Così Obama fa il tifo per i Fratelli musulmani di Valentina Colombo, 11-11-2011,
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William Taylor, il portavoce del
Dipartimento di Stato americano, ha di recente dichiarato che, qualora i
Fratelli musulmani vincessero le prossime elezioni in Egitto, gli Stati Uniti
avrebbero accettato di buon grado (l’espressione usata è “will be pleased”).
D’altronde anche il Segretario di Stato americano Hillary Clinton lo scorso
giugno aveva affermato di volere ripristinare il dialogo con il movimento
fondato da Hasan al-Banna. Il tutto confermato lo scorso ottobre da un incontro
a porte di chiuse tra funzionari del Dipartimento di Stato e alti dirigenti del
Partito della Libertà e della Giustizia, ufficialmente legato alla Fratellanza.
E’ a dir poco strano che uno
Stato che nella propria lista delle organizzazioni terroristiche annovera
Hamas, ovvero la filiale palestinese dei Fratelli musulmani, sia ansioso di
interloquire con questi ultimi. Si tratta di una palese contraddizione in
termini. Ma il fatto ancora più grave è che la dirigenza americana dimostra per
l’ennesima volta il proprio scollamento dalla realtà, dall’opinione pubblica
egiziana, ma in senso lato araba. Basterebbe leggere i giornali, i sondaggi,
basterebbe ascoltare le voci che provengono dall’aerea per comprendere che
accettare di buon grado oppure dialogare, ma ancor peggio appoggiare, gli
estremisti islamici significa non rispettare, non volere il bene della
popolazione egiziana. Basterebbe leggere le reazioni dell’elettorato tunisino a
seguito dell’ottimo risultato del movimento Al-Nahdha, guidato da Rached
Ghannouchi (quasi il 45% dei voti) per capire che la vittoria dei Fratelli
musulmani viene considerata, a ragione, come pilotata dagli Stati Uniti.
Ebbene, lo scorso 7 novembre il
giornale arabo on-line più seguito, Elaph, ha pubblicato i risultati di un
sondaggio in base al quale il 60,8% (3643 lettori) dichiarava di “temere la
conquista del potere da parte degli estremisti islamici”. Il commento che
accompagna il grafico non dà adito a dubbi: “La Tunisia è stata l’apripista
delle rivoluzioni della primavera araba, è stata poi l’apripista nello
svolgimento delle prime elezioni democratiche della sua storia, ed è stato il
primo paese arabo in cui gli estremisti islamici hanno raggiunto il potere attraverso
le urne elettorali”. Si sottolinea altresì che nonostante le reazioni positive
a livello “ufficiale”, i mezzi di comunicazione indipendenti, i partiti
liberali e progressisti, le associazioni della società civile hanno invece
espresso timore e preoccupazione nei confronti dell’ascesa al potere dell’islam
politico.
Si sottolinea il timore di molte
persone del ritorno di una dittatura, della drastica riduzione della libertà
del singolo e della società. Il che significa che nonostante le dichiarazioni
rassicuranti degli estremisti islamici al potere che promettono “moderazione”,
rispetto dello Stato civile, rispetto dei diritti della donna, delle libertà
dei singoli e della democrazia, gli arabi – che ne conoscono bene la storia e
le tattiche – non si fidano. Ieri, sul quotidiano arabo internazionale Asharq
al-awsat, l’editorialista ‘Abd al-Mun’im Sa’id rendiconta circa i sondaggi
svolti negli ultimi mesi dal Centro di Studi Politici e Strategici e pubblicati
dal quotidiano egiziano Al-Ahram. Nel mese di ottobre il 22,6% degli
intervistati si diceva preoccupato di un’eventuale ascesa al potere degli
estremisti islamici, 13,8% preoccupato di un eventuale mantenimento
dell’esercito al governo e solo il 3,1% preoccupato da un eventuale governo
laico.
Anche questi dati parlano da
soli: è l’alternativa islamista a destare preoccupazione nella terra dei
Faraoni che conosce bene il movimento dei Fratelli musulmani e la sua
ambiguità. La terra che il 6 ottobre 1981 ha assistito all’assassinio di Sadat
per mano di Khalid al-Islambuli, un adepto della Gamaat al-islamiyya ovvero
l’ala violenta della Fratellanza, sa perfettamente che “flirtare” con
l’estremismo islamico è pericoloso, sa perfettamente che l’estremismo islamico
usa il doppio linguaggio ed è disposto a tutto pur di raggiungere il proprio
obiettivo: lo Stato islamico unificato. Anche la giornalista libanese Dalal
el-Bizri non ha dubbi: il linguaggio edulcorato dei neo-vincitori non deve
rassicurarci. Non ha dubbi nemmeno sul fatto che costoro giochino e puntino
molto sul ruolo della donna.
Da un lato Rached al-Ghannouchi
durante tutta la campagna elettorale ha ripetuto che non avrebbe toccato i
diritti di cui la donna tunisina gode sin dall’insediamento di Habib Bourguiba
nel 1956; Mustafa Abd Al-Jalil, capo del governo ad interim libico, invece ha
dichiarato che il nuovo regime vorrebbe annullare alcune misure vigenti sotto
il regime di Gheddafi, tra cui la norma che vietava la poligamia poiché
contraria alla sharia. Se entrambi appartengono ai Fratelli musulmani, non ci
resta da chiedere quale dei due rappresenti la vera faccia. La el-Bizri non ha
alcuna esitazione e commenta: “Il partito Al-Nahdha aveva nelle proprie liste
donne con e senza velo, parla di donne in parlamento, ma queste astuzie non ci
devono trarre in inganno”. In poche parole l’abito non fa il monaco.
L’Occidente è caduto nella
trappola forse per ingenuità forse con l’arroganza e la presunzione di sapere
gestire quelli che sono stati definiti anni fa dal settimanale egiziano Roz el-Youssef
i serpenti dell’islam politico. Il problema è che l’Occidente in generale, gli
Stati Uniti in particolare non sono nuovi a questo tipo di errore. Non a caso
la el-Bizri conclude il suo editoriale con le seguenti parole: “Non è certo
l’Occidente che ci salverà. E’ l’Occidente che ha inventato l’idea di ‘talebani
moderati’ e ‘talebani radicali’, seguita dall’idea di ‘islam moderato’. E’
l’Occidente che ogni volta che avvicina i ‘moderati’ si dimentica della
condizione delle donne afghane che erano state uno dei motivi posti alla base
dell’attacco all’Afghanistan”.
La memoria corta e le politiche
miopi dell’Occidente sono sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di quel
mondo che è stufo di una democrazia importata o imposta e che non potrà che
aumentare il proprio odio nei confronti di un Occidente che vuole dialogare
solo con gli islamisti “moderati” che non vedono l’ora di accoltellarlo alle
spalle.
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