Mamme acrobate e nonne sandwich, regine del
welfare – La Stampa – (W. Passerini), 13 febbraio 2012
In 15 anni hanno conquistato 1,7
milioni di posti di lavoro ma ora la crisi svela quanto siano ancora forti
pregiudizi e discriminazioni nei loro confronti.
Onda rosa
Sembrava che la valanga dovesse
continuare, ma così non è più. Dal 1993 al 2088 le donne hanno tinto di rosa
l’occupazione italiana, raggiungimento quota 9,4 milioni di posti di lavoro.
L’aumento ha toccato però solo il nord, con 1,5 milioni, lasciando al sud le
briciole (poco più di 200mila posti). Come rivela uno studio, presentato al
Cnel da Linda Sabbadini dell’Istat, la crisi ha pesato sia in quantità che in
qualità. Dal 2008 al 2010 le donne hanno perso 103mila posti. L’occupazione
qualificata ha lasciato sul terreno 270mila donne, mentre è cresciuta di
218mila unità quella non qualificata. Nella sola industria le donne sono calate
del doppio rispetto agli uomini (-12,7% contro -6,7%). In Europa siamo ultimi
per tasso di occupazione femminile prima di Malta (46,1%), con il sud crollato
al 30,5%.
Scoraggiate
Clamoroso è l’esercito delle
cosiddette inattive, che non lavorano e non cercano il lavoro: sono al 49%
contro una media europea del 35%. In Italia la quota di donne tra i 15 e i 74
anni che non cercano attivamente il lavoro, ma sono disponibili da subito a
lavorare, è quattro volte quella dell’Europa (16,6% contro il 4,4%). Un segno
di delusione e di scarsa fiducia verso il sistema lavoro.
Laureate Anche quando hanno
studiato le donne iniziano un percorso ad ostacoli: lavorano meno rispetto agli
uomini, sono più precarie e più sottoutilizzate (svolgono mansioni inferiori
rispetto al titolo posseduto) e sono pagate di meno. La Banca d’Italia calcola
nel 6% il differenziale a parità di mansioni, l’Istat il 20% (stipendio netto
medio di 1.096 contro 1.377 dei dipendenti maschi).
Motivi di famiglia
Una donna su tre lascia il lavoro
per motivi familiari, contro il 3% degli uomini. Sempre secondo dati Istat,
sono 80mila le mamme che hanno dichiarato di essere state licenziate o di
essere state messe in condizione di dimettersi nel corso della vita a causa
della maternità, situazione spesso sollecitata dalla perversa formula delle
dimissioni in bianco. Solo quattro su dieci sono poi riuscite a reimmettersi
nel mercato del lavoro: una su due al nord, una su cinque al sud. E il tasso di
occupazione femminile diminuisce all’aumentare del numero dei figli: dall’81%
da single passa al 50,6% con due figli e al 33,7% con tre figli.
Doppio pilastro Sia l’Istat che
la Banca d’Italia sottolineano che le donne sono il vero pilastro del welfare e
delle reti informali che compensano la carenza di servizi e si suddividono tra
mamme acrobate e nonne sandwich. Secondo uno studio Isfol, l’85% delle donne
tra i 25 e i 45 anni anche se non cerca lavoro vorrebbe svolgere un’attività
lavorativa. Per una donna inattiva su tre la decisione di lavorare o non
lavorare non è stata una scelta. Gli interventi ritenuti efficaci per favorire
la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono i tempi di lavoro più
flessibili e la maggiore condivisione del lavoro domestico, oltre ai servizi
per l’infanzia e per gli anziani e a indennità economiche per i nuclei
familiari. Mamme acrobate e nonne sandwich, regine del welfare – La Stampa –
(W. Passerini)
In 15 anni hanno conquistato 1,7
milioni di posti di lavoro ma ora la crisi svela quanto siano ancora forti
pregiudizi e discriminazioni nei loro confronti.
Onda rosa
Sembrava che la valanga dovesse
continuare, ma così non è più. Dal 1993 al 2088 le donne hanno tinto di rosa
l’occupazione italiana, raggiungimento quota 9,4 milioni di posti di lavoro.
L’aumento ha toccato però solo il nord, con 1,5 milioni, lasciando al sud le
briciole (poco più di 200mila posti). Come rivela uno studio, presentato al
Cnel da Linda Sabbadini dell’Istat, la crisi ha pesato sia in quantità che in
qualità. Dal 2008 al 2010 le donne hanno perso 103mila posti. L’occupazione
qualificata ha lasciato sul terreno 270mila donne, mentre è cresciuta di
218mila unità quella non qualificata. Nella sola industria le donne sono calate
del doppio rispetto agli uomini (-12,7% contro -6,7%). In Europa siamo ultimi
per tasso di occupazione femminile prima di Malta (46,1%), con il sud crollato
al 30,5%.
Scoraggiate
Clamoroso è l’esercito delle
cosiddette inattive, che non lavorano e non cercano il lavoro: sono al 49%
contro una media europea del 35%. In Italia la quota di donne tra i 15 e i 74
anni che non cercano attivamente il lavoro, ma sono disponibili da subito a
lavorare, è quattro volte quella dell’Europa (16,6% contro il 4,4%). Un segno
di delusione e di scarsa fiducia verso il sistema lavoro.
Laureate Anche quando hanno
studiato le donne iniziano un percorso ad ostacoli: lavorano meno rispetto agli
uomini, sono più precarie e più sottoutilizzate (svolgono mansioni inferiori
rispetto al titolo posseduto) e sono pagate di meno. La Banca d’Italia calcola
nel 6% il differenziale a parità di mansioni, l’Istat il 20% (stipendio netto
medio di 1.096 contro 1.377 dei dipendenti maschi).
Motivi di famiglia
Una donna su tre lascia il lavoro
per motivi familiari, contro il 3% degli uomini. Sempre secondo dati Istat,
sono 80mila le mamme che hanno dichiarato di essere state licenziate o di
essere state messe in condizione di dimettersi nel corso della vita a causa
della maternità, situazione spesso sollecitata dalla perversa formula delle
dimissioni in bianco. Solo quattro su dieci sono poi riuscite a reimmettersi
nel mercato del lavoro: una su due al nord, una su cinque al sud. E il tasso di
occupazione femminile diminuisce all’aumentare del numero dei figli: dall’81%
da single passa al 50,6% con due figli e al 33,7% con tre figli.
Doppio pilastro Sia l’Istat che
la Banca d’Italia sottolineano che le donne sono il vero pilastro del welfare e
delle reti informali che compensano la carenza di servizi e si suddividono tra
mamme acrobate e nonne sandwich. Secondo uno studio Isfol, l’85% delle donne
tra i 25 e i 45 anni anche se non cerca lavoro vorrebbe svolgere un’attività lavorativa.
Per una donna inattiva su tre la decisione di lavorare o non lavorare non è
stata una scelta. Gli interventi ritenuti efficaci per favorire la
partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono i tempi di lavoro più
flessibili e la maggiore condivisione del lavoro domestico, oltre ai servizi
per l’infanzia e per gli anziani e a indennità economiche per i nuclei
familiari.
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