Variazioni sulla distopia tra Leopardi e Houellebecq - Può la scienza,
oltre che plasmare l'uomo, donargli la felicità? di Antonio De Lauri Published
on l'Occidentale (http://www.loccidentale.it)
La rivoluzione scientifica ed
industriale che, con la promessa di un dominio sempre più esteso dell’uomo
sulla natura, aveva accompagnato il tema dell’utopia nel corso dell’Ottocento,
da Fourier a Saint-Simon fino a Comte ed al positivismo, nel Novecento
accompagna, nella letteratura, politica e non politica, ed anche nel cinema, il
tema opposto della distopia, o utopia negativa o anti-utopia, il luogo, o il
non-luogo, dove il “progresso” è finalmente realizzato ma dove l’uomo è
infelice.
Si tratta del capovolgimento
dell’immagine positiva e rassicurante della scienza e della crisi della stessa
idea di “progresso”, non perche irrealizzabile, ma proprio perché realizzato,
di cui si possono trovare i sintomi già in certe lezioni leopardiane. A quel
“Fisico” entusiasta e pieno di sé che compare sulla scena delle Operette Morali
contento di essersi guadagnato forse gloria eterna per aver scoperto “l’arte di
vivere lungamente”, ed averne suggellate le formule in un suo nuovo libro,
rispondeva il disingannato filosofo “Metafisico” che gli suggeriva di prendere
una cassettina di piombo, di chiudervi dentro il suo libro, di sotterrala, e
prima di morire lasciar detto il luogo dove andarla a dissotterrare in futuro,
quando gli uomini avessero prima trovata “l'arte di vivere felicemente”. La
scienza non serve alla felicità umana, così come tutto il progresso
tecnologico-scientifico che essa dispiega massicciamente e che sempre più
sembra spandere globalmente e uniformemente non risolve il problema della
felicità. Ne era convinto Leopardi, che anche nella Proposta di premi fatta
dall’Accademia dei Sillografi già prefigurava anche il mondo del prossimo
futuro abitato da macchine intelligenti, da robot capaci di sostituire l’uomo
non solo nelle “cose materiali”, bensì pure nelle “spirituali”, convinto come
era che “ormai non gli uomini ma le macchine trattano le cose umane e fanno le
opere della vita” e che, nel medesimo tempo, gli uomini nell’“età delle
macchine”, “procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i passati”.
Ma, nel Novecento, con la
distopia, siamo ben oltre queste intuizioni ottocentesche, oltre l’idea di una
metamorfosi più che kafkiana dell’uomo in macchina, anche oltre la chapliniana
rappresentazione della fagocitazione dell’uomo da parte degli ingranaggi della
macchina/catena di montaggio di Tempi moderni e quindi dell’idea marxiana della
“reificazione”, dell’umano che si fa cosale e dell’inversione del rapporto
soggetto/oggetto. Non solo, nel cinema, seguendo il filone fantascientifico e
catastrofista, il tema della dominazione della tecnica e delle macchine
sull’uomo diventa maggiormente pregnante del genere distopico. E basterà
ricordare solo l’atmosfera di due grandi film come 2001: Odissea nello Spazio e
Blade runner: la scienza, i computer e le macchine governano qui la società
degli uomini. La distopia rinvia l’immaginazione ai fantastici quanto terribili
regimi totalitari del futuro, come quello costruito da George Orwell nel
celebre romanzo 1984, od alle ipotetiche società ancora future e del tutto
illiberali, gerarchizzate ed invivibili, come il mondo fra centinaia di
migliaia di anni dei Morlocchi e degli Eloi della Macchina del tempo di Herbert
George Wells, o come il mondo di Noi, il romanzo dello scrittore russo Evgenij
Ivanovič Zamjatin. Sullo sfondo di questi universi da incubo sono la scienza e
la tecnologia scientifica, capaci di imporre una dittatura di tipo nuovo,
spesso indolore ma omnipervasiva. In Brave New World di Aldous Huxley il
progresso tecnologico regola così i processi della riproduzione umana, gli
individui iniziano la loro vita in laboratorio e attraverso la manipolazione
biologica e genetica escono dalla Sala di Predestinazione Sociale per entrare
come singoli elementi perfettamente integrati in una società rigidamente
gerarchizzata.
Può la scienza trasformare
l’uomo, mutarlo, riplasmarlo? La risposta affermativa sembrerebbe venire, dalla
metà del Novecento sino ad oggi, dall’ingegneria sociale e comportamentista,
con la scuola di Barrus Skinner per esempio. Ma la distopia sorgerà anche da
qui. Il problema è affrontato da Anthony Burgess in A Clockwork Orange, e poi
da Kubrick nel suo capolavoro cinematrografico: si può fabbricare forse proprio
attraverso la scienza e la manipolazione scientifica l’uomo nuovo, l’uomo
dell’utopia, l’uomo buono e felice, ma al prezzo di conculcargli la libertà.
Alex, il protagonista violento di Arancia Meccanica, attraverso il bisturi ed
un intervento chirurgico sul suo cervello sarà trasformato in un cittadino
esemplare ed ogni pulsione di male sarà eliminata dalla sua natura, ma con ciò
egli al contempo verrà privato del libero arbitrio, della possibilità stessa di
poter scegliere... e di poter scegliere anche il male. Nel fondo oscuro di
questo incubo distopico sembra portata ai parossismi l’antinomia già posta da
Dostoevskij nella Leggenda del Grande Inquisitore, contenuta nel romanzo I
fratelli Karamazov, tra felicità e libertà, tra ordine e caos, tra pace e
dolore.
Spogliata dalle vesti della
fantascienza, nei romanzi di Michel Houellebecq la distopia sembra scaturire
direttamente dal nostro tempo come proiezione di un domani ormai inevitabile e
prossimo, od anzi già presente. Questo autore scomodo e contestato, per
qualcuno enfant terrible della letteratura francese contemporanea, “autore
importante, tradotto in tutto il mondo, poco amato dalla critica e soprattutto
incompreso dal suo tempo” secondo una definizione che egli stesso dà di sé nel
suo ultimo romanzo La carta e il territorio, ci offre un riassunto impietoso
dello stato di salute globale dell’umanità del XXI secolo. Nei suoi libri ci
sono i temi dello smarrimento della possibilità dell’amore, come tratto
essenziale della nostra epoca, delle ipocrisie della libertà sessuale,
dell’alienazione e dell’estraniamento dell’individuo contemporaneo, della crisi
dei valori della civiltà occidentale e del suo inarrestabile tramonto. In
Estensione del dominio della lotta lo sfondo è quello di un pianeta illuminato
con i neon di uffici informatici ed alienanti e di ospedali psichiatrici,
traboccante del cemento di città inumane dove “tutto è sporco, sudicio, mal
tenuto, rovinato dalla costante onnipresenza di automobili, dal frastuono,
dall’inquinamento”. Su questa tela di dispiega il rovesciamento dell’utopia
della libertà nel suo contrario: la libertà economica come la libertà sessuale
si sono trasformate alla fine del secondo millennio della nostra èra in una
guerra di concorrenza e di competizione spietate ed inumane dove i “vinti”
accumulano disoccupazione, miseria e solitudine. Ma lo scenario dei suoi
romanzi è appunto quello di un mondo in cui la scienza ed i suoi trovati hanno
riplasmato completamente la società degli uomini ed instaurato un totalitarismo
tecnologico. Più e più volte i protagonisti dei suoi libri corrono a frugare
nel libro della scienza per rimodellare il nostro mondo e perfino l’uomo e la
vita. Nelle Particelle elementari un biologo molecolare scopre il modo di
ottenere la clonazione umana nella speranza di da dare agli uomini una vita
“perfetta”, liberandoli dalle prigioni della sessualità e dell’amore ed,
insieme, dagli squilibri dalla vita emotiva e sentimentale.
Gli scienziati sono i nuovi
profeti e sacerdoti che riusciranno a “instillare in un pubblico sempre più
vasto l’idea che l’umanità, al punto in cui è arrivata, possa e debba
controllare l’insieme dell’evoluzione del mondo, ed, in particolare, possa e
debba controllare la propria evoluzione biologica”. Questo mondo disumano e
disumanizzante dove sembra possibile costruire artificialmente l’essere umano
appare già pienamente realizzato in un romanzo successivo, La possibilità di
un’isola: “questi tubi contengono le sostanze chimiche necessarie alla
fabbricazione di un essere vivente” ed in una “bolla trasparente nascerà il
primo uomo concepito in maniera interamente artificiale; il primo autentico
cyborg!”. I “Futuri”, gli uomini asessuati del domani, sono degli automi che
vivono appiattiti in un mondo asettico, senza gioie, né dolori, né desideri. La
clonazione è riuscita infine a donare agli individui la possibilità di una vita
eterna, oltre la morte. “La barriera della morte non c’è più” annuncia uno
scienziato risorto in un proprio clone davanti ad una folla immensa di fedeli,
“la porta è stata varcata”. Come il Fisico di Leopardi gli scienziati di
Houellebecq hanno trovato il modo di “vivere lungamente”, ed anzi di vincere la
morte. Ma è appunto qui che la porta della distopia è varcata, perché è dal
centro di questo universo inquietante che risorge il dubbio del filosofo
metafisico circa la possibilità della scienza di rendere anche all’uomo la
felicità.
Sarà allora da questo nero incubo
di un mondo perfettamente razionale e meccanico che rinascerà, nella
Possibilità di un’isola, una nuova promessa utopica di poter far ritorno alla
libertà, alla vita ma anche alla morte, alla sofferenza ed infine all’amore,
vero luogo dove si realizza l’uomo e la felicità, alla “possibilità di un’isola
in mezzo al tempo, in cui tutto è facile, in cui tutto è dato nell’attimo”.
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