«La nostra vita felice con un figlio down» - Mamma Stefania: impatto
duro, ma ora siamo una famiglia normale di Ester Palma, 10 ottobre 2011,
Corriere della Sera
ROMA - «Io? Sì, sono una persona
felice. E anche mio figlio credo che lo sia. Ma non sono così ipocrita da
negare di avercela col mondo, ogni tanto. Però poi passa, certo che passa».
Stefania Bernardini è la mamma di
Valerio, ragazzo down di 25 anni. Col marito Roberto, formano quella che ci
tengono a definire una famiglia «normale»: «Non ci siamo mai negati niente,
viaggi, feste, amici. E Valerio è sempre stato con noi. Anzi, gli amici, sia
nostri che suoi, sono stati fondamentali per definire la nostra serenità di
oggi. Discriminazioni, esclusioni? Mai. Non c'è stata neanche una volta che mio
figlio sia stato scansato o maltrattato. E quando leggo sul giornale di casi di
disabili umiliati e allontanati, mi chiedo sempre se siamo stati fortunati o se
invece abbiamo saputo scegliere le situazioni e le persone giuste».
Domenica 9 ottobre tutti e tre
hanno partecipato alla Giornata nazionale delle persone con sindrome di Down,
celebrata in 200 piazze italiane. Da anni Stefania è molto impegnata con l'Aipd,
l'associazione italiana delle persone down. Aiuta anche gli altri genitori a
imparare a vivere con un figlio che è certamente differente da come lo si era
immaginato.
Della sua vita con Valerio,
Stefania infatti ricorda con dolore solo il primo anno: «L'impatto è stato
duro. Non avevo fatto l'amniocentesi, ero giovane e a quei tempi era un esame
pericoloso per il bambino. Ma le ecografie erano perfette, e io non avevo mai
pensato che mio figlio potesse avere dei problemi. Il mio ginecologo non ha avuto
il coraggio di dirmelo in sala parto, ne parlò soltanto con mio marito. E poi,
un mese dopo, un'altra mazzata: Valerio doveva essere operato al cuore.
L'intervento lo abbiamo fatto che aveva dieci mesi, ma è andato benissimo. E
poi è cresciuto normalmente».
Alle elementari («un periodo
stupendo», ricorda la mamma) Valerio ha avuto un'insegnante di sostegno
bravissima, non altrettanto bene è andata alle medie. Ma è riuscito a fare
l'esame di licenza. Poi i genitori hanno preferito iscriverlo ad un centro specializzato
semiresidenziale: dalle 8,30 alle 14,30 Valerio fa giardinaggio, musica,
pittura (col suo gruppo ha partecipato alla creazione dei murales della Casa
del jazz e della sede della Comunità di Sant'Egidio, a Roma), ceramica. E tanto
sport: «Lui adora la vela, nuota benissimo, e da qualche anno ha scoperto il
bowling - racconta la mamma -. Si allena con l'Associazione sportiva Lazio, fra
ragazzi disabili e normodotati. E l'anno scorso è stato campione italiano della
sua categoria». Proprio lo sport è stato il tema della Giornata di ieri: «Fare
sport da disabili è una doppia sfida - spiegano all'associazione -. Con se
stessi e contro i pregiudizi».
«Per Valerio lo sport è stato
importante. Lo ha aiutato ad aprirsi, lui che è sempre stato un po' chiuso di
carattere, come suo padre, del resto», spiega Stefania, che ha da poco lasciato
il suo lavoro, mentre suo marito, dipendente Eni, è prossimo alla pensione.
«L'unica cosa che mi fa paura è il futuro - aggiunge -. Ma quello che dico
sempre agli altri genitori dell'associazione, è che in questo momento il futuro
è nero per tutti, non solo per noi». Stefania e suo marito si sono organizzati:
vorrebbero che Valerio restasse a vivere nella casa in cui è nato, magari con
altri ragazzi come lui. E hanno preso un altro piccolo appartamento, perché
abbia una piccola rendita. «Ho imparato che dobbiamo pensarci soprattutto noi a
nostro figlio. Che non possiamo dare niente per scontato. Quello che per gli
altri genitori è normale, per noi è una conquista. Un esempio? La prima volta
che Valerio ha preso la metropolitana da solo, beh, è stato uno dei giorni più
belli della mia vita».
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