martedì 14 gennaio 2014

Curare i giovani e non gli anziani, il caos della sanità inglese. «Conseguenza della disgregazione familiare», 14 gennaio 2014 di Benedetta Frigerio, www.tempi.it


È scoppiata un’accesa polemica fra le case farmaceutiche inglesi e il sistema sanitario nazionale. I principali quotidiani britannici hanno titolato: “Paura per gli anziani” e “Agli anziani saranno negate le medicine salva vita”. Le case farmaceutiche hanno accusato lo Stato di aver deciso di tagliare le spese, scegliendo di privare alcuni pazienti delle cure farmacologiche. Invocando la dignità della vita, le multinazionali hanno denunciato la decisione di fornirli prima a coloro che sono in età produttiva. Significherebbe, ad esempio, che fra un lavoratore malato di cancro e un anziano con la stessa malattia ad essere curato sarebbe il più giovane.
Jospephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, osservatorio sulle tecniche riproduttive umane, spiega a tempi.it che «il problema è molto più profondo», che «la distorsione ha raggiunto livelli impensabili», e che «non sappiamo più da che parte girarci».

Sono fondate le accuse mosse contro il sistema sanitario inglese?
Il sistema sanitario è in una situazione da cui non sa più come uscire. Deve recuperare 20 miliardi in 5 anni, perciò stanno cercando di capire che tagli apportare. Ma la situazione è irrisolvibile ormai, se non nel lungo periodo, ossia rimuovendo la causa del problema, che è la crisi di fede.

Cosa intende?
È evidente, anche se pochi vogliono ammetterlo: finché la gente aveva fede e riconosceva una realtà trascendentale da rispettare e conoscere, prevaleva la visione per cui la persona ha dignità solo perché c’è. Solo riconoscendo il valore di ogni uomo si produce solidarietà, stabilità fra i cittadini e nelle famiglie.

Cosa c’entra questo che lei sta dicendo con i tagli alle medicine per gli anziani?
L’assenza della famiglia è la ragione per cui oggi gli anziani sono assistiti nelle cliniche, con un costo altissimo per il sistema sanitario nazionale, di cui il 60 per cento è rappresentato dagli stipendi al personale e il 20 dai farmaci. Se gli anziani, come un tempo, avessero alle spalle famiglie pronte ad accudirli, il problema sarebbe più che dimezzato.

Rimarrebbe quello dei farmaci.
Ma se la famiglia fosse unita, anche i farmaci non sarebbero necessari come oggi: la solitudine produce stili di vita deleteri, quelli che ci stanno facendo ammalare. L’obesità dilagante fra i giovani inglesi, di cui i media hanno dato l’allarme in questi giorni, è data principalmente dall’abuso di zuccheri e alcool: la gente non mangia a casa con i propri cari, ma sola nei fast food, oppure si nutre con prodotti pronti. Si è visto che l’assenza di padri porta i giovani verso l’abuso di alcol, quindi l’aumento di cirrosi, tumori, e malattie varie, depressioni comprese. Senza una cultura incentrata sulla persona legata alla famiglia si fanno anche meno figli, si abortiscono e così gli anziani aumentano e i giovani sono pochi e fragili.

Cosa pensa dell’intervento “pro life” di alcune case farmaceutiche?
Le case farmaceutiche si sono stracciate le vesti solo perché finora guadagnavano da tutto questo malessere. La loro è una posizione ipocrita: hanno interessi enormi e non vogliono che siano dimezzate le richieste di farmaci. Mi fa sorridere che, d’improvviso, si siano messe a parlare di dignità della persona. Se davvero avessero a cuore l’uomo non cercherebbero di risolvere il problema solo con le pillole. Se non ci decidiamo a guardare a monte, prima o poi moriremo: o perché non curati o per intossicamento farmacologico. Sinceramente non so che cosa sia meglio. Anche se c’è di peggio: le cure umane.

Cosa intende?
Mi spavento quando penso che ho più di 70 anni e che ci sono persone come me lasciate sole in case di cura dove, come emerso alle cronache negli ultimi anni, vengono maltrattate. Ma ancora peggio sono i tentativi di risoluzione del problema, per cercare di riparare allo scandalo. L’ultimo articolo che ho letto suggeriva alle infermiere di farsi dare una foto del paziente da giovane: forse vedendo che un tempo era sano e bello si sarebbero prese cura di lui. È drammatico perché è una mentalità diffusa, in cui non si insegna più a cercare il bene dentro la persona. Quindi l’unica possibilità per migliorare la capacità di cura è trovare un modo di non guardarla per ciò che è: malata. Si evoca così la bellezza e l’efficienza, il solo motivo per cui oggi diamo loro un valore. Per questo, ripeto, l’unica soluzione è di lungo periodo e consiste nel risveglio della fede.

@frigeriobendet

lunedì 13 gennaio 2014

L’amore, da solo, non basta. Perché un figlio ha bisogno di un padre e una madre che gli dicano: «Vai !» gennaio 12, 2014 Benedetta Frigerio, www.tempi.it

«Per vincere la sfida della famiglia bisogna giocare in attacco. Ci vogliono testimoni della bellezza di ciò che può nascere dall’amore fra un uomo e una donna». È per questo che lo psicoanalista Luigi Campagner ha intitolato il suo libro sulla famiglia Figli! O del vantaggio di essere genitori (Lindau, 13 euro, 155 pagine). «Perché ai miei figli insegno a vivere: amando mia moglie, lavorando per la mia crescita, coltivando le mie passioni. Ma da loro imparo anche a desiderare il massimo. Ad amare come un bambino, a guardare le cose in modo puro, per quelle che sono e non per quello che la maggioranza dice che siano».

campagner-figli-o-del-vantaggio-di-essere-genitoriDottor Campagner, nel suo libro lei parla della distinzione in relazione al sesso, la prima che il bambino coglie. Sottolinea che questa diversità è arricchente, ma che spesso oggi nell’esperienza si configura come difficoltà e, in casi estremi, come obiezione di principio. Può spiegare perché la differenza sessuale arricchisce e come mai oggi è vista come una cosa negativa?
La differenza sessuale è una cosa da riconoscere più che da spiegare. Se oggi, invece, ci si riduce a parlare del rapporto fra uomo e donna stando “sulla difensiva” è perché spesso manca il fascino di una madre e un padre che sappiano accogliere la differenza tra loro come arricchente. Che sappiano dare, ma accettando anche di ricevere, di dipendere. Mi viene in mente l’abbraccio fra Adamo e Eva di Jan Gossaert, un’opera che ho visto nel Palazzo Abatellis di Palermo (nella foto in basso). I due si guardano come complici. In questo dipinto la differenza appare come un bene. Essa, infatti, è necessaria all’uomo per rispondere al suo bisogno naturale di completarsi e di generare, per crescere e costruire. Il problema è che oggi chi vive così è una minoranza di cui la maggioranza dei media non parla.

adamo ed eva Come si può negare una differenza evidente?Le differenze biologiche esistono e le vedono tutti. Anche chi le nega ideologicamente, pur provandoci, non può eliminarle. Ma l’evidenza non basta da sola, insieme a questa dobbiamo usare l’arma del fascino: far venire invidia della famiglia naturale, l’uomo e la donna devono provare a costruire delle vere e proprie opere familiari.
Perché non possono costruirne anche due uomini o due donne?
Il bambino ha bisogno di una mamma e un papà diversi e complementari. Per la psicoanalisi, come disse già Freud, è necessario che il bambino attraversi la cosiddetta fase fallica, importantissima per lo sviluppo equilibrato di una persona. In questa fase il bambino impara ad accettare la propria identità, attraverso l’accettazione del genitore dello stesso sesso. Se non avviene questo processo il bambino resterà frustrato, non si sentirà voluto e cercherà continue conferme dalle persone del proprio sesso, che si percepiranno poi come antagonisti. Invece, quando la propria identità viene accolta, il bambino diventa stabile e crescendo cercherà il compimento nell’altro sesso.

Abbiamo bisogno della diversità per completarci. Cosa implica questo?
Ad esempio, lasciare da parte l’orgoglio: accettare di farsi accogliere oltre che di dare. Spesso, invece, siamo nella posizione di chi vuole solo dare. Questo succede con i figli, non solo fra coniugi. È un peccato, perché il lasciarsi accogliere è necessario e bello, completa: dove manco io farai tu e viceversa, questo aiuta a costruire una bella famiglia e quindi una bella società.

Cosa pensa della campagna per la promozione delle adozioni fra coppie dello stesso sesso? Basta l’affetto?
I sentimenti non sono sufficienti a crescere un bambino. E poi perché una persona desidera un figlio? Le ragioni possono essere due. La prima è la volontà pericolosa di soddisfare una proiezione di sé che ci confermi, pensando di colmare dei vuoti. La seconda è il desiderio di dare, educando un soggetto ad amare ed essere amato, comprendendo e accogliendo la diversità dei sessi. Una mamma e un papà possono cadere nell’errore di trattare un figlio come una proiezione di sé che li soddisfi, ma è una possibilità che non si può predire a priori. Mentre legalizzando le adozioni di persone dello stesso sesso l’errore sarebbe approvato legalmente il fatto che queste coppie non potranno mai dare al figlio ciò di cui ha bisogno. La natura poi è un segnale che sta lì a dire: «Per questa via non puoi generare un uomo. Fermati!».

Eppure a qualcuno sembra impossibile rinunciare ai figli che desidera.
Io lavoro in alcune comunità, vedo genitori che volontariamente rinunciano a tenere con sé i figli se capiscono che per un po’ è meglio così. Non è facile, ma questo è un atto d’amore enorme. Mi viene in mente la madre dell’episodio biblico di Salomone, che pur di non vedere il figlio morire è disposta a lasciarlo alla donna che mente, dicendo che il bambino è suo.

Non si perde qualcosa così?No, perché la vera felicità di un genitore è quella del figlio.
Si sente ripetere sempre più spesso che ciò che conta è solo l’amore.
La parola amore è abusata, intesa come un sentimento generico. Ai figli non bastano i soldi, l’affetto, le attenzioni. Oggi i bambini sono pieni di cose materiali e di protezioni. Li immergiamo in vasi di miele in cui soffocano. Ma se li teniamo sempre in braccio non impareranno mai a camminare. Il bambino stesso desidera essere lanciato nel mondo dall’adulto che vuole imitare. C’è un cartone africano, Kiriku e la strega karabà, che spiega cosa intendo. Kiriku chiede alla madre: «Ma perché la strega è cattiva?». La madre non gli spiega perché, ma gli dice che esistono persone cattive. Cioè gli dà degli argini entro cui muoversi e poi lo lascia andare.

Nel libro parla del rischio di alcune campagne pubblicitarie come quelle sulla pedofilia. Quali pericoli vede?
Se gli adulti appaiono come orchi si continua a separare il loro mondo da quello dei bimbi. Così il piccolo diventa un idolo, che alla fine rimane solo, senza rapporti: i grandi vedono i bambini come un fardello a cui bisogna dare senza ricevere, mentre nei piccoli si introduce un sospetto sull’adulto. Oggi bisogna muoversi al contrario, riavvicinando due mondi che hanno assoluto bisogno di dare e ricevere l’uno all’altro.

Lei scrive che aumenta l’intelligenza teorica delle nuove generazioni, mentre il pensiero pratico sta regredendo. Da dove deriva questa separazione?
Vedo tantissimi pazienti colti, bravissimi professionisti, ma assolutamente fragili nei rapporti, incapaci di gestirli. Come mai? Il bambino per crescere deve essere abituato a un lavoro continuo di costruzione di sé, di cambiamento di fronte all’altro, di accettazione del bene o di rifiuto del male. Se i genitori non hanno fatto questo lavoro continuo, se non hanno fatto squadra, anche nelle difficoltà, per costruire qualcosa, il figlio non sarà capace di fare altrettanto.

Nel suo libro spiega che spesso si parla ai figli senza tener conto del peso delle parole, che i genitori li sgridano senza mai confermarli, si irrigidiscono in un ruolo… Come riparare a questi sbagli che possono segnare i figli?
Siamo madri e padri, ma siamo innanzitutto uomini e donne e questo non va nascosto ai figli. Siamo esseri umani che sbagliano, hanno sbagliato, hanno delle passioni. La bussola per muoversi è la riflessione su di sé e sull’altro. Il far spazio a ciò che accade, a ciò che i figli ci dicono, lasciandoci interrogare. La tristezza in questo senso è un aiuto. Quando si introduce nel rapporto significa che c’è qualcosa che non andava, è quindi un bene che arrivi. Cosa fare? Attendere con pazienza e pensare a come cambiare, ricreare, riprovare in un altro modo. Siccome poi il rapporto di reciproca crescita è drammatico, si può anche arrivare a capire, come dicevo prima, che per un po’ è meglio che il figlio si riferisca ad altri. I veri genitori sono anche capaci di dire: «Vai, se serve, purché tu sia felice!». E qui si capisce come l’amore non sia un sentimento. Si può continuare a ripetere: ”Ti voglio bene”, come è giusto fare, ma servono anche i fatti. L’amore non è un enunciato generico, è un rapporto di dipendenza e di scambio reciproco, di errori e riprese, soprattutto fra i coniugi. E l’amore non si dice soltanto, si deve vivere: i bambini non imparano l’italiano se facciamo loro delle lezioni, ma se la mamma e il papà lo parlano fra loro e con lui.

Molti figli oggi sono in difficoltà perché non hanno davanti padri e madri come quelli che riporta a modello. Che risorse hanno?Tutti, anche chi ha avuto bravi genitori, a un certo punto abbiamo cercato madri e padri spirituali che ci hanno sostenuto, consigliato. A volte guardiamo più a loro che ai genitori biologici. Anzi spesso sono i padri spirituali a farci riabbracciare anche quelli biologici. Ai ragazzi dico che devono cercare padri e madri, a scuola, al lavoro, dappertutto. Esistono.

domenica 12 gennaio 2014

«Il sesso selvaggio e il “gender” mirano a distruggere la famiglia e creare un nuovo ordine mondiale», 11 gennaio 2014 di Vito Punzi, www.tempi.it

 

La tedesca Gabriele Kuby, nata a Costanza nel 1944, è per formazione sociologa e autrice di saggi legati all’educazione e alla sessualità. Madre di tre ragazzi, si cimenta volentieri anche con la traduzione dall’inglese (per oltre vent’anni nell’ambito dell’esoterismo e della psicologia). A lungo impegnata nei movimenti studenteschi tedeschi sorti dal Sessantotto, Gabriele Kuby si è convertita ed è entrata nella Chiesa cattolica ricevendo il sacramento del battesimo il 12 gennaio 1997, festa del Battesimo di Gesù. Il suo primo libro (Mein Weg zu Maria – Von der Kraft lebendigen Glaubens, La mia strada verso Maria – Sulla forza della fede viva) è stato un best-seller.

Come pubblicista concentra il suo interesse sui vicoli ciechi intrapresi dalla società moderna, indicando la via d’uscita in una nuova coscienza dell’esperienza cristiana. L’unico suo libro pubblicato in Italia è Gender Revolution. Relativismo in azione (Cantagalli 2008) e rappresenta un grido d’allarme indirizzato a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea: in ogni ambito del vivere pubblico va riconosciuta come fondamento della famiglia la differenza sessuale tra uomo e donna. A un anno fa risale il suo ultimo libro pubblicato in Germania, La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà in nome della libertà: «Era il 31 settembre del 2012 – ricorda Gabriele Kuby – quando ho avuto il privilegio di consegnare personalmente una copia del libro a Benedetto XVI, e per me è stato un grande incoraggiamento sentirgli dire “Ringraziamo Dio per quello che dice e scrive”».

Signora Kuby, partiamo dal suo ultimo libro denuncia: qual è il motivo che l’ha sollecitata a scrivere?
La constatazione che la liberalizzazione delle norme sessuali rappresenta la linea del fronte dell’odierna battaglia culturale. Io appartengo alla generazione del ’68 e a quel movimento ho partecipato attivamente. Dopo la mia conversione mi sono cadute le bende dagli occhi. Dopo il libro del 2006, dedicato alla rivoluzione del “gender”, ho continuato a raccogliere materiale e in seguito ho sentito la necessità di rappresentare l’evoluzione di questa ideologia, perché tutti percepiscono gli effetti del capovolgimento dei valori, come la distruzione della famiglia, ma sono in pochi a essere coscienti che dietro si cela una strategia delle élite di potere, dall’Onu all’Unione Europea, all’alta finanza.

Dunque qual è il messaggio che intendeva trasmettere?
La deregolamentazione delle norme sessuali conduce alla distruzione della cultura. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 dice che la famiglia è il nucleo della società e che essa ha bisogno, per esistere, di una regolamentazione morale. Con tutto ciò che aggredisce i bambini tramite i media, internet e l’educazione sessuale obbligatoria che viene insegnata nelle scuole, per loro è difficile diventare adulti maturi, cioè in grado di assumersi la responsabilità di essere madri e padri.

Perché nel sottotitolo del libro ha scelto di porre l’accento sulla libertà, o meglio sull’opera distruttiva che in suo nome si sta compiendo?
L’esaltazione filosofica dell’individualismo avvenuta al tempo dell’Illuminismo e le dittature impostesi nel XX secolo hanno portato a considerare come valore più importante la libertà, o meglio la libertà assoluta, che tuttavia nel nostro mondo, così condizionato com’è dai limiti, non esiste. La deregulation delle norme sessuali viene oggi spacciata all’essere umano come parte di quella libertà. Ma cosa succede in realtà quando l’impulso sessuale non è più sotto controllo? Che l’altro viene considerato semplicemente oggetto della propria soddisfazione sessuale. Il dato per cui nella nostra società una ragazza su quattro e un ragazzo su dieci subisce abusi sessuali mostra ciò che accade come conseguenza del fatto che non venga più insegnato l’autocontrollo. Il caos sociale che ne deriva sollecita un sempre maggiore controllo da parte dello Stato; che una situazione del genere conduca alla tirannia lo ha già indicato Platone nel suo Repubblica, 2.400 anni fa.

Perché nel libro si rifà spesso al romanzo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, pubblicato nel 1930?
È affascinante leggere oggi quell’opera profetica, nella quale gli uomini vengono prodotti in laboratorio e formati attraverso media e psicofarmaci per essere felici, i bambini si trastullano con il sesso alla pari degli adulti e tutto viene controllato da “Ford”, il “nostro Signore”. Originariamente Huxley aveva pensato che quella sua “fantasia” si sarebbe realizzata da lì a 600 anni, ma già nel 1949 quel futuro s’era ridotto a un centinaio di anni. Allora non era possibile tutto ciò che è consentito oggi (selezione prenatale, madre in affitto, manipolazione genetica, genitore 1 e genitore 2), ma Huxley era ben cosciente che la vera rivoluzione accade nel cuore e nella mente della persona.

Quali sono a suo parere i motivi della crisi della nostra civiltà?
Lo scarto decisivo c’è stato con la rivoluzione culturale sessantottina. Promossa da sazi studenti figli della borghesia, quella rivolta si fondava su tre impulsi: quei giovani si fecero ammaliare dalle teorie marxiste (nonostante il Muro di Berlino e i carri armati sovietici a Praga, contro la democrazia); in secondo luogo, c’è stato il femminismo radicale, che doveva liberare la donna dalla «schiavitù della maternità» (sono le parole usate da Simone de Beauvoir); il terzo impulso era quello della “liberazione sessuale”. Le parole d’ordine al proposito erano: quando la tua sessualità sarà “liberata”, cioè avrai abbattuto qualsiasi tipo di condizionamento morale, allora potrai costruire una società libera dall’oppressione. Quella generazione, la mia, fallito il tentativo di coinvolgere il “proletariato”, ha compiuto una vera e propria “marcia dentro le istituzioni”, tanto che, quello che ieri era un movimento d’opposizione, oggi rappresenta la politica ufficiale delle grandi organizzazioni internazionali, di molti governi nazionali, non solo di sinistra. E i media che determinano il mainstream seguono questa “agenda”.

Un altro riferimento interessante per le sue valutazioni è stato il libro della studiosa belga Marguerite A. Peeters, La globalizzazione della rivoluzione culturale occidentale…
Non interessante, fondamentale, perché mi ha aperto gli occhi. Da parte mia mi sono concentrata sul nocciolo di quella rivoluzione: la deregulation delle norme morali che regolano la sessualità. La rivoluzione sessuale globale viene promossa dalle élites al potere. Ho già detto di Onu e Unione Europea, ma con esse si deve intendere l’intera rete di impenetrabili sotto organizzazioni: di queste fanno parte gruppi industriali globalizzati, grandi fondazioni come Rockefeller e Guggenheim, persone molto ricche come Bill e Melinda Gates, Ted Turner e Warren Buffett, o grandi Ong come la International Planned Parenthood Federation e l’Unione Internazionale delle lesbiche e degli omosessuali (Ilga). Tutti questi soggetti lavorano nei livelli superiori della società avendo a disposizione enormi risorse economiche. E tutti hanno un interesse comune: ridurre la crescita della popolazione su questo pianeta. L’aborto, il controllo delle nascite tramite contraccettivi, la distruzione della famiglia: tutto questo serve lo scopo della creazione di un nuovo ordine mondiale.

Qual è dunque il ruolo del “Gender Mainstreaming” in questo contesto “rivoluzionario” globalizzato?
Il concetto di “Gender” presuppone che qualsiasi orientamento sessuale – eterosessuale, omosessuale, bisessuale e transessuale – sia equivalente e debba essere accettato dalla società. L’obiettivo è il superamento dell’“eterosessualità forzata” e la creazione di un uomo nuovo, cui lasciare la libertà di scelta e di godere della propria identità sessuale indipendentemente dal suo sesso biologico. Chiunque si contrapponga a ciò, singole persone o Stati, viene discriminato come “omofobo”. Si tratta di un attacco mondiale all’ordine della creazione e, così facendo, all’intera umanità. Esso distrugge il fondamento della famiglia e in questo modo consegna ai despoti di turno la persona che non riesce più a riconoscersi, se uomo o donna.

Nel suo ultimo libro attacca duramente la pornografia e chi la tollera.
Sì, perché la pornografia è una droga e come tale crea dipendenza. Una droga che distrugge la capacità di amare e di assumere la responsabilità di essere padre e madre. Inoltre costituisce un piano inclinato sul quale è facile scivolare verso quell’abisso della criminalità sessuale che finisce col coinvolgere anche i bambini e i giovanissimi. A proposito della Germania, esistono dati allarmanti: il 20 per cento dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni “consumano” quotidianamente pornografia, il 42 per cento almeno una volta alla settimana. Che persone potranno formarsi in queste condizioni? Ed è difficile farsi una ragione del motivo per cui l’Unione Europea si dimostra essere così aggressiva contro il fumo ma non fa nulla per impedire l’imbruttimento provocato dalla pornografia.

In questa situazione di “rivoluzione sessuale globale”, qual è il compito dei cristiani?
Si tratta ovviamente di un tema che riguarda ciascuno di noi. Ci piaccia o meno, dobbiamo anzitutto mettere ordine nella nostra vita sessuale, così che la vocazione umana sia all’altezza del vero amore, l’amore che dona la felicità. Se non è così non è possibile neppure trovare le motivazioni per affrontare una battaglia del genere, che è per la dignità dell’uomo, per la famiglia, per i nostri figli, per il futuro.

lunedì 6 gennaio 2014

Civil Partnership, anticamera del matrimonio gay di Massimo Introvigne, 6.1.2014, http://www.lanuovabq.it


Quando i politici italiani, per apparire «moderni» ed europei, iniziano a usare termini inglesi – spesso, peraltro, con una pronuncia non proprio da Oxford – occorre sempre cominciare a preoccuparsi. Matteo Renzi parla di «civil partnership», e anche qualche politico che dice di non essere d’accordo con lui comincia a farsi condizionare dal linguaggio e a pensare che, dopo tutto, «civil partnership» suona meglio che «unione omosessuale» ed è una merce che forse si vende meglio agli elettori cattolici e anche a qualche vescovo. Risentiamo perfino la vecchia canzone – che non si porta più in nessuna parte del mondo ma ogni tanto rispunta in qualche sagrestia cattolica in Italia – secondo cui la «civil partnership» sarebbe l’alternativa al «matrimonio» omosessuale e il politico cattolico che, accettando la «civil partnership», ribadisse però il suo no al «matrimonio» fra persone dello stesso sesso starebbe in qualche confuso modo difendendo la famiglia.
In napoletano – non in inglese – si dice che «chiacchiere e tabacchiere ‘e legno o Banco ‘e Napule nun l’impegna», cioè – traducendo a uso del fiorentino Renzi – che il Banco di Napoli non accetta in pegno chiacchiere e tabacchiere di legno, le quali ultime valgono quanto le chiacchiere, cioè niente. Apriamo allora la tabacchiera di legno di Renzi e vediamo che cosa c’è dentro. L’espressione «civil partnership» non è un’invenzione di Renzi: fa riferimento a un testo specifico, il Civil Partnership Act 2004, una legge britannica sottoscritta dalla Regina il 18 novembre 2004 ed entrata in vigore il 5 dicembre 2005.
Questa legge si riferisce esclusivamente a coppie dello stesso sesso, cui garantisce gli stessi diritti e impone gli stessi doveri che due coniugi di sesso diverso assumono con il matrimonio. Un minorenne può contrarre una «civil partnership» a partire dall’età di sedici anni, in Scozia anche senza il consenso dei genitori che è invece richiesto in Inghilterra. Un articolo della legge permette a una coppia sposata di un uomo e di una donna dove, dopo il matrimonio, uno dei coniugi ha cambiato sesso, di formalizzare lo stesso giorno il loro divorzio e la loro nuova «civil partnership» come omosessuali.
I due omosessuali che hanno contratto «civil partnership» acquistano tutti i diritti che la legge britannica concede ai coniugi quanto alle proprietà comuni, ai contratti di affitto, alle visite in carcere e in ospedale – diritti che in parte le leggi precedenti della Gran Bretagna non concedevano, mentre esistono già per i conviventi dello stesso sesso in Italia – oltre alla reversibilità della pensione e alla quota legittima riservata al coniuge nella successione, che per i conviventi omosessuali non sposati in Italia non ci sono. La dissoluzione della «civil partnership» è disciplinata in modo identico al divorzio. Le coppie omosessuali in «civil partnership» possono adottare i bambini – in Gran Bretagna potevano farlo come conviventi già dal 2002 – e hanno nei confronti dei bambini adottati diritti esattamente identici a quelli di una coppia di coniugi formata da un uomo e da una donna. Non è obbligatorio che chi ha contratto «civil partnership» cambi cognome, assumendo quello della persona con cui si è unito, o adottando il doppio cognome che unisce quelli dei due partner: ma è possibile, e in molti casi avviene.
La legge prescrive che la cerimonia debba essere del tutto analoga a quella del matrimonio di un uomo e di una donna. I lettori della Nuova Bussola quotidiana conoscono il caso di Lilian Ladele, l’impiegata municipale cristiana di Londra che si occupava di condurre matrimoni civili, e che per ragioni religiose aveva fatto obiezione di coscienza a celebrare «civil partnership» fra omosessuali. Il Comune l’aveva licenziata, e il 15 gennaio 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha confermato il licenziamento, ritenendo che il diritto degli omosessuali a non essere discriminati prevalga anche sulla libertà religiosa. Originariamente, la legge – in un Paese dove Stato e Chiesa, in Inghilterra, non sono separati, e la Regina è formalmente il capo della Chiesa Anglicana – prevedeva che le cerimonie di «civil partnership» non potessero svolgersi nelle chiese, ma dal 2011 – dopo l’approvazione della legge chiamata Equality Act 2010 – anche questa restrizione è caduta, e la cerimonia può svolgersi in chiesa, se ci si trova in una delle comunità religiose dove i pastori sono disponibili a celebrarla, con pieni effetti civili se essi sono riconosciuti a tali comunità per i matrimoni fra un uomo e una donna.
La parte della legge sulle «civil partnership» relativa alle cerimonie è stata oggetto di un confronto, anche nei tribunali, molto più accanito delle norme sulle pensioni o sulle proprietà. Un sociologo ne capisce facilmente il perché. Se la cerimonia di «civil partnership» è identica al matrimonio, tutti si abituano a considerare la «civil partnership» un matrimonio. Nella «civil partnership» inglese – questo era il cuore del caso Ladele discusso dalla Corte Europea – la legge non solo permetteva, ma imponeva che tutto fosse uguale al matrimonio. E di fatto – il costume seguendo e completando la legge – c’erano gli abiti bianchi, lo scambio degli anelli, la musica, la torta nuziale.
Il risultato era facilmente prevedibile anche dai non sociologi. Nel linguaggio comune, e anche sui giornali attenti a fare economia di parole, scrivere che il signor Smith e il signor Jones si sono «civil-associati» suona male e dopo un po’ viene a noia. Dire che il signor Jones è il «partner» del signor Smith non ha un significato univoco: i due potrebbero essere semplicemente soci d’affari, e l’equivoco potrebbe essere imbarazzante. Così, come si poteva prevedere, dopo pochi mesi il linguaggio ha vinto, come fa sempre, la sua battaglia contro l’ipocrisia, i media si sono adeguati, e tutti hanno cominciato a parlare e a scrivere del «matrimonio», «wedding», fra i signori Smith e Jones e del signor Jones come «marito» del signor Smith. Se i diritti e i doveri erano gli stessi del matrimonio, se la cerimonia era uguale a quella del matrimonio, se perfino la torta e gli anelli erano gli stessi perché persistere in inutili formalismi e in un linguaggio anacronistico?
Rimaneva solo il tocco finale: adeguare le leggi al linguaggio e alla realtà e cambiare il nome da «civil partnership» a «matrimonio». È quanto è avvenuto in Inghilterra e Galles con il Marriage (Same Sex) Couples Act votato dal Parlamento il 15 luglio 2013. Si prevede che la Scozia si adegui nel 2014. La legge del 2013 è molto semplice: in effetti, si trattava sostanzialmente di cambiare il nome a qualche cosa che esisteva già. Certo, i nomi hanno la loro importanza ma per pura coincidenza il 15 luglio 2013 ero, per tutt’altre ragioni, a Londra e proprio davanti al Parlamento. È vero, c’erano un po’ di manifestanti con cartelli «Thank you» per ringraziare i parlamentari per la nuova legge, ma erano pochi, portati su autobus e camion da gruppi organizzati, e attenti a farsi fotografare soprattutto da reporter stranieri. «Repubblica» in effetti ha dedicato più spazio alla legge del 2013 di molti quotidiani britannici. In Inghilterra molti erano convinti che i «matrimoni» omosessuali ci fossero già da anni.
Qualche politico nostrano potrà dire di non avere tempo per studiare che cos’è stata la «Civil Partnership» inglese, in effetti un semplice primo tempo rispetto al secondo tempo del «matrimonio» omosessuale, e un primo tempo che annunciava un secondo tempo evidente e scontato. Anche gli ecclesiastici, si sa, hanno molto da fare e qualcuno potrebbe dare retta a Renzi o a «Repubblica» quando sostengono che «civil partnership» e matrimonio sono cose diverse, diversissime, con la stessa spudoratezza con cui arruolano anche il Papa tra i sostenitori delle «civil partnership» perché, nella sua conversazione con i superiori religiosi, ha citato le difficoltà e le sfide che pone l’educazione religiosa di bambini che vivono in casa «situazioni complesse, specialmente in famiglia». Papa Francesco ha confidato una sua esperienza a Buenos Aires: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla sua maestra il motivo del suo stato d’animo: “la fidanzata di mia madre non mi vuol bene”». Il Papa ha detto che anche questi bambini vanno accolti, difesi, evangelizzati – nel cristianesimo le colpe dei genitori non ricadono sui figli, e ogni bambino ha diritto alla catechesi – e che, se non li si accoglie con amore, si somministra loro un «vaccino contro la fede». Ma che c’entra questo con le «civil partnership» e con Renzi, se non per mostrare il rischio che in questi contesti finiscano per vivere «bambine molto tristi»? Eppure, il ricordo della bambina triste di Buenos Aires diventa su «Repubblica» l’«apertura di Papa Francesco alle coppie gay» e il sostegno implicito a Renzi!
A noi le bambine molto tristi non piacciono. Le preferiamo allegre. E, come il Banco di Napoli, non accettiamo in pegno né tabacchiere senza valore né chiacchiere inutili. A chi ci racconta – in inglese – che la «civil partnership» è un’alternativa al «matrimonio» omosessuale che salva insieme la capra delle esigenze politiche del PD e i cavoli del disagio cattolico contro le unioni gay, rispondiamo – ancora in napoletano, che questa volta non c’è bisogno di tradurre – che «’cca nisciuno è fesso». A meno che qualcuno – tra gli oppositori, veri o presunti, del «matrimonio» omosessuale – non preferisca passare per fesso per non assumersi le sue responsabilità.

sabato 4 gennaio 2014

UCCR - Unione Cristiani Cattolici Razionali - libertà religiosa

LIBERTA' RELIGIOSA. Un giudice federale di New York ha emesso la prima ingiunzione permanente contro l'obbligo dei datori di lavoro a pagare ai dipendenti piani assicurativi che includano coperture per aborto e contraccezione (come prevede l'Obamacare, la riforma sanitaria voluta da Obama). E' una «violazione forzata della coscienza» e non merita «tutela costituzionale», si legge nella sentenza. http://www.ewtnnews.com/catholic-news/US.php?id=9031

La strategia orwelliana dell'Unar di Gianfranco Amato, 4.1.2014, www.lanuovabq.it

04-01-2014
La strategia orwelliana dell'Unar di Gianfranco Amato

Dopo la pubblicazione delle Linee Guida per i giornalisti italiani in materia di omofobia e transfobia, e le polemiche seguite, e i programmi di indottrinamento all’ideologia gender in diverse scuole italiane, per capire meglio la prospettiva verso cui ci stiamo avviando vogliamo riprendere in mano il documento che è all’origine di questa “rivoluzione”, la cui drammatica pericolosità noi avevamo già denunciato al momento della pubblicazione da parte dell’UNAR (Ufficio Nazionale anti discriminazioni razziali) e del Dipartimento delle Pari Opportunità sotto la gestione Fornero (governo Monti). Si tratta della Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015).
Già l’incipit del documento è inquietante: «Per promuovere efficacemente» le misure del piano strategico proposte anche a livello locale «risulta utile coinvolgere le reti di prossimità quali, ad esempio, i centri regionali antidiscriminazione, i nodi provinciali, le antenne UNAR e le altre strutture messe in campo dagli organismi del decentramento amministrativo (circoscrizioni, municipi, etc), con l’obiettivo di intercettare e raggiungere in modo capillare» le sacche di discriminazione omofoba presenti nel nostro Paese. Uno strumento importante, di cui si parla nel documento, è la RE.A.DY, ovvero la Rete nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere.
Ma un leggero brivido scorre lungo la schiena quando viene spiegata l’esistenza dell’OSCAD, « uno strumento operativo, composto da rappresentanti della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, istituito il 2 settembre 2010, nell’ambito della Direzione Centrale della Polizia Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, per prevenire e contrastare gli atti discriminatori che costituiscono reato e per rimuovere i “residui” di pregiudizio che, in alcuni casi, permangono ancora nell’ambito dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza rispetto alle differenze, sia verso l’“esterno” sia all’“interno”». Si precisa anche che «l’OSCAD mira ad agevolare (sic!) le denunce di atti discriminatori che costituiscono reato, anche in considerazione dell’appartenenza delle vittime a categorie sociali particolarmente vulnerabili», e «a tal fine, è stato attivato un indirizzo di posta elettronica dedicato (oscad@dcpc.interno.it) cui possono essere inviate, anche in forma anonima, segnalazioni di atti discriminatori».
Tutta la vicenda comincia ad assumere sempre più un vago e sinistro sapore orwelliano.
Non rasserena il fatto che la Strategia Nazionale venga presentata come un obbligo imposto dal Consiglio d’Europa, soprattutto quando nello stesso documento si evidenzia come particolarmente significativo «il fatto che non possa essere invocato nessun valore culturale, tradizionale o religioso, né qualsivoglia precetto derivante da una “cultura dominante” per giustificare il discorso dell’odio o qualsiasi altra forma di discriminazione, ivi comprese quelle fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere». Et voilà, la Chiesa cattolica è servita.
Il punto interessante resta il fatto che l’intera Strategia poggi su un dato ritenuto fondamentale ed incontrovertibile: esiste nel nostro Paese una grave e allarmante emergenza omofobia. Peccato che l’assunto venga repentinamente smentito dallo stesso UNAR con tre dati. Il primo è tratto da una ricerca ufficiale elaborata dall’ISTAT nel 2012 (“La popolazione omosessuale in Italia” elaborata dall’Istat presentata presso la Camera dei Deputati il 17 maggio 2012, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia). Si tratta della prima indagine sulla materia su scala nazionale, finanziata dal Dipartimento per le Pari Opportunità, dalla quale risulterebbe, tra l’altro, che «il 60% della popolazione italiana ritiene accettabile una relazione tra due uomini o tra due donne». Alla faccia dell’omofobia! Il secondo dato scaturisce dall’affermazione secondo cui «le indagini sociologiche degli ultimi anni mostrano una tendenziale accettazione, sempre maggiore, tra i giovani dei comportamenti omosessuali». Quindi, anche in questo caso, niente omofobia.
Il terzo dato che mina le fondamenta di tutta la Strategia è costituito dall’incontrovertibile circostanza che l’UNAR è costretto obtorto collo ad ammettere: «Non risultano, al momento, casi accertati di discriminazione per l’accesso all’alloggio, nel lavoro pubblico o privato». Per i solerti redattori della Strategia quest’ultimo dato non è la prova dell’inesistenza di forme di discriminazione. Anzi, è la prova principe, semmai, del contrario: «Questa assenza di dati prova, infatti, la ritrosia che hanno, in primo luogo, le vittime», ed è evidente, quindi, la necessità di efficaci ed esemplari azioni investigative e repressive. Anche all’UNAR tengono famiglia, per cui in qualche modo devono giustificare il motivo per cui soldi pubblici vengono spesi per mantenere in vita quell’Ufficio. Sta di fatto che non potendosi registrare neppure un singolo caso di discriminazione nel campo dell’«accesso all’alloggio, nel lavoro pubblico o privato», la si deve necessariamente presumere e far assurgere a fenomeno talmente diffuso ed allarmante da imporre misure drastiche! Il trucco è vecchio come il mondo: quando la realtà non corrisponde ai desiderata del potere, basta manipolarla. E così un fenomeno che non esiste nella statistica diventa improvvisamente un’emergenza nazionale. Roba da far imbarazzare – si parva licet – persino il Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda di quel malefico genio della manipolazione che fu il dottor Joseph Goebbels.
Ma torniamo alla Strategia Nazionale dell’UNAR. L’azione di repressione delle (ancora statisticamente inesistenti) forme diffuse di discriminazione nei confronti degli LGBT, dovrebbe articolarsi secondo quattro “assi”: (I) Educazione e Istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e Carcere, (IV) Comunicazione e Media.
Cominciamo dal primo asse. Qui la Strategia è rivolta «a diffondere la teoria del gender nelle scuole, attraverso anche iniziative volte ad offrire ad alunni e docenti, ai fini dell’elaborazione del processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere». Vengono previsti all’uopo, specifici programmi scolastici, corsi di formazione, materiale didattico, et similia. Si prevede pure di «ampliare le conoscenze e le competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT», di «garantire un ambiente scolastico sicuro e gay friendly», di «favorire l’empowerment delle persone LGBT nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni», nonché di «contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari, superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali». Per fare tutto ciò occorre, in particolare, promuovere la «valorizzazione dell’expertise delle associazioni LGBT », il «coinvolgimento degli Uffici scolastici regionali e provinciali sul diversity management per i docenti»; la «predisposizione della modulistica scolastica amministrativa e didattica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari, costituite anche da genitori omosessuali» (genitore 1 e genitore 2); l’«accreditamento delle associazioni LGBT, presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, in qualità di enti di formazione»; l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche LGBT e sulle nuove realtà familiari, di laboratori di lettura e di un glossario dei termini LGBT che consenta un uso appropriato del linguaggio»; la «realizzazione di percorsi innovativi di formazione e di aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con un particolare focus sul tema LGBT sullo sviluppo dell’identità sessuale nell’adolescente, sull’educazione affettivo-sessuale, sulla conoscenza delle nuove realtà familiari», formazione che «dovrà essere rivolta non solo al corpo docente e agli studenti (con riconoscimento per entrambi di crediti formativi) ma anche a tutto il personale non docente della scuola (personale amministrativo, bidelli, etc)».
Veniamo ora al secondo asse della Strategia. Sul settore del lavoro il documento precisa che «le principali criticità riguardano la discriminazione nell’accesso al lavoro, il mobbing, il demansionamento, il blocco nella progressione di carriera, le discriminazioni multiple». Salvo poi precisare che, comunque, «non esistono dati o indagini per quanto riguarda le promozioni o progressioni di carriera ed i licenziamenti in riferimento alla comunità LGBT». Vale quanto già detto in tema di manipolazione della realtà. La vera criticità che però, onestamente, l’UNAR intende evidenziare in materia è quella derivante «dal mancato riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto o del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Italia». E allora bastava dirlo subito senza scomodare inesistenti forme di discriminazione in ambito lavorativo: «vogliamo il matrimonio omosessuale». Sarebbe stato più franco, diretto ed intellettualmente onesto. Del tutto risibile appare, poi, l’affermazione secondo cui «la comunità gay e lesbica in ambito lavorativo ha difficoltà nel coming out per timore di ripercussioni e ritorsioni sulle possibilità di accesso al lavoro e di carriera, a causa del pregiudizio persistente e alla scarsa informazione sulla tematica dei datori di lavoro e dei livelli dirigenziali». Siamo al comico involontario. Non solo il coming out oggi sta diventando, purtroppo, sempre più trendy, ma consente anche fulminanti carriere. Vedi il caso Barilla e il guru gay David Mixner. Il documento continua attraverso i consueti sproloqui sull’«importanza delle pratiche di diversity management», che «favorisce l’attivazione dei talenti e incrementa la produttivita aziendale», e sul cosiddetto «business inclusivo» (qualcuno sa di cosa si tratti?).
Seguono i consueti corsi di  informazione per «sensibilizzare i datori di lavoro, le figure dirigenziali, i lavoratori e le lavoratrici, le associazioni di categoria sulle tematiche LGBT», necessità della «creazione di network LGBT all’interno delle aziende e istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore LGBT», di «appositi fondi strutturali europei», di «benefit specifici per le persone LGBT, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali», nonché «la certificazione delle aziende gay friendly e l’istituzione del primo indice italiano (Equality Index) che misuri l’uguaglianza-inclusione come rispetto delle persone LGBT nelle imprese operanti in Italia». Non può mancare la solita opera rieducatrice. E allora ecco corsi «di sensibilizzazione e formazione per i dipendenti e per tutti i livelli di management, che aiutano a costruire programmi di mentoring e a migliorare i propri percorsi professionali», «iniziative specifiche di formazione professionale per transessuali e transgender», «pubblicazioni informative rivolte ai datori di lavoro». Non possono neppure mancare, ovviamente, le agevolazioni. E allora ecco le «borse lavoro, voucher o carte di credito di formazione per persone LGBT», le «azioni positive per imprenditoria giovanile LGBT», e la «promozione dell’accesso al credito agevolato e alla formazione per imprese cooperative per i giovani gay delle Regioni del Sud». Poiché non appare chiaro come possa accertarsi il requisito di omosessualità e transessualità richiesto per le agevolazioni ed i sussidi, è facile presumere una formidabile impennata di giovani gay nel Mezzogiorno del nostro Paese. Del resto lo sosteneva già l’imperatore Tito Flavio Vespasiano venti secoli fa: pecunia non olet!
Veniamo al terzo asse della Strategia. Qui l’azione informativa-formativa è rivolta al «personale della Procura della Repubblica e della Polizia di Stato». Si sentiva proprio la mancanza del questurino gay friendly. Non può restare esente dall’opera rieducatrice anche il personale della polizia penitenziaria. Quanto la Strategia sia lontana anni luce dalla realtà, lo dimostra la pretesa di realizzare appositi reparti separati per la comunità LGBT. Evidentemente i redattori del documento non hanno la più pallida idea delle condizioni vergognose e disumane in cui versano le patrie galere, ma soprattutto dell’endemica carenza di fondi e strutture, a causa della quale lo Stato arriva a trattare gli uomini da animali, costringendoli a stare rinchiusi come sardine in uno spazio di pochi metri quadrati. I giovanissimi, poi, non vengono lasciati in pace neppure in carcere: per loro sono infatti previsti «programmi di educazione alla affettività e alla sessualità».
Da notare anche l’iniziativa di «promuovere nelle carceri l’istituzione di sportelli di ascolto dedicati alle persone LGBT». Per tutti gli altri disgraziati eterosessuali le orecchie restano tappate. Interessante anche il fatto che vengano previsti «interventi per favorire l’integrazione delle detenute transessuali anche attraverso attività di sostegno per il miglioramento della qualità della loro vita in carcere attraverso, ad esempio, gruppi di supporto e laboratori teatrali». Per tutti gli altri, pare di capire, niente supporto e niente teatro. Ce n’è anche per il dopo pena. Sono, infatti, previsti per le persone trans «interventi di sostegno e accompagnamento per l’accesso al lavoro una volta conclusa la pena, nonché programmi di supporto, favorendo anche i percorsi di fine pena o di misure alternative al carcere quali gli affidi». Gli altri si arrangino. Siamo all’eterogenesi dei fini: l’intenzione di combattere ed eliminare la discriminazione determinerà, di fatto, una discriminazione in carcere tra detenuti di serie A (gli LGBT) e quelli di serie B (eterosessuali).
E veniamo al quarto ed ultimo asse della Strategia. Il documento sul punto è assai chiaro: «l’identificazione dell’omosessualità con una malattia dalla quale si può essere curati o “salvati” appare come uno stigma tuttora di forte presa sull’opinione pubblica», anche se «il lavoro fatto da alcune fiction e d’altri prodotti di narrazione ha contribuito a porre l’attenzione su un modello di persona LGBT priva di impronte denigratorie». Sarebbe stato più onesto affermare che «fiction e altri prodotti di narrazione» stanno in realtà perpetrando una spudorata campagna di promozione dell’ideologia del gender. Ma evidentemente ai redattori del documento quella campagna non appare ancora sufficiente visto che prevedono espressamente «l’incentivazione della produzione e rappresentazione delle tematiche LGBT nel sistema televisivo, cinematografico e teatrale, anche mediante il coinvolgimento di testimonial, al fine di raggiungere un pubblico eterogeneo per fasce di età, aree territoriali e grado di istruzione».
Alcuni passaggi del documento appaiono, poi, come avvertimenti poco rasseneranti: «l’ampiezza e l’estrema novità del panorama, unita all’assenza di una legislazione adeguata, fa si che il mondo virtuale sia il terreno ed il veicolo più fertile per messaggi e propagande di tipo omofobico e transfobico». Siti e giornali cattolici online sono avvisati. Ancora più preoccupante è l’intenzione di «prevenire e contrastare la diffusione di stereotipi che alimentano, anche attraverso la rete Internet, il cd. “discorso dell’odio” nei confronti di persone LGBT». Se “discorso dell’odio” è la traduzione letterale dell’“hate speech” britannico, allora ne vedremo delle belle. Sarà infatti vietato opporsi al matrimonio tra persone dello stesso sesso, o alla possibilità di adozione di minori da parte di coppie omosessuali; non si potrà sostenere che l’omosessualità rappresenta una «grave depravazione», citando le Sacre Scritture della religione cristiana (Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), o che gli atti compiuti dagli omosessuali sono «intrinsecamente disordinati», e «contrari alla legge naturale», poiché «precludono all’atto sessuale il dono della vita e non costituiscono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» (art. 2357 Catechismo cattolico). Né si potrà ritenere che omosessualità e transessualità appartengono oggettivamente alla sfera etico-morale, e possono quindi essere sottoposte ad un giudizio di riprovazione.
Anche per i giornalisti la Strategia prevede il consueto percorso rieducativo: «realizzazione di percorsi formativi nelle scuole di giornalismo in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, con particolare riguardo alla categoria transessuali/transgender»; «promozione di un premio giornalistico in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, per i migliori articoli sulle tematiche LGBT, con particolare riguardo alla categoria transessuali/transgender».
Tutto si conclude con l’idea di «organizzare, a livello locale e nazionale, eventi in occasione delle giornate celebrative: Giornata Internazionale contro l’omofobia e la transfobia (17 maggio), Coming Out Day (11 Ottobre) e T-Dor, Transgender Day of Remembrance (20 novembre), nonché di «integrare le tematiche LGBT nell’ambito delle celebrazioni di altre Giornate dedicate ai temi della memoria e del contrasto ad ogni discriminazione, quali il Giorno della Memoria (27 gennaio), la Giornata Internazionale della Donna (8 marzo), la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le Donne (25 novembre), la Giornata Mondiale contro l’AIDS (1 Dicembre), la Giornata Mondiale dei Diritti Umani (10 dicembre)».
A questo punto una domanda si impone: non è che il nostro Paese sta assomigliando sempre di più all’Oceania di Orwell, con un nuovo Socing, una nuova Thought Police, e un nuovo Grande Fratello?

venerdì 3 gennaio 2014

03-01-2014 I pericoli per la famiglia dall'ideologia gender, www.lanuovabq.it

Carissimi in Cristo Signore! Sorelle e Fratelli!

Ogni anno nell'ottava della Natività viviamo la domenica della Santa Famiglia. Rivolgiamo i nostri pensieri alle famiglie e facciamo una riflessione sulla situazione della famiglia moderna. Il Vangelo di oggi mostra come la famiglia di Nazareth abbia cercato di leggere e di adempiere la volontà di Dio in situazioni difficili. Questo atteggiamento è diventato per lei fonte di nuova forza. È per noi un indizio importante che ancora oggi l'obbedienza a Dio e alla sua volontà è una garanzia di felicità in famiglia.
Il beato Giovanni Paolo II, del quale si prepara la canonizzazione, ricorda che la verità sul
matrimonio "trascende la volontà degli individui, i progetti spontanei delle coppie, le decisioni degli
organismi sociali e governativi" [1]. La verità va cercata in Dio, perché "Dio stesso è l'autore del
matrimonio" (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 48; Paolo VI, Humanae vitae, 8). Dio ha creato
l'uomo maschio e femmina, rendendoli un dono reciproco imprescindibile. Ha poggiato la famiglia
sul fondamento del matrimonio indivisibile ed esclusivo. Ha deciso che proprio una tale famiglia
sarà l'ambiente giusto per lo sviluppo dei bambini, fornirà loro la vita e garantirà lo sviluppo
materiale e spirituale.
La visione cristiana rivela il più profondo ed interiore significato del matrimonio e della famiglia.
Rifiutare questa visione porta inevitabilmente alla distribuzione delle famiglie e al disastro umano [2].
Come mostrato nella storia dell'umanità, il disprezzo del Creatore è sempre pericoloso e minaccia il
futuro felice dell'uomo e del mondo. Il disprezzo della volontà di Dio nella famiglia porta ad un
indebolimento dei legami tra i suoi membri, alla formazione di varie patologie nelle case, dalla piaga
del divorzio fino al cosiddetto "libero" scambio praticato fin dalla giovinezza, spesso con il tacito
consenso o l'approvazione dei genitori. Ciò si traduce in una mancanza di apertura della coppia al
dono della vita, il cui frutto sono effetti demografici negativi. Con preoccupazione osserviamo la
crescente accettazione sociale di questi fenomeni.
È comprensibile, quindi, che deve risvegliare la nostra massima preoccupazione anche il tentativo di
cambiare il concetto di matrimonio e di famiglia, imposto oggi soprattutto dai sostenitori
dell'ideologia di genere e pubblicizzato dai media. In considerazione dei crescenti attacchi contro i
diversi settori della vita familiare e sociale, ci sentiamo in dovere da una parte di difendere
fermamente e inequivocabilmente il matrimonio e la famiglia, e i valori fondamentali che la tutelano;
dall'altra di mettere in guardia contro i pericoli del promuovere questa nuova visione.
Incontriamo atteggiamenti diversi nei confronti delle attività svolte dai seguaci dell'ideologia di
genere. La stragrande maggioranza non sa cosa questa ideologia, quindi non percepisce alcun
pericolo. Un piccolo gruppo di persone - in particolare insegnanti, genitori ed educatori, compresi i
catechisti e gli operatori pastorali – tentano di cercare modi costruttivi di prevenzione. Infine ci sono
quelli che, vedendo l'assurdità di questa ideologia, ritengono che i polacchi debbano rifiutare
un'offerta di visioni utopiche. Nel frattempo, l'ideologia di genere, all'oscuro e senza il consenso della
società polacca, da diversi mesi è entrata nelle varie strutture della vita sociale: educazione, salute,
attività di istituzioni culturali ed educative e ONG. I contenuti dei media si concentrano
principalmente sulla promozione della parità e la prevenzione della violenza, ignorando gli effetti di
vasta portata di questa ideologia pericolosa.
1. Cos'è l'ideologia del genere e perché è così pericolosa?
L'ideologia di genere è il risultato di decenni di trasformazione ideologica e culturale, saldamente
radicata nel marxismo e nel neo-marxismo, promossa dal movimento femminista sempre più radicale
e dalla rivoluzione sessuale iniziata nel 1968. Essa promuove principi totalmente contrari alla realtà e
alla tradizionale comprensione della natura umana. Egli dice che il sesso biologico è puramente
culturale, che nel tempo si può scegliere, e che la famiglia tradizionale è fardello sociale obsoleto.
Secondo l'ideologia di genere l'omosessualità è innata, e i gay e le lesbiche hanno il diritto creare
coppie che saranno il fondamento di un nuovo tipo di famiglia, e anche di adottare e crescere figli. I
promotori di questa ideologia sostengono che ogni persona ha diritti riproduttivi, compreso il diritto
di modificare il sesso, la fecondazione in vitro, la contraccezione e persino l'aborto.
L'ideologia di genere, nella sua forma più radicale, considera il sesso biologico come una sorta di
violenza contro la natura umana. Secondo questa ideologia, "l'uomo è imprigionato nel sesso" e
dovrebbe liberarsi. Negando il sesso biologico, l'uomo guadagna "la vera libertà senza restrizioni", e
può scegliere il sesso culturale, che si rivela solo nel comportamento esterno. L'uomo ha inoltre il
diritto naturale di cambiare le scelte entro i cinque sessi, quali quello gay, lesbico, bisessuale,
transessuale ed eterosessuale.
Il rischio di ideologia di genere deriva essenzialmente dalla natura profondamente distruttiva sia
contro la persona che contro le relazioni interpersonali, e quindi tutta la vita sociale. Un uomo privo
di identità di genere perde il senso della sua esistenza, non è in grado di scoprire e svolgere i compiti
che incontra nel suo sviluppo personale, familiare e sociale, nonché i compiti relativi alla
procreazione.
2. In quali settori è stata introdotta l'ideologia di genere?
L'ideologia di genere viene introdotto in Polonia in vari settori della vita sociale. In primo luogo
attraverso la legislazione. Vengono creati documenti che apparentemente servono per proteggere la
sicurezza e il benessere dei cittadini, ma che hanno un contenuto fortemente distruttivo. Ad esempio,
la Convenzione del Consiglio d'Europa contro la Violenza nei confronti delle Donne che, pur
essendo dedicata all'importante questione della violenza contro le donne, promuove invece i
cosiddetti "ruoli sessuali non stereotipati" e interferisce profondamente con il sistema educativo
richiedendo il dovere di promuovere l'omosessualità e la transessualità. Nell'ultima parte dell'anno è
stato creato un nuovo progetto sull'uguaglianza che amplia il catalogo della non discriminazione
comprendendo la "identità ed espressione sessuale". L'approvazione di questo progetto riduce la
libertà di parola e la capacità di esprimere opinioni religiose. Chiunque in futuro oserà criticare
propaganda omosessualista sarà esposto a conseguenze penali. Questa è anche una minaccia per i
funzionamento dei media cattolici, e comporta la necessità di auto-censurarsi.
Nell'aprile 2013 sono state pubblicate le norme dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in
materia di educazione sessuale, che conducono ad una profonda depravazione di bambini e
adolescenti. Essi promuovono, tra l'altro, la masturbazione per bambini in età prescolare e la scoperta
della gioia e del piacere che provengono dal toccare sia il proprio corpo che il corpo dei loro
coetanei. Gli elementi di questi standard sono sono attualmente in fase di attuazione – lo ripetiamo:
per lo più senza la consapevolezza ed il consenso dei genitori - come progetto sull'uguaglianza nella
scuola materna, co-finanziato dall'Unione Europea. Le autrici di "Uguaglianza nella scuola materna"
propongono, tra le altre cose, che i ragazzi giochino vestendosi come ragazze e viceversa, e che il resto
dei bambini debba indovinare chi sono e spiegare perché. Questo progetto comprende molte altre
controverse proposte simile.
Tali norme sono promosse in laboratori per insegnanti ed educatori, progetti nelle scuole, istituti
scolastici e università. In molte università in Polonia, quasi all'improvviso, sono nati corsi di studio
sul genere (gender studies). Si addestrato loro nuovi propagandisti di questa ideologia e si proclama
che la famiglia è già obsoleta, e non importa se il bambino viene cresciuto da gay e lesbiche, perché
anche in tali strutture è ugualmente felice, si sviluppa altrettanto bene che un bambino cresciuto in
una famiglia tradizionale. Si tace, tuttavia, sulle ricerche i cui risultati indicano conseguenze negative
o addirittura tragiche per le vite delle persone che crescono in questo tipo di ambienti: tendenze
suicidarie, problemi di identità, depressione, abusi o molestie sessuali.
L'ideologia di genere raggiunge anche il settore della cultura. Secondo le indicazioni dei suoi ideologi,
nel contenuto di film, serie TV, giochi, spettacoli televisivi e mostre sono usati – con l'aiuto di nuove
tecniche di manipolazione - personaggi e immagini che servono a modificare la consapevolezza
sociale e la indirizzano verso l'adozione dell'ideologia di genere.
Nel campo della medicina, invece, sono presenti attività che promuovono il diritto all'aborto, alla
contraccezione, alla fecondazione in vitro, alla riassegnazione di sesso mediante la chirurgia e la
terapia ormonale, così come la graduale introduzione di un "diritto" all'eutanasia e dell'eugenetica,
cioè la possibilità di eliminare i malati, i deboli, i portatori di handicap che - secondo ideologi di
genere - sono "difettosi". Ne consegue che l'uomo non conta più nulla, e il movente occulto è, in
ultima analisi, il vantaggio economico.
Molto abilmente si tace il fatto che lo scopo dell'educazione di genere è l'erotizzazione dei bambini e
degli adolescenti. Suscitare la sessualità fin dalla tenera età porta, in verità, alla dipendenza nella sfera
sessuale, e nell'età matura alla schiavitù umana. La culture dell'uso dell'altra persona per soddisfare le
proprie esigenze conduce alla degradazione dell'uomo, del matrimonio, della famiglia e, di
conseguenza, di tutta la vita sociale. A seguito di tale formazione condotta dagli educatori sessuali dei
giovani, il giovane diventa un cliente abituale di aziende farmaceutiche, erotiche, pornografiche,
pedofile e abortiste. Inoltre la schiavitù sessuale spesso è associata ad altre dipendenze (alcolismo,
tossicodipendenza, gioco d'azzardo) e al danno fatto a se stesso e gli altri (pedofilia, stupro, violenza
sessuale). Tale educazione è niente di meno che lo smantellamento della famiglia. Questa depravata
opera di sessuali, fondata sulla manipolazione, è possibile perché la maggioranza dei genitori,
educatori e insegnanti non ha mai sentito nulla in merito alle attività di questi gruppi, né ha mai
visto il materiale didattico da essi usato.
3. Cosa fare contro l'ideologia del genere?
Di fronte all'ideologia di genere è estremamente importante aumentare la consapevolezza delle
minacce che da esso scaturiscono, e ricordare i diritti fondamentali e inalienabili della famiglia,
adottate, tra l'altro, 30 anni fa dalla Santa Sede nella Carta dei Diritti della Famiglia. È necessario
intervenire per ricollocare il matrimonio e la famiglia nella giusta collocazione, consentire ai genitori
di esercitare il loro diritto di educare i figli in conformità con le proprie convinzioni e valori, fornire
ai bambini l'opportunità di uno sviluppo integrale a casa e a scuola, e consentire ai rappresentanti
della scienza la ricerca e la diffusione dei dati scientifici senza pressioni ideologiche.
La chiesa, che vigila permanentemente su ogni essere umano, non solo ha il diritto ma anche il
dovere di difendere i diritti naturali di Dio nella società. Quindi non può tacere contro i tentativi di
propagare una ideologia che distrugge l'antropologia cristiana e la sostituisce con le sue utopie
profondamente distruttive, che distruggono non solo l'individuo, ma anche tutta la società. Né
possono restare inattivi i cristiani impegnati in politica.
Rivolgiamo, quindi, un appello urgente ai rappresentanti dei movimenti religiosi e delle associazioni
ecclesiali di intraprendere con coraggio azioni che serviranno a diffondere la verità sul matrimonio e
sulla famiglia. Oggi più che mai c'è bisogno di educare gli ambienti che si occupano di educazione. È
necessario educare i genitori, gli insegnanti, i responsabili della scuola polacca sul grande pericolo che
va di pari passo con l'ideologia di genere. Bisogna fare queste cose soprattutto perché non si dice
direttamente ai genitori che questa ideologia è già inserita nella scuola che il suo contenuto è rivestito
di forme divertenti, apparentemente innocue e interessanti.
Ci appelliamo anche alle istituzioni responsabili della formazione polacca di non cedere alle pressioni
di pochi, ma molto rumorosi, ambienti che dispongono di risorse finanziarie non indifferenti e che,
in nome dell'educazione moderna, effettuano esperimenti su bambini e giovani. Invitiamo le
istituzioni educative ad impegnarsi nella promozione di una visione integrale dell'uomo.
A tutti i credenti chiediamo fervente preghiera per i matrimoni, le famiglie e per i bambini che in
esse crescono. Chiediamo allo Spirito Santo che ci dia continuamente luce per capire e riconoscere i
pericoli e le minacce che pesano sulla famiglia oggi. Preghiamo anche per il coraggio di essere persone
di fede e valorosi difensori della verità. In questo lavoro ci aiuti spiritualmente la Sacra Famiglia di
Nazareth, dove è cresciuto il Figlio di Dio - Gesù Cristo.
In questo spirito vi benediciamo.
Firmato dai pastori della Chiesa cattolica in Polonia
Testo per l'uso pastorale, in conformità con la decisione del vescovo diocesano, Festa della Santa
Famiglia, Domenica 29 Dicembre 2013.
Per la conformità:
+ Wojciech Polak
Segretario Generale della Conferenza Episcopale Polacca