Se l’anonimato del venditore di gameti non regge nemmeno alla prova dei
fatti - Hai un donatore, non un papà di Giulia Galeotti, 14 ottobre 2011, http://www.osservatoreromano.va
«Sono davvero fortunato ad avere
degli amici così». È questo il commento di Jeffrey Harrison in chiusura del
documentario di Jerry Rothwell, Donor Unknown. Adventures in the Sperm Trade
(2010, ora in dvd). La telecamera si sposta dunque su tre giovani ventenni che,
di spalle, si allontanano dal parcheggio in cui l’uomo vive a Venice Beach, in
un malandato camper insieme ai suoi quattro cani e un piccione.
Se certo è un po’ azzardato
qualificarli come amici, esiste però il problema di come definire la relazione
tra i protagonisti del filmato: Jeffrey Harrison è, infatti, il venditore di
gameti maschili che ha permesso a quei ragazzi (e a molti altri ancora) di
nascere. Ed è il venditore che, a distanza di anni, quei ragazzi vanno a
cercare. Come ha scritto Kate Spicer («The Sunday Times») nulla «nella
immaginazione di Hollywood può competere con la trama di Donor Unknown».
La vicenda parte dal desiderio
della ventenne JoEllen, nata grazie ai servizi della Cryobank e cresciuta in
Pennsylvania, di andare alla ricerca del Donatore 150 (questo il nome in codice
di Jeffrey) e dei suoi fratelli: «Ho sempre saputo che l’avrei fatto per
conoscere qualcosa di più su me stessa». Nel 2005 la vicenda finisce sulla
prima pagina del «New York Times», l’articolo a sua volta finisce dal
cassonetto nelle mani incredule dello stesso Harrison.
Donor Unknown racconta dunque una
storia che è insieme antica e attualissima. Antica perché v’è il desiderio di
scoprire sé stesso e le proprie origini di ogni adolescente. Attuale perché
l’esigenza di sapere passa per una banca di sperma e per internet («sono
rimasto affascinato dalla vicenda — ha detto il regista — perché mi sembra che
Jeffrey e i suoi figli si sono dovuti relazionare con alcuni dei grandi dilemmi
umani sollevati dai rapidissimi ritrovati della tecnologia riproduttiva»).
Senza minimizzare i nodi o dare
giudizi, presentando la vicenda in tutta la sua complessità (e con qualche
tocco di poesia), il documentario solleva molte delle questioni legate alla
fecondazione eterologa. Innanzitutto quella dell’anonimato del venditore,
anonimato in realtà in via di sparizione. Se esso all’inizio era voluto dai
genitori legali (analogamente a quanto avveniva per l’adozione, si preferiva
fingere che il figlio fosse nato dalla coppia), per un concorrere di ragioni
oggi prevale invece il diritto del nato a conoscere le proprie origini. Nonché
— è l’altra faccia della stessa medaglia — il diritto del cliente di sapere la
storia medica di ciò che compra.
A favore dell’identità del
venditore, vi sono innanzitutto motivazioni cliniche: si ritiene indispensabile
conoscere l’anamnesi genetica dell’individuo per curare le malattie o prevedere
possibili anomalie nella prole. Quindi, ragioni psicologiche: si invitano
quanti richiedono l’eterologa a non mantenere il bambino, e il resto della
famiglia, nell’ignoranza, onde evitare che il segreto diventi lacerante. Ma la
spinta ad abbattere l’anonimato viene anche dal diritto, in primis per
l’evidente contraddizione con la Convenzione internazionale dell’Aia che
attesta il diritto del bambino a conoscere la propria origine. Quindi, per il
rischio di matrimoni tra persone che, senza saperlo, siano consanguinee (una
delle protagoniste del documentario decide di uscire solo con ragazzi
latino-americani proprio per scongiurare l’incubo dell’incesto). Non manca poi
la voce delle femministe: da anni, per esempio, la giurista Carmel Shalev
sostiene che «il principio dell’anonimato del donatore rinforza la regola
dell’irresponsabilità maschile nella procreazione».
In concreto si adottano soluzioni
molto diverse. Se in Francia la legge del 1994 erige l’anonimato al rango dei
grandi principi di ordine pubblico, Gran Bretagna, Svezia, Svizzera, Olanda e
Nuova Zelanda (tra gli altri), hanno, invece, creato registri di donatori
consultabili dagli stessi nati al raggiungimento della maggiore età. Se dunque
in passato erano i genitori a voler tenere nascosta l’origine nel terrore che
il genitore biologico reclamasse diritti sulla prole, oggi è il venditore che
teme di vedersi, a distanza di anni, chiamato in causa a vario titolo. I dati
parlano chiaro: non più protetti dal velo dell’anonimato, gli uomini sono molto
più restii a vendere. Nei Paesi Bassi e Gran Bretagna, per esempio, la scorta
di gameti si è esaurita da quando il silenzio è stato abolito. Il dibattito è
molto acceso negli Stati Uniti, dove le banche del seme fronteggiano il dilemma
tra la necessità di proteggere i venditori (per scongiurarne la scomparsa) e
quella della trasparenza richiesta dalla clientela. Comunque l’esigenza del
«venditore noto» sembra ormai inarrestabile, anche in virtù del mutamento di
clientela. Le coppie eterosessuali, infatti, potevano anche fingere che la
prole fosse loro, ma nella misura in cui sono invece coppie omosessuali o donne
single a ricorrervi, va da sé che la presenza di una figura terza risulta
evidente.
Se dunque la tendenza è quella di
andare verso il superamento dell’anonimato (eventualità che tanti, Jeffrey
incluso, certo non immaginavano, anche se poi lui ammette che «conoscermi era
un loro diritto»), si pone il problema di come i protagonisti della vicenda —
genitore non biologico, genitore biologico, nato e venditore stesso — si
relazionano. Sono tutti aspetti che il documentario Donor Unknown affronta, in
maniera più o meno esplicita.
Dopo l’iniziale entusiasmo,
infatti, oggi la fecondazione con seme eterologo viene vista in modo molto più
problematico. Per esempio, i padri legali non sempre rivendicano con chiarezza
la loro paternità sociale, atteggiamento spesso aggravato dal modo negativo con
cui viene ancora vissuta la sterilità, e sovente sono messi in secondo piano da
mogli o compagne. Così costoro continuano a essere poco propensi a rivelare ai
figli la loro vera origine: temono che, sapendoli geneticamente estranei,
questi possano amarli meno. Nel suo Everything conceivable (2007), Liza Mundy
racconta la reazione violenta di un padre americano quando il figlio gli
comunica di voler cercare il donatore che gli ha permesso di nascere: la
decisione viene infatti letta come un indicatore di infelicità.
Contestualmente, per quanto
alcune madri vedano il venditore come mero insieme di spermatozoi piuttosto che
come un individuo («tu hai un donatore, non hai un papà» ripete la madre a
JoEllen), molte donne ne parlano invece come di una persona, innanzitutto
perché si sentono grate (e, in qualche modo, in debito) verso colui che le ha
rese madri. Per esempio, una delle madri del documentario racconta di aver
mitizzato per anni il Donatore 150 («è stato la grande incognita, essendo pur
sempre metà della mia prole»), salvo poi rimanere profondamente delusa dal
Jeffrey in carne e ossa. Se il venditore è, di fatto, il procreatore, nella
realtà la tentazione è di chiamarlo padre biologico, vice-padre, secondo-padre,
tutti termini che, necessariamente, evocano una figura genitoriale (sia pure
spesso di secondo piano). E anche la scelta (piuttosto diffusa negli Stati
Uniti) di chiamarlo zio, rivela la necessità di riconoscergli un ruolo nel contesto
familiare. Ruolo non facile, comunque. E questo anche per sua stessa
responsabilità.
Risulta infatti con chiarezza da
Donatore 150 come sia lo stesso venditore a non sentirsi padre. Jeffrey
Harrison ribadisce più volte come siano solo cinque i suoi figli, e cioè i
quattro cani e il piccione. È di loro che si prende cura, è a loro che legge le
favole della buonanotte. In La fabbrica dei geni (2006), David Plotz riporta le
parole di un venditore secondo il quale «generare creature in totale anonimato è
in qualche modo simile a dipingere quadri che per te sono belli e inestimabili,
pur sapendo che una volta finito dovrai darli via e probabilmente non rivederli
mai più». Così, «ogni volta che veniva a sapere di una nuova nascita provava un
senso d’orgoglio e un senso di perdita: la donazione era per lui un atto di
amore altruistico e di dolore». Del resto Jeffrey, dopo aver premesso che «per
farlo devi essere una persona un po’ sopra le righe: una persona normale non lo
farebbe!», si definisce a soul caller.
Ma il nato, dopo aver trovato il
venditore, come lo considera? Se il figlio dell’eterologa difficilmente riesce
a prescindere (quanto meno simbolicamente) da questa figura, l’atteggiamento
nei suoi confronti è decisamente ambivalente. Stando a uno studio pubblicato
nel 2004 su «Human Reproduction», il venticinque per cento dei figli si
riferisce a lui definendolo il donatore, il venticinque per cento lo indica
come il padre biologico, un altro venticinque per cento semplicemente padre (un
ragazzino lo chiama invece quel tipo). In assoluto, comunque, l’atteggiamento
più diffuso nel campione è la curiosità: ben l’ottantadue per cento dei figli
vuole sapere della sua vita. E se alcuni sentono il bisogno di chiedergli se li
avesse mai pensati, molti credono che conoscerlo aumenterebbe il loro senso di
identità. Il diciassette per cento, infine, cautamente ritiene che l’eventuale
relazione con il venditore dipenderà da come egli sarà come uomo.
Esprimendo una posizione per
nulla pacifica, lo psicologo francese Jean-Loup Clément, che da quasi
trent’anni lavora al Centre d’étude et de conservation des oeufs et du sperme
humains, sostiene che appreso il segreto i bambini non mettono quasi mai in
dubbio che il loro vero papà sia colui che hanno visto ogni giorno della loro
vita (Mon père, c’est mon père, 2006). Leggendo però i racconti dei nati da lui
intervistati, emerge una situazione molto sfaccettata. Se Lionel H. afferma di
non aver «mai dubitato che il nostro vero padre sia colui che ci ha desiderato
e cresciuto non sono mica figlio di un montone!», dalle parole di Sebastien
emerge invece ben altro: «Disgustoso! Concepito in una provetta, a 98 gradi
sotto zero. E per di più, i miei hanno pagato per questo! Sono disposto a
pagare caro per conoscere il mio vero padre. Sono contrario alla legge francese
che protegge l’anonimato del donatore. Un figlio concepito così dovrebbe poter
scegliere se conoscerlo o no. Mi manca una parte di me». Resta, comunque, che
tanti avvertono la distanza con una normale relazione padre-figlio: un ragazzo
nato con i gameti di Jeffrey afferma che — vada come vada — comunque la loro
non sarà mai una relazione padre-figlio.
Né è irrilevante il versante
economico della faccenda: che conseguenze può avere sapere di essere stati
concepiti per denaro? (Per questo ci rifiutiamo di chiamare il padre
dell’eterologa donatore). Jeffrey non ha problemi a raccontare come per lui
quello del donatore sia stato un regolare lavoro: «Ci ho pagato l’affitto per
otto anni».
«Possiamo influenzare il futuro»
afferma un po’ tronfio in chiusura del documentario Donor Unknown, il gestore
della Cryobank. Al di là dei soldi, della smania di gloria e del gusto per la
fantascienza, occorrere sempre ricordare che dietro tutte le provette vi sono
sempre storie di uomini, donne e bambine. Orientare il domani chissà poi se è
un valore. Tentiamo disperatamente e variamente di influenzare il futuro, ma ci
ritroviamo poi a non saper nemmeno come chiamare le figure che inventiamo.
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