Quando l'ONU può intervenire con la forza? di Tommaso Scandroglio, 08-10-2011,
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Bosnia, Kosovo, Timor Est e ora
Libia. Questi sono stati alcuni dei territori visitati militarmente dalle Forze
di Pace delle Nazioni Unite. Ma a quali condizioni è legittimo un intervento
manu militari in una Paese terzo? Lo ha chiarito lo scorso martedì 27 settembre
il Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique
Mamberti, in occasione della 66° Assemblea Generale dell’ONU.
Innanzitutto c’è una
responsabilità in capo all’ONU di difendere le popolazioni di quegli stati che
subiscono una lesione profonda dei propri diritti fondamentali, perché l’ONU è
la "famiglia delle Nazioni". Quando in una famiglia un figlio accusa
uno stato di malessere, i genitori intervengono per tentare di alleviargli la sofferenza.
Così in modo analogo, ma con i dovuti distinguo, dovrebbe comportarsi anche
l’ONU verso le nazioni che ne fanno parte.
Se poi l’intervento è di
carattere militare si devono rispettare i seguenti requisiti. In primo luogo
ogni stato è sovrano nel suo territorio. Ma tale sovranità cessa di essere
autorevole, e quindi viene meno, quando chi governa non è più in grado di
tutelare il bene comune, cioè ad esempio non ha più la possibilità di difendere
i propri cittadini da una guerra civile o da una carestia. Caso ancor peggiore
si verifica quando sono gli stessi governanti che mettono a repentaglio il bene
collettivo, attentando ad esempio alla vita e alla sicurezza dei propri
consociati con rappresaglie, atti di terrorismo, repressioni indiscriminate,
carestie forzate, etc. Insomma se uno Stato non fa più il suo dovere, anche
senza sua colpa, ci deve pensare qualcun altro a sostituirsi a lui nel
prendersi cura della popolazione.
In secondo luogo prima di
intervenire con la forza della armi è necessario intervenire con la forza della
persuasione e dei consigli. Detto in altri termini innanzitutto occorre battere
tutte le vie diplomatiche di carattere pacifico possibili.
Se poi si deve proprio passare
alle armi bisogna ricordarsi che questa scelta «dovrebbe essere una soluzione
limitata nel tempo - dichiara sempre Mons. Mamberti - una misura di vera
urgenza che dovrebbe essere accompagnata e seguita da un concreto impegno di
pacificazione». In buona sostanza tanta forza quanta ne serve e per il tempo strettamente
necessario a sanare la crisi.
Le indicazioni del Segretario dei
Rapporti con gli Stati si inseriscono armonicamente nella dottrina sociale
insegnata dalla Chiesa Cattolica in merito alla guerra difensiva, intesa come
opposizione e contestuale tutela dei diritti fondamentali della persone contro
un despota. Guerra che può essere mossa sia dai cittadini di uno stato a danno
dei loro governanti-tiranni, sia da uno stato estero che corre in soccorso dei
cittadini medesimi. Vediamo, anche sulla scorta dell’insegnamento di Tommaso
d’Aquino, quali sono le azioni lecitamente valide sul piano morale per
contrastare uno Stato tiranno.
La resistenza passiva. Se per
esempio vige una legge ingiusta gravemente lesiva dei diritti di base della
persona è lecito e a volte doveroso non rispettare questa legge. Come annotava
Henry David Thoreau, «ciò che io devo fare è procurare di non prestarmi
all’ingiustizia che condanno». Si tratta in definitiva dell’obiezione di
coscienza, a volte prevista in certi casi dallo stesso ordinamento giuridico
che permette la condotta illecita (si veda il caso dell’aborto e della legge
194 che prevede tale istituto), a volte non contemplata. In quest’ultimo caso
anche se la legge iniqua non prevedesse la possibilità di esimersi da condotte
gravemente ingiuste - per esempio uccidere l’innocente - la legge morale
obbliga sempre ad astenersi da atti intrinsecamente malvagi anche a costo del
carcere o addirittura della vita.
La resistenza attiva non
violenta. Se non bastasse l’obiezione di coscienza o in aggiunta a questa è
lecito e a volte doveroso battersi culturalmente, politicamente e socialmente
per opporsi a leggi e decisioni governative gravemente inique. Come? Con
proposte di legge, mozioni di sfiducia ai governi, ricorsi a tribunali
internazionali, petizioni pubbliche, richieste di referendum, raccolta di
firme, cortei, assemblee, convegni, seminari, conferenze, pubblicazioni di
libri, articoli, interviste, campagne pubblicitarie per la sensibilizzazione
della popolazione e molto altro ancora.
La resistenza attiva violenta.
Quest’ultima risorsa si fonda sull’istituto della legittima difesa. Come è
lecito tutelare la propria persona anche attraverso l’uso necessitato delle
armi, anche nel caso in cui questo uso provochi l’uccisione dell’aggressore,
così è altrettanto lecito sul piano morale difendere se stessi e la comunità
contro il tiranno che attenta alla vita delle persone o ad altri beni di
primaria importanza per mezzo di strumenti violenti. Ma affinchè si possa
muovere guerra al tiranno occorre la soddisfazione di tutte e nessuna esclusa della seguenti condizioni.
Non rispettarle significherebbe prediligere non la forza bensì la violenza.
1.
Extrema ratio: prima di prender mano alla armi occorre aver battuto
tutte le altre strade possibili prima menzionate di carattere non violento.
L’opposizione militare quindi deve essere considerata come ultimo rimedio
possibile.
2. Intollerabilità: la condotta dello Stato è
considerata intollerabile quando si verifica una lesione dei diritti
fondamentali di moltissimi cittadini, perpetrata con costanza – dunque non
episodica - e da lungo tempo. Ad esempio un genocidio è motivo più che
sufficiente per tentare di rovesciare un governo perché lede gravemente il
diritto fondamentale alla vita addirittura di intere popolazioni. Una
tassazione invece eccessivamente elevata non potrebbe mai meritare una risposta
armata.
3. Evidenza: la lesione dei diritti
fondamentali deve essere palese a molti, cioè deve essere chiaramente provata e
non può essere fondata su voci di corridoio.
4. Speranza di riuscita: qualora il prendere le
armi portasse come conseguenza nefasta un inasprimento della tirannia, allora
sarebbe meglio ripiegare su strumenti di lotta più pacifici. Tommaso scrive
“può infatti accadere che coloro che vanno contro il tiranno non riescano a
prevalere, e allora il tiranno così provocato incrudelisce ancora di più”. La
resistenza armata deve perciò essere organizzata, ben condotta e preparata
accuratamente, non frutto di moti spontanei sporadici e caotici, al fine di sortire
un effetto positivo.
5. Evitare mali peggiori: prima di ricorrere
alle armi occorre sincerarsi che la nuova classe dirigente che si ha
l’intenzione di appoggiare, dopo che si sarà deposto il tiranno, non si
comporterà in modo ancor più iniquo rispetto al precedente governo. Altrimenti,
come si suol dire, finiremmo dalla padella alla brace.
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