Il Papa: «La vera gioia è la fiducia in Dio» di Massimo Introvigne, 12-10-2011,
http://www.labussolaquotidiana.it
All'udienza generale del 12
ottobre - oltre a rivolgere un toccante appello a favore della comunità copta
egiziana - Benedetto XVI ha proseguito nella parte della sua «scuola della
preghiera» dedicata ai Salmi, passando dallo scenario tragico dei testi
commentati nelle settimane precedenti a «un Salmo dalle note festose, una
preghiera che, nella gioia, canta le meraviglie di Dio». Si tratta del Salmo
126 - secondo la numerazione greco-latina 125 -, che celebra l'opera
meravigliosa del Signore sia nella storia d'Israele sia nella storia personale
di ogni credente.
Così inizia il Salmista:
«Quando il Signore ristabilì la
sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì
di sorriso, la nostra lingua di gioia» (vv. 1-2a).
Il Papa attira la nostra
attenzione sull'uso, che non è casuale, del verbo «ristabilire». Una situazione
è «ristabilita» quando è «restituita allo stato originario, in tutta la sua
precedente positività».
Questa restaurazione nello stato
primordiale voluto da Dio di una situazione che il peccato e la storia hanno
compromesso è frequente nella Sacra Scrittura. La ritroviamo nella vicenda di
Giobbe, quando «il Signore gli ridona tutto quanto aveva perduto,
raddoppiandolo ed elargendo una benedizione ancora maggiore (cfr Gb
42,10-13)»; ed è «quanto sperimenta il
popolo d’Israele ritornando in patria dall’esilio babilonese».
Anzi, «è proprio in riferimento
alla fine della deportazione in terra straniera che viene interpretato questo
Salmo: l’espressione “ristabilire la sorte di Sion” è letta e compresa dalla
tradizione come un “far tornare i prigionieri di Sion”».
Come al solito nei Salmi, c'è un
significato legato alla storia d'Israele, e uno universale che coinvolge tutti
noi. «In effetti, il ritorno dall’esilio è paradigma di ogni intervento divino
di salvezza perché la caduta di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia sono
state un’esperienza devastante per il popolo eletto, non solo sul piano
politico e sociale, ma anche e soprattutto sul piano religioso e spirituale. La
perdita della terra, la fine della monarchia davidica e la distruzione del
Tempio appaiono come una smentita delle promesse divine, e il popolo
dell’alleanza, disperso tra i pagani, si interroga dolorosamente su un Dio che
sembra averlo abbandonato. Perciò, la fine della deportazione e il ritorno in
patria sono sperimentati come un meraviglioso ritorno alla fede, alla fiducia,
alla comunione con il Signore».
Qui, afferma il Papa, è
importante che noi comprendiamo - dopo avere meditato nelle scorse settimane su
Salmi ispirati al dolore e alla tragedia - che nella storia talora Dio offre
pure, come in questo caso, «un'esperienza di gioia straripante, di sorrisi e
grida di giubilo, talmente bella che “sembra di sognare”. Gli interventi divini
hanno spesso forme inaspettate, che vanno al di là di quanto l’uomo possa
immaginare; ecco allora la meraviglia e la letizia che si esprimono nella lode:
“Il Signore ha fatto grandi cose”». Così, infatti, prosegue il Salmo:
«Allora si diceva tra le genti:
“Il Signore ha fatto grandi cose
per loro”.
Grandi cose ha fatto il Signore
per noi:
eravamo pieni di gioia» (vv.
2b-3).
Per quanto in certi momenti ci
possa sembrare difficile da credere, questa verità rimane: «Dio fa meraviglie
nella storia degli uomini». Anche le nazioni pagane, le «genti», si rendono
conto che a favore del popolo ebraico dev'esserci stato un qualche intervento
straordinario e divino, e «Israele fa eco alla proclamazione delle nazioni, e
la riprende ripetendola, ma da protagonista, come diretto destinatario
dell’azione divina: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi»; “per noi”, o
ancor più precisamente, “con noi”, in ebraico "‘immanû", affermando
così quel rapporto privilegiato che il Signore intrattiene con i suoi eletti e
che troverà nel nome Immanuel, “Dio con noi”, con cui viene chiamato Gesù, il
suo culmine e la sua piena manifestazione».
La preghiera può essere certo -
il Papa ne ha parlato nelle scorse settimane - un grido di angoscia che si leva
a Dio da una situazione difficile. E tuttavia è anche vero che «nella nostra
preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita,
il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa
per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà».
Rischiamo spesso di perdere il
senso della gratitudine verso Dio. «Siamo sempre attenti ai problemi, alle
difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono
dal Signore. Questa attenzione, che diventa gratitudine, è molto importante per
noi e ci crea una memoria del bene che ci aiuta anche nelle ore buie. Dio compie
cose grandi, e chi ne fa esperienza - attento alla bontà del Signore con
l'attenzione del cuore - è ricolmo di gioia».
I benefici del Signore devono
dunque essere occasione di una gratitudine che ci dà l'autentica gioia. Ma è
lecito chiedere a Dio che continui ad elargirci i suoi benefici, e dunque così
continua il Salmo:
«Ristabilisci, Signore, la nostra
sorte, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà
nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni» (vv.
4-6).
Sembrerebbe che ci sia qui una
contraddizione. «Se all’inizio della sua preghiera, il Salmista celebrava la
gioia di una sorte ormai ristabilita dal Signore, ora invece la chiede come
qualcosa ancora da realizzare. Se si applica questo Salmo al ritorno
dall’esilio, questa apparente contraddizione si spiegherebbe con l’esperienza
storica, fatta da Israele, di un ritorno in patria difficile, solo parziale,
che induce l’orante a sollecitare un ulteriore intervento divino per portare a
pienezza la restaurazione del popolo».
Ricordiamo però che la Sacra
Scrittura ha sempre un valore universale: non è mera cronaca delle vicende del
popolo ebraico ma intende trasmettere un messaggio di salvezza anche a noi. E
dunque «il Salmo va oltre il dato puramente storico per aprirsi a dimensioni
più ampie, di tipo teologico. L’esperienza consolante della liberazione da
Babilonia è comunque ancora incompiuta, “già” avvenuta, ma “non ancora”
contrassegnata dalla definitiva pienezza. Così, mentre nella gioia celebra la
salvezza ricevuta, la preghiera si apre all’attesa della realizzazione piena».
La coesistenza di un «già» e di
un «non ancora» caratterizza tutta la vita del credente. «Per questo il Salmo
utilizza immagini particolari, che, con la loro complessità, rimandano alla
realtà misteriosa della redenzione, in cui si intrecciano dono ricevuto e
ancora da attendere, vita e morte, gioia sognante e lacrime penose».
Le immagini usate sono radicate
nell'esperienza storica d'Israele, ma insieme hanno un significato universale.
La prima immagine «fa riferimento ai torrenti secchi del deserto del Neghev,
che con le piogge si riempiono di acqua impetuosa che ridà vita al terreno
inaridito e lo fa rifiorire. La richiesta del Salmista è dunque che il
ristabilimento della sorte del popolo e il ritorno dall’esilio siano come
quell’acqua, travolgente e inarrestabile, e capace di trasformare il deserto in
una immensa distesa di erba verde e di fiori».
La seconda immagine «si sposta
dalle colline aride e rocciose del Neghev ai campi che i contadini coltivano
per trarne il cibo. Per parlare della salvezza, si richiama qui l’esperienza
che ogni anno si rinnova nel mondo agricolo: il momento difficile e faticoso
della semina e poi la gioia prorompente del raccolto. Una semina che è
accompagnata dalle lacrime, perché si getta ciò che potrebbe ancora diventare
pane, esponendosi a un’attesa piena di incertezze: il contadino lavora, prepara
il terreno, sparge il seme, ma, come illustra bene la parabola del seminatore,
non sa dove questo seme cadrà, se gli uccelli lo mangeranno, se attecchirà, se
metterà radici, se diventerà spiga».
Per noi l'esperienza
dell'agricoltura e diventata meno consueta, ma tutti ancora comprendiamo che
«gettare il seme è un gesto di fiducia e di speranza; è necessaria l’operosità
dell’uomo, ma poi si deve entrare in un’attesa impotente, ben sapendo che molti
fattori saranno determinanti per il buon esito del raccolto e che il rischio di
un fallimento è sempre in agguato. Eppure, anno dopo anno, il contadino ripete
il suo gesto e getta il suo seme. E quando questo diventa spiga, e i campi si
riempiono di messi, ecco la gioia di chi è davanti a un prodigio straordinario».
Come sempre, ai Salmi fa eco Gesù
nel Vangelo. «Diceva: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme
sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27)». È «il mistero nascosto della vita,
sono le meravigliose “grandi cose” della salvezza che il Signore opera nella
storia degli uomini e di cui gli uomini ignorano il segreto. L’intervento
divino, quando si manifesta in pienezza, mostra una dimensione prorompente,
come i torrenti del Neghev e come il grano nei campi, evocatore quest’ultimo
anche di una sproporzione tipica delle cose di Dio: sproporzione tra la fatica
della semina e l’immensa gioia del raccolto, tra l’ansia dell’attesa e la
rasserenante visione dei granai ricolmi, tra i piccoli semi gettati a terra e i
grandi cumuli di covoni dorati dal sole. Alla mietitura, tutto è trasformato,
il pianto è finito, ha lasciato il posto a grida di gioia esultante».
Ma in che senso tutto questo
scenario pastorale e agricolo è rilevante per noi oggi? Il Salmista vuole
«parlare della salvezza, della liberazione, del ristabilimento della sorte, del
ritorno dall’esilio. La deportazione a Babilonia, come ogni altra situazione di
sofferenza e di crisi, con il suo buio doloroso fatto di dubbi e di apparente
lontananza di Dio, in realtà, dice il nostro Salmo, è come una semina». In
verità, solo «nel Mistero di Cristo, alla luce del Nuovo Testamento, il
messaggio si fa ancora più esplicito e chiaro: il credente che attraversa quel
buio è come il chicco di grano caduto in terra che muore, ma per dare molto
frutto (cfr Gv 12,24); oppure, riprendendo un’altra immagine cara a Gesù, è
come la donna che soffre nelle doglie del parto per poter giungere alla gioia
di aver dato alla luce una nuova vita (cfr Gv 16,21)».
Questo Salmo molto consolante «ci
insegna che, nella nostra preghiera, dobbiamo rimanere sempre aperti alla
speranza e saldi nella fede in Dio. La nostra storia, anche se segnata spesso
da dolore, da incertezze, da momenti di crisi, è una storia di salvezza e di
“ristabilimento delle sorti”. In Gesù, ogni nostro esilio finisce, e ogni
lacrima è asciugata, nel mistero della sua Croce, della morte trasformata in
vita, come il chicco di grano che si spezza nella terra e diventa spiga».
La preghiera cui il Papa ci
invita ha due aspetti. Anzitutto, non dobbiamo dimenticare di ringraziare il
Signore. In secondo luogo, la meditazione sui benefici del Signore deve
spingerci a operare per il bene e per trasformare il mondo. E a non disperare quando
le difficoltà si presenteranno di nuovo. «Come coloro che - ritornati da
Babilonia pieni di gioia – hanno trovato una terra impoverita, devastata, come
pure la difficoltà della seminagione e hanno sofferto piangendo non sapendo se
realmente alla fine ci sarebbe stata la raccolta, così anche noi, dopo la
grande scoperta di Gesù Cristo - la nostra vita, la verità, il cammino -
entrando nel terreno della fede, nella “terra della fede”, troviamo anche
spesso una vita buia, dura, difficile, una seminagione con lacrime, ma sicuri
che la luce di Cristo ci dona, alla fine, realmente, la grande raccolta».
E dunque «dobbiamo imparare
questo anche nelle notti buie; non dimenticare che la luce c'è, che Dio è già
in mezzo alla nostra vita e che possiamo seminare con la grande fiducia che il
“sì” di Dio è più forte di tutti noi. È importante non perdere questo ricordo
della presenza di Dio nella nostra vita, questa gioia profonda che Dio è
entrato nella nostra vita, liberandoci: è la gratitudine per la scoperta di Gesù
Cristo, che è venuto da noi. E questa gratitudine si trasforma in speranza, è
stella della speranza che ci dà la fiducia, è la luce, perché proprio i dolori
della seminagione sono l'inizio della nuova vita, della grande e definitiva
gioia di Dio».
Nessun commento:
Posta un commento