Benedetto XVI In occasione della visita pastorale in Calabria: Omelia
nella Messa a Lamezia Terme; Saluto del Papa alla popolazione di Serra San
Bruno; Omelia del Papa nei vespri alla certosa dei santi Santi Stefano e Bruno
OMELIA DI BENEDETTO XVI NELLA MESSA A LAMEZIA TERME
ZI11100903 - 09/10/2011
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LAMEZIA TERME, domenica, 9
ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo dell'omelia che Papa Benedetto
XVI ha pronunciato questa domenica mattina presiedendo la Santa Messa nella
Zona ex Sir di Lamezia Terme (Catanzaro), in occasione della sua visita
pastorale in Calabria.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
È grande la mia gioia nel poter
spezzare con voi il pane della Parola di Dio e dell’Eucaristia. Sono lieto di
essere per la prima volta qui in Calabria e di trovarmi in questa Città di
Lamezia Terme. Porgo il mio cordiale saluto a tutti voi che siete accorsi così
numerosi e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza! Saluto in
particolare il vostro Pastore, Mons. Luigi Antonio Cantafora, e lo ringrazio
per le cortesi espressioni di benvenuto che mi ha rivolto a nome di tutti.
Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Religiosi e
le Religiose, i rappresentanti delle Associazioni e dei Movimenti ecclesiali.
Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Prof. Gianni Speranza, grato per il
cortese indirizzo di saluto, al Rappresentante del Governo ed alle Autorità
civili e militari, che con la loro presenza hanno voluto onorare questo nostro
incontro. Un ringraziamento speciale a quanti hanno generosamente collaborato
alla realizzazione della mia Visita Pastorale.
La liturgia di questa domenica ci
propone una parabola che parla di un banchetto di nozze a cui molti sono
invitati. La prima lettura, tratta dal libro di Isaia, prepara questo tema,
perché parla del banchetto di Dio. È un’immagine - quella del banchetto - usata
spesso nelle Scritture per indicare la gioia nella comunione e nell’abbondanza
dei doni del Signore, e lascia intuire qualcosa della festa di Dio con
l’umanità, come descrive Isaia: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti
i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande…di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6). Il profeta aggiunge che
l’intenzione di Dio è di porre fine alla tristezza e alla vergogna; vuole che
tutti gli uomini vivano felici nell’amore verso di Lui e nella comunione
reciproca; il suo progetto allora è di eliminare la morte per sempre, di
asciugare le lacrime su ogni volto, di far scomparire la condizione
disonorevole del suo popolo, come abbiamo ascoltato (vv. 7-8). Tutto questo
suscita profonda gratitudine e speranza: “Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo
sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato;
rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza” (v. 9).
Gesù nel Vangelo ci parla della
risposta che viene data all’invito di Dio - rappresentato da un re - a
partecipare a questo suo banchetto (cfr Mt 22,1-14). Gli invitati sono molti,
ma avviene qualcosa di inaspettato: si rifiutano di partecipare alla festa,
hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano di disprezzare l’invito. Dio è
generoso verso di noi, ci offre la sua amicizia, i suoi doni, la sua gioia, ma
spesso noi non accogliamo le sue parole, mostriamo più interesse per altre
cose, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri
interessi. L’invito del re incontra addirittura reazioni ostili, aggressive. Ma
ciò non frena la sua generosità. Egli non si scoraggia, e manda i suoi servi ad
invitare molte altre persone. Il rifiuto dei primi invitati ha come effetto
l’estensione dell’invito a tutti, anche ai più poveri, abbandonati e
diseredati. I servi radunano tutti quelli che trovano, e la sala si riempie: la
bontà del re non ha confini e a tutti è data la possibilità di rispondere alla
sua chiamata. Ma c’è una condizione per restare a questo banchetto di nozze:
indossare l’abito nuziale. Ed entrando nella sala, il re scorge qualcuno che
non l’ha voluto indossare e, per questa ragione, viene escluso dalla festa.
Vorrei fermarmi un momento su questo punto con una domanda: come mai questo
commensale ha accettato l’invito del re, è entrato nella sala del banchetto,
gli è stata aperta la porta, ma non ha messo l’abito nuziale? Cos’è quest’abito
nuziale? Nella Messa in Coena Domini di quest’anno ho fatto riferimento a un
bel commento di san Gregorio Magno a questa parabola. Egli spiega che quel
commensale ha risposto all’invito di Dio a partecipare al suo banchetto, ha, in
un certo modo, la fede che gli ha aperto la porta della sala, ma gli manca
qualcosa di essenziale: la veste nuziale, che è la carità, l’amore. E san
Gregorio aggiunge: “Ognuno di voi, dunque, che nella Chiesa ha fede in Dio ha
già preso parte al banchetto di nozze, ma non può dire di avere la veste
nuziale se non custodisce la grazia della Carità” (Homilia 38,9: PL 76,1287). E
questa veste è intessuta simbolicamente di due legni, uno in alto e l’altro in
basso: l’amore di Dio e l’amore del prossimo (cfr ibid.,10: PL 76,1288). Tutti
noi siamo invitati ad essere commensali del Signore, ad entrare con la fede al
suo banchetto, ma dobbiamo indossare e custodire l’abito nuziale, la carità,
vivere un profondo amore a Dio e al prossimo.
Cari fratelli e sorelle! Sono
venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e
aspirazioni di questa comunità diocesana. So che vi siete preparati a questa
Visita con un intenso cammino spirituale, adottando come motto un versetto
degli Atti degli Apostoli: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!»
(3,6). So che anche a Lamezia Terme, come in tutta la Calabria, non mancano
difficoltà, problemi e preoccupazioni. Se osserviamo questa bella regione,
riconosciamo in essa una terra sismica non solo dal punto di vista geologico,
ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una
terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti;
una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso
efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua
sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi calabresi avete saputo
rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una
straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete
superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai
alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello
alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di
crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni
bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella
testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella
fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione.
Cari amici! La mia visita si
colloca quasi al termine del cammino avviato da questa Chiesa locale con la
redazione del progetto pastorale quinquennale. Desidero ringraziare con voi il
Signore per il proficuo cammino percorso e per i tanti germi di bene seminati,
che lasciano ben sperare per il futuro. Per fare fronte alla nuova realtà
sociale e religiosa, diversa dal passato, forse più carica di difficoltà, ma
anche più ricca di potenzialità, è necessario un lavoro pastorale moderno e
organico che impegni attorno al Vescovo tutte le forze cristiane: sacerdoti,
religiosi e laici, animati dal comune impegno di evangelizzazione. A questo
riguardo, ho appreso con favore dello sforzo in atto per mettersi in ascolto
attento e perseverante della Parola di Dio, attraverso la promozione di
incontri mensili in diversi centri della Diocesi e la diffusione della pratica
della Lectio divina. Altrettanto opportuna è anche la Scuola di Dottrina
Sociale della Chiesa, sia per la qualità articolata della proposta, sia per la
sua capillare divulgazione. Auspico vivamente che da tali iniziative scaturisca
una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto
interessi di parte, ma il bene comune. Desidero anche incoraggiare e benedire
gli sforzi di quanti, sacerdoti e laici, sono impegnati nella formazione delle
coppie cristiane al matrimonio e alla famiglia, al fine di dare una risposta
evangelica e competente alle tante sfide contemporanee nel campo della famiglia
e della vita.
Conosco, poi, lo zelo e la
dedizione con cui i Sacerdoti svolgono il loro servizio pastorale, come pure il
sistematico ed incisivo lavoro di formazione a loro rivolto, in particolare
verso quelli più giovani. Cari Sacerdoti, vi esorto a radicare sempre più la
vostra vita spirituale nel Vangelo, coltivando la vita interiore, un intenso
rapporto con Dio e distaccandovi con decisione da una certa mentalità
consumistica e mondana, che è una tentazione ricorrente nella realtà in cui
viviamo. Imparate a crescere nella comunione tra di voi e con il Vescovo, tra
voi e i fedeli laici, favorendo la stima e la collaborazione reciproche: da ciò
ne verranno sicuramente molteplici benefici sia per la vita delle parrocchie
che per la stessa società civile. Sappiate valorizzare, con discernimento,
secondo i noti criteri di ecclesialità, i gruppi e movimenti: essi vanno bene
integrati all’interno della pastorale ordinaria della diocesi e delle
parrocchie, in un profondo spirito di comunione.
A voi fedeli laici, giovani e
famiglie, dico: non abbiate paura di vivere e testimoniare la fede nei vari
ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana! Avete
tutti i motivi per mostrarvi forti, fiduciosi e coraggiosi, e questo grazie
alla luce della fede e alla forza della carità. E quando doveste incontrare
l’opposizione del mondo, fate vostre le parole dell’Apostolo: “Tutto posso in
colui che mi dà la forza” (Fil 4,13). Così si sono comportati i Santi e le
Sante, fioriti, nel corso dei secoli, in tutta la Calabria. Siano essi a custodirvi
sempre uniti e ad alimentare in ciascuno il desiderio di proclamare, con le
parole e con le opere, la presenza e l’amore di Cristo. La Madre di Dio, da voi
tanta venerata, vi assista e vi conduca alla profonda conoscenza del suo
Figlio. Amen!
[© Copyright 2011 - Libreria
Editrice Vaticana]
SALUTO DEL PAPA ALLA POPOLAZIONE DI SERRA SAN BRUNO - Nella visita
pastorale in Calabria
ZI11100909 - 09/10/2011
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SERRA SAN BRUNO, domenica, 9
ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo del saluto rivolto dal Papa
questa domenica pomeriggio alla popolazione di Serra San Bruno (Vibo Valentia),
durante la sua visita pastorale in Calabria.
* * *
Signor Sindaco,
Venerato Fratello
nell’Episcopato,
distinte Autorità,
cari amici di Serra San Bruno!
Sono lieto di potervi incontrare,
prima di entrare nella Certosa, dove compirò la seconda parte di questa mia
Visita pastorale in Calabria. Vi saluto tutti con affetto e vi ringrazio per la
vostra calorosa accoglienza; in particolare ringrazio l’Arcivescovo di
Catanzaro-Squillace, Mons. Vincenzo Bertolone, e il Sindaco, Dott. Bruno Rosi,
anche per le cortesi parole che mi ha rivolto. È vero, due Visite ravvicinate
del Successore di Pietro sono un privilegio per la vostra comunità civile. Ma
soprattutto, come giustamente ha detto ancora il Sindaco, grande privilegio è
quello di avere nel vostro territorio questa "cittadella" dello spirito
che è la Certosa. La presenza stessa della comunità monastica, con la sua lunga
storia che risale a San Bruno, costituisce un costante richiamo a Dio,
un’apertura verso il Cielo e un invito a ricordare che siamo fratelli in
Cristo.
I monasteri hanno nel mondo una
funzione molto preziosa, direi indispensabile. Se nel medioevo essi sono stati
centri di bonifica dei territori paludosi, oggi servono a
"bonificare" l’ambiente in un altro senso: a volte, infatti, il clima
che si respira nelle nostre società non è salubre, è inquinato da una mentalità
che non è cristiana, e nemmeno umana, perché dominata dagli interessi
economici, preoccupata soltanto delle cose terrene e carente di una dimensione
spirituale. In questo clima non solo si emargina Dio, ma anche il prossimo, e
non ci si impegna per il bene comune. Il monastero invece è modello di una
società che pone al centro Dio e la relazione fraterna. Ne abbiamo tanto
bisogno anche nel nostro tempo.
Cari amici di Serra San Bruno, il
privilegio di avere vicina la Certosa è per voi anche una responsabilità: fate
tesoro della grande tradizione spirituale di questo luogo e cercate di metterla
in pratica nella vita quotidiana. La Vergine Maria e San Bruno vi proteggano
sempre. Di cuore benedico tutti voi e le vostre famiglie.
[© Copyright 2011 - Libreria
Editrice Vaticana]
OMELIA DEL PAPA NEI VESPRI ALLA CERTOSA DEI SANTI STEFANO E BRUNO
ZI11100912 - 09/10/2011
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SERRA SAN BRUNO, domenica, 9
ottobre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'omelia pronunciata da
Papa Benedetto XVI presiedendo la celebrazione dei Vespri con i monaci nella
Certosa dei Santi Stefano e Bruno.
* * *
Venerati Fratelli
nell’Episcopato,
cari Fratelli Certosini,
fratelli e sorelle!
Rendo grazie al Signore che mi ha
condotto in questo luogo di fede e di preghiera, la Certosa di Serra San Bruno.
Nel rinnovare il mio saluto riconoscente a Mons. Vincenzo Bertolone,
Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, mi rivolgo con grande affetto a questa
Comunità Certosina, a ciascuno dei suoi membri, a partire dal Priore, Padre
Jacques Dupont, che ringrazio di cuore per le sue parole, pregandolo di far
giungere il mio pensiero grato e benedicente al Ministro Generale e alle
Monache dell’Ordine.
Mi è caro anzitutto sottolineare
come questa mia Visita si ponga in continuità con alcuni segni di forte
comunione tra la Sede Apostolica e l’Ordine Certosino, avvenuti nel corso del
secolo scorso. Nel 1924 il Papa Pio XI emanò una Costituzione Apostolica con la
quale approvò gli Statuti dell’Ordine, riveduti alla luce del Codice di Diritto
Canonico. Nel maggio 1984, il beato Giovanni Paolo II indirizzò al Ministro
Generale una speciale Lettera, in occasione del nono centenario della
fondazione da parte di san Bruno della prima comunità alla Chartreuse, presso
Grenoble. Il 5 ottobre di quello stesso anno, il mio amato Predecessore venne
qui, e il ricordo del suo passaggio tra queste mura è ancora vivo. Nella scia
di questi eventi passati, ma sempre attuali, vengo a voi oggi, e vorrei che
questo nostro incontro mettesse in risalto un legame profondo che esiste tra
Pietro e Bruno, tra il servizio pastorale all’unità della Chiesa e la vocazione
contemplativa nella Chiesa. La comunione ecclesiale infatti ha bisogno di una
forza interiore, quella forza che poco fa il Padre Priore ricordava citando
l’espressione "captus ab Uno", riferita a san Bruno: "afferrato
dall’Uno", da Dio, "Unus potens per omnia", come abbiamo cantato
nell’Inno dei Vespri. Il ministero dei Pastori trae dalle comunità
contemplative una linfa spirituale che viene da Dio.
"Fugitiva relinquere et
aeterna captare": abbandonare le realtà fuggevoli e cercare di afferrare
l’eterno. In questa espressione della lettera che il vostro Fondatore indirizzò
al Prevosto di Reims, Rodolfo, è racchiuso il nucleo della vostra spiritualità
(cfr Lettera a Rodolfo, 13): il forte desiderio di entrare in unione di vita
con Dio, abbandonando tutto il resto, tutto ciò che impedisce questa comunione
e lasciandosi afferrare dall’immenso amore di Dio per vivere solo di questo
amore. Cari fratelli, voi avete trovato il tesoro nascosto, la perla di grande
valore (cfr Mt 13,44-46); avete risposto con radicalità all’invito di Gesù:
"Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri
e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!" (Mt 19,21). Ogni monastero
– maschile o femminile – è un’oasi in cui, con la preghiera e la meditazione,
si scava incessantemente il pozzo profondo dal quale attingere l’"acqua
viva" per la nostra sete più profonda. Ma la Certosa è un’oasi speciale,
dove il silenzio e la solitudine sono custoditi con particolare cura, secondo
la forma di vita iniziata da san Bruno e rimasta immutata nel corso dei secoli.
"Abito nel deserto con dei fratelli", è la frase sintetica che
scriveva il vostro Fondatore (Lettera a Rodolfo, 4). La visita del Successore
di Pietro in questa storica Certosa intende confermare non solo voi, che qui vivete,
ma l’intero Ordine nella sua missione, quanto mai attuale e significativa nel
mondo di oggi.
Il progresso tecnico,
segnatamente nel campo dei trasporti e delle comunicazioni, ha reso la vita
dell’uomo più confortevole, ma anche più concitata, a volte convulsa. Le città
sono quasi sempre rumorose: raramente in esse c’è silenzio, perché un rumore di
fondo rimane sempre, in alcune zone anche di notte. Negli ultimi decenni, poi,
lo sviluppo dei media ha diffuso e amplificato un fenomeno che già si profilava
negli anni Sessanta: la virtualità che rischia di dominare sulla realtà. Sempre
più, anche senza accorgersene, le persone sono immerse in una dimensione
virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da
mattina a sera. I più giovani, che sono nati già in questa condizione, sembrano
voler riempire di musica e di immagini ogni momento vuoto, quasi per paura di
sentire, appunto, questo vuoto. Si tratta di una tendenza che è sempre
esistita, specialmente tra i giovani e nei contesti urbani più sviluppati, ma
oggi essa ha raggiunto un livello tale da far parlare di mutazione
antropologica. Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in
silenzio e in solitudine.
Ho voluto accennare a questa
condizione socioculturale, perché essa mette in risalto il carisma specifico
della Certosa, come un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo, un dono che
contiene un messaggio profondo per la nostra vita e per l’umanità intera. Lo
riassumerei così: ritirandosi nel silenzio e nella solitudine, l’uomo, per così
dire, si "espone" al reale nella sua nudità, si espone a
quell’apparente "vuoto" cui accennavo prima, per sperimentare invece
la Pienezza, la presenza di Dio, della Realtà più reale che ci sia, e che sta
oltre la dimensione sensibile. E’ una presenza percepibile in ogni creatura:
nell’aria che respiriamo, nella luce che vediamo e che ci scalda, nell’erba,
nelle pietre… Dio, Creator omnium, attraversa ogni cosa, ma è oltre, e proprio
per questo è il fondamento di tutto. Il monaco, lasciando tutto, per così dire
"rischia": si espone alla solitudine e al silenzio per non vivere di
altro che dell’essenziale, e proprio nel vivere dell’essenziale trova anche una
profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo.
Qualcuno potrebbe pensare che sia
sufficiente venire qui per fare questo "salto". Ma non è così. Questa
vocazione, come ogni vocazione, trova risposta in un cammino, nella ricerca di
tutta una vita. Non basta infatti ritirarsi in un luogo come questo per
imparare a stare alla presenza di Dio. Come nel matrimonio non basta celebrare
il Sacramento per diventare effettivamente una cosa sola, ma occorre lasciare
che la grazia di Dio agisca e percorrere insieme la quotidianità della vita
coniugale, così il diventare monaci richiede tempo, esercizio, pazienza,
"in una perseverante vigilanza divina – come affermava san Bruno –
attendendo il ritorno del Signore per aprirgli immediatamente la porta"
(Lettera a Rodolfo, 4); e proprio in questo consiste la bellezza di ogni
vocazione nella Chiesa: dare tempo a Dio di operare con il suo Spirito e alla
propria umanità di formarsi, di crescere secondo la misura della maturità di
Cristo, in quel particolare stato di vita. In Cristo c’è il tutto, la pienezza;
noi abbiamo bisogno di tempo per fare nostra una delle dimensioni del suo
mistero. Potremmo dire che questo è un cammino di trasformazione in cui si
attua e si manifesta il mistero della risurrezione di Cristo in noi, mistero a
cui ci ha richiamato questa sera la Parola di Dio nella Lettura biblica, tratta
dalla Lettera ai Romani: lo Spirito Santo, che ha risuscitato Gesù dai morti, e
che darà la vita anche ai nostri corpi mortali (cfr Rm 8,11), è Colui che opera
anche la nostra configurazione a Cristo secondo la vocazione di ciascuno, un
cammino che si snoda dal fonte battesimale fino alla morte, passaggio verso la
casa del Padre. A volte, agli occhi del mondo, sembra impossibile rimanere per
tutta la vita in un monastero, ma in realtà tutta una vita è appena sufficiente
per entrare in questa unione con Dio, in quella Realtà essenziale e profonda
che è Gesù Cristo.
Per questo sono venuto qui, cari
Fratelli che formate la Comunità certosina di Serra San Bruno! Per dirvi che la
Chiesa ha bisogno di voi, e che voi avete bisogno della Chiesa. Il vostro posto
non è marginale: nessuna vocazione è marginale nel Popolo di Dio: siamo un
unico corpo, in cui ogni membro è importante e ha la medesima dignità, ed è
inseparabile dal tutto. Anche voi, che vivete in un volontario isolamento,
siete in realtà nel cuore della Chiesa, e fate scorrere nelle sue vene il
sangue puro della contemplazione e dell’amore di Dio.
Stat Crux dum volvitur orbis –
così recita il vostro motto. La Croce di Cristo è il punto fermo, in mezzo ai
mutamenti e agli sconvolgimenti del mondo. La vita in una Certosa partecipa
della stabilità della Croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele.
Rimanendo saldamente uniti a Cristo, come tralci alla Vite, anche voi, Fratelli
Certosini, siete associati al suo mistero di salvezza, come la Vergine Maria,
che presso la Croce stabat, unita al Figlio nella stessa oblazione d’amore.
Così, come Maria e insieme con lei, anche voi siete inseriti profondamente nel
mistero della Chiesa, sacramento di unione degli uomini con Dio e tra di loro.
In questo voi siete anche singolarmente vicini al mio ministero. Vegli dunque
su di noi la Madre Santissima della Chiesa, e il santo Padre Bruno benedica
sempre dal Cielo la vostra Comunità.
[© Copyright 2011 - Libreria
Editrice Vaticana]
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