La fine della politica di Mario Palmaro, 10-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/
Berlusconi è in coma, le
opposizioni non hanno la forza di staccargli la spina e di prenderne il posto,
vecchi dinosauri democristiani ordiscono le solite trame per dare vita a un
governo istituzionale di larghe intese, ovviamente “per il bene comune”. Di fronte
a questo spettacolo un po’ squallido, l’uomo della strada che fa? Ridacchia.
Perché quando la politica entra in crisi acuta, come in queste ore,
nell’Italiano Medio scatta un sottile, inconfessabile compiacimento.
Inguaribili individualisti, siamo infatti convinti che la politica sia un
incidente, un peso morto, un guaio che appesantisce il nostro passo, un enorme
parassita che succhia energia vitale al nostro lavoro quotidiano. Come darci
torto? Se pensiamo tutto questo, vuol dire che la politica ce ne ha fornito i
motivi e le prove in quantità industriale.
Faremmo bene però ad accorgerci
che sotto i nostri occhi sta accadendo qualche cosa di nuovo, anzi d’antico: e
cioè che questa volta la politica non è semplicemente in crisi, ma rischia di
scomparire. Definitivamente. Per essere rimpiazzata da qualche cosa che
potrebbe essere molto peggio.
Tutti presi dalla foga di
sostenere la fazione che ci piace, o quella che ci dispiace di meno, noi
italiani rischiamo di non vedere la cosa più importante: e cioè che è in atto
un “golpe” incruento che rischia di assestare alla sovranità nazionale del Bel
Paese un colpo mortale. Qui non è più questione di Berlusconi o di Bersani, di
Casini o di Prodi. Il punto è un altro: e cioè che organismi privi di qualunque
rappresentatività democratica come il Fondo Monetario Internazionale, come la
Banca Centrale Europea, come l’Unione Europea, dettano ai singoli Paesi del
Vecchio continente ciò che si deve o non si deve fare.
Non vogliamo nemmeno sfiorare il
merito dei provvedimenti che in questo frangente ci sono stati imposti: può
darsi che siano indispensabili e perfino utili al bene comune. Non ha
importanza. Il nodo è un altro: e cioè che, una volta imboccata questa strada,
la politica nazionale è morta. E al suo posto si avanza una cosa difficile da
definire, che ha però un nome preciso: tecnocrazia.
E’ incredibile l’indifferenza che
in queste ore avvolge una simile svolta epocale. E fa tristezza che a questo
conformismo deferente si unisca in buona parte lo stesso mondo cattolico, che
dovrebbe avere in sommo discredito ogni ipotesi di governo tecnocratico, magari
pure “mondiale”.
Per decenni siamo stati
seppelliti sotto tonnellate di retorica democratica, e abbiamo commesso
l’errore di pensare che la democrazia fosse non solo un sistema di governo, ma
un vero e proprio valore morale assoluto intrinseco, coincidente con l’apogeo
della storia delle dottrine politiche. Il processo rivoluzionario cominciato
con la Rivoluzione francese ha lavorato alacremente per diffondere il sistema
democratico nel mondo, dileggiando tutte le forme di governo che lo hanno
preceduto. Il suggestivo rapporto di equilibri creato dal sistema
Impero-Chiesa-Comuni di epoca medievale; le monarchie di diritto divino; il
grande Impero centrale asburgico: tutta roba vecchia e cattiva, rimpiazzata
finalmente dal vento fresco e pulito della democrazia. La quale, gettata la
maschera, si è confermata per quello che è: e cioè il peggior sistema di
governo a parte tutti gli altri, come ebbe a dire una volta Winston Churchill.
Bene: dopo averci detto che senza
democrazia non si può vivere, ecco che improvvisamente, con la nascita di una
moneta unica europea, i governi nazionali vengono ridotti all’impotenza a uno a
uno. Ecco che si materializza la profezia elaborata da Francesco Gentile, uno
dei più originali filosofi del diritto contemporanei, morto nel novembre del
2009: la dottrina della “politica come inconveniente”. Di che cosa si tratta?
La politica, pur con tutti i suoi
orribili difetti, rappresenta il tentativo di discutere i problemi della polis
e di trovare delle soluzioni per il bene della comunità. Perfino le tanto
vituperate ideologie del ‘900 e i partiti che ne sono il prodotto rappresentano
la forma storica di questa idea sostanzialmente umana di gestione della cosa
pubblica. Che il sistema sia democratico o meno, il politico è comunque
costretto dai fatti a confrontarsi con il popolo e a rendere conto al popolo:
tanto è vero che nemmeno un dittatore può permettersi il lusso di governare a
lungo senza consenso.
Ma la tecnocrazia è un’altra
cosa: è potere esercitato da “esperti” e da elite non rappresentative, che
decidono in modo totalmente autonomo rispetto al mondo reale degli uomini. Il
passaggio dalla politica alla tecnocrazia è purtroppo, secondo Gentile, un
esito scritto nella tragedia delle ideologie moderne – marxismo e liberalismo –
nient’affatto opposte fra loro, ma complementari e progressive, essendo
entrambe rivoluzionarie. Alla fine, lo sbocco è quello di consegnare il governo
nelle mani di chi detiene il potere finanziario, di chi maneggia le leve
dell’economia globalizzata. Ecco che la politica diventa un inconveniente, cioè
un ostacolo da togliere di mezzo perché disturba il manovratore, agitando totem
anacronistici come l’interesse nazionale, il bene comune, la volontà del
popolo. E magari – perché no? – i principi non negoziabili.
Sembra molto difficile non
scorgere, in quello che sta accadendo alla Spagna, alla Grecia, e ora
all’Italia, il sigillo di questa operazione di “sgombero” della politica
nazionale, a favore dei poteri finanziari. Forse la sciagura si sarebbe potuta
evitare non accettando la trappola mortale dell’Euro, e tenendoci stretta la
facoltà di battere la nostra cara vecchia Lira, come strumento di compensazione
agli squilibri della finanza internazionale.
Ora il nuovo Presidente del Consiglio italiano, qualunque sarà il
Premier dopo Berlusconi, sarà costretto a presentarsi in Europa come un peone
messicano dei vecchi film hollywoodiani: pigiama bianco, sombrero in mano e
sguardo basso.
In uno scenario del genere, c’è
da chiedersi se abbia ancora senso organizzare una campagna elettorale,
litigare nelle piazze e nelle tribune politiche, e andare a votare. Non più a
Roma, ma altrove, si decidono le sorti del nostro Paese.
Siamo già in una tecnocrazia?
Difficile dirlo. Certo è che il modo più sicuro per imboccare quella strada
sarebbe il famoso “governo tecnico”.
Magari fra mille scodinzolii e sguardi di compiaciuta deferenza di
fronte all’esperto di economia “super partes”, al tecnico apprezzato ad
Harward; insomma, all’uomo della Provvidenza. Pardon: della Previdenza.
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