per la prima volta un’idea di progresso, cioè la possibilità
che nel futuro potesse darsi qualcosa di inedito, e di migliore, rispetto al
passato, e la possibilità di vedere più lontano rispetto ai giganti del
passato: ma questa possibilità era indissolubile dallo studio del passato e
dalla riflessione sulle memorie.
Fra l’Umanesimo e gli orizzonti
planetari dei nostri giorni c’è la complessa esperienza dei cinquecento anni
dell’età moderna, che sono anche i cinquecento anni del l’età planetaria (o
della prima globalizzazione).
Fra il Quattrocento e il Cinquecento
ha avuto inizio l’età planetaria del popolamento umano della Terra, la storia
attraverso la quale tutti i frammenti del pianeta si sono trovati a legarsi gli
uni agli altri. I primi secoli dell’era planetaria hanno prodotto il crollo
delle barriere agricole e culturali del mondo, la nascita di un sistema
economico mondiale, la scoperta della diversità antropologica, biologica ed
ecologica su tutta la Terra, l’interconnessione di tutti i continenti, il
dominio delle culture forti su quelle deboli e, alla fine,
l’occidentalizzazione del mondo, attraverso la conquista. Si è generata una
rete di comunicazioni mondiali, il cui sviluppo si è poi straordinariamente
intensificato dopo la soglia del 1989, dando inizio a quella fase dell’era
planetaria che chiamiamo globalizzazione. Gli sviluppi scientifici, tecnici,
economici hanno prodotto nel Novecento un divenire planetario comune per tutti
gli esseri umani. E si è insediato un unico mercato mondiale all’insegna del
liberismo economico.
Il travalicare europeo nel mondo,
allora e per tutta l’età moderna, sono stati segnati da un’ambivalenza
essenziale, da un intreccio conflittuale fra creazione e distruzione che
continua fino ai nostri giorni. Dopo il prodromo delle stragi di massa delle
due Guerre mondiali, l’esplosione atomica di Hiroshima del 1945 è stata la
campana d’allarme di un inedito pericolo estremo: la distruzione locale può
precipitare nell’annientamento globale; l’umanità può sfociare nell’abisso
ultimo del nulla. Questo rischio è oggi presente anche nel sempre più difficile
rapporto dell’uomo con l’ambiente: è il rischio insito nel riscaldamento
globale, nell’inquinamento dei suoli e delle acque, nel depauperamento delle
risorse…
Nella nostra epoca si affollano
grandi promesse, ma anche grandi minacce. Da una parte, il progresso
scientifico-tecnico sembra aprire inedite possibilità di emancipazione rispetto
agli obblighi materiali, alle fatiche quotidiane, alle malattie e alla morte
stessa. Da un’altra parte, l’incubo della morte collettiva continua a incombere
sull’umanità con le armi nucleari, chimiche, biologiche, e con il degrado
ecologico.
Da una parte, c’è un mondo che
vuole nascere, ma che non riesce a nascere; e, nello stesso tempo, questa
possibile e improbabile nascita è accompagnata da un caos scatenato da forze di
distruzione. Ed è essenziale illuminare il caos degli eventi, le loro
interazioni e le loro retroazioni – in cui si mescolano e interferiscono
processi economici, politici, sociali, culturali, nazionali, mitologici,
religiosi – che tessono il nostro presente e il nostro destino.
Ma l’ostacolo a questa
comprensione sta non solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto
nella nostra conoscenza. La specializzazione disciplinare ha apportato molte
conoscenze, ma incapaci di cogliere i problemi multidimensionali, fondamentali
e globali. I sistemi di insegnamento continuano a separare, a disgiungere le
conoscenze che dovrebbero invece essere interconnesse, continuano a formare
esperti che privilegiano una sola dimensione di problemi irriducibilmente
complessi. Tutta la storia europea ci ha mostrato che la diversità senza un
principio di coesione e di governo comune può divenire autodistruttiva. Per
questo, dopo la tragedia immane delle due Guerre mondiali, i nostri padri hanno
posto le basi dell’odierna Unione europea.
Hanno voluto dare forma politica
e istituzionale al principio di complessità dell’unità nella diversità e della
diversità nell’unità, come unica via di uscita a una prospettiva di
autoannientamento.
L’Europa ha creato a suo tempo
l’Università proprio nello spirito umanistico dell’equilibrio tra unità e
diversità, tra memoria e progetto: come terreno di interfecondazione fra i
saperi molteplici e plurali. A sua volta l’Università ha creato l’Europa: le
sue classi dirigenti, la sua faticosa ma irreversibile presa di coscienza dei
diritti umani, le sue realizzazioni economiche, sociali, scientifiche,
tecnologiche. E in questo stesso spirito di unità e di diversità l’Europa ha
creato i sistemi scolastici, quali condizioni essenziali dei diritti della
persona e del cittadino. Nel presente momento storico, tuttavia, l’Europa
rischia nuovamente l’autodistruzione per il prevalere degli egoismi nazionali,
dei localismi unilaterali, della chiusura culturale, della prevalenza degli
interessi di gruppo tendenti a cancellare il senso del bene comune. E in questo
stesso momento storico l’Università e i sistemi scolastici rischiano
l’autovanificazione sotto il peso della frammentazione, degli specialismi
chiusi e incapaci di dialogare. Oggi la riscoperta e il radicamento nel senso
più profondo della tradizione umanistica europea – il principio complesso della
diversità dell’unità, dell’unità nella diversità – è la grande opportunità per
avere un futuro, per costruire un futuro a misura di uno sviluppo umano
integrale, dei singoli come delle collettività. La salvezza dell’Italia passa
attraverso la salvezza dell’Europa, la salvezza dell’Europa passa attraverso la
salvezza dell’Italia. Oggi i destini di tutti sono indissociabili. Ma per dare
concretezza a queste parole dobbiamo riscoprire e valorizzare quello che ha
sempre fatto dell’Italia, e soprattutto dell’Italia dell’Umanesimo e del
Rinascimento, un microcosmo esemplare dell’Europa: la sua diversità interna e
la sua apertura alle culture altre; la capacità di operare insieme come centro
di innovazione e come luogo di confine e di integrazione fra le culture
d’Europa e fra l’Europa e il mondo; la sua ricchezza di saperi che sono stati e
sono a un tempo teorici e pratici, concreti e visionari, artistici e
artigianali.
Per essere all’altezza delle
presenti sfide, il compito è di coniugare ciò che la crisi attuale ci ha fatto
credere separati: il rigore dei bilanci e gli investimenti nelle conoscenze,
nella cultura, nella formazione, nella rigenerazione dei legami sociali; la
direzione e la partecipazione; le culture umanistiche e le culture
scientifiche; lo sviluppo economico e lo sviluppo umano integrale. Questa
trasformazione nella condizione umana chiede di cambiare il nostro sguardo sul
mondo, e innanzitutto di essere capaci di guardare il mondo: poiché il nostro
sguardo intellettuale, formato dalla nostra formazione disciplinare, non può
guardare il mondo che spezzettandolo in frammenti sparsi. Più ancora questa
trasformazione ci impegna verso un cammino politico che è totalmente ignorato
dalla politica tradizionale. È il cammino antropologico che ci dice che non ci
potranno essere progressi unicamente e neppure principalmente garantiti dalle
leggi del l’economia, né da strutture sociali o politiche. Ci dice che ormai la
riforma politica è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di
vita, da una riforma del pensiero, da una riforma spirituale, nella prospettiva
di un nuovo umanesimo planetario.
Per la prima volta nella storia
umana la Terra, in quanto Patria, è divenuta realtà concreta.
L’antico Umanesimo aveva prodotto
un universalismo astratto, ideale e culturale. Il nuovo Umanesimo planetario
non può che nascere da un universalismo concreto, reso tale dalla comunità di
destino irreversibile che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli
dell’umanità, e l’umanità intera all’ecosistema globale, alla Terra. Questo
universalismo concreto non oppone la diversità all’unità, il singolare al
generale. Si fonda sul riconoscimento del l’unità delle diversità umane e delle
diversità nel l’unità umana, reso necessario dal fatto che qualunque sfida oggi
ha una portata planetaria e ha bisogno dell’impegno di tutti, ognuno nella
singolarità delle propria rispettive visione e nella relazione e nell’apertura
agli “altri”.
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