giovedì 20 dicembre 2012

"Fuori dal grembo c'è l'uomo artificiale" di Claudio Sartea



In Belgio anche i bambini potranno richiedere l’eutanasia (senza consenso dei genitori ) - http://www.tempi.it

dicembre 20, 2012 Leone Grotti 
Il partito socialista belga ha proposto martedì di modificare la legge sull’eutanasia, estendendo anche ai bambini, ai malati di Alzheimer e ai malati di demenza la possibilità di richiedere l’eutanasia. La proposta, che verrà discussa nei prossimi mesi, ha lo scopo di «aggiornare la legge affinché tenga maggiormente in considerazione le situazioni drammatiche ed estremamente strazianti a cui dobbiamo dare risposta». Per questo vogliamo «estendere la legge ai minori che siano ritenuti in grado di discernere nel caso in cui siano affetti da malattia incurabile o nel caso in cui siano soggetti a una sofferenza che non si può alleviare».
MORTI QUINTUPLICATI IN 10 ANNI. Il Belgio è stato il secondo paese nel mondo a legalizzare l’eutanasia dopo l’Olanda . La legge è stata approvata nel 2002 e quest’anno ricorre il decimo anniversario. Come riportato da tempi.it, secondo lo studio dell’Istituto europeo di bioetica, l’eutanasia in Belgio è completamente fuori controllo, le morti ufficiali sono quintuplicate passando dalle 235 del 2003 alle 1.133 del 2011 all’anno, mentre si calcola che solo nelle Fiandre il 47 per cento delle vittime per eutanasia non sia riportato e il 32 per cento non avesse richiesto di morire. Il rapporto mostra anche come le violazioni della legge sull’eutanasia siano continue e la commissione che dovrebbe supervisionare si è dichiarata «impotente» a svolgere questo compito: «Eravamo coscienti di potere svolgere il nostro lavoro in modo limitato. È abbastanza evidente che il successo della nostra missione dipende dalla volontà dei medici di rispettare o no la legge». Dal 2003, come prevedibile, nessun medico si è mai autodenunciato per avere commesso irregolarità.
LEGGE SEMPRE PIÙ COMPRENSIVA. La legge approvata nel 2002 era molto rigida per quanto riguarda i criteri da soddisfare per accedere all’eutanasia. Negli anni, molti di questi sono caduti: in teoria solo chi soffre di una malattia al suo stadio finale, che porterà sicuramente alla morte nel breve termine, può richiedere l’eutanasia. Di fatto, ora anche per malattie non incurabili si può ottenere la “dolce morte” e il criterio di “sofferenza insopportabile” è stato dichiarato soggettivo. Non è più necessario neanche presentare una richiesta scritta.
EUTANASIA PER BAMBINI. Il caso del Belgio dimostra che una volta che si accetta il principio che un uomo può essere ucciso in determinate condizioni, quelle condizioni tendono a diventare sempre di più. Così, presto, anche i bambini potranno richiedere l’eutanasia senza necessitare del consenso dei genitori.

Il fisco fa scappare le famiglie numerose - 20 dicembre 2012 - http://www.avvenire.it

«Più che la crisi poté il fisco» osserverebbe oggi Dante Alighieri per spiegare il fatto che sedici famiglie numerose italiane su cento stanno valutando seriamente la possibilità di trasferirsi all’estero, specie nei Paesi dove la tassazione è più «amica» delle coppie con figli. È quanto emerge da un sondaggio on-line lanciato nei giorni scorsi dall’Associazione nazionale famiglie numerose.

Alla domanda: «La fiscalità italiana stenta a riconoscere la famiglia: avete mai pensato di trasferirvi in paesi più sensibili?» il 16,29% dei genitori hanno risposto «Sì e lo farò». Il 15,81% riferisce di non averci mai pensato. I più – esattamente il 67,90% – hanno risposto che sì, quell’idea è balenata almeno una volta nella loro mente, ma che, per diversi motivi, non si muoveranno dall’Italia.

Al sondaggio, reperibile sul sito www.famiglienumerose.org , hanno risposto, nel momento in cui scriviamo, 620 nuclei familiari extralarge. Altri potranno farlo fino al giorno di Natale. «Nel contempo – ricorda Regina Florio, curatrice del sito web e del periodico dell’associazione "Test +" – abbiamo chiesto ai nostri soci (sono 14mila gli iscritti ad Anfn in Italia) di condividere con noi le loro considerazioni sul tema proposto dal sondaggio. Ebbene: in molti hanno scritto alla nostra redazione, confidandoci la preoccupazione per il futuro dei loro figli, la frustrazione di fronte ad un fisco che riduce di molto il loro potere di acquisto e la tentazione di cercare fortuna altrove».

«Se abbiamo pensato a trasferirci? Sì, sì, sì ed ancora sì» risponde Roger Crosara di Altavilla Vicentina (Vicenza), genitore di otto figli: «il Canada ci attrae oggi più di quanto ne fosse attratto mio nonno sessant’anni fa. Io che ho questi pensieri, dispongo di un lavoro full-time in comune, mentre mia moglie ha un contratto part-time in una cooperativa. Ma a questi otto figli, oggi ancora piccoli, che Dio ci ha donato, cosa resta? Mi sposterei per loro. Se noi mangiamo pane e cipolla, poco male… ma i nostri pargoli, no, non è giusto».

«È comprensibile il disagio di tante famiglie italiane per l’eccessivo carico fiscale – commenta Alessandro Soprana, direttore dell’osservatorio politico dell’Anfn –.Nella vicina Francia, ad esempio, grazie al quoziente familiare, le agevolazioni previste per le famiglie con figli sono molto più alte».

L’osservatorio ha messo a confronto famiglie italiane e francesi con egual numero di figli ed egual reddito disponibile. Ecco qualche simulazione. Una coppia italiana con un figlio e che dispone, grazie al lavoro del capofamiglia, di 25mila euro di reddito, paga all’Erario 3870 euro, 3478 euro in più di quanto versa la coppia francese (che, almeno fino a quest’anno, versava appena 391,59 euro). 

Una famiglia italiana con due figli e che dispone di 40mila euro di imponibile, versa allo Stato 8234 euro, 7990 euro in più di quella francese (244 euro). Papà e mamma del nostro paese con tre figli a carico e che dichiarano entrate per 50mila euro l’anno, versa all’Erario 11.424,84 euro, 11.119,49 euro in più rispetto ad una famiglia francese con egual reddito ed egual numero di figli. Una famiglia italiana con quattro figli e che dispone di un reddito di 60mila euro, versa allo Stato 14.805 euro, 14.040 euro in più rispetto a quello che fa una famiglia francese (765 euro).

Lo studio è solo indicativo, perché, ad esempio, nel caso delle famiglie italiane, prende in esame solo quelle il cui reddito deriva da un solo stipendio. Non tiene di conto delle addizionali Irpef regionali e comunali. E, per la tassazione francese, non fa riferimento alla nuova finanziaria «lacrime e sangue» del governo Hollande, ma solo alla situazione fino ad oggi esistente.

Se il Parlamento approverà definitivamente i nuovi sconti per famiglie con figli ora contemplati nel disegno di legge di stabilità finanziaria, in Italia le detrazioni di imposta per familiari a carico ammonteranno a circa 12 miliardi di euro.Secondo una stima dell’osservatorio Anfn, per assicurare alle famiglie italiane la stessa tassazione di quelle francesi il Governo italiano dovrebbe mettere in campo altri 19 miliardi di detrazioni. 

FATE LA TRIBU’ - Nell’ansiosa ricerca della formula magica per educare i figli, spunta il metodo primitivo dei cacciatori – Il Foglio, 20 dicembre 2012

Credevate di stare facendo del vostro meglio per crescere figli simpatici, non troppo viziati, bambini capaci di sparecchiare la tavola e di parlare inglese. Con una bella fatica, e il dubbio continuo: dove sbaglio? Madre tigre, madre francese, padre spagnolo (quello del metodo: “Fate la nanna!”, il più discusso, invocato e detestato del nuovo Millennio, grazie al quale molti vicini di casa hanno chiamato i carabinieri), regole da subito, regole dopo un po’, niente televisione, quintali di televisione, rigido metodo cinese, ansiosa morbidezza occidentale,  siamo arrivati, nella ricerca di una formula magica, fino a “Sos tata”. Adesso, però, si scopre che l’inadeguatezza e le lacune di ognuno di questi metodi educativi stanno nella modernità e nell’urbanizzazione. L’ultima novità per crescere figli sani, secondo una lunga inchiesta di Newsweek, è trasferirsi in Nuova Guinea, unirsi a una tribù di cacciatori e raccoglitori di bacche e frutti, e dormire per terra con i propri bambini, meglio se nudi (il monito dei pediatri di tutto il mondo, che raccomandano di non tenere i figli piccoli nel letto dei genitori per il rischio di soffocarli nel sonno, è un’invenzione recente, dovuta principalmente all’utilizzo di letti esageratamente soffici e quindi pericolosi). Vivendo in una tribù, i nostri figli non avranno crisi adolescenziali, non si chiuderanno in camera con la Playstation, non saranno musoni e insicuri, ma coraggiosi e con una sana autostima, pronti ad affrontare sfide e pericoli e anche a godersi la vita (si parla in effetti di una sessualità molto precoce e libera). Non cresceranno scoraggiati da noi, che ogni secondo diciamo loro cosa è giusto e cosa è sbagliato e cosa devono fare: i bambini nelle società primitive hanno molta libertà, sviluppano in fretta le loro capacità sociali (non perché vanno nelle ludoteche con le baby sitter, ma perché vengono cresciuti dai membri del villaggio, stanno con tutti, bambini, adulti e anziani, e non avendo televisione e iPad, parlano moltissimo) e possono giocare più o meno con tutto. Compresi i coltelli affilati, il fuoco, le pentole d’acqua bollente. Questa forse è la parte meno convincente del metodo educativo, ma pare che sia molto importante per sviluppare la responsabilità: i bambini pigmei, ad esempio, hanno il diritto di avvicinarsi al fuoco e il dovere di affrontarne le conseguenze. E’ crudele? Per queste tribù di cacciatori la cosa più crudele al mondo è lasciare piangere un bambino piccolo: significa il crollo di tutti i moderni metodi per farlo dormire da solo nella sua stanza (con il fine, si dice, di renderlo autonomo). Se il figlio di una tribù piange, nel giro di dieci secondi al massimo (calcolati) qualcuno va a prenderlo in braccio. Non necessariamente il padre o la madre, perché il segreto di questa crescita armoniosa è la condivisione nella comunità. Quindi è sbagliato anche il rapporto esclusivo genitori-figli. Se si decide di imparare qualcosa dalle società primitive, se si vuole abbracciare con entusiasmo la possibilità di un nuovo manuale in cui qualcuno ci dica punto per punto come comportarci, bisognerà buttare prima di tutto il passeggino, perché allontana troppo il figlio dalla madre nei primi anni di vita, e bisogna invece portarsi il bambino sempre addosso, sempre in verticale, meglio se poco vestito, in modo che veda quello che vediamo noi, a costo di ernie del disco, colpi della strega e polmoniti. Rispetto all’importanza della sicurezza emotiva, poi, anche le ustioni passano in secondo piano, ma ci si potrà ribellare, diventare dissidenti del metodo tradizionalissimo, e preferire i cartoni animati ai coltelli.   

Panorama - Lo spray che rende piu buoni i papà di Daniela Mattalia



L’identità dell’uomo e i limiti delle teorie darwiniane - È la qualità che fa la differenza - Pubblichiamo un estratto dal volume  Evoluzione. Cinque questioni nel dibattito attuale  (Milano, Jaca Book, 2012, pagine 160, euro 14) - L'Osservatore Romano, 20 dicembre 2012

di FIORENZO FACCHINI
Quando si affronta il tema della evoluzione ciò che riguarda l’uomo assume sempre un particolare interesse. Ammettere che anche noi abbiamo una storia che ci ha preceduti non come uomini, ma come membri di un raggruppamento animale suscita non di rado qualche difficoltà. Nello stesso tempo riconoscere le origini animali dell’uomo per taluni ha come conseguenza ovvia che siamo animali come gli altri. Alcuni aggiungono l’aggettivo culturale a indicare qualcosa che caratterizza l’uomo e che gli animali non possiedono. Aristotele parlava di  animal ra t i o n a l e , fornito di ragione. Ma vi è una fitta schiera di antropologi, zoologi ed etologi che accentuano la condizione biologica che accomuna l’uomo con gli animali e vogliono mettere in ombra o non riconoscere la specificità umana. Scimmia nuda, secondo Desmond Morris, scimmia più intelligente, secondo altri. Nulla di più. Si ha l’impressione che alcuni abbiano quasi pudore a riconoscersi uomini, differenti dagli animali, il timore di cadere in un sorta di etnocentrismo. Notava Simpson (1951) «sembra quasi che l’uomo debba scusarsi di essere un uomo o di pensare, come se si trattasse di un peccato originale, o che un punto di vista antropocentrico nella scienza o in altri campi del pensiero sia automaticamente falso». Questo atteggiamento appare più ideologico che scientifico, si ispira a una filosofia decisamente riduzionista. Quando si vuole parlare di una specie è importante riconoscerla nella sua identità, in ciò che la caratterizza e la distingue da altre. Ciò va fatto tenendo conto del dato biologico e del comportamento. Certamente la continuità è la categoria che meglio si adatta al pensiero darwiniano sulla evoluzione delle specie. Il concetto di continuità si lega a quello di gradualità evolutiva. Nel caso particolare dell’uomo la continuità potrebbe suggerire differenze soltanto di grado fra l’uomo e l’animale. Ciò è affermato da Darwin nella sua opera L’origine dell’uomo (1871). Questa affermazione appare più propriamente di carattere filosofico, nella linea del naturalismo riduzionistico e non tiene adeguatamente conto di ciò che è specifico del comportamento umano, che appare qualitativamente diverso, perché caratterizzato dalla cultura, pur nella continuità biologica tra ominide non umano e uomo. I più antichi rappresentanti del genere Homo sono riferiti a Homo habilis / rudolfénsi che realizzavano industria olduvaiana. Il passaggio a un livello più evoluto (maggiore capacità cranica, una certa robustezza nel cranio e nella mandibola) porta alla specie Homo erectus,  che per l’Africa viene chiamata  e rg a s t e r (artigiano) a partire circa da 1,6 milioni di anni fa. Con  e rg a s t e r l’industria litica si fa più elaborata. Continua quella su ciottolo e compaiono i bifacciali, caratterizzati da lavorazione su entrambe le facce e sui margini, rivelatrice che il concetto di simmetria era posseduto dal suo artefice. La forma moderna o Homo sapiens,  ha le sue radici in Africa e appare intorno a 150.000 anni fa. L’uscita dell’uomo moderno dall’Africa è avvenuta, forse in diverse ondate, fra 150.000 e 60.000 anni fa. L’uomo anatomicamente moderno si diffonde in Europa dal Vicino Oriente intorno a 40.000-30.000 anni fa e piuttosto rapidamente sostituisce i neandertaliani per fattori ancora non bene conosciuti. Ma è soprattutto sulle discontinuità che può essere sviluppato il discorso per cogliere l’identità dell’uomo come specie. Esse riguardano essenzialmente il comportamento che manifesta aspetti e interessi che non sono più di ordine biologico. La maggiore discontinuità nel comportamento dell’uomo rispetto all’animale viene ritenuta da molti il linguaggio simbolico. Esso viene ammesso quasi unanimemente in Homo sapiens di 100.000 anni fa. Tuttavia vari studiosi propendono a riconoscere forme di linguaggio anche nell’umanità precedente e perfino in Homo habilis. Le manifestazioni dell’arte e le pratiche funerarie, ben documentate negli ultimi 100.000 anni, vengono riferite a un simbolismo che è proprio dell’uomo e non dell’animale. In queste manifestazioni si dimostra chiaramente una discontinuità rispetto al mondo animale. Esse non appartengono propriamente alla sfera biologica. La cultura si caratterizza come capacità di progetto e di simbolo, entrambi rivelatori di intelligenza astrattiva, di coscienza e autodeterminazione. Queste proprietà non sono riconducibili alla sfera biologica e possono essere ritenute di ordine extrabiologico. Come già osservato, le manifestazioni che rivelano senso estetico o religioso, sono facilmente riferibili alla cultura. Ma anche i prodotti della tecnologia strumentale e della organizzazione del territorio, direttamente legati a strategie di sussistenza, rivelano intelligenza astrattiva nel prefigurare lo strumento che si vuole ottenere proiettandolo nel futuro e, quindi, capacità di p ro g e t t o . L’uso di pietre o la pratica di rozze scheggiature sono da ammettersi per ominidi non umani che avevano realizzato la liberazione della mano, dalle funzioni di sostegno o di appoggio, ma lo strumento può considerarsi umano quando rivela un’attitudine progettuale e assume un significato. Negli australopiteci l’uso di pietre o eventuali rozze scheggiature hanno un significato «anedottico», più che definire un comportamento, ha notato Coppens (1991). Essi non realizzarono una vera cultura strumentale e forse è per questo sono stati soccombenti nella competizione con l’ambiente. La discontinuità culturale, documentata nelle fasi più antiche dai prodotti della tecnica, si arricchisce nel tempo non solo di strumenti sempre più elaborati, come i bifacciali e gli strumenti costruiti con la tecnica Levallois, ma anche di documenti ricollegabili a simbolismo di ordine spirituale, svincolati da necessità di ordine biologico, espressioni di una vita sociale più intensa e di interessi extrabiologici, come quelli riferibili alla sfera dell’arte e della religione. Nell’uomo l’adattamento all’ambiente si realizza sia mediante meccanismi biologici (omeostasi genetica e fisiologica) che mediante comportamenti culturali. Quest’ultima forma di adattamento assume nell’uomo un significato e una importanza tutta particolare a motivo della capacità progettuale e innovativa che caratterizza il comportamento umano. Nel caso dell’uomo la differenza è rappresentata dal fatto che non è un comportamento stereotipo, dettato dal Dna o dall’imprinting o da altri fattori non intenzionali, ma è un comportamento pensato e trasmesso anche per via non parentale, che può anche andare contro l’i n t e re s s e dell’individuo o della specie. L’uomo ha la capacità di intervenire nei processi di adattamento modificando sia l’ambiente per adattarlo a sé, sia il proprio comportamento per adattarsi all’ambiente. Di conseguenza l’uomo ha la possibilità di modificare e anche contrastare intenzionalmente la selezione naturale operata dall’ambiente. Ciò rappresenta un caso unico nella natura. L’uomo avvertendo la sua interdipendenza con le altre specie ha la possibilità di intervenire nella gestione dell’ambiente in senso più generale favorendo o contrastando la presenza di altre specie. Di qui le sue responsabilità in ordine all’ecosistema di cui fa parte. Sotto questo profilo la centralità che la teoria darwiniana toglie all’uomo, considerandolo come un evento fortuito, gli viene restituita dalla sua unicità nella responsabilità che ha nella gestione dell’ambiente. La discontinuità culturale e la discontinuità ecologica suggeriscono una discontinuità di altro ordine, di carattere ontologico, sul piano dell’essere, che invece non viene ammessa in una concezione riduzionista, secondo la quale lo psichismo riflesso e la coscienza sono ricondotte all’attività neuronale e ai geni. A nostro modo di vedere le differenze espresse dal comportamento culturale non sono della stessa natura di quelle fisiche, cioè quantitative, ma qualitative, perché si collocano a un livello diverso da quello biologico e implicano proprietà che non sono riconducibili a quelle di ordine fisico, chimico o biologico. L’autocoscienza, come capacità di riconoscere sé e gli altri, come consapevolezza di esistere è propria dell’uomo. Nell’autocoscienza c’è la capacità di abbracciare il passato e il futuro, oltre al presente, non in termini deterministici. L’uomo sa e sa di conoscere, pensa e sa di pensare. Il pensiero non appartiene all’universo fisico misurabile, anche se si può registrare l’attività elettrica dei neuroni che entrano in azione quando la mente pensa, così come si possono registrare le variazioni dell’attività cardiaca per delle emozioni o attività di ordine spirituale, non riferibili a eventi di ordine fisico. Il pensiero e la coscienza non si possono m i s u r a re . La libertà, che può riconoscersi nella varietà dei comportamenti dell’uomo, esprime un’attività intrinsecamente non determinata da proprietà biologiche. Il senso religioso e il senso morale suppongono la capacità di valori e di scegliere liberamente e sono esclusivi dell’uomo. Essi non sono riconducibili a proprietà biologiche o a comportamenti stereotipi o a fattori esterni. Certamente c’è un rapporto o interfaccia tra sfera biologica e sfera mentale, tra sentimenti e reazioni sul piano biologico neuronale, tra comportamenti e stimolazioni esterne. Il divario ontologico non comporta separazione, ma distinzione sul piano dell’essere, con interazione o interfaccia tra sfera biologica e sfera mentale. Resta difficile rappresentarci il rapporto tra sfera animale e sfera spirituale per ragioni intrinseche, essendo una delle due sfere inesplorabile con i metodi empirici. Ma concettualmente ne cogliamo la distinzione. 

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