Avvenire.it, 19 settembre 2011 – CINA - Bimbe in vendita – Stefano
Vecchia
Periodicamente, tra le difficoltà
di un’informazione strettamente controllata all’interno e attentamente filtrata
verso l’estero, dall’immensa Cina trapelano storie su una realtà che ha ancora
proporzioni immense e sfida allo stesso modo progresso e misure repressive.
La cessione dei piccoli cinesi,
parte di un sistema informale e complesso di adozione, con le derivazioni di
selezione di genere, schiavitù, sfruttamento sessuale e pratiche criminali, che
su di essi a volte prosperano, è ancora una realtà nel paese che il comunismo
maoista prima, lo sviluppo accelerato ora, faticano a trarre da un medioevo,
sovente ancora radicato nella mentalità comune piuttosto che nell’esteriorità
dei modi di vita.
L’emergere, l’ultimo in maniera
significativa lo scorso maggio, di episodi di vendita, da parte dei funzionari
governativi, di bambine alle adozioni internazionali, ha riacceso i riflettori
su una pratica illegale ma giustificata dalla politica del figlio unico e dal
timore di ritorsioni sulle famiglie. Un fenomeno limitato in quel caso alla
provincia meridionale di Hunan, ma che dischiude le porte su una situazione che
potrebbe avere dimensioni geografiche più estese.
Secondo la denuncia di un organo
d’informazione locale, almeno 16 minori nati in violazione delle strette regole
della pianificazione familiare sarebbero stati prelevati dalle famiglie,
portati in orfanotrofi e poi avviati al mercato illegale delle adozioni
internazionali. Una pratica iniziata nel 2005 e che avuto come epicentro la
contea di Lunghui, presso la città di Shaoyang nella provincia meridionale di
Hunan. Mille yuan (circa 110 euro) il compenso per il funzionario locale,
responsabile per l’applicazione della legge sul figlio unico che gestiva la
tratta, mentre il compenso per gli orfanotrofi che rendevano disponibili i
minori per l’adozione all’estero era tra 3.000 e 5.000 dollari.
L’inchiesta ufficiale è aperta,
ma difficilmente potrà arrivare a colpire lo strapotere dei funzionari locali,
in aree lontane dal controllo efficace delle istituzioni. Qui, le necessità
della parte più povera della popolazione e gli interessi di chi è chiamato a
far rispettare la legge spesso coincidono nel dare adito ad abusi e pratiche di
malaffare. Come testimonia Yuan Chaoren abitante di un villaggio colpito dalle
"incursioni" dei pubblici funzionari: «Prima del 1997 ci punivano per
avere mancato alla politica del figlio unico distruggendo le nostre case, dopo
il 2000 hanno cominciato a confiscare i nostri figli». I funzionari negano e
confermano invece di avere usato misure previste dalla legge, come pesanti
multe.
Con una popolazione che si
prevede arriverà a 1,65 miliardi entro il 2033, la Repubblica popolare cinese
continua a mantenere la sua politica demografica utile a limitare la pressione
demografica su risorse e territorio, tuttavia fatica a riconoscere e ad
affrontare le conseguenze "collaterali" di questa politica.
L’applicazione della politica
demografica è soprattutto locale e per questo ci sono ampie differenze nell’uso
della legge. A confronto con regole ancestrali: la scelta del figlio maschio,
"necessario" per garantire il possesso della terra alla famiglia; ma
anche il culto degli antenati e una serie di regole sociali. Nelle famiglie è
ottimale avere un solo maschio, al massimo un maschio e una femmina – pratica
ammessa in diverse aree – ma non due figlie. Una delle lacune della legge
"sul figlio unico" è non tener conto del fatto che legalmente solo i
maschi possono avere la terra del governo e passarla ai propri eredi maschi.
Una situazione che, soprattutto nelle aree rurali e montane, insieme alla
povertà spinge alla vendita dei figli e alla pratica dell’adozione illegale, in
parte, ma non sempre, gestita da vere e proprie organizzazioni che controllano
le risorse di una determinata area, compresa la cessione di bambini. Sono i
loro emissari a ricercare porta a porta le donne gravide e consentire loro di
capire, con lo strumento ecografico, se il feto è maschio o femmina al fine di
un eventuale aborto selettivo. Aborto che è sì libero, ma anche costoso per un
povero della campagna cinese. Ecco quindi che si decide per l’adozione del
nascituro. Al termine della gravidanza, il mediatore si ripresenta, prende il
bambino e lo affida a qualcuno perché lo porti alla famiglia adottiva, a volte
in una borsa da viaggio.
Inutile ignorare che l’antica
Cina ha le sue tradizioni, le sue regole e i suoi metodi... Un paese
millenario, dove da sempre le femmine sono considerate un fardello oppure merce
di scambio a fronte delle necessità di gente troppo povera. A questo si aggiunge
che la pratica dell’adozione ha insieme il beneficio di alleggerire le famiglie
di bocche da sfamare e di fornire di figli (più raramente di figlie), comunque
di eredi, famiglie sterili.
Ad aggravare questo stato di cose
si aggiunge inevitabilmente la diffusione di una mentalità consumistica, che la
legge filtra a malapena nelle aree più remote. Ovunque, inoltre, denaro o
favori sanno tacitare più di una coscienza.
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