domenica 5 giugno 2011

Neuroteologia: una nuova disciplina teologica o una nuova forma di manipolazione del linguaggio? di Alberto Carrara, da http://catholic.davide.it

Cosa ci fa una monaca carmelitana di clausura inginocchiata, con gli occhi chiusi in atteggiamento meditativo, collegata tramite decine di elettrodi ad uno strumento di elettroencefalografia?

Bella domanda, che se alquanto legittima, cela una risposta non per nulla semplice.

Nei fatti, numerose monache di clausura e monaci buddisti sono stati reclutati come volontari a partire dagli anni ’90 all’interno di studi sperimentali neuroscientifici sull’esperienza religiosa.


Bisogna ricordare che gli anni che vanno dal 1990 al 2000 sono stati “battezzati”, dal presidente degli Stati Uniti, “la decade del cervello”. Insieme all’entusiasmo giustificato per cercare di sviscerare in breve tempo tutti i misteri circa il nostro organo cerebrale, la decade 2000-2010 è stata testimone dell’impressionante crescita a livello di ricerca neurobiologica. Un tale sviluppo e progresso di portata globale, frutto certamente dell’interdisciplinarietà e della collaborazione tra le diverse discipline ed approcci scientifici, non è restato recluso all’ambito dei laboratori, ma ha letteralmente invaso la nostra quotidianità.

Oggigiorno la capacità tecnologica di visualizzare zone dell’encefalo che si attivano in modo differenziale in determinate circostanze, ha prodotto un vero e proprio fiume di studi sperimentali dei più variegati, sia per ciò che concerne le metodiche impiegate, sia per le più disparate finalità.

Lo sviluppo delle tecniche di neuroimmagine, tra cui spicca la ormai famosa fRMN o risonanza magnetica funzionale, non ha potuto venir confinato alla mera, anche se utilissima, area clinica, utile alla diagnosi di patologie a livello cerebrale. Gli studi si sono moltiplicati a seconda della fantasia e della genialità creatrice di ciascuno scienziato. Per questo, dal voler comprendere i fondamenti neurofisiologici delle attività umane come la memoria, il linguaggio, la visione, la personalità, eccetera, si è passati a ricercare, come ben afferma José Manuel Giménez-Amaya, su «ciò che è più spiccatamente umano dell’uomo»: la sua esperienza religiosa (1).



(1) Cf. J. M. Giméz-Amaya, «¿Dios en el cerebro? La experiencia religiosa desde la neurociencia», Scripta Theologica 2 (2010), 440


Dato che in tutti i contesti sociali il suffisso neuro ha già preso piede allo scopo di promuovere, vendere, convincere, persuadere, etc., in una vera e propria neuromania (2), si è proposto e circola già, fianco a fianco a parole come neuroeconomia, neuropolitica, neurofilosofia, il termine neuroteologia.


Di che si tratta? Sopratutto, cosa ci rivela la neuroscienza su Dio e sulla nostra naturale tendenza al trascendente?

In primo luogo bisogna considerare brevemente alcuni degli esperimenti realizzati in quest’ambito per poter poi giudicare le conclusioni e le interpretazioni che portano avanti a livello mediatico alcuni scienziati contemporanei.

Il dottor Mario Beauregard, del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Montreal in Canada, ha pubblicato nel 2006, sul numero 405 di Neuroscience Letters, un articolo sui correlati neuronali dell’esperienza religiosa. Gli esperimenti descritti comprendevano monache carmelitane di clausura, perfettamente sane, alle quali era stato chiesto di ricordare esperienze mistiche d’unione con Dio sperimentate durante la preghiera. Durante la reminiscenza, gli scienziati registravano le attività cerebrali delle sorelle attraverso l’impiego della fRMN e dell’elettroencefalografia. Due anni dopo, nel 2008, lo stesso scienziato canadese pubblicò sulla stessa rivista, un lavoro che riassumeva i dati di elettroencefalografia ottenuti durante l’esperienza mistica.

Le conclusioni di questi studi sperimentali, come di altri lavori che non è qui possibile menzionare nel dettaglio, portarono a concludere che durante l’esperienza religiosa numerose regioni cerebrali vengono attivate e coinvolte, particolarmente a livello della corteccia cerebrale. Ciò implica una rete neuronale complessa, cognitivamente strutturata, che coinvolge l’attivazione rilevante (in confronto con uno standard, cioè con i dati estrapolati da monache che non stavano pregando) della famosa AAA (Attention Association Area), locus cerebrale associato alla concentrazione. Gli scienziati evidenziarono inoltre la riduzione dell’attività della OAA (Oirentation Association Area) o zona dell’associazione e dell’orientamento spaziale. Già nel 2004 Olaf Blanke del Dipartimento di Neurologia di Ginevra (Svizzera), aveva pubblicato sulla rivista Brain, un interessante lavoro sull’implicazione di tale locus cerebrale e l’esperienza extracorporea detta anche out-of-body experience (3).  

Come dati scientifici questi ed altri lavori ci rivelano semplicemente che: durante un’esperienza spirituale diverse e numerose aree del nostro cervello vengono modulate (si attivano o vengono inibite in confronto con un parametro standard).



(2) Cf. P. Legrenzi – C. Umiltà, Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo, Il Mulino, Bologna, 2009.
(3) Cf. O. Blanke (et Al.), «Out-of-body experience and autoscopy of neurological origin», Brain 127 (2004), 243-258.



Ciò che viene misurato non è affatto l’esperienza mistica in sé, ma l’intensa attività intellettivo – volitiva che l’accompagna. La ricchezza dell’esperienza religiosa, naturale in tutti gli esseri umani, si manifesta nella nostra dimensione corporea a livello delle complesse reti neuronali in gioco. 

Dal dato scientifico molto spesso alcuni passano alla sua interpretazione fino ad arrivare a vere e proprie manipolazioni. Così il dottor Andrew Newberg dell’Università della Pensilvania a Filadelfia (Stati Uniti), compiendo gli stessi esperimenti con monaci buddisti e francescani, giungendo agli stessi dati empirici, scrisse un libro intitolato Dio nel cervello (God in the brain, Why God Won’t Go Away), nel quale riduce l’esperienza religiosa a puro prodotto materiale del nostro cervello. Newberg e altri neuroriduzionisti interpretano i dati sull’esperienza del trascendente come se il cervello stesso ne fosse la causa diretta e ultima. Si potrebbe allora concludere come fa il “padre” della neuroscienza contemporanea, Michael S. Gazzaniga: se il nostro cervello produce l’esperienza religiosa, Dio sta nel cervello e, in fin dei conti, il cervello diventa Dio. Semplice, quasi ci troviamo dinanzi ad un sillogismo perfetto. Questa visione fu divulgata con successo dallo spagnolo E. Punset nel suo libro L’anima è nel cervello.

La verità è, sfortunatamente per questo tipo di scienziati (che rappresentano un’esigua minoranza che però fa clamore), che i dati neuroscientifici non ricercano direttamente l’esperienza umana di Dio, ma cercano di identificare le basi neurofisiologiche associate alla fenomenologia di qualsiasi esperienza religiosa.

Le false ed ambigue interpretazioni dei risultati a livello di immagini di risonanza magnetica funzionale non vengono spesso facilmente smascherate dal gran pubblico non esperto. Per questo, all’ora di interpretare i dati è necessaria una buona dose di prudenza e molto equilibrio. Bisogna ricordare che l’esperienza umana, proprio per essere “umana”, si caratterizza per la sua ricchezza e complessità.

Torna qui a proposito alla memoria un’affermazione importante di Tommaso d’Aquino, oggi come mai attuale nel contesto della riduzione della persona umana a semplice materialità: «hic homo singularis intelligit» (S. Th. I, q.76, a.1, c.), è quest’uomo colui che pensa. Non è il suo cervello che realizza l’esperienza di Dio, ma è egli stesso, nella sua totalità, che si mette in contatto con una realtà non misurabile empiricamente.

Una verità non può essere rinchiusa e limitata all’interno di un apparecchio di risonanza magnetica, nemmeno se “funzionale”. Per il filosofo viennese Günther Pöltner, questo approccio alla vita pratica portato avanti a più riprese da Tommaso, rappresenta un contributo al contemporaneo dibattito impregnato di riduzionismo psicologico e neurologico. Concludendo, se con il termine Teologia, intendiamo, come d’altronde sempre si parlò, intellectus fidei (scientia fidei o fides quaerens intellectum), quella scienza, quella conoscenza sul Fondamento ultimo di tutto, cioè su Dio alla luce della fede, allora non resta dubbio alcuno sull’inopportunità del concetto neuroteologia.

Ciò che attualmente si intende per neuroteologia è una riflessione sui risultati neuroscientifici frutto dell’esperienza intellettivo – volitiva religiosa o mistica. Al posto di neuroteologia sarebbe più corretto impiegare un altro termine, per esempio quello di neurofenomenologia dell’esperienza religiosa, così da non creare il dubbio di aver coniato un’altra sottodisciplina teologica. 

Come ben mette in evidenza José Manuel Giménez-Amaya nel suo articolo Dio nel cervello? L’esperienza religiosa da parte della neuroscienza, la Teologia svolge la «funzione guida come esigenza del pensiero». Dato che «la scienza, in generale, è un sapere fondato, cioè, le cui premesse ci risultano note in precedenza» e dato che «la stessa idea di scienza rimanda all’esistenza di un fondamento ultimo di tutto ciò che vi è», allora «è qui dove si mette in gioco la Teologia come sapere che studia il Fondamento ultimo di tutta la realtà»(4).

Bisogna aprire pertanto a tutta la potenzialità della nostra razionalità e non ridurla alla dimensione del nostro organo cerebrale.



(4) Cf. J. M. Giméz-Amaya, «¿Dios en el cerebro? …, 446
Cervello e diritto - 06-01-2011   di Giulio Meazzini - Siamo liberi? Le neuroscienze lo mettono in dubbio. Ma allora chi è colpevole? Vanno riscritte le leggi alla base della nostra convivenza? Dialogo in redazione. - Fonte: Città Nuova, http://www.cittanuova.it

Negli ultimi anni, una parte crescente degli scienziati, sulla base degli studi sul cervello, ritiene che l’uomo non sia veramente libero, per cui andrebbero cambiate le basi del diritto attuale basato sulla responsabilità colpevole. Secondo le ricerche di Benjamin Libet, infatti, ci illudiamo di fare scelte coscienti, ma in realtà ogni volta, pochi millisecondi prima, alcune aree del cervello prendono la decisione a livello inconscio. Per cui, non essendo responsabili delle nostre azioni, non dovremmo essere condannati dai tribunali. Intanto a Trieste una sentenza ha ridotto di un terzo la pena di un omicida sulla base dei dati provenienti dall’esame neuropsicologico, dall’imaging funzionale del suo cervello e dalla genetica molecolare. Abbiamo rivolto alcune domande ad esperti di diverse discipline.

Siamo liberi e responsabili o no?

Chiara Rivoiro (neurologa - Torino): «Grazie alle neuroimmagini, tutti i giorni escono nuove scoperte che aumentano il fascino degli studi sul cervello. Bisogna però sottolineare che annunci come quelli di Libet non vanno presi acriticamente: è certo possibile che i nostri neuroni funzionino sulla base di “tracce” formatesi fin da quando eravamo nella pancia della mamma, per cui, in determinate situazioni, per la formazione del pensiero esistono collegamenti nel cervello che scatenano reazioni predeterminate. Ma la libertà dell’individuo è poi quella di adattare queste tracce al contesto e all’ambiente in cui si trova. E non solo a livello cerebrale: secondo alcuni studiosi l’impatto dell’ambiente sull’organismo prevale sulla predisposizione genetica. Sono la storia e il contatto sociale che determinano la responsabilità dell’individuo».

Annette Gerlach (psichiatra forense - Heidelberg): «Sono d’accordo. Alcune ricerche dimostrano che la struttura del cervello si modifica quando si fa del male per tanto tempo. Alla fine si diventa condizionati, invece con una terapia che aiuta a “pensare bene” si può abituare a comportarsi meglio. Chi beve sempre alcool diventa alcolizzato. Chi legge cose belle si modifica in meglio. Si dovrebbe far sperimentare ai giovani il bello. Ci lamentiamo dell’aggressività, ma cosa facciamo oltre a mettere in carcere? Il nostro compito è aiutare a cambiare comportamento».

Benedetta Izzi (ricercatrice in epigenetica - Bruxelles): «La mia disciplina studia l’influenza dei fattori ambientali sull’espressione dei geni. Non credo che l’influenza genetica sia così rilevante in un caso di omicidio. Bisogna essere prudenti. Studi di questo genere potrebbero solo dirci se c’è un maggiore o minore rischio che possa accadere una certa cosa. Niente altro. A chi vorrebbe screening genetici generalizzati, per eliminare dalla società chi ha il gene dell’inclinazione criminale, rispondo che valutazioni di questo tipo hanno senso solo se frutto di studi su grandi popolazioni, come avviene per quanto riguarda patologie come i tumori o le malattie cardiovascolari. Quindi i tribunali possono continuare a considerare la responsabilità personale come hanno fatto finora».

Adriana Stacca (docente diritto penale - Sassari): «Concordo con questa affermazione che valuta accertamenti di tipo genetico solo in ordine al rischio. Rimane riservata al diritto la valutazione finale e integrale della persona, ben diversa dalla valutazione parziale affidata alla scienza. Ridurre la persona alle funzioni del suo cervello significherebbe infatti frammentarla tutte le volte in cui è chiamata a scegliere. E questo impoverirebbe anche il diritto, disciplina che attiene all’insieme delle regole che riguardano le relazioni all’interno della nostra convivenza sociale».

Catherine Belzung (neurobiologa - Parigi): «Sono d’accordo anch’io. È la persona che decide, non il suo cervello o i suoi geni. Anche se questi dati scientifici esistono, è sbagliata l’interpretazione. Gli esperimenti di Libet sembrano indicare che c’è attività cerebrale prima della decisione, ma un modo diverso di interpretarli è che, nel momento in cui prendo coscienza della propensione del cervello ad un comportamento violento, posso decidere di inibirla. Anche se la parte inconscia del cervello mi farebbe agire in un certo modo, sono libero perché se voglio posso interrompere quell’azione».

Elisabeth Reichel (psichiatra forense - Vienna): «Sappiamo che la decisione cosciente è solo la punta dell’iceberg, mentre tutta la preparazione dell’azione avviene nell’inconscio. Non si sa cos’è il conscio, come agisce e come controlla. Alcuni dicono che non c’è colpa perché non c’è libero arbitrio, altri che bisogna distinguere. Secondo me la legge dovrebbe abbandonare la dicotomia buono/cattivo, bianco/nero: sono “responsabile” di quello che faccio, ma sapendo che dentro di me succedono cose di cui non ho coscienza. Per questo concordo con la collega Gerlach: c’è una responsabilità individuale, ma anche una collettiva, sociale. Il nostro inconscio è come una eredità ricevuta da tutta l’umanità, con “piste” cerebrali che si evolvono. Come giudice dovrei aiutare la persona a diventare più responsabile delle proprie azioni, facendo esperienze diverse, terapie ecc. Dobbiamo distinguere tra colpa e responsabilità. Basta con la punizione e nient’altro, serve aiuto per riprendere la strada positiva. È un approccio diverso che auspico».

Stacca: «Per il diritto, però, quando si commette un reato, la valutazione della responsabilità è proprio in termini di colpevolezza o meno. È nel momento in cui devo decidere la sanzione da applicare, che terrò conto dei fattori che possono aver influenzato il comportamento della persona, fattori ambientali, i suoi precedenti, la sua vita, complessivamente quella che viene definita la sua capacità a delinquere. Ne terrò conto, ma senza eliminare la responsabilità penale personale».

Come possiamo essere sia liberi che condizionati?

Reichel: «Vorrei portare l’esempio di Massimiliano Kolbe, ad Auschwitz: nel momento in cui sono tutti in piedi e il comandante dice “tu” ad un detenuto che cade in ginocchio piangendo, Kolbe si fa avanti e si offre di morire al suo posto. Questa decisione è stata così veloce, che uno si chiede come sia stato possibile, servirebbero ore o giorni per una decisione di questa portata. Se è riuscito a decidere così velocemente è solo perché ogni decisione è frutto di decisioni precedenti. Kolbe ha detto “sì” perché aveva già detto tanti “sì” in precedenza nella sua vita. Era allenato a donarsi. Non è tanto questione di decisione in quell’istante, ma di tutta la vita».

Stacca: «È fondamentale la lettura a tutto campo della persona. Questo concentrarsi sulle neuroscienze riflette un po’ la concezione che guarda al singolo nelle sue componenti, cervello compreso, dimenticando che la responsabilità si costruisce considerando anche le relazioni che costruiamo nel mondo che ci circonda, la società in cui viviamo, la comunità in cui siamo inseriti. Altrimenti, in questa concezione individualista, nessuno è responsabile di niente e di nessuno. Tra l’altro, la prospettiva che il diritto non perde di vista è quella della possibilità del recupero. Se guardo solo a fattori di tipo genetico che determinano la personalità, verrebbe da scoraggiarsi, e invece sappiamo che attivando circuiti diversi, positivi, è possibile che la persona possa essere recuperata. I risultati scientifici sono sicuramente utili nei casi in cui c’è il dubbio di una possibile infermità mentale, aiutando il giudice a formulare il suo giudizio; ma poi è lui che deve decidere. Tra l’altro la valutazione è limitata al solo momento della commissione del reato, non abbraccia lo stato di salute globale della persona. Anche in presenza di una patologia, infatti, ci può essere nella realizzazione del fatto capacità di intendere e volere».

I media, secondo voi, come si comportano su questi argomenti?

Gerlach: «Hanno una grande responsabilità; in questi ultimi anni i comportamenti violenti sono aumentati di dieci volte nella percezione della gente, che ha sempre più paura, anche se in realtà non è così. Questo rende più difficile reintegrare nella società chi sbaglia. Sarebbe bello pubblicare, almeno una volta l’anno, un giornale con solo belle notizie, come ha fatto a Natale scorso il vescovo di Berlino su un grande quotidiano».

Reichel: «Anche il significato di queste ricerche neurologiche andrebbe spiegato bene, perché se c’è un titolo “Non sei tu che decidi, ma il tuo cervello”, si fa cattiva informazione. Non dobbiamo aver paura delle scienze naturali, né metterci in difesa: la verità si spiega da sé stessa. Se siamo convinti che la verità vive dentro l’uomo, per vie magari contorte alla fine verrà alla luce. Non dobbiamo difenderci, ma conoscere dialogando tra discipline».

Belzung: «Nella comunicazione dobbiamo essere corretti, come giornalisti e come scienziati. Un esempio personale: quindici anni fa ho partecipato allo studio dell’influenza di un gene nel comportamento dei topi. Abbiamo scritto un articolo per Nature, la più famosa rivista scientifica. Ma il titolo era: “Topi senza questo gene sono molto violenti”. Non lo condividevo perché non era esattamente quello che avevamo osservato: la realtà era molto più sfumata e complicata. Non hanno voluto cambiare il titolo e io non ho firmato l’articolo. Per noi ricercatori, titoli sensazionali su grandi riviste sono un modo per fare carriera, ma un maggiore senso morale non ci farebbe male».

Gerlach: «Due scienziati hanno controllato per decenni 600 bambini, la metà provenienti da ambienti poveri e violenti, gli altri benestanti. Le verifiche svolte ogni cinque anni hanno confermato che i fattori che aiutavano i primi ad uscire dalla loro condizione di degrado erano soprattutto i rapporti. Compreso l’amore per chi trovava una ragazza. È molto importante rinforzare nella società questi fattori».

Reichel: «Abbiamo parlato di influenze genetiche, ambientali, sociali: l’individuo è certamente frutto di tutto questo, ma ricordiamoci che non è solo questo».
STORIA DI STEFANO, MORTO IN UNA CASA PROTETTA di Privitera Chiara Riformista di domenica 5 giugno 2011

«Un muro di omertà, indifferenza e insensibilità». Sono i sentimenti a farsi sentire per primi nelle parole di Rossana La Monica, la sorella del giovane Stefano Biondo affetto da insufficienza psichica e morto lo scorso gennaio in una casa protetta di Via Madonie a Siracusa. Un caso forse di malasanità su cui la magistratura ha avviato un'inchiesta per omicidio colposo e sulla quale si sta ancora indagando.

Nel 2008 Stefano inizialmente ricoverato al reparto di Psichiatria dell'Umberto I in regime tso (trattamento sanitario obbligatorio), degenza poi trasformata in ricovero ordinario e protratto per mesi e mesi. Un ambiente non idoneo alla sua patologia e non in grado di risolvere i problemi del ragazzo. In questo periodo l'Asl, che aveva istituito un'apposita commissione d'intesa con il Dsm (Dipartimento di salute mentale) per stabilire - assieme al protocollo riabilitativo - anche se il paziente fosse di tipo psichico o neurologico, di fatto suggerì solo che Stefano dovesse rimanere nella struttura dell'Umberto I in attesa di un altro luogo più idoneo. «In realtà andò così per circa due anni», racconta la sorella al Riformista «perché tutte le Case protette interpellate davano sempre parere negativo una volta scoperto che si trattava di "Stefano  Biondo"». La motivazione addotta, sistematicamente, era «il paziente rompe gli equilibri » per cui le strutture si dichiaravano incapaci di gestirlo. Un calvario da cui la sorella di Stefano pare essere riuscita a emergere nel gennaio del 2011 quando, tramite il provvedimento del giudice Milone e del tribunale di Siracusa, al sindaco e ai dirigenti dell'Azienda sanitaria provinciale viene intimato di i trovare una collocazione idonea al ragazzo. La struttura è quella della casa famiglia nel quartiere Epipoli, dove Stefano rimarrà solo per 36 ore. «Il 25 gennaio quella telefonata», ricorda Rossana. L'infermiera la chiama dicendole che il fratello aveva avuto una delle sue crisi, quindi la corsa dei familiari e poi la scena più agghiacciante: «mio fratello era buttato a terra con i polsi legati da un cavo elettrico e non dava segni di vita». Il dolore di Rossana non le impedisce di essere lucida e dettagliatamente racconta quegli ultimi momenti insieme al Stefano. Lo stato del fratello, spiega - l'infermiere presente, è dovuto ad una pesante dose di calmante ma Rossana, che all'epoca aveva frequentato un corso di primo soccorso, perce1 pisce che qualcosa non va. r «Non sentivo il / polso carotideo», racconta, «ho iniziato il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca», intanto arriva l'autoambulanza ma «con mezz'ora di ritardo e senza l'attrezzatura necessaria per la rianimazione». Quindi inutilmente. Il sospetto, quindi, è anche che il centralino del 118 non sia stato avvertito del fatto che si trattasse di un codice rosso: arresto cardiaco respiratorio. Stefano moriva così a soli 21 anni in una "casa protetta" e le motivazioni, cosa gli sia capitato in quei pochi minuti, perché avesse i polsi legati da un cavo elettrico e perché il personale infermieristico presente non sia intervenuto per tempo, restano ancora da capire. La commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari ha chiesto all'assessore regionale, Massimo Russo, una relazione dettagliata e il Presidente della Commissione nazionale, Leoluca Orlando, ha trasmesso la richiesta alla Regione per acquisire ogni elemento utile a far luce sulla tragica vicenda. Anche il Presidente della Commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, ha chiesto l'invio dei Nas e di acquisire la cartella clinica del giovane per poter aver un quadro più dettagliato della vicenda. Dure le sue parole: ha parlato di violazione del diritto costituzionale alla salute e di mancanza di pietà umana nei confronti di un malato. Sono passati 33 anni da quando la lotta di Franco Basaglia, per un trattamento psichiatrico più dignitoso verso i pazienti, divenne normativa (la legge 180). Una rivoluzione per l'Italia, dove i manicomi erano più simili a prigioni che a luoghi dove una persona poteva sperare di guarire, accompagnata da un'idea innovativa: nuove impostazioni cliniche che avessero al centro di tutto i diritti dei  pazienti. Ogni Regione ha organizzato e gestito in modo autonomo l'applicazione di quella legge (che demanda al territorio l'organizzazione dell'assistenza) con il risultato di un'azione "a macchia di leopardo" dove a contesti di eccellenza si affiancano realtà insufficienti e inefficaci. La famiglia di Stefano, intanto, aspetta di conoscere la verità ma «non permetterò che questo tempo faccia calmare le acque, - promette Rossana - giornalmente invio mail, raccolgo articoli che parlano di mio fratello, e continuerò a farlo perché niente venga insabbiato».
Stati vegetativi: bisogna creare una rete omogenea di assistenza http://www.portaledibioetica.it/index.html

Della condizione di tante persone in stato vegetativo, nel nostro Paese, si parla soltanto quando l'esasperazione e il dolore spingono a gesti eclatanti o quando l'ennesima notizia del "risveglio miracoloso" fa avvicinare alla speranza che tutto "torni come prima". E invece di queste situazioni di difficoltà e di abbandono bisognerebbe parlare con più frequenza, sottolineando, ad esempio, la necessità di creare in Italia una rete omogenea di assistenza, che metta al centro un team interdisciplinare, composto da operatori sanitari e non, istituzioni, famiglie e volontariato
«Mio marito era entrato in ospedale sano e in piena salute per fare una semplice operazione e ne è uscito in coma. Sono stata lasciata sola. Se non avrò degli aiuti concreti, delle risposte certe, io non permetterò che mio marito viva vent'anni in queste condizioni e prenderò la stessa strada della famiglia Englaro, dimostrando che questa scelta era stata esplicitamente richiesta in precedenza da mio marito che non avrebbe mai accettato di sopravvivere in queste condizioni».
Sono le parole di Irene Sampognaro - come riportate da «Libero-News.it» - pronunciate davanti all'Ospedale Garibaldi di Catania, dove il 1° giugno ha dato voce alla sua protesta per la situazione del marito quarantaduenne, Giuseppe Marletta, in coma da un anno, dopo un banale intervento dentario eseguito presso quel nosocomio. «In caso di mancate risposte dalle Istituzioni - ha aggiunto la Signora - porterò mio marito all'estero per praticargli l'eutanasia: questa non è vita. Io sono per la vita, ma quella vera e sono disposta a tornare indietro sulla mia decisione soltanto se lo Stato si farà carico della cura e dell'assistenza ai massimi livelli».
Sulla vicenda - rispetto alla quale sono ancora pendenti un'inchiesta interna dell'Ospedale e una della Procura della Repubblica di Catania - riceviamo e ben volentieri pubblichiamo la seguente nota di Fulvio De Nigris, direttore del Centro Studi per la Ricerca sul Coma dell'Associazione Gli Amici di Luca di Bologna.
Il caso drammatico sollevato da Irene Sampognaro Marletta, moglie di Giuseppe in stato vegetativo da un anno, mette ancora una volta in evidenza l'emergenza delle persone in questa condizione e delle loro famiglie.
Se ne parla soltanto quando l'esasperazione e il dolore spingono a gesti eclatanti o quando l'ennesima notizia del "risveglio miracoloso" ci fa avvicinare alla speranza che tutto torni come prima. Non è così. Non è così che uno Stato civile, un'informazione corretta e costruttiva dovrebbe operare. Bisogna parlare con più frequenza di queste situazioni di difficoltà, di abbandono, nel momento in cui avvengono (e non dopo un anno), nella quotidianità della vita dove è più difficile che si accendano le luci per raccontare una notizia che sembra non esserci.
Perché non si parla più, ad esempio, del giornalista Lamberto Sposini? Probabilmente perché non ci sono notizie buone da dare, un lieto fine che tutti vorremmo ci fosse. Eppure continua ad esserci, in silenzio, il dramma di una persona e di una famiglia.
Il caso di Irene ci dice che in Italia sono migliaia le persone che vivono in questa condizione. Che magari non sono state vittime di malasanità - se in questo caso c'è stata - ma solo del fato avverso e che, comunque, debbono essere aiutate e salvaguardate. Ma che cosa dobbiamo salvaguardare?
Innanzitutto la cittadinanza di queste persone fragili, il loro sostegno e diritto di cura in ogni area geografica di appartenenza. Non soltanto riconoscendo il valore della medicina italiana, ma confrontandosi anche con l'estero, mettendo al centro dell'operare un team interdisciplinare che è l’unione tra operatori sanitari e non, istituzioni, famiglie e volontariato.
Bisogna creare in Italia una rete omogenea di assistenza alle persone in stato vegetativo e di minima coscienza. In questo campo, ormai, sono state recentemente ratificate - il 5 maggio scorso - le Linee di Indirizzo per l'Assistenza alle Persone in Stato Vegetativo e Stato di Minima Coscienza, nella Conferenza Unificata (sede congiunta della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città ed Autonomie Locali). Ma chi vigilerà sulla loro applicazione? Chi controllerà che le risorse economiche disponibili siano utilizzate al meglio per rispondere ai bisogni delle famiglie e dei loro assistiti?
Le reti associative possono fare la loro parte, ma da sole non bastano. Questo, infatti, è un problema che riguarda le Istituzioni, le Amministrazioni Locali,che devono confrontarsi - anche con le associazioni di familiari - per sancire diritti obbligatori e dovuti.
Le minacce di eutanasia - come nel caso di cui parliamo - sono sfoghi legittimi, motivati dalla drammaticità degli eventi, ma non devono deviare la nostra attenzione sull'assistenza e sull'impegno sociale.
Purtroppo non riusciremo con i mezzi attuali della ricerca a fare tornare Giuseppe come era prima, ma dobbiamo garantire a lui e alla sua famiglia tutte le possibilità perché possa riprendere il suo progetto di vita e per fare questo dovremo capire che vedere, far conoscere, vuol dire anche riconoscere qualcosa che riguarda tutti.

Ultimo aggiornamento (venerdì 03 giugno 2011 12:34)
di Fulvio De Nigris, Direttore del Centro Studi per la Ricerca sul Coma degli Amici di Luca di Bologna. Componente dell'Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità. Componente dell'Osservatorio Nazionale per il Volontariato (amicidiluca@tin.it).

Fonte: http://superando.eosservice.com/content/view/7508/112/
Neuroscienze e libertà: «l’uomo non è il suo cervello» -  4 giugno, 2011, http://www.uccronline.it

Il 4 maggio 2011 ha preso avvio un ciclo di incontri presso il Centro Culturale di Milano (www.cmc.milano.it) intitolato “Neuroscienze, determinismo o libertà”? Al primo appuntamento hanno partecipato Roberto Cavallaro, psichiatra, responsabile “Centro Disturbi Psicotici” del Dipartimento di Scienze Neuropsichiche dell’Ospedale S.Raffaele, docente presso l’Università S. Raffaele di Milano e ricercatore in psicofarmacologia clinica, neuropsicologia, riabilitazione neuropsicologica e biologia molecolare. Assieme a lui anche Mauro Ceroni, docente e ricercatore universitario in Neurologia presso l’Università di Pavia, responsabile del Laboratorio di Neurobiologia Sperimentale dell’ IRCSS Istituto Neurologico C. Mondino di Pavia e già “VisitingScience” presso il National Institute of Naurological Disorders and Stroke (NINDS) del National Institutes of Health (NIH) di Bethesda USA. L’incontro è stato moderato da Sergio Barbieri, neurologo, direttore di “U.O. Neurofisiopatologia” al Policlinico di Milano e autore di innumerevoli studi scientifici. Sintetizziamo gli interventi sottolineando i passaggi più interessanti della trascrizione integrale pubblicata sul sito web dell’associazione culturale.

IL DOTT. BARBIERI introducendo l’incontro, ha subito voluto chiarire che «il rapporto mente-cervello come rapporto hardware e software non è sicuramente corretto. Il cervello non è una macchina, perché il sistema decisionale del cervello non è computazionale. Quando prendiamo una decisione, non lo facciamo come un computer che valuta tutte le possibili opzioni in atto e ne sceglie una, abbiamo anche un apporto affettivo che ci guida nelle decisioni, a volte ci può far fare delle decisioni giuste a volte ce le può far fare sbagliate ma il cervello umano funziona in questo modo». Si è poi spostato sul cuore del dibattito, cioè il rapporto sul libero arbitrio, dicendo che «chiaramente coloro che ritengono, in maniera riduzionistica, che il cervello produca solamente impulsi elettrochimici e questi automaticamente si traducano poi in decisioni operative, tendono a ritenere che la libertà non esiste, in quanto tutto dovrebbe essere predeterminato. In realtà, ultimamente, anche questo tipo di approccio è stato abbastanza contestato, fortunatamente».

IL DOTT. CERONI si è concentrato sugli aspetti neurologici, scardinando il luogo comune di certo scientismo materialista per cui «l’uomo è il suo cervello», come abbiamo imparato dalla filosofia di Cartesio (“Cogito ergo sum”). Il neurologo invece ritiene «che non si possa assolutamente dare per scontato una tale posizione». La quale, tra l’altro, se affermata veramente porterebbe alla deresponsabilizzazione totale: «una simile interpretazione implica la negazione della libertà, che sarebbe solo apparente, e pertanto della responsabilità. Nessuna persona potrebbe più essere ritenuta responsabile dei suoi atti. Spero sia anche chiaro a tutti che una tale interpretazione non ha nulla di scientifico. Questa affermazione, appunto che l’uomo è il suo cervello, non è un’affermazione scientifica, bensì è un’affermazione che in quanto non assoluta e non dimostrabile non si gioca sul piano scientifico, bensì su quello filosofico e da questo deve essere argomentato se non vuole essere un pregiudizio che nulla ha a che vedere con la realtà». Anche le neuroscienze hanno il loro dogma, e questo è appunto il binomio mente-cervello. Lo scienziato ripercorre così la storia che ha portato a questa rigidità, dalla critica a Cartesio fino al Nobel Francis Crick. Arriva poi a criticare anche certa divulgazione che ogni tanto annuncia la scoperta del gene dell’altruismo, dell’egoismo, della felicità, dell’alcolismo ecc.., ma in realtà è da sempre risaputo che «ogni pensiero sentimento, gesto, percezione, esperienza, qualunque cosa mia ha un correlato neurologico e elettrofisiologico, penso che questo sia del tutto indubitabile, non esiste atto che io faccio, momento che io viva, sentimento che mi attraversi che non abbia un correlato neuro-fisiologico. Nulla può accadere in me che non abbia una base fisiologica, che non implichi un’attivazione dei circuiti nervosi, ma ciò non significa affatto che tutto sia riconducibile al mio cervello. Io non sono il mio cervello, che si accenda l’area non vuol dire immediatamente che quella sia la causa, che quella causa il mio comportamento». Il riduzionismo scientifico ha sempre preteso di ridurre l’uomo a quello che può conoscere, eppure cosa sia veramente “l’io” «non può essere risolto dalla scienza, non è di tipo scientifico, quando la scienza pretende di dare la risposta a questo tipo di quesiti commette un errore previo da cui poi è accecata, la pretesa che il metodo scientifico sia l’unico metodo di conoscenza e tra l’altro questa affermazione non è scientifica. Quando avanza tale pretesa è come se di fatto rendesse inesistenti tutte le realtà non conoscibili col metodo scientifico. Inoltre l’affermazione “la conoscenza scientifica è l’unica conoscenza oggettiva vera” non è un affermazione scientifica vera, bensì un’affermazione filosofica e come tale deve essere argomentata». La risposta del neurologo è che per conoscere cosa sia realmente il proprio “io”, non posso affidarmi allo scienziato, ma «poiché si tratta di me, di quello che mi costituisce, che è più intimo a me, devo cercarlo dentro la mia esperienza, così come essa traspare nel folto della vita. Mi accorgerò che sono costituito da due ordini di fattori, con caratteristiche diverse e irriducibili tra loro. Uno comprende fenomeni materiali (divisibili, misurabili, visibili, che cambiano nel tempo, si corrompono) e fenomeni non misurabili (come i concetti, le verità matematiche, l’Io, i giudizi di valore, le decisioni che assumiamo nella vita). Questi ultimi sono un ordine di fenomeni che possiamo chiamare “spirituale” o “non materiale”, in un modo più ristretto si possono chiamare “mentali”». Queste due parti non sono divisibili e perciò «ogni tentativo di spiegare esaurientemente i fenomeni non materiali a partire dal principio materiale cozza contro l’esperienza, che ci riporge come radicalmente irriducibili». Il neurologo conclude il suo intervento parlando della coscienza presenza negli stati vegetativi e dell’errore nel chiamarli “stati permanenti”, poiché non lo sono affatto.

IL DOTT. CAVALLARO si è invece dilungato sulla schizofrenia e alcune condizioni patologiche sia in neurologia che in psichiatria, che possono portare ad una modificazione dello stato normale di coscienza. Sottolineiamo un passaggio sulla definizione di coscienza, dove spiega che «nella maggior parte delle situazioni i neurologi riducono la coscienza allo stato di vigilanza, però abbiamo degli studi sugli stati vegetativi persistenti, come le ricerche del dottor Massimini fatte con la simulazione magnetica a sonda, con la registrazione delle risposte neuronali fatte negli Stati Uniti: se voi buttate una bomba magnetica con la stimolazione magnetica avete una risposta di diffusione delle reti neuronali che è simile a quelle degli stati di veglia». Chi guarda l’attivazione della corteccia delle persone in coma, «smentirà clamorosamente chi sostiene che sia in coma vegetativo. Il termine “coma vegetativo” è già di per sé una sentenza, come se quello fosse un vegetale, come se sopravvivessero soltanto le funzioni vegetative che mi fanno sopravvivere, mentre invece come fai a dirlo così semplicisticamente davanti a una condizione così complessa?». Lo psichiatra è d’accordo su moltissimi aspetti di cui ha parlato il dott. Ceroni, come sicuramente il fatto che «l’analisi semplice dimostra che io sono fatto di due ordini di fenomeni che sono irriducibili uno all’altro. Non potrò mai pensare che l’idea venga fuori da una estrema complicazione dei circuiti cerebrali. Sono due ordini completamente diversi e allo stesso tempo si danno soltanto insieme: non esiste la coscienza senza il circuito cerebrale perché io sono fatto del mio io, della mia coscienza e del mio corpo, del mio cervello, del mio ambiente, del mondo in cui sono». La coscienza esiste ma non è estrapolabile «dalla mia umanità che è fatta del mio corpo e del mio mondo. La coscienza è un fenomeno che esiste nella mia esperienza umana ed è inseparabile. Secondo me non dobbiamo avere dubbi sul fatto che la coscienza non sia l’accensione di circuiti cerebrali. Ho detto invece che ogni atto, ogni esperienza, ogni aspetto della mia umanità ha certamente sempre un aspetto neurofisiologico, elettrofisiologico».

sabato 4 giugno 2011

L'emergenza dell'anima nel rapporto mente-cervello

Martedì 10 maggio 2011, dalle 15:30 alle 17:00, presso l’aula magna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum ho impartito una lezione dal titolo: L’emergenza dell’anima nel rapporto mente-cervello. Invitato dal Magnifico Rettore, Padre Pedro Barrajón, LC, questa conferenza si situa quale capitolo del corso prescritto del Master in Scienza e Fede intitolato: L’antropologia cristiana di fronte alla scienza.
(http://www.uprait.org/index.phpoption=com_content&view=article&id=360&Itemid=153&lang=es)

Di seguito fornisco un breve abstract, lo schema della lezione e l’introduzione (per comodità sono state omesse le note bibliografiche).
ABSTRACT

Questo capitolo vuole presentare l’emergenza del tema dell’anima nel panorama scientifico contemporaneo attraverso il dibattito sorto intorno al rapporto tra mente e cervello. In un primo momento, dopo aver contestualizzato la tematica, verrà presentato il percorso diacronico del paradigma anima-corpo, mente-cervello nel pensiero occidentale. Ci si soffermerà poi, in un  secondo momento, sul concetto di “anima” nel pensiero filosofico occidentale-cristiano per poi notare l’estrema differenza con i due paradigmi mente-cervello che imperano nella cultura scientifica contemporanea: il modello monistico-materialistico delle neuroscienze cognitive e il modello dualistico-materialistico di gran parte della psicologia contemporanea. Finalmente il capitolo si chiude con una considerazione sulla riemergenza della tematica dell’anima nel dibattito culturale attuale e si cercherà di abbozzare alcune delle prospettive future che si riaprono su tale fronte.

Schema:

     I.        INTRODUZIONE ALLA TEMATICA

   II.        PERCORSO DIACRONICO DEL PARADIGMA ANIMA-CORPO, MENTE-CERVELLO NEL PENSIERO OCCIDENTALE
- da Ippocrate alla contemporanea intelligenza artificiale, al funzionalismo, al materialismo eliminativistico, al dualismo emergentista e alla tendenza odierna del monismo neurobiologico

  III.        MENTE-CERVELLO NELLA CULTURA SCIENTIFICO-FILOSOFICA CONTEMPORANEA: DUE PARADIGMI
- modello monistico-materialistico delle neuroscienze cognitive (Michael S. Gazzaniga)
- modello dualistico-materialistico della psicologia contemporanea (Legrenzi-Umiltà)

 IV.        L’ANIMA NEL PENSIERO FILOSOFICO OCCIDENTALE-CRISTIANO

   V.        L’(RI)EMERGENZA DELL’ANIMA NEL DIBATTITO ATTUALE

 VI.        LE PROSPETTIVE FUTURE



     I.        INTRODUZIONE ALLA TEMATICA

Questo capitolo vuole presentare l’emergenza del tema dell’anima nel panorama scientifico contemporaneo attraverso il dibattito sorto intorno al rapporto tra mente e cervello.
In un primo momento, dopo aver contestualizzato la tematica, tenterò di presentare brevemente, per quanto possibile, l’intricato percorso diacronico del paradigma anima-corpo, mente-cervello nel pensiero occidentale.
Mi soffermerò poi, in un secondo momento, sul concetto di “anima” nel pensiero filosofico occidentale-cristiano per poi annotarne l’estrema differenza con i due paradigmi mente-cervello che imperano nella cultura scientifica contemporanea: il modello monistico-materialistico delle neuroscienze cognitive e il modello dualistico-materialistico di gran parte della psicologia contemporanea.
Finalmente il capitolo si chiuderà con una considerazione sulla ri-emergenza della tematica dell’anima nel dibattito culturale attuale nella quale cercherò di abbozzare alcune delle prospettive future che si riaprono su tale fronte.

Definiamo e delimitiamo la problematica che affronteremo. Ci chiediamo due cose: alla luce delle moderne neuroscienze, l’anima è ancora un problema filosofico degno di interesse? C’è ancora spazio per lei nella riflessione contemporanea?

Quello dell’anima-corpo, mente-cervello, potrebbe benissimo essere considerato un tema antico quanto l’uomo.

Il problema del rapporto tra anima e corpo, o come lo ridefinisce Max Scheler, aggiungendo alla dimensione corporale quella vitale e convertendolo nel «rapporto fra l’anima e il corpo-vivente», costituisce una questione filosofica profonda che per tanti secoli, dagli albori della filosofia occidentale fin ai suoi sviluppi contemporanei, non ha mai dato tregua a quel ricercatore della verità che è l’uomo stesso. Siamo dinnanzi ad «un luogo speciale della filosofia», centrale, inevitabile, reale a colui che non voglia desistere dallo sforzo di fare filosofia seria.

Tale rapporto emerge preponderante nelle diatribe intellettuali dell’antica Grecia. È lo stesso Eraclito ad affermare il carattere misterioso di quel principio denominato da Anassagora νοῦς (principio di ordine cosmico) e successivamente da Platone ψυχή (principio di moto sempiterno) avvertendo, forse per primo nella storia del pensiero filosofico occidentale, il problema dell’io: «investigai me stesso».
Sintetizzatore emblematico del rapporto tra anima e corpo è Platone che, nel Fedone, dipinge magistralmente la profondità di un dilemma che appassiona ed avvince l’uomo di ogni tempo.

Oggigiorno, la questione del rapporto anima-corpo appare pressoché soppiantata e sostituita dal problema mente-cervello che nella sua accezione originale, in lingua inglese, viene denominato: body-mind problem. Tale cambiamento di prospettiva, così fortemente palpabile attraverso i mezzi di comunicazione sociale, non è che il riflesso scontato dell’antecedente cambio paradigmatico operato a partire dalla modernità in ambito filosofico tramite un vero e proprio processo di naturalizzazione.

Il ruolo caratterizzante dell’anima quale portatrice delle peculiari e distintive capacità dell’essere umano: la riflessione su di sé e sul mondo esterno, l’intelligenza e la coscienza, vengono oggi attribuite al nostro complesso e misterioso organo corporale: il cervello. Un «lungo processo di naturalizzazione dello spirito» ha accompagnato il pensiero moderno e appare oggi rafforzato dalle numerose e sempre più diffuse evidenze sperimentali in ambito neuroscientifico.

Dal XX° secolo con il termine “neuroscienze” si intende l’insieme eterogeneo di discipline che con metodiche ed approcci diversificati studiano il sistema nervoso nei suoi differenti aspetti: morfologici, fisiologici, embriologici, genetici, biochimici, patologici, psicologici e perfino filosofici.

L’attuale problematicità del tema anima-corpo, mente-cervello riflette qualcosa di più essenziale: la problematicità stessa dell’uomo, la questione antropologica.
Nel corso dell’ultima decade si è assistito ad un sempre maggiore interesse nei confronti dei progressi delle neuroscienze cognitive, un’intereresse non nuovo, ma sicuramente rinnovato, anche grazie alla possibilità, offerta dalle moderne e sempre più raffinate tecniche di neuro-immagine, o più comunemente neuroimmaging, di visualizzare i processi cerebrali attivi durante le funzioni più complesse dell’essere umano, dall’esperienza delle emozioni all’apprendimento. Tuttora tali sviluppi richiedono notevoli approfondimenti interdisciplinari.

Un argomento classico rimasto nell’ambito prevalentemente ed esclusivamente filosofico per secoli, come il suddetto problema del rapporto anima-corpo, oggi acquista prospettive nuove alla luce dei progressi delle conoscenze sul cervello. Tale “rivoluzione copernicana” appare supportata dai numerosi riferimenti alla letteratura neuroscientifica che emergono con sempre più frequenza ed abbondanza nelle pubblicazioni filosofiche contemporanee.

Ora che le indagini neurobiologiche stanno ridisegnando i confini ed il senso di ciò che è propriamente “umano”, resta da chiedersi: qual è la visione dell’uomo che emerge nell’epoca contemporanea e, inoltre, se tale visione sia giustificata razionalmente dalle evidenze sperimentali di scienze biologiche e psicologiche sempre più aggressive, oppure, se molto di ciò che si propone non sia soltanto un’interpretazione, cioè se non ricada in quell’ambito che gli antichi greci chiamavano δόξα, cioè pura opinione personale.

Affermazioni gratuite e pubblicistiche quali: “l’anima è nel cervello”, titolo di un best seller in Spagna e in Italia del controverso Eduardo Punset, “noi siamo il nostro cervello”, “l’anima non si vede nemmeno con la TAC”, etc., emergono da una vasta opera di testi e saggi sempre più spesso intrisi di un aperto e dichiarato riduzionismo naturalistico e materialistico che suona quale lemma dogmatico: l’anima è morta, al suo posto oggi c’è il cervello.  Nel recente libro di David J. Linden, La mente accidentale, recensito dalla rivista scientifica Nature nel 2007 e riproposto nel numero del 16 ottobre 2008, si sottotitolava come l’evoluzione del cervello ci avesse fornito l’amore, la memoria, i sogni e persino, Dio; e ancora, un’altro saggio di Sandra e Matthew Blakeslee titolava clamorosamente: Il corpo ha una mente al suo interno: come il corpo mappato nel tuo cervello ti aiuta a fare (almeno) tutto in modo migliore.

Forse, allora, ha ragione il filosofo Sandro Nannini quando afferma:

Fra ripensamenti e tortuosi percorsi, l’ipotesi materialistica e naturalistica ha guadagnato enorme terreno negli ultimi due secoli: mai come oggi nella storia dell’umanità è sembrato plausibile che come si può, dopo Darwin, fare a meno di Dio per spiegare la vita, così si può fare a meno dell’anima per spiegare l’intelligenza.

Una tale visione antropologica sta oggigiorno ingenerando uno dei dibattiti culturali più premianti, segno di una profonda insoddisfazione del cuore umano che non demorde a chiedersi tra le altre cose: se sia giustificata razionalmente l’esclusione dell’anima quale principio trascendente e costitutivo della realtà “uomo”, distinto, sin dall’epoca socratica, quale parte irriducibile e diversa per essenza dalla dimensione materiale e corporale della persona umana; se sia razionalmente giustificato, se non l’escludere, bensì il ridurre la nozione di “anima”, con tutto il bagaglio di riflessione e approfondimento che vanta da oltre due millenni, alla sola sfera immanente della realtà; se una tale visione naturalistica non elimini e riduca aspetti fondamentali e costitutivi della persona umana quale unicum tra i viventi, essere dotato sì di biologia e corporeità, ma che trascende tale situazione con la sua infinita, almeno potenzialmente, capacità di pensiero, di proiezione di sé, di slancio di conquista, di desiderio, d’amore.

Il problema dell’anima appare allora uno dei più contesi e complicati dilemmi della filosofia.

È la natura attribuita al rapporto anima-corpo che rivela la concezione che si ha dell’anima stessa, ma tale concezione rivela l’essere profondo di una civiltà: non è indifferente per una cultura avere una o un’altra concezione di anima, ma essa influenza profondamente, sia la visione che l’uomo ha di sé, sia il suo agire sociale. Bene lo diceva Cornelio Fabro quando concludeva:

Così la storia del problema dell’anima è alla fine la storia della vita stessa dei singoli popoli e delle diverse culture: con essa la civiltà si eleva, si chiarifica o si abbassa, perché ogni individuo ed ogni popolo non si può muovere nel suo ambiente e partecipare alla vita esteriore che muovendo da una definita concezione dell’essenza dell’uomo che ha nell’anima il proprio atto.
Come rispondere a certe domande fatue di Giacomo Samek Lodovici, 04-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Nel trentesimo anniversario (17 maggio) del referendum sull’aborto, sono ritornati in auge diversi argomenti abortisti. Non è possibile dimostrare qui che l’aborto è l’uccisione di una persona (al riguardo rinvio al mio articolo Aborto, una valutazione filosofica). Mi limito quindi solo alla discussione di qualche tesi erronea.

"Il concepito non è persona perché non è individuo"
Questa tesi distingue l’essere umano dalla persona, concede che il concepito sia un essere appartenente alla specie umana, ma nega che sia persona. Essa nega al concepito l’individualità perché fino al 14 giorno di sviluppo può dividersi e diventare due (o più) gemelli.
Questo discorso confonde l’individualità con l’indivisibilità: un ente può essere individuo pur essendo divisibile, a patto che le sue parti siano tra loro coese ed unite.
Nel processo che conduce alla gemellanza, la biologia recente rileva che fin dal concepimento c’è un individuo (infatti un unico controllo centrale dirige tutto il processo dello sviluppo, compreso quello che porta alla gemellanza, ed inoltre le singole cellule dell’embrione sono coese tra loro, cioè sono parti integranti di un tutto), che è vivente e che dà origine ad un altro individuo vivente: da subito c’è un individuo a cui se ne aggiunge in seguito un altro (o più d’uno).

"Il concepito non è persona perché non è razionale"
Anche questa tesi concede che il concepito sia un essere umano, ma nega che sia persona. Lo fa negandogli la razionalità. E come gli nega la razionalità? Rilevando che il concepito inizialmente non ha la corteccia cerebrale e, di seguito, pur con la corteccia, non esercita atti razionali.
Se fosse persona solo chi esercita attualmente operazioni razionali, ne seguirebbe che un soggetto  dormiente o sotto anestesia non sarebbe persona, giacché non esplica tali attività, e, dunque, sarebbe lecito uccidere anche lui.
E la mancanza del cervello? Decine di studi di biologia certificano che, dal momento del concepimento in poi, cambiano sì la quantità della materia e la complessità della sua organizzazione, ma non c’è nessun salto, nessuno stacco nello sviluppo del concepito che corrisponda a un cambiamento dell’entità che si sta sviluppando: l’entità che si sviluppa è sempre la stessa, perciò la sua natura (la natura del concepito) non muta lungo il suo sviluppo. Ora, visto che dopo alcuni anni il concepito compirà atti razionali, e visto che non c’è alcun salto nel suo sviluppo (né in quello prenatale, né in quello postnatale), vuol dire che il concepito ha una natura razionale.

"I pro-life criticano l’aborto dicendo che l’embrione è persona in potenza, ma allora l’aborto non è omicidio"
In realtà, i pro-life (sufficientemente competenti) non affermano affatto che il concepito è persona in potenza, bensì  argomentano che egli è persona in atto e che ha la potenza (ovviamente salvo patologie) di esercitare, dopo alcuni anni, le attività peculiari della persona (pensare, amare, deliberare).

"Il caso dell’aborto è come quello di Enza e il violinista"
È un discorso svolto nel 1971 da Judith Thomson che immagina (riassumendo molto l’esempio) che un famoso violinista possa sopravvivere solo perché il suo fegato è stato collegato chirurgicamente a quello di una donna di nome Enza, a insaputa di quest’ultima. Se Enza recide il legame (tra il suo fegato e quello del violinista) il violinista muore. Ora, dicono gli abortisti, il diritto alla vita non impone come dovere inderogabile di aiutare a vivere una persona fisicamente incapace di farlo da sola, quindi Enza può recidere il legame col violinista.
Su questo esempio si potrebbe discutere a lungo, ma limitiamoci ad una sola obiezione. Uccidere il concepito nel proprio grembo è diverso da recidere il legame col violinista. L’analogia sarebbe corretta solo se Enza uccidesse il violinista. Recidere il legame col violinista e ucciderlo provocano lo stesso effetto (il violinista muore), ma sono due atti diversi, e il secondo è un omicidio.
Similmente, mentre è lecita (anche per la Chiesa) la liceità dell’isterectomia (asportazione dell’utero) per salvare la vita ad una donna incinta affetta da carcinoma all’utero, non è invece lecito l’aborto, anche se il risultato dei due atti è il medesimo (la morte del concepito). È un esempio classico di applicazione del  cosiddetto principio del duplice effetto. L’isterectomia ha il duplice effetto di salvare la vita della madre (effetto positivo), ma, nel contempo (a causa dell’asportazione dell’utero) di certo comporta anche l’effetto della morte del concepito. In questo caso, sebbene l’eccellenza morale sia rappresentata dalla scelta di proseguire una gravidanza e di sacrificare la propria vita in favore di quella del concepito, è moralmente buona anche la scelta di sottoporsi all’isterectomia, perché: 1) l’atto chirurgico di asportazione che interviene direttamente sulla madre di per sé è buono; 2) la morte del concepito non è voluta come fine (cosa, naturalmente, che dipende dall’intenzione interiore del chirurgo e della donna); 3) la morte del concepito non è voluta nemmeno come mezzo (non è infatti un anello causale intermedio che produce la salvezza della madre); 4) c’è una proporzione tra la vita della madre e quella del feto.

"San Tommaso non considerava omicidio l’aborto"
È vero che  san Tommaso riteneva che l’aborto fosse omicidio solo dopo il 40o giorno di sviluppo, ma non era infallibile (tutti i santi, come san Pietro, possono sbagliarsi) e comunque gli abortisti quando lo invocano (e ovviamente lo invocano a proprio favore solo su questo tema…) sembrano proprio sottomettersi all’ipse dixit.
A parte ciò, Tommaso affermava questa tesi perché per lui il corpo sta all’anima come la materia sta alla forma e la materia può ricevere la forma solo quando è ricettiva, «ben disposta» (come un suolo può ricevere il seme solo se, per esempio, non è di cemento). Ora, Tommaso non disponeva delle nostre conoscenze di biologia dello sviluppo, dunque non poteva sapere che fin dal concepimento il nuovo corpo umano è ben disposto (cfr. Dna etc.) a ricevere la forma.
In ogni caso, pur non considerando omicidio l’aborto fin dal concepimento, egli lo condannava duramente (cfr, per esempio, il Commento alle Sentenze, l. 4, d. 31, q. 2, a. 3).

"La Chiesa non afferma che il concepito è persona, bensì solo che è un essere umano"
La smentita è facile, basta leggersi l’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II: «oggi […] si tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o terminale con locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo sguardo dal fatto che è in gioco il diritto all'esistenza di una concreta persona umana» (§ 11); «il valore della persona fin dal suo concepimento è celebrato nell'incontro tra la Vergine Maria ed Elisabetta, e tra i due fanciulli che esse portano in grembo» (§ 45); «Alcuni tentano di giustificare l'aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale. In realtà, “dal momento in cui l'ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. […] come un individuo umano non sarebbe una persona umana?”» (§ 60).