Bosnia-Erzegovina, i cattolici sotto tiro di Danilo Quinto, 15-10-2011,
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Nel 2006, il cardinale Vinko
Puljic, arcivescovo di Vrhbosna, Sarajevo, intervistato da Radici Cristiane,
affermava che “I cattolici sono potuti rientrare nella Federazione grazie ai
nostri sacerdoti che sono tornati qui per primi e hanno iniziato la ricostruzione.
Rimane purtroppo il problema di come far valere i propri diritti, problema che
è presente nelle grandi città dove vivevano in maggioranza i musulmani. Ed è
proprio qui che i cattolici ottengono con molta difficoltà i permessi per la
costruzione delle case, non riescono a trovare lavoro e viene messa a rischio
la loro sicurezza”. Il Cardinale sottolineava le provocazioni che i cattolici
subiscono: “sistematicamente - diceva - rubano negli appartamenti della
parrocchia e della chiesa, mentre la polizia sta a guardare senza intervenire,
tanto da creare paura tra la gente, come a voler dire ‘qui non c’è posto per
voi’. A Sarajevo hanno distrutto anche le nostre tombe, sono entrati nelle case
private, e per quanto noi sappiamo chi è stato, la polizia non reagisce. La
Comunità internazionale non ritiene importante proteggere un popolo di
minoranza”.
Il cardinale ricordava che solo
nell’arcidiocesi di Sarajevo, prima della guerra, vivevano 528.000 cattolici,
“mentre oggi ce ne sono appena 218.000 ed inoltre sono state distrutte 600
chiese. Con rammarico devo ammettere che noi non abbiamo ottenuto nessun
permesso per poter iniziare i lavori di ristrutturazione. Sono particolarmente
dispiaciuto del fatto che quando si dovevano aiutare i nostri sacerdoti a tornare
nelle case parrocchiali distrutte dalla guerra, le organizzazioni
internazionali si sono rifiutate di aiutarci, non mostrando neanche un po’ di
buona volontà per risolvere questo problema. È triste venir considerati del
cittadini di serie B e venir discriminati”.
Dal 1992 al 1995, dopo la
frantumazione della Jugoslavia, la guerra ha devastato la Bosnia Erzegovina
causando quasi 243.000 morti e circa due milioni di rifugiati. Tra di loro,
alto è stato il numero di sacerdoti e religiosi. Molti furono rapiti e
brutalmente torturati e nonostante tutto sopravvissero, altri furono
assassinati. Di alcuni non si è avuta più notizia.
Monsignor Komarica, vescovo di
Banja Luka, denuncia da anni che “il Paese è diventato una casa di riposo per
anziani, in cui solo pochi cattolici sono tornati mentre la maggior parte di
coloro che erano rimasti sono ormai anziani. In realtà molti sono già morti
così che attualmente in Bosnia ci sono meno cattolici di quanti ce ne fossero
immediatamente dopo la fine della guerra”. Egli sostiene che appena il 2% del
totale degli aiuti dati è giunto ai cattolici croati. “I rifugiati non hanno
più case e quando ritornano spesso sono costretti a vivere senza acqua ed
elettricità. Non trovano lavoro ed hanno la netta sensazione di non essere
accettati nella società”, ha denunciato il Vescovo all’Istituto di diritto
pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre. “Tuttora – ha aggiunto – a distanza di
15 anni dalla fine della guerra, ai cattolici non è permesso far ritorno nelle
proprie case. Si tratta di un crimine, della negazione di uno dei diritti
fondamentali dell’uomo: il diritto alla patria. Durante la guerra, nella sola
diocesi di Banja Luka, oltre 70mila i cattolici sono stati cacciati dai
villaggi e, ad oggi, solo in 5.800 si stima abbiano potuto farvi ritorno. Una
possibilità che non è stata invece negata a più di 250mila musulmani che già da
tempo hanno ripreso possesso delle proprie abitazioni. Un’ulteriore prova di
come oggi la pulizia etnica sia un’ingiustizia di fatto tollerata”.
Questa situazione è stata
confermata a Aiuto alla Chiesa che soffre anche da Valentin Inzko, dal 2009
rappresentante speciale dell’Unione Europea per la Bosnia Erzegovina. Il
diplomatico austriaco ha raccontato ad ACS “quanto sia difficile per i
cattolici trovare un lavoro e quanto essi si sentano svantaggiati e
discriminati dalle autorità”.
Per monsignor Ivo Tomasevic,
segretario generale della Conferenza episcopale bosniaca, intervistato
dall’agenzia Cns, “La pace in Bosnia potrebbe essere nuovamente a rischio a
causa dell’incapacità della comunità internazionale di “assicurare giustizia e
diritti umani per tutti”. Secondo il presule, gli accordi firmati a Dayton 1995
dopo tre anni di guerra, non sono riusciti a portare “una pace stabile e
duratura” nel Paese, perché concepiti dalla comunità internazionale e non dal
popolo bosniaco. Ad essere penalizzata è stata soprattutto la comunità
cattolica, le cui condizioni sono peggiorate: solo il 3% dei 200mila cattolici
fuggiti dall’attuale Repubblica Serba di Bosnia, hanno fatto rientro nelle
proprie case, mentre le 40 parrocchie presenti nella capitale Sarajevo sono
rimaste spopolate. “L’accordo di pace - ha detto mons. Tomasevic - ha fermato i
combattimenti, ma solo perché è sceso a compromessi con l’ingiustizia e ha
legalizzato la pulizia etnica delle fazioni più forti. La gente ancora non si
sente sicura, perché sa di vivere in uno Stato in cui i crimini di guerra sono
stati premiati, invece di essere contrastati e condannati”.
Per il vescovo le modifiche portate
nel 2001 agli accordi hanno contribuito solo a peggiorare la situazione dei
cattolici a vantaggio della maggioranza musulmana che detiene le vere leve del
potere in Bosnia e ha tutto l’interesse a conservare lo status quo. “L’assenza
di soluzioni - ha affermato - rischia di radicalizzare gli animi”. Dagli
820mila censiti nei primi anni ’90, oggi essi sono ridotti a circa 400mila,
pari al 9% della popolazione, più della metà della quale è musulmana e il 37% è
serbo-ortodossa.
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