Il computer si emoziona e pensa il grande business del chip cognitivo
di PAOLA JADELUCA, 10 ottobre 2011, http://www.repubblica.it
Un droghiere di New York sistema
i prodotti sugli scaffali: indossa dei guanti, che sembrano dei comuni guanti
igienici, in realtà sono dei pc indossabili che attraverso sensori incorporati
consentono di monitorare l’aspetto, il colore, l’odore, la consistenza e la
temperatura di ogni confezione per individuare i cibi guasti o contaminati.
Nello stesso momento, all’altra parte del globo, sulle rive dello Yangtze, in
Cina, un sistema di computer controlla l’approvvigionamento idrico delle diga
delle Tre gole, registrando temperatura, pressione, altezza d’onda, acustica e
marea, pronto a emettere allarmi se l’insieme delle informazioni fa scattare la
paura che possa verificarsi uno tsunami.
Uno scenario avveniristico ma non
fantascientifico: è in questa direzione che si stanno infatti muovendo gli
esperimenti legati alla realizzazione dell’Internet delle cose, ovvero una rete
infinita gettata sul globo che così si accinge a diventare un computer
planetario. Un computer fatto da piccoli sensori disseminati nell’ambiente,
incorporati negli oggetti della vita quotidiana, che rimandano segnali
attraverso terminali oggi in uso, table, pc portatili, smartphone, e poi via
satellite fino a creare un network intelligente sospeso nell’etere.
Tutto questo è reso possibile
dalla nuova generazione di computer, i computer cognitivi, che ben poco ormai
hanno a che fare con il computer tradizionalmente inteso. Il computer cognitivo
è pur sempre una macchina, non contiene elementi biologici che costitui iscono
la base della mente umana ma ha un motore rivoluzionario i chip di calcolo
neuropsinaptico, ricreano i fenomeni tra i neuroni basati su potenziali
d’azione e le sinapsi nei sistemi biologici, attraverso algoritmi e circuiti
digitali di silicio. Hanno, insomma, un nucleo "pensante", si tenta
in poche parole di emulare il cervello umano nelle sue funzioni specifiche:
ovvero la capacità di interagire con l’esterno, di apprendere dall’esterno, di
sviluppare nuova intelligenza. Cosa più facile a dirsi che a farsi.
La complessità del cervello umano
è ineguagliabile. Negli anni 50, agli albori della Scienza dell’intelligenza
artificiale, il paradigma era completamente ribaltato: allora si pensava che il
computer fosse più perfetto del cervello umano. Poi, nel corso del tempo si è
capito che una macchina ma anche un uomo opportunamente programmata può
arrivare a parlare perfettamente cinese, senza capire un’acca di quello che
dice ed ascolta. Programmi, appunto, puri segni svuotati di ogni significato
come scrive John R. Searle in Menti, Cervelli e Programmi, che nel 1980 è stato
una pietra miliare nella cosiddetta seconda rivoluzione cognitiva.
Oggi la cibernetica ha preso
tutta un’altra strada. Negli stabilimenti Ibm di Fishkill, per esempio, sono
stati realizzati chip sperimentali di nuova generazione, oggi in fase di test
nei Laboratori di Yorktown Heights e San Jose progettati per emulare la
capacità di percezione, azione e cognizione del cervello umano. Big Blue e i
partner accademici hanno ricevuto un finanziamento di 21 milioni dollari dalla
Darpa, Defense Advanced Reserarch Projects Agency per la fase 2 del progetto
SyNapse. L’obiettivo è quello di creare un sistema in grado non solo di analizzare
immediatamente le informazioni complesse ma di funzioni più complesse, come
navigazione, memoria associativa, riconoscimento, classificazione.
La mente umana ha ripreso il suo
ruolo centrale, è il modello. E’ questa la nuova frontiera hitech che vede
uniti i big dell’industria come le università più prestigiose, dal Senseable
lab del Mit fino ad Harvard. E in questo scenario profondamente mutato, i
computer, le macchine, si estendono nello sforzo estremo di somigliare
all’uomo: vogliono percepire, sentire, parlare, persino imparare.
Il caso emblematico è quello di
Watson, ultimo nato della famiglia Ibm: computer dalla potenza di elaborazione
impressionante, che a Jeopardy!, il gioco a quiz più famoso degli Usa, è stato
in grado di intendere le domande e di rispondere in modo pertinente. Watson ha
vinto, una vittoria emblematica, che è servita solo a saggiare i risultati
raggiunti dalla ricerca. L’obiettivo, infatti, non è giocare, ma operare come
estensione dell’uomo per moltiplicare le capacità di gestione delle conoscenze
in qualsiasi campo: aziendale, dell’amministrazione pubblica, della sicurezza,
della vita educativa.
Sul numero del 17 maggio di
Technology Review, rivista online del Mit di Boston, si dà notizia di un
esperimento condotto dall’Ecole Politytechnique Fédérale di Losanna,
finalizzato a provare l’esistenza dell’altruismo dal punto di vista
evoluzionistico. Per farlo Laurent Keller, biologo, e Markus Waibel,
cyberingegnere, hanno realizzato dei robot di pochi centimetri resi indipendenti
da due rotelle, dotati di un "sistema nervoso" basato su una serie di
sensori e una videocamera. La loro intelligenza si basa su un genoma digitale.
Il risultato? Nel giro di 500 generazioni questi robot riescono a creare una
mappa sociale.
Come la specie umana, anche i
computer possono migliorare nel corso del tempo. Una svolta non solo teorica,
ma con impatti sul piano industriale e sociale. L’équipe svizzera, infatti,
attraverso questo esperimento ha costruito un algoritmo finalizzato alla
costruzione di macchinari per il soccorso civile e altre attività di pronto
intervento basate sul Gps il sistema di localizzazione satellitare geospaziale
nell’ambito di un progetto finanziato dall’Unione europea.
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