La demografia cambia la soglia della pensione - FONTE: GIOVANNI STRINGA
- CORRIERE DELLA SERA, 13 SETTEMBRE 2011 - In Italia il record degli anni dopo
il lavoro: 27,3 per le donne, 22,7 per gli uomini
Gli inglesi andranno in pensione
a 67 anni già nel prossimo decennio, invece che a partire dal 2030: lo ha detto
ieri il ministro britannico della previdenza Iain Duncan Smith. A Berlino, dove
già l'età pensionabile sta gradualmente salendo da 65 a 67 anni, sul tavolo c'è
l'ipotesi — secondo il settimanale «Focus» — di alzare ancora l'asticella a 69
anni. Parigi alla fine dell'anno scorso ha deciso di passare da 60 a 62 anni, e
da 65 a 67 per l'età pensionabile «a tasso pieno». Nella stessa direzione anche
l'Italia, dove salirà a 65 anni anche l'età di pensionamento per le donne, e
per tutti e due i sessi si allungano comunque i tempi. E, soprattutto,
continueranno ad allungarsi. Perché — al di là delle «finestre» che arrivano
dopo un anno/un anno e mezzo e delle «quote» che salgono — ogni tre anni la
giustamente agognata età pensionabile sarà adeguata alla speranza di vita. A
cominciare da tre mesi in più dal 2013. Poi ci sarà il «ritocco», ancora da
determinare, del 2016. Quindi nel 2019. E via dicendo.
Saranno revisioni molto
probabilmente verso l'alto, visto che la speranza di vita è passata da circa 74
anni per gli uomini e 80 per le donne nei primi anni 90 a 78,4 e 84 anni,
secondo la Relazione sullo stato sanitario del Paese, presentata pochi mesi fa
al ministero della Salute. E le aspettative di vita dovrebbero crescere ancora.
«Se le tendenze degli ultimi anni continueranno, sia pur leggermente attenuate,
si può pensare di arrivare a 86 anni per le donne e 82 per gli uomini intorno
al 2025», racconta Gianpiero Dalla Zuanna, demografo dell'Università di Padova.
Ma perché sono soprattutto le
aspettative di vita a giocare un ruolo così importante nel dibattito sulle
pensioni e sulla tenuta contabile del sistema previdenziale? Perché, secondo le
statistiche dell'Ocse — l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico che raccoglie i principali Paesi dell'Occidente — gli italiani sono
quelli che hanno la «vita pensionistica» più lunga: 27,3 anni per le donne
(imbattute) e 22,7 anni per gli uomini (superati solo dalla non invidiabile
Grecia). In termini di calendario «puro» si tratta di 27 anni e quattro mesi
per le donne e di 22 anni, 8 mesi e 12 giorni per gli uomini. Il confronto è
con i 26 anni e mezzo delle francesi e i 21,8 anni dei loro concittadini, per
restare ai vertici della classifica. O, per scendere verso il fondo della
lista, con i 20,7 anni delle tedesche e i 17 anni dei loro mariti, fratelli o
compagni. Che ora, nonostante conti pubblici considerati inossidabili, e
nonostante — appunto — una vita da pensionato più breve di tanti altri, stanno
passando da 65 a 67 anni e forse a 69.
Il calcolo Ocse è naturalmente
una stima che si basa sulle aspettative di vita, oltre che sulle
caratteristiche dei vari sistemi pensionistici. E i numeri fanno riferimento al
2010, prima di molte riforme, quindi sono destinati a cambiare in futuro. Così
come è destinata a crescere anche l'aspettativa di vita.
Ma, previsioni a parte, anche
nelle classifiche sui fatti la situazione non cambia molto. Prendiamo il
«ranking» dell'Ocse sull'età media al momento dell'uscita dal mondo del lavoro:
61,1 anni gli italiani e 58,7 le italiane. Contro una media Ocse di 63,9 anni
per gli uomini e 62,4 anni per le donne. Più «fortunati» di noi, tra i grandi
Paesi europei, ci sono solo i francesi, con un'età di addio al lavoro e di
ingresso in pensione di 59,1 anni (gli uomini, le donne invece ricevono il
primo assegno previdenziale a 59,7 anni).
Stime e medie a parte, è chiaro
che agli «eccessi» di ieri corrisponderanno dei «sacrifici» domani. Pensioni
più lontane e più sottili. Non come quelle fortunate impiegate pubbliche con
figli che, tra il 1973 e il 1992, sono andate in pensione dopo 14 anni, sei
mesi e un giorno di contributi (mentre era già possibile per gli statali
lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali
dopo 25 anni). Allora le pensioni si davano anche ai trentenni, con assegni
quasi pari alla retribuzione. Oggi, invece, non sono pochi quelli che a 30-35
anni non hanno ancora trovato un lavoro stabile.
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