La “cura” di Grossman di Pigi Colognesi, il sussidiario.net, lunedì 10
ottobre 2011
Il 18 settembre scorso il quarto
canale dell’inglese Bbc ha mandato in onda la prima puntata della riduzione
radiofonica di Vita e destino, il capolavoro di Vasilij Grossman. Grande
successo: il libro è subito balzato ai primi posti nelle classifiche di
vendita. Chissà perché, leggendo questa notizia, mi è venuto in mente di andare
a rileggere un certo episodio che mi aveva commosso.
Nell’edizione di Jaca Book, che
ha avuto il merito di far conoscere il romanzo in Italia già dall’inizio degli
anni Ottanta, si trova a pagina 429; ma ho voluto cercarlo sulla più recente
traduzione di Adelphi; è il capitolo 22 del libro secondo. Sulla
pericolosissima linea avanzata della battaglia di Stalingrado, il comandante di
reggimento Ivan Berëzkin aspetta con ansia una lettera dalla moglie Tamara, che
però non arriva mai. Poi Berëzkin cade gravemente malato e si lascia andare
fino al punto da sembrare in fin di vita; giace sulla branda del bunker in uno
stato catatonico, senza reagire a nessuno stimolo.
Arriva l’agognata lettera e
l’attendente la legge al malato, nonostante questi non mostri nessun segno di
coscienza. Ma sentite le prime righe, «Mio caro Ivan, tesoro mio», Berëzkin ha
un fremito, prende con le «grandi dita tremanti» il foglio e comincia a
leggere: «È molto bello, qua, Ivan caro, mi manchi tanto. Ljuba non fa che
chiedermi perché non sei con noi. Abitiamo sulla riva del lago, la casa è
calda, la proprietaria ha una mucca e abbiamo il latte e abbiamo i soldi che ci
hai mandato; quando esco, la mattina, le foglie rosse e gialle degli aceri
galleggiano sull’acqua fredda; è già nevicato e l’acqua sembra ancora più blu,
e anche il cielo è più blu, e anche il giallo e il rosso delle foglie sono
straordinari. E Ljuba mi chiede: perché piangi, mamma? Grazie, Ivan, grazie di
tutto, di tutto quanto, grazie di tanta bontà. Perché piango… Come faccio a
spiegarglielo? Piango perché sono viva, piango di dolore perché Slava non c’è
più e io sono ancora qui, piango per la gioia che tu sia ancora vivo, piango
quando ripenso a mia madre, a mia sorella, piango per le prime luci dell’alba,
perché è tutto così bello, qui, ma tutti soffrono, e soffro anche io. Ivan, mio
caro, mio tesoro…».
Berëzkin e sua moglie sono
personaggi secondari dell’immenso e polifonico affresco di Grossman; quei
personaggi che, però, anche per un solo episodio, per una semplice frase, per
un tratto descrittivo dell’autore, riescono a illuminare in modo straordinario
l’umano, cioè quella vita e quel destino che costituiscono il titolo del
romanzo. In questo caso è la sorprendente purezza di sguardo di questa donna
ritirata nelle retrovie che scrive al marito in battaglia; uno sguardo per cui
una semplice foglia d’acero fa gridare alla bellezza e scoppiare a piangere per
la sua caducità.
Grossman poi descrive così la
reazione di Berëzkin alla lettura della lettera della moglie: «La testa gli
girava, era tutto confuso, tremavano le dita, tremava la lettera e tremava
l’aria arroventata»; tutto trema, tutto partecipa a una rinnovata vibrazione
della vita e del destino. In forza di essa il comandante si rimette in piedi,
si cura e riprende la battaglia.
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