giovedì 1 marzo 2012
PARLARE DI "POST-ABORTO" SIGNIFICA SOSTENERE L'INFANTICIDIO -
Il Centro di Bioetica dell'Università Cattolica replica alla tesi di una
rivista scientifica
ZI12022911 - 29/02/2012
Permalink:
http://www.zenit.org/article-29751?l=italian
ROMA, mercoledì, 29 febbraio 2012
(ZENIT.org) – A seguito della presa di posizione di due studiosi italiani, che
sostengono la legittimità morale e giuridica dell’infanticidio, è arrivata la
replica del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro
Cuore.
L’articolo contestato, intitolato
“After-birth Abortion: Why Should the Baby Live?”, è stato pubblicato sul
Journal of Medical Ethics a firma di Alberto Giubilini e Francesca Minerva.
“Chi conosce il dibattito
bioetico - afferma una nota del Centro di Bioetica - sa che questa tesi non è
affatto originale: rappresenta una
riproposizione, forse neanche troppo efficace, delle argomentazioni del
bioeticista australiano Peter Singer, da sempre sostenitore della legittimità
dell’aborto volontario e dell’infanticidio”.
La tesi singeriana, ripresa dai
due autori italiani, di fatto, “legittima l’infanticidio – prosegue il
comunicato - perché i neonati, anche in assenza di una condizione patologica,
non avrebbero alcun esplicito interesse a vivere e in questo loro limbo
coscienziale non godrebbero nemmeno dello statuto di persona”.
Secondo quanto afferma l’istituto
dell’Università Cattolica, ogni essere umano manifesta un “esplicito interesse
alla vita”, già fin dal suo “primordiale sviluppo”. Quindi l’essere umano “si
inscrive in questa condizione esistenziale per cui ognuno si qualifica come
‘figlio’ e non soltanto come puro insieme di organi interpretato dalle leggi
della medicina e della biologia”.
Negare questa impostazione
significa, secondo gli studiosi del Centro di Bioetica, significa “violare
definitivamente la prospettiva etica, che non è mai puro bilanciamento di
interessi, di costi e benefici”.
La prospettiva espressa dal
Journal of Medic Ethics, oltre che “miope”, è anche “cinica”, poiché “legittima
l’individualismo del più forte (l’adulto sano) che non ha alcun “interesse”
allo sviluppo degli interessi di coloro che ha generato”, prosegue la nota del
Centro di Bioetica.
Si tratterebbe, dunque, di una
concezione “cosale” e “proprietaria” del generato a cui non si è più in grado
di offrire quell’ospitalità che “abbiamo imparato a non negare a nessuno
straniero”.
“Ad inquietare è, poi – prosegue
la nota - il fatto che proprio il concetto di persona, divenuto nella cultura
occidentale la via breve per riconoscere dignità e diritti a tutti gli uomini,
finisca per essere utilizzato per legittimare sul piano teorico la più evidente
violazione dei diritti dell’uomo”.
In conclusione, secondo il Centro
di Bioetica, la sfida lanciata dalla rivista scientifica anglosassone diventa
anche un fatto “politico”, poiché se non si è in grado “tutelare chi non è in
grado di auto tutelarsi”, ne risulta minacciata la stessa “idea di democrazia così
come l’abbiamo ricostruita dopo le violenze totalitarie”.
Anche in una “società liberale e
pluralistica”, dunque, rimane necessario sanzionare giuridicamente, e non solo
moralmente, determinate condotte che, di fatto, “minano le condizioni stesse
della convivenza civile”, conclude poi la nota.
J'ACCUSE/ L'aborto post-parto? Un vecchio sogno dei Darwin senz'anima -
INT. Francesco D'Agostino, giovedì 1 marzo 2012, http://www.ilsussidiario.net
Asserzioni la cui evidenza, per
non dire banalità, è immediata, se affogate nelle oscurità del linguaggio
tecnico possono diventare oggetto di dibattito. Ed essere, dunque, messe in
dubbio. Come il fatto che uccidere un neonato sia cosa sbagliata. Qualunque
persona di buon senso lo sa. Eppure, Alberto Giubilini e Francesca Minerva
nell’articolo “After-birth abortion: why should the baby live?” pubblicato
sulla prestigiosa rivista“Journal of Medical Ethics”, riescono nell’impresa di
sostenere il contrario; con tanto di imprimatur di parte del mondo scientifico
che la prestigiosa rivista rappresenta. Il concetto, per loro, è semplice: i
neonati sono privi dell’autocoscienza che determina il desiderio di vivere.
Tale assenza renderebbe impossibile conferire loro lo status di persona. Per
cui, eliminarli, non provoca alcun danno. Abbiamo chiesto al professore
Francesco D’Agostino ragguagli in merito al concetto di “aborto post-parto”.
Anzitutto, che peso dare a questo
articolo?
A mio avviso, molto limitato. Il
fatto che sia apparso su una rivista importante non giustifica le pubblicità
che sta avendo. Del resto, si tratta di tesi edite.
Da chi?
Peter Singer ed Hugo Hengelhardt
da anni avevano elaborato la teoria secondo la quale gli individui sono esseri
umani a pieno titolo solo quando hanno piena capacità di relazione; altrimenti,
sono solamente individui e non persone. Ovviamente, in tale categoria rientrano
anche gli infermi mentali, i malati di altzheimer e via dicendo. Secondo tali
concezioni, inoltre, gli individui che non sono persone non vanno difesi di per
sé stessi, ma per difendere in tal modo gli interessi emotivi di chi è persona
a pieno titolo. La protezione degli handicappati mentali, ad esempio, è
giustificata dalla tenerezza e dai sentimenti che i loro parenti provano per
essi.
Quindi, non c’è nulla di nuovo?
Probabilmente, questi autori
introducono l’argomento peregrino secondo cui l’infanticidio sarebbe
nell’interesse del neonato più che l’adozione. Affermano che è meglio non
vivere affatto che finire in mano di genitori adottivi perversi. Questo e nulla
più.
Come si confutano tale tesi?
Basterebbe considerare il fatto
che, ad esempio, Singer afferma che la persona sia tale solo se dotata di
capacità relazionali; ebbene: un’elementare conoscenza psicoanalitica ci dice
che il neonato attiva formidabili dinamiche relazionali con la madre e con il
padre. Addirittura è noto che, prima del parto, la psiche della madre entri in
relazione con quella del feto al punto tale che si parla di psicoanalisi
pre-parto. Detto questo, le sue posizioni, dal punto di vista filosofico, sono
di una tale banalità, che confutarlo significa concedergli fin troppo onore.
Occorre pur sempre, tuttavia, assumere una qualche forma di antropologia. In
caso contrario, confutarlo diventa pressoché impossibile.
Cosa intende?
L’argomento antropologico lascia
totalmente indifferenti quei biotecisti che hanno una posizione di estremo
materialismo. In sostanza, per chi rigetta ogni orizzonte antropologico, non
esiste piano di incontro possibile. Sarebbe come contestare chi afferma che la
Gioconda di Leonardo non è altro che un insieme di colori spalmati su una tela.
Dal punto di vista fisicistico, costui, avrebbe ragione. Se, tuttavia, non
fosse in grado di vedere al di là dell’amalgama di colori, non basterebbero
anni di lezioni di storia dell’arte per fargli comprendere che cos'è realmente
la Gioconda.
L’assenza di un’antropologia,
quindi, giustifica qualunque posizione?
Esatto. Addirittura, alcuni
bioeticisti arrivano a sostenere che la medicina dovrebbe essere drasticamente
darwiniana, abbandonando i soggetti deboli per favorire solamente quelli forti.
In ogni caso, perché una rivista
prestigiosa pubblica tesi del genere?
E’ emblematico del degrado della
cultura anglosassone contemporanea che, di fatto, ha imboccato da molti anni la
via di un riduzionismo darwiniano e utilitarista che porta a esiti di questo
tipo. Lo si vede nelle pratiche di fecondazione assistita e manipolazione degli
embrioni.
Può farci qualche esempio?
Alcuni centri di fecondazione
assistita anglosassoni fecondano in vitro diversi ovociti per impiantarli in alcune
donne. Intendono verificare quali di queste diano origine a gravidanze
ottimali, facendo abortire tutte le altre. Ormai non si tratta più di aiuto
alla procreazione o di lotta alla sterilità. È una forma conclamata di
eugenetica, del tutto legata al denaro. Ricerche di questo genere moltiplicano
i costi, ma c’è chi se lo può permettere.
Da cosa dipende tale degrado?
Sicuramente, almeno in parte, la
cultura contemporanea è sotto la soggezione quasi invincibile delle
straordinarie capacità della tecnica. Che, del resto, è ancora il feticcio del
mondo. Il dramma è che la logica che guida la tecnica è esclusivamente di tipo
funzionale. Ciò che funziona ha un pregio, al contrario va distrutto. Tale
visione, se applicata esclusivamente alla tecnica ha una sua legittimità.
Difficilmente, tuttavia, la concezione funzionale resta circoscritta al proprio
ambito, senza sfociare nell'antropologia.
(Paolo Nessi)
© Riproduzione riservata.
Irlanda, qualcuno rema contro la vita di Tommaso Scandroglio, 01-03-2012,
http://www.labussolaquotidiana.it
Il 22 febbraio scorso Clare Daly,
esponente del Partito Socialista, ha presentato alla Camera Bassa del
Parlamento irlandese un disegno di legge dal titolo: “Interruzione di
gravidanza in caso di rischio per la vita della gestante”. Finora soltanto sei
membri della Camera hanno apertamente appoggiato il disegno di legge che quindi
certamente non passerà al voto del 18 e 19 aprile prossimi. Per quale motivo?
Perché in Irlanda è già consentito abortire in stato di necessità, cioè se c’è
pericolo per la vita della donna.
E’ quanto mai intuitivo che anche
lo stesso Daly è a conoscenza che la sua proposta è sostanzialmente una
fotocopia della normativa già vigente, ma ha deciso ugualmente di portarla in
Parlamento al fine di riaccendere la discussione sull’aborto proprio in
occasione della recente costituzione del Gruppo dei 14 saggi avvenuta il 13
gennaio scorso. Chi sono questi 14 saggi?
Il 16 dicembre 2010 la Corte
Europea dei Diritti dell’uomo (CEDU) si era pronunciata sul caso di tre donne
che erano state “costrette” ad andare in Inghilterra ad abortire perché in
Irlanda l’aborto è vietato. Infatti la Costituzione irlandese all’art. 40,
terzo comma, afferma: “Lo Stato riconosce il diritto alla vita del bambino non
nato e, con la dovuta considerazione per il pari diritto alla vita della madre,
garantisce nelle sue leggi il rispetto, e nella misura del possibile, tramite
le sue leggi, la difesa e la rivendicazione di tale diritto”. Quindi come si
accennava poc’anzi l’unico caso contemplato per accedere alle pratiche abortive
è quello in cui la madre rischia la vita nella prosecuzione della gravidanza.
Come si pronunciò la Corte? In
modo ambiguo. Da una parte affermò che la Convenzione Europea dei Diritti Umani
non sancisce un “diritto umano all'aborto”, ma dall’altra accolse il ricorso di
una delle tre donne la quale era stata ammalata di tumore e temeva che la
gravidanza potesse far ritornare il male. Un caso che secondo i giudici poteva
rientrare nell’unica ipotesi prevista per abortire dal governo irlandese.
La Corte non si fermò qui ma andò
oltre. Trovandosi intrappolata tra l’incudine della Costituzione irlandese
fortemente pro-life e il martello delle sirene europee pro-choice invitò
caldamente il governo irlandese a chiarire meglio le modalità attraverso cui
una donna potrebbe abortire nel caso in cui fosse in pericolo di vita. Oltre a
ciò si aggiunse anche l’uscita dello svedese Thomas Hammarberg, commissario dei
diritti umani per il Consiglio d’Europa, il quale nel giugno del 2011 invitò
anche lui il governo ad essere “più coraggioso” chiarendo meglio le modalità e
i tempi attraverso cui le donne potevano ricorrere all’aborto.
Ovviamente la pressione europea
non mira tanto alla specificazione più dettagliata della legislazione vigente
in materia di aborto, dato che questa in buona sostanza lo vieta, ma persegue
lo scopo di rendere meno restrittiva la normativa attuale.
Al fine di assecondare le
direttive della CEDU il ministro della Salute James Reilly costituì lo scorso
mese un’equipe di 14 saggi perché stili una sorta di linee guida per le donne
che vogliono abortire paventando un pericolo di morte. Quello che preoccupa è
l’orientamento di alcuni suoi membri. Il presidente del Gruppo è il giudice
Seàn Ryan, già presidente del Child Abuse Commission, organo che ha avuto il
compito nel 2009 di indagare su casi di abusi a danno di minori perpetrati
all’interno di ambienti cattolici e su il cui operato si sono addensate serie
critiche dato che l’intento palese era stato quello di portare alla sbarra non
tanto i singoli colpevoli ma la Chiesa d’Irlanda nella sua interezza. Poi c’è
Deidre Madden la quale ha sostenuto apertamente che “l’embrione non è ancora
persona”. Infine Ailish Nì Riain che ha definito i nascituri “contenuti
dell’utero”.
Insomma niente di buono c’è da
aspettarsi dal report di questa commissione: il rischio molto probabilmente
sarà quello di allargare le attuali maglie della legislazione irlandese in
materia di accesso all’aborto.
Ecco allora che il disegno di
legge di matrice socialista mira solo a non far scemare l’attenzione
massmediatica sui lavori di questa commissione che entro agosto dovrà fornire
un suo responso al governo, parere non vincolante ma sicuramente capace di
influenzare le coscienze di molti parlamentari e di molti cittadini.
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