L'infinitamente complesso di Francesca Cerati, 9 settembre 2012, http://www.ilsole24ore.com/
Le nanotecnologie stanno
cambiando pelle. Da embedded si stanno trasformando in piattaforme, da passive
stanno diventando attive. Se infatti alla nascita avevano una visibilità
indiretta, perché impiegate per migliorare le performance di prodotti già esistenti,
ora si tratta di pensare a sistemi basati solo o quasi esclusivamente su
componenti nanometrici, in grado di creare strutture complesse e adattarsi agli
stimoli esterni. In pratica, una nuova categoria di processi produttivi e di
prodotti.
Facendo, però, i conti con
principi di sostenibilità, economicità e benignità nei confronti dell'ambiente
e dell'uomo. «Le nanotecnologie non sono né buone né cattive, dipende da noi
usarle in maniera intelligente, cioè come una tecnologia abilitante che
permette di manipolare la materia vivente copiando la natura – spiega Paolo
Milani, ordinario di Struttura della materia all'Università di Milano –. Questo
strumento potentissimo, però, oltre a richiedere un approccio integrato tra
medici, fisici, ingegneri, informatici, ha anche bisogno di un nuovo modello di
sviluppo.
Non si può pensare di bruciare
continuamente carbone e poi pretendere che le nanotecnologie disinquinino
l'aria...». In altre parole, la grossa rivoluzione delle nanotecnologie non è
tanto il singolo elemento, ma il valore aggiunto è nel combinare questi mattoni
nanometrici che fanno cose che non sono la semplice somma delle loro parti, in
un contesto produttivo e normativo ben delineato. Per comprendere la dimensione
del settore, basta qualche numero: negli Stati Uniti i materiali
nanostrutturati nell'industria petrolifera e chimica influiscono per il 30-40%;
nel mercato mondiale i semiconduttori con dimensioni inferiori ai 100 nanometri
rappresentano oltre il 30%, e ben il 60% nel mercato Usa; solo nel 2010 il 15%
della diagnostica avanzata e delle terapie molecolari si basa sulle
nanoscienze.
Attraverso la National
nanotechnology initiative (Nni), l'America ha investito negli ultimi dieci
anni, 12 miliardi di dollari e dato 2mila posti di lavoro, un impegno secondo
solo al programma spaziale. Secondo Mihail Roco, senior advisor for
nanotechnology della National Science Foundation il mercato è assolutamente
profit, «se consideriamo una tassa del 20% e la applichiamo ai 90 miliardi
dollari che ha prodotto il mercato che incorpora nanotecnologie nel 2009, il
risultato è pari a 18 miliardi, che supera l'investimento in R&S fatto
dalla Nni». E ci stiamo già muovendo verso una nuova fase, definita nano 2. Se
nel decennio 2000-2010 l'obiettivo si è incentrato sulla ricerca
interdisciplinare su scala nanometrica, nel decennio in corso (2010-2020) si
parla di integrazione e applicazioni di nanosistemi più complessi, che
interessano nuovi ambiti, come la bio-nanofabbricazione, l'industria alimentare
e le tecnologie cognitive. Lo sviluppo sarà rapido e irregolare. Ma perché
tutto questo decolli occorrono programmi di finanziamento dedicati, e
paternariati tra industria, università, organizzazioni internazionali e
società. «Non si tratta solo di soldi, ma anche di cambio di mentalità –
precisa Andrea Cuomo, vice president Advanced system technology alla
StMicroelectronics, che insieme a Milani parteciperà alla tavola rotonda sulle
prospettive delle nanotecnologie nell'ambito dell'Ottava conferenza mondiale
sul futuro della scienza promosso dalle Fondazioni Umberto Veronesi, Giorgio
Cini, Silvio Tronchetti Provera –. A partire dalla formazione universitaria,
alla costruzione di infrastrutture (nano-hub di R&S), alla compilazione di
norme internazionali (banche dati, brevetti, nomenclatura)».
Ma come si passa
dall'infinitamente piccolo all'infinitamente complesso? «Questa è la grande
sfida – dice Cuomo –. Tra qualche anno metteremo centinaia di miliardi di
componenti su un chip che dialogano tra loro, e che dovranno dialogare con
altri device, altrettanto complessi (internet delle cose, ndr)». La soluzione?
«Recuperare lo spirito del Rinascimento. La metodologia scientifica seguita
finora, quella del dividi et impera non funziona quando si arriva a dei livelli
di complessità così elevati. E quindi si deve affrontare con la
multidisciplinarietà. Una necessità per il futuro, in un mondo che richiede
sempre meno profondità sistematica e sempre più networking». Un messaggio che
l'università dovrebbe cogliere.
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