12 luglio 2012, DIETRO LE SBARRE/3 - L’ergastolo «ostativo»? - Strada
senza via d’uscita Nello Scavo, http://www.avvenire.it
«Morto che parla», ironizza
amaramente una voce da dentro una cella. Sono gli "ergastolani
ostativi". Murati vivi perché, a giudicare dal regime carcerario che gli è
imposto, essi sono il peggio, la feccia, i "mostri" a cui non deve
neanche essere concesso di poter sperare, un giorno, di scoprirsi finalmente
cambiati e meritevoli di un’altra possibilità. Perciò, espulsi per sempre dal
consesso umano.
Non tutti sanno che nel nostro
Paese coesistono l’ergastolo ordinario e quello ostativo ai benefici. Il primo
concede al condannato la possibilità di usufruire di permessi premio,
semilibertà o liberazione condizionale, tanto che la grande maggioranza dei
1.546 ergastolani rimarranno in cella per non più di ventisei anni, quando
scatta la possibilità della cosiddetta "liberazione anticipata". Il
secondo, al contrario, nega fin dalla sentenza e in modo perpetuo ogni
vantaggio penitenziario. Nessuna redenzione.
Nato negli anni ’90, quale
muscolare risposta dello Stato alla guerra dichiarata da Cosa nostra con le
stragi di Capaci, Via d’Amelio, e poi le bombe di Milano, Roma e Firenze,
l’ergastolo ostativo è la pena prevista per tutti gli imputati condannati per
associazione mafiosa o per reati assimilabili, cioè favoriti dall’ambiente
mafiogeno.
Una definizione che si rivelerà ambigua. Sono
circa un centinaio i reclusi rassegnati all’idea di uscire di prigione solo a
bordo di un carro funebre. Ma non tutti sono "mafiosi" così come li
intendiamo di solito. «Un rapinatore preso in flagrante a Scampia viene
giudicato secondo criteri di contiguità ambientale alla camorra – osserva Carlo
Fiorio, docente di Procedura penale all’Università di Perugia –, mentre lo
stesso reato commesso a Trento viene inquadrato in modo differente e meno
rigido». Per effetto di alcune norme anche ammettere la propria colpa, ma
tacere le responsabilità altrui, è causa di ergastolo perenne. «Il dettato
costituzionale è chiaro, quindi se l’ordinamento non prevede la possibilità di
uscire dal carcere a condizioni raggiungibili, la pena dell’ergastolo va contro
l’articolo 27 della Costituzione», ha detto Valerio Onida, presidente della
Corte Costituzionale dal 1996 al 2005, in una riflessione apparsa sull’ultimo
numero della rivista del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Le due
città.
Gli "ostativi", dunque,
sono colpevoli due volte: per aver commesso un reato e per non aver cooperato
alle indagini. «Alle volte la scelta di collaborare o no con la giustizia può
non dipendere esclusivamente dall’individuo – arguisce Onida –. Non si può
generalizzare perché le fattispecie sono tantissime». Ci sono detenuti che
tacciono perché questo potrebbe significare mettere a repentaglio la vita dei
loro cari, «oppure perché non hanno modo di collaborare, non hanno
informazioni, o altro. Alle volte quindi la mancata collaborazione non dipende
dalla volontà dell’individuo». Fatti i dovuti calcoli «questo significa che,
anche dopo 26 anni, risulta impossibile concedere la libertà condizionata, come
invece avviene per gli altri detenuti che scontano l’ergastolo».
La storia simbolo è quella di
Carmelo Musumeci, capo di una banda di biscazzieri-rapinatori-spacciatori
catanesi attivi in Versilia. Entra in carcere vent’anni fa ma, secondo le
sentenze, si rifiuta di fare il nome di un complice. Nell’automobile usata per
compiere un delitto (Musumeci è stato giudicato colpevole di omicidio in
qualità di mandante) vengono rinvenuti quattro passamontagna. Gli inquirenti di
banditi ne acciufferanno solo tre, manca il quarto. Secondo la difesa, però,
questi non esisterebbe, semplicemente perché quel copricapo sarebbe stato solo
"di scorta". Comunque siano andate le cose, Musumeci si ritrova prima
rinchiuso all’Asinara. Ci arriva che aveva la quinta elementare.
Pur non essendo mai uscito dal
carcere, attualmente a Spoleto, si è diplomato, laureato in Giurisprudenza e
pubblicato testi anche per Mondadori. Il profilo tracciato dagli operatori
carcerari racconta di un detenuto esemplare, un uomo che non ha niente a che
fare con il ragazzo scapestrato degli anni ’80. Al momento della sentenza venne
giudicato "ostativo". E tanto è bastato a gettar via la chiave della
sua cella.
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