martedì 8 gennaio 2013


«Difendere gli embrioni è una sfida culturale » di Vito Salinaro, Avvenire, 8 gennaio 2013

​«È il momento in cui coloro che credono in determinate idee possono organizzarsi spendendosi in prima persona attraverso gli strumenti che la democrazia mette loro a disposizione. Prima ancora che una battaglia giuridica, la campagna europea "Uno di noi" vuole ribaltare un dibattito culturale contrario al diritto alla vita». 

La "chiamata alle armi" porta la firma di Filippo Vari, docente di diritto costituzionale all’Università europea di Roma e componente di spicco del vasto comitato di cittadini che sostiene, in tutta l’Ue, l’iniziativa per il riconoscimento giuridico dell’embrione. Una mobilitazione, partita ufficialmente nei giorni scorsi per iniziativa dei Movimenti per la vita dei 27 Paesi membri dell’Unione, e che mira a raccogliere almeno un milione di firme per indurre il legislatore europeo a intervenire sulla questione della vita nascente. Per questo "Uno di noi" è l’emblematica definizione di ogni concepito, nei confronti del quale la campagna mira a ottenere una tutela assoluta.

«Da un lato, attraverso le firme – spiega Vari –, vogliamo incalzare le istituzioni Ue sul piano giuridico per impedire il finanziamento di politiche filo-abortiste e contrarie al rispetto della vita, al fine di creare una protezione giuridica della dignità, del diritto e dell’integrità di ogni essere umano fin dal suo concepimento. Dall’altro lato – prosegue Vari – occorre creare una sensibilizzazione all’interno del vasto territorio dell’Ue, dove, non di rado, il diritto alla vita viene violato».

Il progetto, sul piano puramente giuridico, «non può riguardare solo la liceità o meno dell’aborto o della ricerca sulle cellule staminali», perché si tratta pur sempre di aspetti che investono la competenza dei singoli stati. «È anzi opportuno – evidenzia il costituzionalista – che questi temi restino ancorati agli stati» e che «non siano decisi a livello centralistico da Bruxelles». Il punto è che, come già avvenuto nel recente passato con l’ultimo programma "quadro" della ricerca, l’Unione, nell’ambito dei «diritti sostanziali su cui va costruita la casa comune europea», continua a finanziare «politiche pubbliche che violano il diritto alla vita». La memoria corre a fatti recentissimi. «Il programma di ricerca già richiamato – dichiara Vari – specificava che non potevano essere sostenuti esperimenti e programmi che prevedevano la distruzione diretta di embrioni. Ma, al tempo stesso, l’Ue dava il via libera a corposi finanziamenti sulle fasi successive del processo, cioè quelle che riguardavano le cellule staminali embrionali già prodotte. Una decisione ipocrita. Perché o si riconosce l’importanza del diritto alla vita, negando quindi ogni contributo alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, oppure si decide di non tutelare la vita stessa».

D’altra parte, ricorda Vari, «una importante sentenza della Corte di giustizia europea, alla fine del 2011, ha stabilito che l’embrione gode della dignità di un uomo», pur in un contesto in cui, a livello comunitario, non mancano incongruenze che «le istituzioni comunitarie devono una volta per tutte superare». L’opportunità viene offerta dalla campagna "Uno di noi", che si traduce nel tentativo di dimostrare «che la volontà dei popoli dell’Unione non è sempre quella dei governanti». C’è, per Vari, «una grandissima parte dell’opinione pubblica nel vecchio continente contraria al finanziamento di politiche che non tutelano il diritto alla vita a livello comunitario e che, a livello di stati membri, non approva normative che violano questo stesso diritto, come quelle che riguardano l’aborto o gli embrioni».

Una volontà popolare che, fino al prossimo 1 novembre, potrà essere dimostrata con pochi clic, collegandosi al sito www.onefus.eu . 

7 gennaio, 2013
Manifestation contre le mariage et l'adoption pour les couples homosexuelsNel dicembre scorso il matematico Giorgio Israel, docente presso l’università La Sapienza di Roma, dove è anche direttore del Centro di ricerca in metodologia della scienza, ha riflettuto sull’imminente introduzione del matrimonio omosessuale in Francia, ricordando la domanda dello scrittore Alexandre Thomas: «È possibile opporsi al matrimonio omosessuale senza essere omofobi?». La sua risposta è stata: sì, è possibile.
Ed infatti, ha proseguito Israel , il progetto di legge ha sollevato reazioni negative anche in ambienti progressisti, oltre a tutte le comunità religiose.Particolarmente interessante il documento che il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, ha indirizzato al presidente Hollande e al primo ministro Ayrault.Bernheim, nel quale vengono contestate le motivazioni “progressiste”addotte per sostenere il progetto, ovvero compiere un passo importante nella lotta democratica contro le ingiustizie e le discriminazioni, in coerenza con la lotta contro il razzismo, estendere il principio di uguaglianza e la difesa dei più deboli. Ma questi, ha replicato il rabbino francese, «sono argomenti che si smontano e non possono da soli giustificare una legge», sono «argomenti che si conformano al dominio dei benpensanti per paura degli anatemi» e quindi «non c’è né coraggio né gloria a votare questa legge».
Il matematico italiano ha a sua volta commentato: «Vi sono tante vie pereliminare le ingiustizie e le discriminazioni in oggetto, ma la via scelta risponde a un altro progetto ben più ambizioso: l’eliminazione delle differenze di genere. È unavecchia minestra ideologica che viene propinata da trent’anni da numerosi teorici postmodernisti secondo cui la vera matrice dei razzismi sono i dualismi, le strutture binarie su cui è fondata la civiltà occidentale: uomo/donna, naturale/artificiale, corpo/mente. Per cui la “liberazione” discenderebbe dal riconoscimento che la naturalità è una costruzione culturale priva di fondamento. (Come se le società non occidentali non fossero dominate da strutture binarie ancor più radicate). Sonoposizioni ideologiche legittime, quanto è legittimo non condividerle e quanto è illegittimo produrre una simile “rivoluzione” sotto le mentite spoglie della lotta all’omofobia». Per quanto riguarda l’adozione per coppie omosessuali, ha proseguito il documento di Bernheim, citato da Israel, essa determinerebbe «unpercorso regressivo al termine del quale si intravedono i fantasmi di cui il pensiero mitico, su tutti i continenti e in tutte le tradizioni, ci aveva liberati:l’indifferenziazione sessuale, l’individualità assoluta mentre i miti degli uomini, nella loro saggezza, avevano insegnato in senso inverso che la nascita dell’umanità passava attraverso la scoperta della differenza: quella dei sessi, quella degli altri, quella della morte».
A questo articolo di Israel ha risposto in modo decisamente scomposto il leader omosessuale Angelo Pezzana, affermando che «chi si oppone ai matrimoni gay è certamente omofobo». Con argomenti traballanti ha di fatto confermato che l’approvazione delle nozze gay servirebbe -secondo lui- a contrastare l’omofobia. Ha aggiunto, questa volta correttamente, che su questo argomento«la fede non c’entra nulla», ma sbagliando a sostenere che «il matrimonio è un contratto». Non è affatto così, come ha spiegato ottimamente la storica Lucetta Scaraffia. Pezzana ha quindi concluso: «Cari amici omofobi [...] vincerete ancora qualche battaglia, ma la guerra no, quella l’avete persa».
La replica di Israel non si è fatta attendere, sottolineando fin da subito l’abuso dell’accusa “omofobi” a chiunque abbia opinioni contrarie: «o si sta zitti e si applaude oppure si deve subire il marchio d’infamia», ha scritto. Nel suo articolo«Pezzana non si misura con i numerosi argomenti del lungo documento del gran rabbino di Francia Gilles Bernheim [...], di questo pare che non si possa discutere», ed inoltre, ha continuato il matematico ebreo, «vorrei piuttosto mettere in guardia Pezzana dall’illusione che col matrimonio gay si possa battere l’omofobia. Da quando esiste il matrimonio gay in Spagna, non solo ne sono stati celebrati assai pochi rispetto alle attese, ma l’abitudine di usare il termine “maricón” (frocio) e di chiamare “mariconada” qualsiasi vestito, abitudine, oggetto “strano”, inusuale o ritenuto ridicolo, impazza più di prima. E lo spazio manca per i tantissimi esempi analoghi».
Infine, ha concluso Giorgio Israel, «colpisce soprattutto che la carenza di argomentazioni di Pezzana si copra con l’affermazione trionfalistica: “vincerete ancora qualche battaglia, ma la guerra no, quella l’avete persa”. Se il “voi” si riferisce agli amici omofobi di Pezzana, mi guarderei dal trionfalismo: temo che costoro siano lungi dall’aver perso la guerra, e che i loro dominî siano lungi dal restringersi.Se invece si riferisce a chi solleva obiezioni argomentate in modo tollerante, schiacciato tra due intolleranze, allora sì che la guerra è persa. È indubbio che il matrimonio gay verrà introdotto per legge in un numero crescente di paesi, tra poco anche in Italia. Ma la storia dell’umanità è disseminata di guerre vinte eppure sbagliate. Vincere non vuol dire affatto aver ragione: c’è bisogno di ricordarlo?Tra le vittorie ci sono anche quelle di Pirro o le vittorie controproducenti, proprio perché l’obbiettivo era sbagliato. I processi complessi, che affondano nella psicologia profonda delle persone, non si modificano per decreto. Anzi, è proprio così che si rischia di ottenere come risultato quello che non si voleva».

GENETICA/ Quintavalle (Uk): una legge europea per salvare gli embrioni - http://www.ilsussidiario.net

martedì 8 gennaio 2013
GENETICA/ Quintavalle (Uk): una legge europea per salvare gli embrioni
E' una lotta durissima: così Josephine Quintavalle fondatrice del Comment on Reproductive Ethics, osservatorio inglese sulle tecniche riproduttive umane, definisce la situazione attuale in Inghilterra, dove, come dice lei, esistono le leggi più permissive in materia di sperimentazione genetica sugli embrioni di ogni altro paese del mondo. Proprio per far fronte a uno scenario come questo che comunque tocca tutti i paesi europei chi più chi meno, è nata l'iniziativa "Uno di noi": una raccolta di firme per dare attuazione alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Unione europea grazie alla recente possibilità di intervenire direttamente sul Trattato di Lisbona con le cosiddette iniziative dei cittadini. Almeno un milione di firme di cittadini residenti in almeno sette Stati membri dell'Unione, recita il regolamento europeo 211, potranno far sì che Parlamento e Consiglio dei ministri siano obbligati ad attuare i trattati. Nel caso specifico, quello relativo a "esplicita protezione giuridica della dignità e del diritto alla vita di ogni essere umano fin dal concepimento nei settori di competenza dell'Ue nei quali tale protezione risulta di particolare rilievo". Primo promotore il Movimento per la vita italiano ed europeo, quindi tutti i principali movimenti e associazioni cattoliche ma non solo, come spiega Josephine Quintavalle aIlsussidiario.net.
Lei è tra i primi firmatari dell'iniziativa "Uno di noi": in Inghilterra come è stata recepita questa cosa?
Al momento c'è grande fervore e impegno da parte delle chiese protestanti ed evangeliche, ma siamo sicuri che presto anche i cattolici, che sono una minoranza, ci seguiranno. Ma è un aspetto positivo e interessante che ci sia questa adesione da parte di chiese diverse; non deve essere infatti una iniziativa unicamente cattolica o di un singolo paese. In particolare mi piace sottolineare il grande impegno dell'associazione Christian Concern.
Ma i non credenti? Secondo lei si coinvolgeranno in qualche modo?
Non sarà facile, gli inglesi davanti a questioni così importanti e dolorose come quella della fecondazione assistita preferiscono non approfondire, disinteressarsi, far finta di nulla. Sarà molto difficile avere un risultato positivo in termini di raccolte di firme, eppure c'è l'esempio positivo della recente raccolta in difesa del matrimonio, che ha dato risultati insperati.
Qui però siamo davanti a uno scenario molto diverso, parliamo di difesa della vita sin dal concepimento contro l'uso e l'abuso a scopi scientifici dell'embrione e non solo. 
"Uno di noi" è una iniziativa geniale. Se pensiamo infatti all'intenzione che la muove e cioè la difesa della vita e lo stato attuale dell'embrione nella legge inglese c'è da piangere.
Perché?
In questo momento storico stiamo lottando contro la creazione di embrioni con più genitori, un embrione che prende vita da più donne diverse, oppure combinare due embrioni differenti. La motivazione è evitare possibili malattie che vengono passate dalla mamma, e quindi la proposta al Parlamento inglese sarà di vietare l'autorizzazione a creare un embrione che è modificato geneticamente. In Inghilterra già adesso esiste una legislazione che permette quasi qualunque cosa. Recentemente è stato permesso di usare l'embrione non per la fecondazione ma come oggetto, nemmeno di ricerca bensì per migliorare le tecniche, fare biopsia come addestramento degli specialisti embriologici.

L'embrione come una cavia animale, in pratica. Ma questa raccolta di firme potrà incidere a livello di legislazione nei singoli paesi o rischia solo di rimanere una sorta di appello morale?
Da qualche parte bisogna pur partire. Certo, se in Inghilterra ci fosse una raccolta di firme clamorosamente alta si dovrebbe abolire l'attuale legislazione in materia.Ma siamo realisti, sarà difficile se non impossibile ottenere tale risultato, anche se sarebbe auspicabile dato che oggi in Inghilterra si produce un numero di embrioni senza alcun controllo. Non esiste nemmeno un numero approssimativo di quanti ne vengano prodotti, la nostra legislazione permette di produrne praticamente senza freni.
Insomma, questa iniziativa può essere comunque un modo per smuovere le coscienze.
Esattamente, nonostante tutto dobbiamo pensare di agire se vogliamo arrivare a qualcosa di positivo. E' una battaglia che parte da un principio fondamentale e in questo senso ammiro ancora una volta la genialità di Carlo Casini che l'ha pensata per primo. Invidio voi in Italia che avete tanto entusiasmo e tante persone pronte a sostenere questa iniziativa.
In effetti si assiste a un sostegno da parte di tutte le sigle di movimenti e associazioni cattoliche.
La forza di questa iniziativa è dare visibilità al fatto che l'embrione è un essere umano, uno di noi come dice appunto il nome stesso dell'iniziativa. E tutto questo nello stesso momento in cui in Inghilterra si sta cercando di approvare una legge che permetta a un embrione di avere tre, quattro genitori diversi.Questa e la nostra lotta attuale: è davvero difficile trovare un paese al mondo con leggi più permissive dell'Inghilterra.
C'è dunque motivo di essere ottimisti?
Sì. Pensiamo agli Stati Uniti, dove nonostante le leggi sempre più permissive volute da Obama sull'aborto si assiste a una riduzione degli aborti stessi. Il che significa che la gente alla fine di tutto sente più importante di ogni cosa la vita stessa. Oppure al recente caso in cui la Corte europea ha dichiarato non brevettabile l'embrione umano.


(Paolo Vites) 
© Riproduzione Riservata.

lunedì 7 gennaio 2013


L’ Inghilterra scopre la strage degli embrioni - 4 gennaio 2013 - http://www.prolifenews.it/

fecondazione-artificiale_Unghilterra_embrioni
Sono numeri spaventosi quelli che descrivono la pratica della fecondazione artificiale nel Regno Unito. Emersi grazie alle interrogazioni presentate in Parlamento da Lord David Alton, evidenziano una vera e propria ecatombe generata dal male intrinseco della provetta – l’ enorme numero di embrioni che muoiono inevitabilmente in laboratorio per ogni bambino nato – associato alla totale deregolamentazione vigente oltremanica. Sul sito della Hfea, l’ autorità che gestisce e monitora l’ attività delle cliniche britanniche, è consultabile l’ infinita gamma di servizi garantiti nell’ ambito della fecondazione: da qualunque tipo di tecnica per ottenere il concepimento al congelamento di embrioni, sperma e ovuli, passando per eterologa, diagnosi preimpianto e maternità surrogata. Un campionario dall’ esito catastrofico. Come riportato da Daily Mail eTelegraph , che ha pubblicato le cifre rese note dal Ministero della Sanità a seguito delle richieste di Lord Alton, sono tre milioni e 600mila gli embrioni creati in laboratorio dall’ agosto del 1991, cioè da quando esiste un registro pubblico. Di questi, meno di un milione e 400mila sono stati impiantati in utero, per un totale di poco più di 230mila gravidanze. Sono quindi più di tre milioni e 300mila gli embrioni che hanno avuto una sorte diversa dall’ utero materno: su quindici esseri umani concepiti in vitro, solo uno arriva a dar luogo ad una gestazione. È sconvolgente apprendere quale sia la fine dei restanti embrioni: 840mila sono quelli destinati al congelamento per ipotetici usi futuri, 2mila quelli congelati per essere donati ad altre coppie, quasi 6mila sono divenuti oggetto di ricerche scientifiche, oltre 23mila quelli prima congelati e poi scartati e addirittura quasi un milione e 700mila sono stati direttamente eliminati subito dopo il concepimento. Da notare, inoltre, che non sono stati forniti i dati sulle 230mila gravidanze: non si sa, cioè, quante di esse siano terminate con la nascita del bambino. «Stiamo creando e distruggendo embrioni umani su scala industriale» affermò Lord Alton nel luglio del 2011, quando analoghe cifre furono rese pubbliche. Dopo un anno, la realtà fuori controllo della fecondazione dà ancora ragione alle proteste unanimi del mondo pro-life del Regno Unito.Lord Alton ha chiesto chiarimenti anche sulla produzione delle cosiddette chimere, embrioni creati mescolando patrimonio genetico di esseri umani e animali, per essere poi distrutti, al fine di condurre studi su cellule staminali embrionali. L’ anno scorso emerse che erano stati creati 155 embrioni ibridi dopo che la pratica era stata autorizzata dall’ Hfea nel 2008. Ma dai centri di ricerca che hanno prodotto le chimere non è giunta notizia di alcuna scoperta scientifica. In vent’ anni più di 3 milioni e 300mila quelli creati e non impiantati nell’ utero materno perché distrutti o congelati. Solo uno su quindici dà luogo a una gravidanza nel Paese senza regole.
di Lorenzo Schoepflin

Harvey è in coma: il tutore vuole farlo morire di sete, la moglie no. Interviene il fratello di Terri Schiavo - http://www.tempi.it

gennaio 7, 2013 Leone Grotti
Hanno provato a far morire di fame e di sete Gary Harvey, proprio come successo a Terri Schiavo, e non ci sono riusciti, ma da una sentenza della Corte suprema dello Stato di New York dipende molto della sua vita. Gary Harvey, residente nella Contea di Chemung, nel 2006 ha subito gravi danni cerebrali in un incidente casalingo. Da allora, vive grazie all’alimentazione e all’idratazione artificiali. La moglie, Sara Harvey, ha chiesto al tribunale di essere nominata tutore legale del marito ma la corte ha affidato questo compito ai servizi sociali della Contea di Chemung, ritenendola non idonea. Nel maggio 2009, però, proprio i servizi sociali in accordo con la commissione etica dell’ospedale dove Harvey viene curato hanno chiesto la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione e hanno emesso un DNR: ordine di non rianimare il paziente in caso di crisi cardio-respiratoria.
FRATELLO DI TERRI SCHIAVO. Il tribunale ha respinto la richiesta dell’ospedale, ma da allora la moglie ha chiesto che la tutela legale fosse tolta alla Contea di Chemung perché, dichiara, «come può la Contea fare da tutore a mio marito e agire nel suo migliore interesse se, nei fatti, ha provato a ucciderlo?». Per questo la moglie ha chiesto alla Corte suprema dello Stato di New York di nominare come tutore del marito Bobby Schindler, il fratello di Terry Schiavo, la donna che negli Stati Uniti è stata fatta morire di fame e di sete nonostante il parere contrario della famiglia.
L’OSPEDALE NON CURA HARVEY. Secondo Schindler, l’ospedale rifiuta di inserire Harvey in una terapia di riabilitazione che potrebbe aiutarlo a svegliarsi o comunque a migliorare la sua qualità di vita. «Abbiamo le prove che l’ospedale ha negato al signor Harvey di ricevere le cure riabilitative che farebbero molto bene alla sua condizione». Ora la Corte dovrà decidere se cambiare il tutore legale di Harvey. Bobby Schindler è il direttore esecutivo dell’Associazione “Terri Schiavo, network per la vita e la speranza”, fondata nel 2005 per proteggere i diritti delle persone più deboli e vulnerabili dal punto di vista medico.
@LeoneGrotti

EutanasiaL’ideologia è più forte di qualsiasi norma etica, lo ha dimostrato perfettamente François Hollande, candidato ideale a proseguire in Francia quel che il movimento zapaterista ha terminato in Spagna.
Il presidente onorario del Comitato di Bioetica francese, Didier Sicard, a capo della commissione incaricata di valutare l’introduzione di “un’assistenza medicalizzata per concludere dignitosamente la vita”, come promesso nel programma elettorale di Hollande, ha consegnato al governo il rapporto finale nel quale ci si oppone esplicitamente all’introduzione dell’eutanasia e del sucidio assistito, sottolineando «l’esigenza di applicare risolutamente le leggi attuali, piuttosto che di immaginarne continuamente di nuove», mettendo in guardia contro «l’utopia di risolvere con una legge la grande complessità delle situazioni di fine vita». La Francia non ha dunque bisogno di «un passo verso l’eutanasia», dato che per i luminari il problema sta altrove. Innanzitutto, scrivono, nella relazione fra medici e pazienti, sottoposta a crescenti condizionamenti che la rendono sempre più impersonale. Inoltre, nella distanza abissale fra il clamore di certi dibattiti mediatici dal sapore molto ideologico e l’ignoranza diffusa, fra i pazienti ma pure nel corpo medico, della legge Leonetti, che nel 2005 aveva trovato un compromesso equilibrato e politicamente bipartisan, puntando in particolare sulle cure palliative.
La commissione Sicard, «non raccomanda di adottare nuove disposizioni legislative urgenti sulle situazioni di fine vita», si schiera contro la pratica eutanasica, «atto medico che, per la sua radicalità interrompe improvvisamente e prematuramente la vita», e che «sviluppa una sua propriadinamica resistente a ogni controllo efficace, che tende necessariamente a diffondersi». L’eutanasia, secondo la commissione, «interiorizza le rappresentazioni sociali negative di un certo numero di situazioni di vecchiaia, di malattia e di handicap», e quindi rischia di allontanare la medicina dal «dovere universale di umanità delle cure e di accompagnamento».
Preso atto del rapporto Sicard, Hollande ha annunciato che procederà in modo esattamente contrario: entro giugno, ha detto, si procederà alla presentazione di un progetto di legge che riguarderà l’introduzione dell’eutanasia, su richiesta del paziente, “della famiglia o dei medici curanti”. Nel rapporto del Comitato di Bioetica questa eventualità è contemplata con preoccupazione: «Se il legislatore si prendesse la responsabilità di una depenalizzazione dell’eutanasia, la commissioneintende mettere in guardia a proposito dell’importanza simbolica del cambiamento di questo divieto perché: l’eutanasia impegna profondamente l’idea che una società si fa del ruolo e dei valori della medicina; ogni spostamento di un divieto crea necessariamente delle nuove situazioni limite, provocando una domanda infinita di nuove leggi; tutta la medicina comporta una parte di azione ai confini della vita senza che sia necessario legiferare ogni volta». La cultura della morte si appresta dunque ad una guerra con la scienza e la medicina.
Illuminante il giudizio finale della commissione Sicard: «Sarebbe illusorio pensare che l’avvenire dell’umanità si riassuma nell’affermazione senza limite di una libertà individuale, dimenticando che la persona umana non vive e non si inventa che nel legame con altri e dipendendo da altri. Un vero accompagnamento alla fine della vita non ha senso che nel quadro di una società solidale che non si sostituisce alla persona ma le testimonia ascolto e rispetto alla fine della sua esistenza».
Esattamente come il Comitato di Bioetica francese, si sono recentemente schierati contro l’eutanasia e il suicidio assistito anche l’American Medical Association (AMA), la British Medical Association (BMA), la German Medical Association, la Massachusetts Medical Society (MMS), l’American Nurses Association (ANA) e la New Zealand Medical Association.
L'educazione sessuale si fa con il sado-maso
di Lorenzo Schoepflin - http://www.lanuovabq.it/07-01-2013
Planned Parenthood
A molti è noto come Planned Parenthood - potente branca americana dell'International Planned Parenthood Federation, una vera mutinazionale dell'aborto e della contraccezione - mascheri sotto il proprio impegno per la salute riproduttiva un vero e proprio business su scala industriale legato all’aborto. 
Un altro grande sforzo, forse meno conosciuto ma che si concretizza in forme e contenuti altrettanto meritevoli di attenzione per chi abbia a cuore la dignità integrale della persona umana, è prodotto costantemente in merito all’educazione sessuale. 

Cosa intenda Planned Parenthood per educazione sessuale è presto detto, osservando quali proposte vengono fatte in tale ambito. L’ultima in ordine di tempo è sul sito della sede locale del New England del Nord, la regione degli Usa che comprende Maine, New Hampshire e Vermont, dove è presente il collegamento ad un video in cui una giovane presenta e descrive pratiche sessuali sadomaso come un «gioco» tra due persone consenzienti. Non un abuso (il sadomaso «crea fiducia» e su essa si basa, questo afferma la ragazza), ma un divertimento frutto di un accordo tra i partecipanti. Tra i consigli per una corretta prassi, una condivisione dei sentimenti, magari associata alla giusta dose di «coccole», dopo aver fatto qualcosa di molto «intenso» che possa aver provocato «un po’ di sensazioni difficili».

Non è ovviamente la prima volta che Planned Parenthood si cimenta in questo tipo di propaganda. Nel settembre scorso, sulla propria pagina Facebook dedicata agli adolescenti, l’associazione pubblicò un video in cui un giovane, nelle vesti di un docente alla lavagna, promuoveva la promiscuità sessuale come un comportamento normale, se non addirittura auspicabile. La parola «sgualdrina» (nel video, in inglese, il giovane usa il termine decisamente colorito: «slut») assume un significato positivo, e solo in tal senso andrebbe usata, poiché dimostra «confidenza con la propria sessualità».

A maggio, la sezione della Florida, nell’augurare un felice “Mese della masturbazione” a tutti attraverso Twitter, proponeva utili informazioni in materia, definendo proprio la masturbazione una «normale e comune attività sia per gli uomini che per le donne».

Questo tipo di cultura viene esportata da Planned Parenthood anche nelle scuole. Un anno fa, dopo vent’anni di collaborazione, personale dell’associazione fu cacciato da un istituto dello Stato di New York a seguito delle proteste dei genitori. Ai propri figli, sia quelli frequentanti le scuole superiori che quelli delle medie, veniva insegnato ad usare il preservativo e a praticare sesso orale, spacciato per una forma di «astinenza».

Sono questi solo alcuni episodi di una lunga serie che mettono in evidenza quanto pericoloso sia l’attivismo di Planned Parenthood non solo nel campo dell’abortismo, ma anche in quello della dello sfrenato pansessualismo proposto ai giovani fin dalla prima adolescenza. 

Quanto enorme sia questo pericolo, quanto potente sia Planned Parenthood da un punto di vista finanziario e quindi mediatico, lo si capisce dalle cifre in ballo quando si parla di soldi pubblici destinati all’organizzazione. Solo negli Stati Uniti del miliardo di dollari che compare alla voce “entrate” nel bilancio di Planned Parenthood per l’anno fiscale conclusosi nel giugno del 2010, quasi la metà (487 milioni di dollari) provengono da rimborsi statali: denaro che, prelevato dalle tasche dei cittadini, finisce per finanziare tutto ciò che ruota attorno ad aborto, contraccezione, sterilizzazione ed “educazione sessuale” (le virgolette, a questo punto, sono d’obbligo). 

Certamente, tale enorme quantità di denaro di cui beneficia l’associazione è anche frutto dell’innegabile feeling che esiste con il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Planned Parenthood ha speso oltre tre milioni di dollari per finanziare la campagna elettorale di Obama solo per mandare in onda video in Ohio e Virginia, due Stati che erano in bilico secondo i sondaggi pre-elettorali. Contro Romney, l’avversario repubblicano di Obama che aveva dichiarato durante i dibattiti di essere contrario agli ingenti finanziamenti statali garantiti alla Planned Parenthood, quest’ultima aveva investito 800mila dollari in spot radiofonici.

Se il trend sarà confermato – nulla fa supporre il contrario, visto il pubblico apprezzamento espresso più volte dall’inquilino della Casa Bianca per l’operato di Planned Parenthood – nei prossimi quattro anni di presidenza Obama, l’organizzazione incasserà dallo stato quasi 2 miliardi di dollari per garantire “servizi” che, oltre alla diffusione della promiscuità sessuale, causeranno ben oltre un milione di morti: nel solo anno che va dal luglio 2009 al giugno 2010 sono stati infatti 330mila gli aborti praticati nelle cliniche di questa perfetta macchina abortista.