Filippine, la minaccia paralizza i cristiani di Danilo Quinto, 08-10-2011,
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Asia News, nello scorso mese di
settembre, ha lanciato l’allarme su quel che avviene a Mindanao, la seconda in
isola in ordine di grandezza delle Filippine: a Jolo, Marawi, Basilan e in
altre aree, la minoranza cristiana subisce soprusi e pressioni da parte della
popolazione musulmana e le amministrazioni pubbliche costringono i cristiani a
svendere i propri terreni per lasciare spazio alle industrie cinesi. Secondo le
fonti di Asia News, il clima di impunità, i rapimenti, i continui scontri fra
esercito e gruppi estremisti islamici e la crisi economica hanno creato una
miscela ormai insopportabile per la popolazione cristiana che teme a
manifestare la propria fede in pubblico. Le fonti raccontano che la stessa
situazione si vive a Basilan e a Cotabato, dove nelle scorse settimane entrambe
le Chiese sono state colpite con bombe carta che hanno danneggiato parte dei
muri e delle vetrate.
La regione di Mindanao, a
maggioranza musulmana, è da 40 anni teatro di un conflitto tra esercito
filippino e gruppi estremisti islamici di Moro Islamic Liberation Front (Milf)
e Abu Sayyaf, gruppo terroristico legato ad al-Qaeda. Si battono per istituire
uno Stato islamico indipendente, compiendo attacchi contro i cristiani con lo
scopo di cacciarli dai territori musulmani. Nel 1987, il governo centrale
riconobbe l’autonomia a una vasta porzione dell’isola, creando la “Regione
autonoma nel Mindanao musulmano”, ma questa decisione non si dimostrò
sufficiente a far cessare gli attentati. Nel tentativo di sconfiggere i ribelli,
nell’agosto 2008 l’allora presidente Gloria Arroyo decise di lanciare
un’offensiva, impiegando anche l’artiglieria pesante. Il conflitto provocò in
meno di nove mesi quasi 100 morti e oltre 750mila profughi, tra cristiani e
musulmani.
Nel settembre 2009 a Kuala Lumpur
(Malaysia) Milf e governo filippino hanno riaperto le trattative per la fine
del conflitto. Nonostante gli accordi e la scelta dei quadri del Milf di
collaborare con il governo, i terroristi di Abu Sayyaf e diversi esponenti di
Moro, in contrasto con la linea dei capi, hanno continuato l’offensiva. A fare le spese di questa situazione è la
comunità cristiana, vittima di attentati e rapimenti. Altra problematica, che
spesso si interseca con l’estremismo religioso, è lo strapotere dei clan musulmani
e delle loro milizie private. Il clima di anarchia dell’isola e soprattutto il
continuo traffico di armi, ha infatti permesso ai leader politici di assoldare
eserciti privati, per mantenere il potere nelle province poste sotto il loro
controllo.
Il 5 luglio 2009 – racconta il
Rapporto dell’Istituto di Diritto Pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre - a
Cotabato una bomba esplode all’esterno della cattedrale dell’Immacolata
Concezione, durante una messa presieduta da mons. Orlando Quevedo. Lo scoppio dell’ordigno
provoca 5 morti, tra cui un bambino di tre anni, e 45 feriti.
Intervistato dopo l’attentato
mons. Quevedo definisce l’atto “non solo un crimine, ma un sacrilegio”,
invitando tutti i cattolici a pregare per la conversione degli attentatori.
Il 27 ottobre, a Jolo, capoluogo
della provincia di Sulu, il lancio di una granata danneggia la cattedrale di
Nostra Signora del Monte Carmelo. L’attentato non fa vittime, ma per la paura
di nuovi attacchi mons. Angelito Lampon, vicario apostolico della diocesi,
cancella le messe per le festività dei Santi e dei Morti, in programma l’1 e il
2 novembre. Anche in questo caso non vi sono rivendicazioni ufficiali, ma i
sospetti cadono sul gruppo terrorista di Abbu Sayyaf, molto attivo
nell’arcipelago di Sulu.
Oltre agli attacchi dinamitardi,
il 2009 ha visto il susseguirsi di una serie di rapimenti compiuti da bande
criminali a scopo di estorsione, che hanno utilizzato la paura dell’estremismo
islamico per aumentare la quota del riscatto.
Il 15 gennaio 2009, un gruppo di
uomini armati rapisce a Jolo (Sulu) tre operatori della Croce Rossa
Internazionale: essi sono l’italiano Eugenio Vagni (39 anni), lo svizzero
Andreas Notter (39) e la filippina Jean Lacaba (37). Per tre mesi i
sequestratori, legati ad Abu Sayyaf secondo fonti dell’esercito, minacciano di
decapitare gli ostaggi, intimando il ritiro delle truppe inviate da Manila per
individuare il covo dei rapitori. Notter e la Lacaba vengono liberati in
aprile, mentre l’Italiano Vagni deve attendere l’11 luglio per il rilascio.
Fonti ufficiali negano il pagamento di un riscatto.
Padre Michael Sinnott, anziano
missionario irlandese della fraternità di S. Colombano, è invece rapito l’11
ottobre 2009, nella sua casa di Pagadian (Zamboanga city), da un gruppo di sette
uomini armati non identificati. Per sfuggire all’esercito filippino, che prende
in mano le indagini pochi giorni dopo il rapimento, i sequestratori costringono
Padre Sinnott a vagare per un mese nella giungla della provincia di Lanao del
Norte, distante 150 km da Zamboanga.
Nei giorni del sequestro la
popolazione di Pagadian e di Zamboanga, cattolica e musulmana, organizza una
serie di veglie di preghiera per la liberazione del sacerdote. Anche la
Conferenza degli Ulema filippini si mobilita per il sacerdote, condannando il
rapimento definito “contrario ai principi di Islam, Cristianesimo e altre
religioni”. Padre Sinnott viene liberato il 12 novembre, dopo un’operazione
congiunta tra esercito filippino e membri del Milf, considerati in un primo
momento autori del rapimento.
Durante gli anni del governo
della presidente Gloria Arroyo, nelle Filippine si è assistito a un incremento
degli omicidi sommari. Le vittime sono spesso attivisti per i diritti umani e
sacerdoti, che si battono a favore dei contadini. I crimini si concentrano
soprattutto nell’aree di conflitto tra esercito filippino e New People Army
(Npa), braccio armato del Partito comunista filippino. Con la scusa di
contrastare i ribelli, l’esercito compie soprusi a danno della popolazione civile
e uccide
o imprigiona coloro che criticano
i militari. La maggior parte degli omicidi resta impunita.
Il 7 settembre 2009, nella
regione di Samar del Nord (Isola a Sud est di Manila), un commando di 30 uomini
armati ha ucciso Padre Cecilio Lucero, responsabile del centro per i diritti
umani Social Action Center (Sac). Poco prima della sua morte, egli aveva
ricevuto minacce da parte dei militari, accusati di compiere continui soprusi
ai danni della popolazione. La morte del sacerdote segue la serie di omicidi
ancora non risolti dalla polizia, che nel 2009 hanno coinvolto ben 18 persone.
La popolazione civile di
Mindanao, cristiana e musulmana, ha dato vita in questi ultimi anni a una serie
di iniziative che hanno l’obiettivo di portare la pace nelle regione,
attraverso il dialogo interreligioso. Esempio di questo lavoro è la Conferenza
dei Vescovi e degli Ulema (Buc), nata nel 1996 su iniziativa della Conferenza
episcopale filippina. Composta di 24 vescovi cattolici, 18 protestanti e 24
ulema, essa organizza ogni anno “La settimana per la pace a Mindanao”, per
chiedere “in nome di Dio” la fine della guerra.
In un recente colloquio con
l'agenzia Fides, padre Sebastiano D'Ambra, del Pontificio Istituto Missioni
Estere (PIME), missionario di lungo corso nelle Filippine e fortemente
impegnato in un'opera di dialogo islamocristiano nelle Filippine Sud: "La
minaccia per i cristiani è reale e il governo sta offrendo protezione e scorte
ai leader e ai luoghi cristiani. Vi sono diversi elementi che contribuiscono a
questa condizione di instabilità. Da un lato vi sono gruppi criminali, come
'Abu Sayyaf', in cerca di visibilità e che vogliono ribadire la loro presenza.
L'attuale fase di stallo nel processo di pace e il rinvio delle elezioni nella
Regione Autonoma Musulmana di Mindanao ha ingenerato malcontento".
Le componenti della società
civile e dei gruppi tribali (i lumad) restano escluse e rivendicano i loro
diritti. Sono favorevole a un approccio maggiormente inclusivo nelle trattative
di pace, dato che attualmente il governo sta trattando solo con il Moro Islamic
Liberation Front". Sulle ragioni per colpire obiettivi cristiani, padre
D'Ambra ha spiegato che "essi garantiscono pubblicità". Inoltre non
va dimenticata "la diffusione di una visione integralista e restrittiva
dell'islam, alimentata da stati esteri attraverso fondi, programmi culturali,
predicatori e moschee, che hanno un approccio non certo favorevole al dialogo
con i cristiani".
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