Famiglia: il desiderio che si fa diritto di Francesca Ruggero, Corrispondenza
romana | 1232, Famiglia, 8 marzo 2012, http://www.corrispondenzaromana.it
Una società fondata sul
desiderio. Questo siamo diventati. Il desiderio di considerare la vita, del
nascituro e di chi soffre, nella disponibilità individuale e in base al
vantaggio che ne può trarre la società; quello di rendere mutevole l’identità
sessuale che ci è stata fornita dalla natura; quello di procreare usando le
provette; quello di perseguire gli istinti, le convenienze, abbandonando
qualsiasi ancoraggio ai principi. Si muta, così, l’antropologia umana,
trasformando il desiderio in un diritto.
E’ questo il contesto in cui si
situa la discussione sul divorzio cosiddetto “breve”. Attualmente, la legislazione
italiana prevede che il divorzio non possa essere pronunciato se non dopo un
periodo di tre anni di separazione, salve alcune eccezioni in pratica poco
rilevanti. La proposta di legge che la Commissione Giustizia della Camera ha
approvato lo scorso 23 febbraio, prevede, invece, che questo periodo sia
ridotto ad un anno per i coniugi che non hanno figli minori e a due anni se
invece vi sono minori.
Un provvedimento di “civiltà
giuridica”, l’ha definito il Presidente della Commissione Giulia Bongiorno.
Sono in molti ̶ i soliti radicali, in primis ̶ a
voler abolire il periodo di separazione o a ridurlo ulteriormente nel dibattito
che su questo tema vi sarà in Parlamento, in linea con quanto accade in molti
Paesi europei, dove è frequente la scelta di concedere immediatamente il
divorzio se entrambi i coniugi sono d’accordo o se uno riesce a dimostrare
gravi colpe da parte dell’altro.
Tanto che in Italia, negli ultimi
anni, ha proliferato il business di quelle agenzie che hanno come scopo sociale
quello di fornire la possibilità alle coppie sposate di divorziare usufruendo
della legislazione di altri Paesi. Quella inglese, ad esempio, in base alla
quale il divorzio si ottiene quasi subito o quella francese, che prevede dai
tre ai sei mesi oppure quella spagnola, in base alla quale ne servono sei. Per
la soddisfazione del desiderio, è sufficiente il certificato di matrimonio, il
patto di separazione consensuale e prendere la residenza del Paese che si
sceglie.
Sta di fatto, che negli ultimi
quarant’anni il numero di matrimoni in Europa è sceso di quasi il 40%. L’Italia
è appena sotto la media europea con i suoi 4 matrimoni ogni 1000 abitanti.
Parallelamente alla riduzione dei matrimoni si registra un netto incremento dei
divorzi, che si attestano a una media europea di 2,1 ogni 1000 abitanti.
Con una diminuzione dei matrimoni
e un aumento delle coppie che divorziano, cresce il numero dei figli che
nascono fuori dalla famiglia tradizionale. La tendenza è comune a tutti i Paesi
dell’Unione Europea, ma risulta particolarmente accentuata nel nord, dove
addirittura in molti Stati, come Svezia, Estonia, Francia, Belgio, Danimarca e
Gran Bretagna, la maggioranza o quasi delle nascite avviene fuori dal
matrimonio.
La distruzione dell’istituto
familiare, operata dall’Europa scristianizzata, sta scritta in questi
dati, che dimostrano, più di tante
parole, quanto sia urgente una nuova evangelizzazione del continente europeo.
Ma questi stessi dati, impongono almeno una domanda: qual è il compito del
legislatore? Solo registrare dei fenomeni e assecondare dei desideri? Se così
fosse, la maggioranza di un momento risponderebbe solo a se stessa nel fare le
leggi.
Eserciterebbe la sua
responsabilità libera da qualsiasi vincolo, solo per ingraziarsi il sentire
comune di quel momento storico. A quella maggioranza, poi, se ne sostituirebbe
un’altra, anche questa con nessun vincolo, se non quello di affermare il suo
potere, magari in contrapposizione al primo e solo badando ai nuovi istinti che
emergessero. Questo è il cuore del problema che pone una società che si fonda
sul relativismo, di quella cultura che Benedetto XVI chiama del «disincanto
totale»: nell’indifferenza di tanti, si fa strame degli unici principi che
veramente contano e che costituiscono un prius, quelli del diritto naturale.
(Francesca Ruggiero)
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