Staminali, mercato della speranza di Paolo Bianco e Michele De Luca, 09
settembre 2012, http://www.ilsole24ore.com/
Pochi anni fa, il paese si
appassionò al caso Di Bella. Fior di scienziati, ministri, media e comuni
mortali, tutti argomentavano appassionatamente di "clinical trial" ed
«evidence based medicine», qualcuno argomentando informato, qualcuno no. Si
insisteva con tenacia sul ricorso alla «letteratura scientifica internazionale»
come criterio di attendibilità. Dopo tanto menar di dotti fendenti, si stabilì
infine, previa idonea sperimentazione clinica, l'inefficacia della cura
proposta, e la vicenda e la cura lentamente sbiadirono nella memoria.
Se il caso Di Bella fosse di
scena oggi, sarebbe facile ribaltare il risultato del "processo" di
allora. A guadagnare il consenso del pubblico e della legge, basterebbe l'uso
della taumaturgica parola "staminale". Basterebbe inserire, nel
"cocktail" di farmaci impropri e di non plausibile efficacia,
l'infusione "delle staminali". E a garantire maggior rispetto da
parte di scienziati e ministri, intenti come sono gli uni e gli altri a
perseguire "traslazione" al commercio dei "prodotti della
ricerca", basterebbe che Di Bella, invece di agire da singolo
professionista demodé, agisse in veste di start-up company, che so, la
"Oncostamina". Ci sarebbe allora piena attenzione alla richiesta di
"Oncostamina" di procedere a un trial clinico. Il trial andrebbe
avanti molto a lungo, prima fase I, poi fase II e III, secondo prescrizioni di
legge. Passerebbero almeno 15 anni prima di accertare l'inefficacia del
prodotto. Durante quei 15 anni, tuttavia, la "Oncostamina" potrebbe,
senza aver mai dimostrato l'efficacia di alcunché, mettere sul mercato non il
suo tangibile, efficace presidio terapeutico, ma una semplice promessa. Si veda
l'uso delle "mesenchimali" per la malattia trapianto contro ospite,
approvata dal servizio sanitario canadese senza che sia completato con esito
positivo nessun trial di fase III. Si veda l'acquisizione robusta e presente di
risorse sul mercato finanziario da parte di tutte le companies impegnate a
sviluppare futuri (dunque incerti) prodotti "staminali". Venderebbe,
la "Oncostamina", non un farmaco nè una terapia convalidata, ma una
speranza. Il mercato della speranza, in fatto di salute almeno, è inesauribile.
E se la speranza si può comprare, la si può vendere. Meraviglie dell'economia
post-industriale. In medicina, l'economia post-industriale c'è da sempre.
Cos'altro si vendeva, per quattromila anni, prima che esistesse del tutto una
qualunque possibilità tecnica di curare razionalmente alcunché? Cos'altro se
non la semplice speranza, si attendevano dalla medicina i malati e le loro
famiglie, quando la peste colpiva senza che nessuno sapesse perché, e dunque
neanche quale fosse il rimedio? Oggi della peste ci occupiamo come memoria, ma
non sappiamo che fare per Alzheimer e autismo, per Parkinson e atrofia
muscolare spinale. E prima che esista una terapia razionale ed efficace, se
qualcosa si può somministrare e vendere, è solo la speranza. "Le
staminali" sono la speranza. Le staminali dunque qualcuno vende, assai
prima che esista qualunque canonica prova della loro efficacia clinica. In
Thailandia e nelle Filippine, le vendono i mercanti. In occidente, le vendono
gli scienziati (alcuni, beninteso). Ecco il problema. La scienza che tuonava
contro Di Bella, a volte tuona ancora. Ma a volte no. E la «letteratura
scientifica internazionale»? Scorrete le pagine delle più prestigiose riviste
scientifiche, quelle totemiche della raffinata élite dell'h-index. Tra molte
cose serie (la scienza esiste ancora, ed è forte e vitale nel campo delle "staminali"),
vi sorprenderà trovare scritto, e non solo occasionalmente, esattamente quello
che i ciarlatani di oggi diffondono via internet. Autismo? Sclerosi laterale
amiotrofica? Artrite? Colite? Infarto, ictus? Nefrite? Danno polmonare acuto?
Venite gente, abbiamo il rimedio. Uno solo per ogni male. Le nostre staminali.
Brevettate. Se si vuole capire come può accadere che un giudice ordini "le
staminali adulte" (?) per l'atrofia muscolare spinale, che qualcuno le
venda, e qualcun altro le somministri a malati senza speranza; e come
equalmente questo avvenga senza uno straccio di evidenza neanche della loro
innocuità, speculando sulla debolezza che la malattia è, e che la disperazione
aggrava; e nel silenzio assordante di scienziati ministri e soloni, ecco dove
guardare.
Cosa è successo? Che cosa ha
sbiadito, a danno della medicina, la distinzione tra scienza e alchimia, e
convinto molti che esattamente quello che andava proibito a Di Bella, deve oggi
da un giudice essere non già autorizzato, bensì disposto – a Brescia, Northern
Italy? È molto semplice. È successo che se la scienza si piega al commercio, il
commercio piega la scienza. E piega le norme, e le regole, e le istituzioni
preposte a vigilare. Converte la mission degli scienziati (ovunque, da Harvard
al l'NIH, da Singapore a Torino) dal perseguire la conoscenza al perseguire il
prodotto commerciale. E abolisce perfino la «Evidence based medicine». Che vuol
dire? Anche questo, è molto semplice. Per verificare che i limoni potessero
proteggere dallo scorbuto i marinai inglesi in rotta verso l'Australia, il
medico James Lind fece nel 1747 un esperimento.
Scelse un gruppo di marinai. A
una parte, limoni; agli altri, acqua salata o altre porcherie. Risultato:
quelli che mangiavano limoni protetti, gli altri fottuti. Da allora, se
qualcuno volesse vendere o usare i limoni per curare anche l'atrofia muscolare
spinale, dovrebbe passare per la stessa strada. Ma se i limoni fossero
staminali, e commerciabili, forse no. Scienziati e medici, se ci siete, battete
un colpo.
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