mercoledì 26 agosto 2015

Il gender nella "Buona Scuola" c'è eccome, di Gianfranco Amato, 26-08-2015, la nuova bussola quotidiana

Esiste o no un riferimento al “gender” nella legge sulla cosiddetta “Buona Scuola”? Cerchiamo di rispondere a questa che pare essere la domanda del momento.
Il pericolo gender, in realtà, si annida nel sedicesimo comma dell’art. 1 della legge, che testualmente recita così: «Il piano triennale dell'offerta formativa assicura l'attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l'educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall'articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n.119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all'articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del  predetto decreto-legge n. 93 del 2013».
L’insidia sta in due punti di questa disposizione normativa: il termine «violenza di genere» e il richiamo all’art. 5 della Legge 119/2013, la cosiddetta “Legge sul femminicidio”. Vediamo attentamente come stanno le cose.
Violenza di genere

L’esperienza ha ampiamente dimostrato che è proprio attraverso questa espressione che vengono surrettiziamente introdotti nelle scuole i corsi sulla teoria gender. La “violenza di genere” è diventata quello che il Cardinal Angelo Bagnasco, con un’espressione efficacemente evocativa, ha lucidamente denunciato come un cavallo di Troia. Qualcuno sostiene che il Cardinale abbia preso lucciole per lanterne, ma non è così. Che non si tratti di un abbaglio del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana lo dimostra l’ordine del giorno n. 9/2994-B/5 approvato dalla Camera dei Deputati lo scorso 8 luglio. Con quel documento parlamentare, infatti, la Camera dei Deputati, dopo aver preso atto, nella premessa, del fatto che proprio il concetto di “violenza di genere” del citato comma 16, «ha comportato una serie di storture applicative, che sono andate ben al di là dell’istanza, da tutti condivisa, di prevenire la violenza di genere e le discriminazioni», ha impegnato il Governo «in sede di applicazione del comma 16 del provvedimento in esame, ad escludere ogni interpretazione che apra alle cosiddette “teorie del gender”». Per gli increduli ed i negazionisti facciamo presente che il citato ordine del giorno si trova pubblicato a pagina 87 dell’allegato “A” ai resoconti stenografici della Camera dei Deputati relativi alla seduta dell’8 luglio 2015.
La Legge sul Femminicidio

La seconda insidia sta nel richiamo espresso all’art.5 della cosiddetta “Legge sul femminicidio”, articolo che porta il titolo di “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. In pratica la legge sulla “Buona Scuola” dice che il piano triennale dell’offerta formativa deve «informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti  e  i  genitori sulle tematiche indicate nel Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere». Ma cosa prevede quel Piano d’azione espressamente richiamato nel sedicesimo comma dell’art.1? Al punto 5.2 (Educazione), il Piano recita testualmente così: «(…) Obiettivo prioritario deve essere quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazzi e ragazze, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale (…) sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti, sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica».
Identità di genere

Ora, chi pretende di trovare nella legge la parola inglese “gender” è destinato a rimanere inesorabilmente deluso. Per il semplice fatto che in Italia i documenti del governo e le leggi vengono redatte rigorosamente in lingua italiana. Nonostante l’ostentata anglofilia del Premier Renzi e la sua spiccata propensione per l’idioma di Shakespeare – in cui, però, è bravo negli scritti ma zoppicante in orale – oggi nel nostro Paese le leggi vengono ancora scritte con la lingua di Dante. La traduzione ufficiale della parola “gender” che il governo ed il legislatore utilizza è “identità di genere”.
Lo spiega bene, ad esempio, il documento governativo intitolato “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT”, redatto dall’U.N.A.R., Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, un ufficio del Dipartimento delle Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. A pagina 7, quel documento del Governo definisce l’identità di genere come «il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono un uomo, io sono una donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita».
Quel documento del governo specifica bene la differenza tra genere e sesso, precisando che mentre il sesso è costituito dalle «caratteristiche biologiche e anatomiche del maschio e della femmina, determinate dai cromosomi sessuali», il genere è, appunto, «la percezione soggettiva di appartenere ad una delle categorie sociali e culturali di uomo e donna, indipendentemente dal sesso anatomico».
Utile evidenziare anche quanto si leggeva all’art.1, lett. b), del testo unificato adottato come testo base il 9 luglio 2013 dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, recante norme in materia di discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere. Questo era il tenore letterale di quella disposizione: «Ai fini della legge penale si intende per “identità di genere” la percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico». Anche in questo caso, increduli e negazionisti possono trovare il testo a pagina 73 del Bollettino delle Giunte e delle Commissioni parlamentari del 9 luglio 2013.
In realtà è proprio l’erronea considerazione che uomo e donna siano semplici categorie sociali e culturali, unita all’idea che si possa scegliere di appartenere all’una o all’altra categoria indipendentemente dal sesso biologico, che sta alla base della teoria gender, così duramente ed aspramente condannata da Papa Francesco, al punto da essere stata da lui definita «uno sbaglio della mente umana che crea tanta confusione», il 21 aprile 2015 durante il suo incontro con i giovani di Napoli nel Lungomare Caracciolo.
All’Udienza Generale tenuta in Piazza San Pietro il 15 aprile 2015, il Santo Padre si è chiesto pubblicamente quanto segue: «Io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione».
Ed è proprio il tentativo odioso di indottrinamento di questa teoria nelle scuole che continua ad essere una costante preoccupazione di Papa Francesco, che non perde occasione per esprimere la sua dura denuncia a riguardo. Durante il discorso alla Delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia (BICE) tenuto l’11 aprile 2015, il Santo Padre ha affermato che «occorre sostenere il diritto dei genitori all’educazione dei propri figli, e rifiutare ogni tipo di sperimentazione educativa sui bambini e giovani, usati come cavie da laboratorio, in scuole che somigliano sempre di più a campi di rieducazione e che ricordano gli orrori della manipolazione educativa già vissuta nelle grandi dittature genocide del secolo XX, oggi sostitute dalla dittatura del “pensiero unico”».
Nel suo viaggio di ritorno dalle Filippine, il 19 gennaio 2015, Papa Francesco, rispondendo ad una domanda di Jan-Christoph Kitzler, giornalista della radio tedesca Ard, è tornato ancora una volta a parlare della teoria gender definendola «una colonizzazione ideologica» identica a quella praticata attraverso l’indottrinamento della «Gioventù Hitleriana» durante gli anni bui del regime nazionalsocialista del Terzo Reich. Queste le sue parole testuali pronunciate rievocando un ricordo personale: «Vent’anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica aveva chiesto un grosso prestito per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo grado di scuola. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender. (…) Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. (…) Perché dico “colonizzazione ideologica”? Perché prendono proprio il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e rafforzarsi, per mezzo dei bambini. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai “Balilla”, pensate alla Gioventù Hitleriana... Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza!».
Papa Francesco ha, inoltre, ben chiara quale sia l’attuale situazione delle scuole italiane riguardo all’indottrinamento gender. Lo ha dimostrato quando, nel discorso di apertura del convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, tenuto in Piazza San Pietro il 14 giugno 2015, ha pronunciato queste parole: «I nostri ragazzi, ragazzini, che cominciano a sentire queste idee strane, queste colonizzazioni ideologiche che avvelenano l’anima e la famiglia: si deve agire contro questo. Mi diceva, due settimane fa, una persona, un uomo molto cattolico, bravo, giovane, che i suoi ragazzini andavano in prima e seconda elementare e che la sera, lui e sua moglie tante volte dovevano “ri-catechizzare” i bambini, i ragazzi, per quello che riportavano da alcuni professori della scuola o per quello che dicevano i libri che davano lì. Queste colonizzazioni ideologiche, che fanno tanto male e distruggono una società, un Paese, una famiglia. E per questo abbiamo bisogno di una vera e propria rinascita morale e spirituale».
Abbiamo appreso che la Diocesi di Padova, con un proprio comunicato, ha rassicurato i fedeli sul fatto che la legge sulla cosiddetta “Buona Scuola” non contenga alcun riferimento al “gender”. Colpisce il fatto che questa affermazione non si sia basata su un’attenta analisi critica del testo normativo ma sulle rassicurazioni ottenute dagli esponenti del governo. Una Chiesa che non vaglia la realtà alla luce della fede e della ragione ma si affida alle rassicurazioni del potere civile, forse non è una Chiesa attenta agli ammonimenti del Vicario di Cristo. La Diocesi di Padova afferma, confidando sulle parole del governo, che nelle scuole non viene e non verrà mai introdotta alcuna teoria gender, mentre il Papa denuncia il fatto che già oggi genitori siano costretti a “ri-catechizzare” «i bambini, i ragazzi, per quello che riportano da alcuni professori della scuola o per quello che dicono i libri che danno lì». Uno dei due non ha l’esatta percezione di quello che sta accadendo. E noi non abbiamo alcun dubbio che, in questo caso, a sbagliare sia la Diocesi di Padova e non Papa Francesco.

giovedì 13 agosto 2015

13-08-2015 Poligamia gay - In Olanda sta cominciando di Tommaso Scandroglio, www.lanuonabq.it

In Olanda esiste la multigenitorialità gay o le plurifamiglie omosessuali. Si tratta di questo ed attenzione a non perdervi tra i legami di “parentela”. Jaco e Sjoerd sono una coppia di omosessuali maschi “sposati” tra loro. Hanno anche un altro amico omosessuale, Sean, che ha rapporti sessuali con loro. Jaco e Sjoerd vorrebbero sposare anche Sean ma purtroppo, loro dicono, la poligamia sia etero che omosessuale è vietata in Olanda: ”Jaco e io siamo sposati da otto anni. Purtroppo non possiamo sposare Sean, altrimenti lo avremmo già fatto in un batter d’occhio“. Ma proseguiamo. Daantje e Dewi sono una coppia lesbica. Anche loro sono “sposate”. I cinque si conoscono da anni. La coppia lesbica avrà un figlio tramite una sesta persona. Ora vogliono che questo figlio sia educato da tutti e cinque gli omosessuali. Dunque si sono recati dal notaio per sottoscrivere un regolare contratto di educazione multigenitoriale gay: “Cinque genitori con uguali diritti e doveri, divisi in due famiglie: queste sono le condizioni del contratto che tutti noi abbiamo firmato e sottoposto al notaio“.
Ma per i Paesi Bassi questo tipo di contratto non ha valore legale. Però dato che cinque teste gay pensano meglio di una etero, soprattutto quando è quella di un politico leguleio, le due “famiglie” hanno trovato la scappatoia. In Olanda c’è la possibilità che la madre biologica nomini, in sostituzione del padre biologico o del coniuge (anche gay), un altro genitore legale. E così Jaco è stato nominato genitore legale al posto di Dewi. “Abbiamo voluto fare in modo che ci fosse un genitore legale in entrambe le famiglie, perché divideremo anche l’educazione“, ha detto quest’ultima.
La vicenda olandese che pare presa di peso dal teatro dell’assurdo è in realtà molto educativa perché apre gli occhi sulla reale rivoluzione che il gender ha innescato nell’antropologia e nel tessuto familiare. Dietro tutto questo si nasconde una logica tanto demente quanto ferrea che, se accettata, non può che portare a legittimare la multi-omo-genitorialità. Primo: perché limitare il matrimonio a due persone se il cardine è l’affetto? Tre amici non si possono volere così bene da desiderare di sposarsi? Secondo: se due gay – così si sostiene – possono egregiamente tirare grande un pupo, perché devono essere presenti nella stessa famiglia? Terzo: se “famiglia” è anche quella composta da una coppia gay, perché famiglia non può essere anche quella composta da cinque gay? Quarto: se il figlio può venire al mondo con il concorso anche di quattro o cinque persone, tra madri e padri biologici, donne che danno l’utero ed altre che “donano” il dna mitocondriale, perché parimenti non può essere educato sempre da più persone? Più gente c’è meglio è, no? Lo ripetiamo: se fai tue le premesse non puoi che accogliere anche le conclusioni.
Queste quattro domande provocatorie possono coagularsi in un’unica riflessione. La storia made in Netherlands trova il suo cuore pulsante in una parola: “desiderio”. Il desiderio per sua natura si espande all’infinito. Se lo lasciate correre a briglie sciolte,  state pur certi che il desiderio non farà più ritorno a casa ma vi porterà lontano, molto lontano.
Ed infatti questa storia di genitori elevati alla “n” ha una dinamica centrifuga e al centro di questa omo-lavatrice c’è il desiderio. Un uomo desidera avere una relazione con un uomo. I due vogliono “sposarsi”. Questa coppia di “coniugi” conosce un terzo e avrebbero in animo di allargare la “famiglia”. I tre conoscono una coppia di lesbiche e desiderano allargare ancor di più la “famiglia”. La coppia lesbica anche lei vuole “sposarsi” e poi vuole un bambino. I cinque desiderano crescere tutti appassionatamente il pupo. E nessuno li ferma in questi loro propositi perché si pensa che siano desideri sacrosanti. Qualcuno all’opposto dice che vorrebbe vietare tutte queste cose. E no, questi tipi di desideri non devono essere assecondati. Liberals sì, ma fino ad un certo punto. Un punto ben piantato nel fondo della follia.

mercoledì 5 agosto 2015

Indottrinamento obbligatorio su linguaggi e categorie di pensiero, di Giovanni Lazzaretti, 24 luglio 2015, http://vanthuanobservatory.org/

Analizziamo insieme il DDL Fedeli sull'insegnamento Gender nelle scuole pubbliche

Vale la pena di analizzare il DDL Fedeli quando l’educazione di genere sembra ormai essersi infilata di straforo nel sistema scolastico, attraverso il voto di fiducia sulla cosiddetta “Buona Scuola”? Vale certamente la pena di analizzarlo.
Esaminiamolo dando innanzitutto il titolo esatto: “Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università”.
Porta la firma di Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato; i firmatari sono in tutto 40: 35 senatori del PD, 1 dei “Conservatori, Riformisti Italiani”, 1 del PSI-Autonomie, 1 del gruppo Misto-SEL, 2 del gruppo Misto.
Rileviamo fin dal titolo che si rivolge al sistema nazionale di istruzione e alle università: quindi tutte le scuole, anche le materne, anche le scuole paritarie, anche le scuole paritarie cattoliche, anche le università dove si formano i futuri formatori. Punta alle attività e ai materiali didattici: non quindi i classici “corsi opzionali”, ma un inserimento nel cuore della formazione curriculare.
Una premessa e sei articoli
Il DDL Fedeli è costituito da una lunga premessa di presentazione e da 6 articoli.
Art. 1 - Introduzione dell’insegnamento dell’educazione di genere
Si parte nella maniera classica «per la realizzazione dei princìpi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà sociale contemporanea».
Al comma 2 si dà il primo “colpetto”: «promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza». La corporeità sessuata come superficie neutra comincia a prendere consistenza.
Art. 2 - Linee guida dell’insegnamento dell’educazione di genere
Il sesso, citato all’art.1, sparisce. La citazione infatti serviva solo a “far credere” che si parlasse dei due sessi. Da qui in poi il sesso scompare (nei titoli non compare nemmeno) e si parla solo di genere. I numeri parlano da soli: il sesso compare 3 volte nella premessa (+ altre 5 volte in connotazione negativa: “sessismo” e simili) e 2 volte negli articoli del DDL; il genere compare 30 volte nella premessa, 4 volte nei titoli, 8 volte negli articoli.
La “parità dei sessi” è quindi il cavallo di Troia per far entrare il gender nelle scuole. I richiami continui alle linee europee (12 volte è citata l’Europa nella premessa) non lasciano dubbi in proposito.
Da adesso si parla di «linee guida dell’insegnamento dell’educazione di genere che forniscano indicazioni per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, tenuto conto del livello cognitivo degli alunni, i temi dell’uguaglianza, delle pari opportunità, della piena cittadinanza delle persone, delle differenze di genere, dei ruoli non stereotipati, della soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, della violenza contro le donne basata sul genere e del diritto all’integrità personale».
Art. 3 - Formazione e aggiornamento del personale docente e scolastico
«[…] corsi di formazione obbligatoria […] per il personale docente e scolastico». Indottrinamento gender obbligatorio: le organizzazioni che fanno questo tipo di corsi sono tutte di area LGBT.
Art. 4 - Università
«Le università provvedono a inserire nella propria offerta formativa corsi di studi di genere o a potenziare i corsi di studi di genere già esistenti, anche al fine di formare le competenze per l’insegnamento dell’educazione di genere di cui all’articolo 1».
Formare i formatori è l’ovvio corollario. Chi si occupa degli “studi di genere” sono solamente gli “ideologi del gender”, e saranno i padroni dell’Università in questo campo. Se non sei ideologizzato, come puoi occuparti di questi studi, che non tengono conto delle due cose basilari del sapere, ossia la realtà osservabile e la logica?
Art. 5 - Libri di testo e materiali didattici
«A decorrere dall’anno scolastico 2015/ 2016, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado adottano libri di testo e materiali didattici corredati dall’autodichiarazione delle case editrici che attestino il rispetto delle indicazioni contenute nel codice di autoregolamentazione «Pari opportunità nei libri di testo» (POLITE)».
Anche in questo testo il genere domina e il sesso sparisce: 14 volte “genere”, 1 volta “sessi” (ma è in una frase subordinata al concetto di “identità di genere”). Cavallo di Troia è la frase “culture e competenze di ambedue i generi”.
Art. 6 - Copertura finanziaria
La copertura finanziaria non viene assicurata con nuove tasse, ma con la «riduzione complessiva dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale, di cui all’allegato C-bis del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98».
Minori detrazioni significa nuove tasse, ma i nostri parlamentari sono abili a giocare con le parole.
I cavalli di Troia e il vocabolario gender
Nel DDL Fedeli i cavalli di Troia per introdurre l’ideologia gender ci sono tutti: Pari opportunità (12 volte), Differenze (11 volte), Discriminazione (3 volte), Violenza [contro le donne] (8 volte).
Non si parla di “omofobia” per un motivo molto semplice: il DDL Fedeli lavora in sinergia col DDL Scalfarotto sulla cosiddetta omofobia. Ad esempio il DDL Fedeli non definisce la “identità di genere”, ma dà per scontata la definizione del DDL Scalfarotto: «identità di genere: la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico».
Il vocabolario gender invade tutto il DDL Fedeli: Identità di genere (7 volte), Stereotipo, e varianti (18 volte), Decostruzione (2 volte), Sessismo, e varianti (5 volte), Ruoli stereotipati, ruoli non stereotipati (3 volte).
Sì, è un DDL molto pericoloso. Introduce dall’alto un linguaggio e una cultura che nelle scuole è già largamente presente, ma solo per “osmosi” attraverso la mentalità gender che gli insegnanti, come tutti, bevono da giornali e TV. Qui invece si passa all’indottrinamento obbligatorio su linguaggi e categorie di pensiero create da una piccola minoranza ideologizzata.
Giovanni Lazzaretti

mercoledì 29 luglio 2015

Psicologi contro il gender, 27 luglio 2015 - http://www.zenit.org/

Risposta di un gruppo di professionisti al presidente dell'Ordine degli Psicologi delle Marche, secondo cui "non esiste l'ideologia gender". Il primo firmatario Paolo Scapellato: "In corso un conflitto antropologico"


Roma, 27 Luglio 2015 (ZENIT.org) Federico Cenci 


Non solo genitori e insegnanti, contro il gender prende posizione anche il mondo della scienza. Un nutrito gruppo di psicologi marchigiani ha deciso di intervenire per districare con una luce scientifica l’oscura matassa dell’ideologia. Tutto ha avuto inizio poco dopo la manifestazione del 20 giugno in piazza San Giovanni, quando un milione di persone ha urlato il proprio disappunto nei confronti dell’indottrinamento ideologico degli alunni.

Vera e propria sollevazione popolare che, com’era prevedibile, ha scatenato polemiche. Nell’acceso dibattito si è lanciato anche il dott. Luca Pierucci, presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, che si è unito al coro dei detrattori. Usando un’argomentazione molto in voga in alcuni ambienti culturali - “Non esiste l’ideologia del gender” - Pierucci ha contestato quanti sono scesi in strada. E li ha ammoniti, a nome del suo Ordine, che “non si possano e non si debbano utilizzare e distorcere informazioni basate su ricerche e studi scientifici a fini propagandistici e confusivi”.

La scelta di cooptare i suoi colleghi, spiegando inoltre che l’Ordine “continuerà a promuovere iniziative sul tema (degli studi di genere, ndr) al fine di contrastare la disinformazione”, ha tuttavia suscitato una reazione da parte degli stessi. 18 professionisti delle Marche hanno redatto una nota in cui prendono le distanze dalle dichiarazioni del loro presidente.

Primo firmatario della nota, il dott. Paolo Scapellato, psicologo e psicoterapeuta maceratese e docente di Psicologia clinica presso l'Università Europea di Roma, intervistato da ZENIT fornisce una serie di precisazioni.

In primo luogo egli sottolinea che “tra i principi ben definiti da cui parte l'educazione gender ci sono alcuni principi che non sono tali, nel senso che non sono scientificamente condivisi dalla comunità degli psicologi”. Pertanto, rileva che "ci sono dubbi sulle modalità di lavoro” adottate nei corsi agli studi di genere che si propone di introdurre nelle scuole il decreto Fedeli, “e altri dubbi sul reale nesso causale tra questo tipo di educazione e la lotta all'omofobia e alle discriminazioni di genere”.

Sempre a proposito del decreto in questione, Scapellato ritiene che, “essendo stato un lavoro sotterraneo da parte delle associazioni Lgbt e del Governo, si è cercato di far passare la legge sfruttando la ‘distrazione’ dei politici e non sollevando troppo interesse da parte della società civile; questo tentativo però è sfumato e davanti alle sollevazioni popolari che ne sono conseguite la nuova linea guida è minimizzare, nella speranza che tutto torni sotto soglia e si possa continuare a lavorare nell'ombra”.

Scapellato spiega che con l’Associazione di Promozione Sociale Praxis, di cui è presidente, sono dieci anni che svolge corsi di educazione sessuale nelle scuole. Conosce quindi la realtà degli alunni e di qui nasce la sua convinzione che “questa educazione gender rischia di creare più confusione nei nostri figli di quella che già hanno”. Educazione gender che riverbera dagli “Standard per l’educazione sessuale in Europa” dell’ufficio europeo dell’Oms. Scapellato ritiene che dietro alcuni condivisibili fini dichiarati su questo documento, come la lotta alle discriminazioni e agli atteggiamenti cosiddetti omofobici, si intravedano “altri fini non dichiarati e preoccupanti”.

Lo psicologo maceratese ricorda che il principio alla base è “che non solo il ruolo di genere, cioè cosa un bambino deve fare in quanto maschio e una bambina in quanto femmina, ma anche l'identità di genere, cioè il sentirsi maschio o femmina, e l'orientamento sessuale sono identificazioni esclusivamente dovute alla cultura dominante”. Di qui l’asserzione secondo cui - ricorda Scapellato - “ci si sente maschi non perché biologicamente maschi, ma perché è la cultura che ti spinge a identificarti come maschio; ci si sente eterosessuali perché la cultura dominante ha fatto passare l'eterosessualità come norma sociale, senza che ci sia un fattore naturale a influire”.

Ne derivano le “azioni educative gender”, che Scapellato elenca brevemente: “Insegnare ai bambini già a sei anni che possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali; fargli conoscere ed esplorare tali orientamenti; compiere una frattura tra l'affettività e la sessualità; quest'ultima, progressivamente dai 4 anni in poi, deve essere riconosciuta in tutte le sue parti (conoscenza dei genitali propri e dell’altro sesso, modalità di rapporti, gravidanze indesiderate, contraccettivi, aborti, fecondazione assistita, malattie sessuali, ecc.)”.

Azioni che Scapellato contesta, giacché “come tutta la psicologia dello sviluppo ha sempre sostenuto, l'identificazione sessuale e l'orientamento sessuale sono processi talmente complessi e intimi che investono il bambino in tutte le sue istanze coscienti e inconsce”. Quindi “presentargli la sessualità come mero appagamento di un impulso erotico contingente è riduttivo e crea senz'altro maggiore confusione nella sua mente, soprattutto quando è l'adulto che attribuisce al bambino i propri significati sessuali che egli evidentemente ancora non comprende”.

Scapellato rammenta che “l'evoluzione sessuale del bambino dipende dall'evoluzione della sua intera personalità e quindi non può avere gli stessi tempi tra un bambino e l'altro”. L’aver messo tappe troppo “precoci e uguali” per tutte le età è un rischio laddove vi siano sensibilità ancora non pronte. “Ritengo - prosegue lo psicologo - che per combattere le discriminazioni sia necessario far conoscere meglio e insegnare a rispettare la bellezza delle differenze, non annullarle del tutto: per combattere l'omofobia non occorre un mondo omosessuale, per combattere la violenza sulle donne non occorre creare un essere neutro”.

Alla luce di queste verità scientifiche e della nota di cui è primo firmatario, Scapellato auspica un nuovo intervento “chiarificatore” del presidente Pierucci. “Ma penso che non arriverà, a meno che non decida di tornare a posizioni super-partes come dovrebbe essere nella natura del suo incarico”, aggiunge.

Il problema, secondo Scapellato, riguarda non solo il mondo della psicologia. Sta avvenendo un più ampio “conflitto antropologico” tra una visione “interazionista” tra natura e cultura e una visione “culturalista” dove si nega l’esistenza, o comunque l’importanza, di una natura data. Questa seconda posizione trova oggi maggior consenso e lo testimonia anche la recente sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha giudicato non più necessaria l’operazione chirurgica dell’apparato riproduttivo per la rettifica del sesso anagrafico sui documenti dello stato civile. “È una prova - commenta Scapellato - di come questa visione, denominata anche ‘pensiero unico’, abbia preso piede fin nelle strutture profonde della nostra società, avallate da alcuni gruppi politici che ne traggono consenso e voti a discapito del ‘bene comune’”.

(27 Luglio 2015) © Innovative Media Inc.

lunedì 27 luglio 2015

All'origine del gender. Quelle femministe senza sesso di Marco Respinti, 27-07-2015, http://www.lanuovabq.it/


All'origine dell'ideologia del gender Con buona pace della galassia Lgbt, la “teoria del gender” non solo esiste e fa danni, ma è documentabile, ha una storia e corre sulla bocca di certi profeti. O di certe profetesse, come la scrittrice francese Monique Wittig (1935-2003), scomparsa 80 anni fa il 13 luglio. Nella Sorbona occupata dalla contestazione del maggio 1968 fu tra le animatrici del crogiuolo da cui sorgerà il Mouvement de Libération des Femmes, un’organizzazione-ombrello che, mescolando marxismo, psicoanalisi ed ecologismo, federò il radicalismo femminista in nome del diritto alla contraccezione e all’aborto. Erano gli anni della “seconda ondata” femminista, che si caratterizzò per la forte sessualizzazione della “liberazione delle donne”. 

La prima, infatti, a cavallo tra Ottocento e Novecento, era stata quella delle suffragette che puntavano tutto sull’ottenimento del diritto di voto, e le cui leader statunitensi, da Elizabeth Cady Stanton (1815-1902) a Susan B. Anthony (1820-1906), erano rigorosamente antiabortiste. La terza, invece, sorta negli anni 1990, incarna la fase postmoderna, infeudatasi subito all’offensiva Lgbt e quindi corifea della “teoria di genere”. Nel passaggio dalla seconda alla terza ondata, il femminismo lesbico della Wittig, che faceva coppia fissa con la regista newyorkese Sande Zeig, è stato assolutamente strategico. Trasferitasi negli Stati Uniti nel 1976, dottore di ricerca all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi nel 1986, la Wittig insegna per anni in diversi atenei nordamericani e nel 1990 ottiene la cattedra di Women’s Studies nell’Università dell’Arizona di Tucson. Le sue pubblicazioni sono praticamente tutte di natura letteraria, un “flusso di coscienza” fatto di “poesie in prosa” scritte in uno stile spezzato e cerebrale.

L’Opoponax, del 1964 (trad. it. Einaudi, Torino 1966), immagina l’infanzia senza “sovrastrutture” né gerarchia né ordine temporale di una bambina. Le guerrigliere, del 1969 (trad. it., Autoproduzione delle Lesbacce incolte, Bologna 1996), è l’epica delle “Esse”, non-donne o forse oltre-donne che cancellano il “mondo patriarcale” fondando uno Stato sovrano di tribadi. Il corpo lesbico, del 1973 (Edizioni delle Donne, Milano 1976), è il “manifesto” del suo “femminismo materialista” in cui, sintetizza brillantemente Douglas Martin nell’estremo addio alla Wittig su The New York Times, (clicca qui) «le amanti lesbiche invadono letteralmente l’una il corpo dell’altra» e protagonista è «j/e», cioè la decostruzione/ricostruzione, come sarebbe piaciuto a Jacques Derrida (1930-2004), del pronome personale francese “je”, cioè dell’“io”, attraverso la scomposizione delle lettere del lessema e il loro successivo affastellamento visionario, spezzato per apparire indifferenziato e forzatamente asessuato o, meglio, trans-sessuato per annientare la natura: perché, spiega Simonetta Spinelli, esegeta della Wittig, «il femminile e il maschile sono il risultato di una convenzione sociale che il corpo lesbico, nella sua ricostruzione di sé per sé, cancella e rende insensata» (clicca qui). E poi Virgile, non, del 1985 (trad. it. Il Dito e La Luna, Milano 2006), che è una riscrittura parodistica in chiave lesbica de La Divina Commedia.

Il nucleo filosofico del pensiero della Wittig è comunque la raccolta di saggi The Straight Mind and Other Essays, del 1992, dove tra altri trovano posto One Is Not Born a Woman (“Non si nasce donna”), pubblicato originariamente in francese nel 1980, e quello che dà il titolo alla raccolta, The Straight Mind (“Il pensiero eterosessuale”), pubblicato originariamente nel 1980, ma prima letto a New York nel 1978 alla Modern Language Association Convention, dedicata quell’anno proprio alle lesbiche americane. La Modern Language Association Convention: non è un caso che le tesi dirompenti della Wittig facciano coming out in un assise di quel genere. La Wittig spiega perché in un altro scritto di quella medesima raccolta, Point of View: Universal or Particular?, appunti stilati traducendo in francese Spillway and Other Stories della scrittrice “cripto-lesbica” americana Djuna Barnes (1892-1982) con il titolo La passion (Flammarion, Parigi 1982; trad. it. La passione, Adelphi, Milano 1994): il gender non è la differenziazione tra maschile e femminile, ma il suo superamento per sublimazione in un pleroma unitario e indistinto, come nell’antichissimo sogno del pensiero gnostico. Il maschile è infatti il genere “forte”, che, dalla grammatica alla filosofia, diviene universale e passepartout, e così il femminile, genere particolare, viene oppresso, riassorbito e cancellato. 

Ma, come fanno la scrittura della Barnes e del francese Marcel Proust (1871-1922), omosessuale, occorre ripensare tutto rendendo obsoleti il maschile/femminile e la loro dicotomia/oppressione: un compito di liberazione totale che la “profezia lesbica” assolve perfettamente. La rivoluzione del linguaggio gender punta insomma a sovvertire dal profondo la parola, a rifare la lingua, a dare significati nuovi e arbitrari alla comunicazione del pensiero umano, un po’ come il “Newspeak” del romanzo 1984 di George Orwell (1903-1950) e un po’ come l’Humpty Dumpty de Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll (1832-1898): «Quando io uso una parola questa significa esattamente quello che dico io, né più né meno. […] Bisogna vedere chi è che comanda; è tutto qua».

One Is Not Born a Woman (clicca qui) riprende del resto il discorso là dove la femminista francese Simone de Beauvoir (1908-1986) lo aveva lasciato nel 1949 pubblicando Il secondo sesso (trad. it. Il Saggiatore, Milano 1961) e sentenziando: «Donna non si nasce, lo si diventa». Prosegue infatti la Wittig: «ciò che fa di una donna una donna è la sua specifica relazione sociale con un uomo, una relazione che ho già chiamato servaggio, una relazione che implica obblighi personali, fisici ed economici (“il tetto coniugale forzato”, le corvée domestiche, i doveri coniugali, l’illimitata produzione di figli, e così via), una relazione cui le lesbiche sfuggono rifiutandosi di diventare o di rimanere eterosessuali». Pertanto, occorre «[…] distruggere la “donna” […]», perché «[…] per ora il lesbismo fornisce l’unica forma sociale in cui possiamo vivere liberi. Il lesbismo è l’unico concetto che io conosca che sta oltre le categorie del sesso (donna e uomo) poiché il soggetto in questione (la lesbica) non è una donna né economicamente né politicamente né ideologicamente». 

Sulla medesima linea, ma ancora più compiutamente, è il ragionamento postmarxista di The Straight Mind (clicca qui), tradotto in italiano nel febbraio 1990 sul bollettino del Collegamento tra Lesbiche Italiane (CLI) da Rosanna Fiocchetto, tra le fondatrici del Cli, del Centro Femminista Separatista e degli Archivi Lesbici Italiani, altra esegeta della Wittig. The Straight Mind propone l’abbattimento dell’eterosessualità giudicata struttura borghese di potere politico ed economico oppressivo in funzione della quale vengono creati e imposti gli stereotipi “uomo”, “donna” ma anche “sesso” nell’illusione che siano reali. Come tale, «[…] la società eterosessuale è la società che non solo opprime le lesbiche e i gay, ma opprime anche molti differenti altri, opprime tutte le donne e molte categorie di uomini […]». Dunque «è la lotta di classe tra donne e uomini che abolirà gli uomini e le donne […]. Il concetto di differenza non ha nulla di ontologico in sé. È solo il modo in cui i padroni interpretano una situazione storica di dominio».

Ma, non potendo «[…] più essere […] donne e uomini», e dovendo «[…] queste, come classi e come categorie di pensiero o di linguaggio […] sparire politicamente, economicamente, ideologicamente», «se noi, come lesbiche e gay, continuiamo a parlare di noi stessi e a concepire noi stessi come donne e come uomini, siamo strumentali al mantenimento dell’eterosessualità». Bisogna allora rifuggire da questi stereotipi classisti, come fanno, ottenendo il loro “paradiso materialista”, le lesbiche della parodia Virgile, non dove, scrive la poetessa Nadia Agustoni (clicca qui), «[…] l’affermazione di una collettività non naturale ma di classe […] e nello stesso momento la distruzione delle categorie di dominio “dell’eterosessualità obbligatoria”). La fuoriuscita della lesbica dal femminile è definitiva […]».

 Dunque, «che cos’è una donna?», si domanda in sintesi e in apice la Wittig. «Francamente, è un problema che le lesbiche non hanno a causa di un cambiamento di prospettiva, e sarebbe scorretto dire che le lesbiche si associano, fanno l'amore, vivono con le donne, perché “donna” ha un significato solo nei sistemi eterosessuali di pensiero e nei sistemi economici eterosessuali. Le lesbiche non sono donne […]». È Prometeo che con l’omosessualismo si vendica finalmente della natura, annichilendola.

mercoledì 22 luglio 2015

Aberrante la sentenza europea sulle unioni gay di Massimo Introvigne, 21-07-2015, http://www.lanuovabq.it/


Manifestazione in favore dei matrimoni gayLa sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) “Oliari e altri contro Italia”. - sentenza di primo grado, dunque non definitiva è suscettibile di appello - che, sulla base del ricorso di cittadini italiani omosessuali, impone al nostro Paese di riconoscere in qualche modo le convivenze omosessuali, è una sentenza aberrante e pessima, ma non impone al Parlamento italiano di approvare la legge Cirinnà, come molti - per ignoranza o malizia - sostengono. La sentenza può essere spiegata in tre passaggi.

Primo: emana dalla Cedu, che non è un organo dell'Unione Europea, anzi per la precisazione con l'Unione Europea non ha nulla a che fare. Ci si dovrebbe dunque astenere dal consueto sciocchezzaio sul «rischiamo di essere buttato fuori dall'Europa», «siamo peggio della Grecia» e simili. Alla Convenzione Europea sui Diritti dell'Uomo aderiscono tutti i Paesi dell'area geografica europea, compresi Russia, Moldavia e perfino Turchia, che ovviamente non fanno parte dell'Unione Europea. La Cedu è una delle tanti Corti internazionali i cui giudici sono nominati con meccanismi oscuri alla maggioranza dei cittadini dei Paesi che ne patiscono le decisioni, senza neppure il minimo controllo democratico che il Parlamento europeo, che per lo meno è elettivo, assicura sulle istituzioni dell'Unione Europea. Le sue sentenze non sono direttamente applicabili nei Paesi membri, ma la violazione implica sanzioni e multe. Il potere di questo tipo di Corti, il cui funzionamento resta opaco alla maggioranza dei cittadini, rappresenta un esempio tipico della tecnocrazia denunciata da Benedetto XVI e Papa Francesco. Se questa sentenza indurrà un certo numero di Paesi - a partire da quelli dell'Europa dell'Est, Russia in testa, che difficilmente vorranno adeguarsi e introdurre le unioni omosessuali - a riflettere sul meccanismo della Cedu, a chiedere riforme e anche a smarcarsi forse tutto il male non sarà venuto per nuocere.

Secondo: la sentenza è tecnicamente aberrante perché - quando stabilisce un diritto delle coppie omosessuali conviventi a vedersi riconosciute in quanto tali - rappresenta un'entrata a gamba tesa gravissima nella sfera della sovranità dei singoli Stati, che evidentemente comprende l'ambito delicatissimo della famiglia. Non a caso la sentenza cita esplicitamente la decisione della Corte Suprema americana, che ha gravemente violato i diritti dei singoli Stati degli Stati Uniti. Ma la sentenza della Cedu è peggiore, perché i singoli Stati degli Stati Uniti partecipano a un'unione politica federale mentre ovviamente non c'è nessuna unione politica o federazione che tenga insieme Russia, Turchia, Moldavia e Paesi dell'Unione europea. La sentenza si basa anche su informazioni frammentarie e talora false. Afferma che l'opinione pubblica italiana è ampiamente favorevole alle unioni omosessuali, leggendo in modo unilaterale alcuni sondaggi e ignorandone altri, per non parlare di piazza San Giovanni e del milione di persone che sono andate in piazza a dire il contrario. Ci si chiede con quanto zelo il nostro governo abbia difeso l'Italia, che si ritrova condannata sulla base di informazioni in parte inesatte.

Terzo: la sentenza - che è lunga e va letta tutta - afferma che le coppie omosessuali che convivono hanno diritto a vedersi riconosciuti i «diritti fondamentali» che derivano dalla convivenza - non i semplici diritti di cui gode ogni cittadino alla vita, all'integrità fisica e così via - ma è attenta a precisare che sulle forme di questo riconoscimento gli Stati rimangono sovrani, citando sua precedente giurisprudenza in questo senso. Dunque non concedere nessun riconoscimento dei diritti dei conviventi in quanto conviventi - non solo in quanto persone umane - per la Cedu è inaccettabile. Ma da qui non discende alcun obbligo di adottare leggi come la Cirinnà. Esplicitamente la Cedu ricorda che nessuno Stato è obbligato a introdurre l'adozione omosessuale: e nella Cirinnà l'adozione c'è. L'articolo prevede l'adozione da parte di un convivente del figlio biologico o adottivo dell'altro, aprendo la strada anche all'utero in affitto. Né la Cedu impone cerimonie in Comune, richiami alla disciplina del matrimonio, reversibilità della pensione, specifiche normative sull'eredità. La pessima sentenza - che non va in alcun modo accettata - va dunque letta così: gli Stati sono tenuti a riconoscere in qualche modo le convivenze omosessuali, ma sui modi del riconoscimento i Parlamenti - e ci mancherebbe altro - restano sovrani.

Parlamentari, commentatori e vescovi dovrebbero tenerne conto. Idealmente, si dovrebbe auspicare una resistenza, nazionale e internazionale, alla sentenza della Cedu, che è comunque suscettibile di appello che confidiamo il governo italiano presenti immediatamente. Già sul tema del crocefisso nelle scuole una decisione di primo grado della Cedu aberrante e ostile all'Italia fu rovesciata in appello.

Se poi qualcuno in Parlamento volesse chiedersi quali obblighi la sentenza, pure non definitiva, della Cedu impone all'Italia, la risposta giuridica e non emotiva è che impone un qualche riconoscimento dei diritti che derivano dalle convivenze, ma non impone le adozioni, il richiamo alle norme sul matrimonio, le cerimonie pubbliche, la reversibilità della pensione, radicali innovazioni nella normativa ereditaria. Cioè non impone la Cirinnà. 

lunedì 20 luglio 2015

Usa. Il matrimonio gay, il «totalitarismo» dell’amore e la libertà dei cristiani. Di «portare la croce» luglio 19, 2015 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/


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Davvero la sentenza della Corte suprema che ha imposto a tutti gli Stati Uniti il riconoscimento del matrimonio gay come diritto costituzionale non avrà conseguenze sulla libertà religiosa dei cittadini? Nel parere della maggioranza dei giudici favorevoli al verdetto, ha osservato il giudice capo John Roberts nella sua “dissenting opinion”, si «prospetta che i credenti potranno continuare a “difendere” e “insegnare” la loro visione del matrimonio», ma «il Primo Emendamento tutela la libertà di “esercitare” la religione». Che fine farà il “vivi e lascia vivere” su cui si regge da sempre il multiculturalismo americano? David Crawford, professore di teologia morale, di diritto di famiglia e di bioetica presso il John Paul II Institute di Washington, dice a tempi.it che in America si respira ormai «un clima totalitario». Non esita a chiamare in questo modo quello che si sta realizzando anche a causa della «resa silenziosa dei cattolici» alla condizione di «irrilevanza» che immagina per loro il potere. Ai cristiani, secondo Crawford, resta solo una possibilità: «Il martirio della disobbedienza, della comunione e dell’abbandono dell’individualismo, per la salvezza della fede e del mondo».

Professor Crawford, come si è arrivati alla negazione di cose che dovrebbero essere per tutti evidenti?
Innanzitutto questa svolta non è frutto del voto popolare ma della decisione di un manipolo di giudici. Anche se dobbiamo comunque domandarci come sia possibile che le istanze radicali della rivoluzione sessuale, cominciata negli anni Sessanta, siano diventate dominanti: com’è possibile che in pochi anni tante persone siano diventate incapaci di riconoscere l’ovvio? La ragione sta in un processo politico e morale, di gran lunga precedente alla rivoluzione sessuale, cominciato con la modernità: Cartesio mise in dubbio la realtà sostituendo l’essere con la volontà umana. Per lui il corpo non era più parte strutturante della persona, ma un accessorio materiale; così smise anche di avere un senso e uno scopo determinante per lo spirito. È da questa separazione che si è giunti alla negazione della differenza sessuale come fattore determinante la persona. La linea tracciata da Cartesio proseguì con Bacone e Locke, per cui la comunità umana, in primis la famiglia, non è fondata sulla legge naturale, ma su un contratto artificiale, esclusivamente dipendente dalla volontà mutevole del soggetto. Solo che in questa visione la comunità e la famiglia non hanno più alcuna protezione oggettiva dal potere e dalla legge positiva imposta dalla maggioranza.

Già prima della sentenza negli Stati Uniti si è assistito a casi anche clamorosi di persone isolate, licenziate e assalite dai media in quanto “omofobe” semplicemente perché hanno una certa visione del matrimonio. Cosa accadrà ora che il “same-sex marriage” è diventati un diritto costituzionale?
Prima della sentenza molti servizi ed esercizi commerciali, che si sono rifiutati di partecipare attivamente a cerimonie fra persone dello stesso sesso, sono stati chiusi in seguito a multe o denunce. L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha subìto una campagna d’odio per aver chiesto alle scuole cattoliche di seguire l’insegnamento della Chiesa sulla morale. Lo Stato dell’Indiana, dopo una pressione violenta delle lobby economiche, ha ritirato la legge per proteggere l’obiezione di coscienza. Diverse persone, fra cui giornalisti, insegnanti, impiegati, militari, sono state licenziate per aver espresso il loro parere sulla famiglia. Ora tutto questo diventerà la norma, perché un’impresa, una scuola o qualunque istituzione pubblica non potrà più opporsi a questa nuova ideologia senza essere considerata un nemico dell’ordine pubblico. Quindi i cristiani avranno due opzioni: o conformarsi o essere esclusi dalla scena pubblica.

Com’è possibile che un paese nato da uomini fuggiti da un potere che limitava la loro libertà sia giunto a imporre una “dittatura del pensiero unico”?
L’ideologia gender ha bisogno che chi non la accetta sia considerato un bigotto intollerante. Tutto questo è possibile per via di quanto accennato prima: la moderna visione distorta di cosa sia l’essere umano e quale sia il suo destino. Se uno pensa che il suo destino dipenda da lui e non da un creatore, automaticamente il nemico diventa colui che pone limiti alla sua volontà. Quindi anche la visione cattolica deve essere esclusa dal discorso pubblico, il che è davvero grave, porterà solo infelicità e distruzione per molte persone.

Fino a poco tempo fa, però, almeno il dissenso era tollerato.
La nuova ideologia è riuscita a farci accettare un’analogia falsa, che fa coincidere la lotta contro la segregazione razziale del movimento dei diritti civili degli anni Sessanta con quella per la liberalizzazione dell’omosessualità. Così anche le scuole e le istituzioni private, che all’epoca furono obbligate ad accettare le persone di razza diversa, oggi saranno costrette ad ammettere l’omosessualità come normale. È evidente che l’errore è nella premessa, accettata sempre per via dell’equivoco moderno, perché se la razza è una caratteristica innata, l’omosessualità invece è un’inclinazione che può conseguire in un comportamento scelto.

In America si assiste alla crescente intrusione dello Stato in più ambiti. Basta pensare al regolamento dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, che prevede l’obbligo per tutti i datori di lavoro di offrire ai dipendenti piani assicurativi comprensivi di coperture per l’aborto e la contraccezione. Come giustifica queste “invasioni” l’opinione pubblica statunitense, da sempre ostile allo statalismo?
Credo che faccia tutto parte della stessa ideologia totalitaria. L’argomentazione a favore di queste azioni è la stessa che sta alla base delle motivazioni adottate dai cinque giudici della Corte suprema che hanno deciso la sentenza sul matrimonio “same-sex”. Anche questo è frutto della grande disintegrazione della ragione a causa della quale non capiamo più lo scopo della persona e della sessualità: se si accetta che il fine principale dell’atto sessuale non sia più la procreazione, allora la contraccezione non diventa solo legittima, ma un diritto da garantire da tutti. Così come le unioni omosessuali.

Esiste una alternativa all’adattamento al mainstream?
È evidente che stiamo entrando in un tempo davvero difficile. Dobbiamo metterci nell’ottica per cui essere cattolici negli Stati Uniti, ma anche negli altri paesi occidentali, ci costerà. L’alternativa alla resa silenziosa o al compromesso è la disobbedienza civile. Ecco credo che noi, per non scomparire o diventare come il mondo, abbiamo una sola possibilità: essere martiri, cioè testimoni della verità anche a costo di una tremenda persecuzione.

«Io morirò in un letto, il mio successore morirà in prigione e il suo successore morirà martire in una piazza pubblica». È realistica la celebre battuta del defunto cardinale di Boston, Francis George?
Sarebbe troppo facile: emergerebbe il carattere totalitario di questa ideologia, che invece ha un metodo peggiore. Come ha annunciato perfino il governatore repubblicano del New Jersey, Chris Christie, se i preti, ad esempio, si rifiuteranno di celebrare i “nuovi” matrimoni saranno semplicemente privati della possibilità di farlo con effetti civili. È tutto molto più accettabile e apparentemente indolore.

Non vede alcuna una possibilità di dialogo?
Con le persone sì. Ma bisogna essere realisti: si può dialogare solo con chi è disposto a parlare e questo è diventato impossibile con un potere politico che obbedisce a lobby senza alcuna intenzione di rinunciare al proprio obiettivo totalitario. Dobbiamo domandarci: è ragionevole che il corpo sia solo un artefatto biologico riducibile alla volontà o al desiderio? C’è una tendenza a ridurre il problema della nobilitazione dell’omosessualità a una questione morale, ma è più radicale e profonda. Il problema è sopratutto antropologico, un equivoco su cosa sia l’essere umano.
La disobbedienza civile è una via percorribile?
Sarà necessario seguire questa via, perché la nostra vocazione di cristiani è l’amore al mondo: dobbiamo quindi difenderlo richiamandolo e riportandolo a Dio. E, come il Signore, dobbiamo mettere in conto il martirio che non è necessariamente quello della morte in croce. Credo che la nuova generazione potrà conservare la fede solo se la comunità cristiana si unirà in questa lotta per la verità, perché da soli è impossibile reggere di fronte a un potere così violento.

Pensa alle minoranze creative di cui parlava papa Benedetto XVI?
Non penso che come cristiani possiamo ritirarci dal mondo, accettando un ordine mondiale legale che nega la creazione e la verità. Tollerare questo regime in silenzio sarebbe un tradimento della nostra vocazione d’amore. Dobbiamo essere testimoni ad ogni costo. Per fare questo dobbiamo rinforzare la famiglia, la vita comunitaria, quella dei movimenti ecclesiali come Cl, ad esempio. E dobbiamo educare, mai tacendo la verità e sempre rivolti al mondo, verso il quale abbiamo una responsabilità storica.

Sembra un richiamo alla conversione il suo.
Dobbiamo convertirci per convertire e quindi approfondire la fede, rinnovarla. Dobbiamo abbandonare l’individualismo, e quindi rinforzare la preghiera e il sacrificio. Perché il modernismo ha toccato anche noi: abbiamo cominciato ad essere soddisfatti della nostra fede e a pensare che la croce non fosse una parte così necessaria di essa. E così ci siamo indeboliti: per salvare il mondo dobbiamo imitare Cristo e portare la croce con lui. L’alternativa è rifiutarla, assecondando il potere e perdendo definitivamente la fede.

@frigeriobenedet
Foto Ansa