martedì 3 gennaio 2012

La storia di Jenni Lake, morta di cancro a 17 anni per far nascere il suo bambino, 3 gennaio 2011 http://www.pourfemme.it


Oggi vi racconto la storia di Jenni Lake, una ragazza che a soli 17 anni si è ammalata di tumore ma ha deciso di rinunciare alle cure per far nascere il suo bambino, adesso lei non c’è più ma Chat, il suo bambino, continuerà a vivere per lei e grazie a lei. Jenni Lake ha raccontato la sua battaglia con il cancro e per la vita attraverso dei video su Youtube che hanno commosso l’America ma che hanno anche fatto discutere. Io credo che in queste situazioni non ci sia da discutere, inutile fare polemiche, quando in ballo ci sono vita e morte, c’è solo bisogno di rispetto.

Jenni Lake ha scoperto di avere il cancro a 17 anni, un tumore molto invasivo a cervello e colonna spinale che con tutte le cure le dava una probabilità di sopravvivenza del 30% a fronte di almeno due anni di trattamenti. In un primo momento Jenni aveva accettato questa battaglia, poi però ha scoperto di aspettare un bambino dal suo fidanzato Nathan. Doveva scegliere se continuare le cure, chemio, radio e altre terapie sperimentali, oppure proseguire con la gravidanza.

Jenni ha scelto di portare avanti la gravidanza e di rinunciare alle terapie, ha fatto nascere il suo bambino che si chiama Chat e sta bene. “Ho fatto quello che dovevo fare, il mio bambino ora crescerà sano” ha dichiarato Jenni.

Jenni però è morta 12 giorni dopo aver dato alla luce il suo bambino, devastata dalla malattia che nel frattempo si è estesa. “Ho sempre sperato dentro di me – racconta la mamma di Jenni – che dopo aver partorito potesse riprendere le cure e salvarsi”, la gravidanza anche in questa situazione così grave aveva fatto rifiorire questa giovane donna.

Adesso Jenni non c’è più però c’è una nuova vita, da lei fortemente voluta, che porterà sicuramente molto conforto ai suoi familiari.

Se il figlio è ciò che (la madre) mangia




Stati Uniti, c'era una volta il matrimonio - Un rapporto pubblicato nei giorni scorsi dal Pew Research Center afferma che ormai solo il 51 per cento degli adulti negli Stati Uniti sono attualmente sposati, 3 gennaio 2011, http://vaticaninsider.lastampa.it

MARCO TOSATTI
ROMA
Se si fa un paragone con il 1960, quando il 72 per cento di tutti gli adulti (allora considerati quelli che avevano diciotto anni o più) erano sposati, questa cifra rappresenta un minimo storico per gli Stati Uniti, e secondo il rapporto è rappresentativa dei molte altre “società post-industriali avanzate”.

“Se questa tendenza dovesse continuare – scrive uno degli estensori del rapporto, D’Vera Cohn – la percentuale degli adulti che sono attualmente sposati si ridurrà di più della metà in pochi anni. Gli altri metodi e sistemi di vita degli adulti – comprendendo coabitazione, famigli composte da una sola persona e famiglie con un solo genitore; bene tutto ciò è diventato prevalente nei decenni più recenti”.

Il rapporto rivela anche che il numero di adulti che non si sono mai sposati è quasi raddoppiato dal 1960, passando dal 15 al 28 per cento del totale, e che l’età media per il primo matrimonio è salita da 20.3 anni a 26.5 anni per le donne, e da 22.8 a 28.7 per gli uomini.

In questo fenomeno c’è da considerare anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica, così come è venuta formandosi in base alla cultura dominante propagandata dai media, e dalla società permissiva scaturita dagli anni’60. “L’atteggiamento pubblico verso l’istituzione matrimoniale è mista”, rileva Conh. e autorità pubbliche. “Circa quattro americani su dieci sostengono che il matrimonio sta diventando obsoleto, secondo un sondaggio del Pew Research compiuto nel 2010. Però lo stesso sondaggio ha trovato che la maggior parte delle persona che non si sono mai sposate, e cioè il 61 per cento, amerebbe farlo, un giorno o l’altro”.
Lo studio del 2010 in effetti dimostrava che a dispetto delle cifre crescenti, per quanto riguardava la coabitazione, il divorzio e i bambini con un solo genitore, il 95 per cento degli americani sotto i 30 anni avevano nei loro progetti un futuro matrimonio. “Il matrimonio, anche se è in declino in tutti i gruppi, rimane la norma per gli adulti che hanno educazione a livello di college e un buon introito, ma è ora marcatamene meno prevalente nei gradini più bassi della scala socio-economica”, dichiarava il rapporto Pew, spiegando che le persone nei gruppi meno favoriti probabilmente avrebbero voluto il matrimonio esattamente come gli altri, ma consideravano prioritaria la sicurezza economica come pre-condizione per il matrimonio.

Il rapporto di cui parliamo rivela che circa i due terzi degli adulti con un grado accademico superiore sono sposati (64 per cento); mentre questa cifra si abbassa a poco meno della metà del totale per quelli che hanno avuto un’istruzione in un college (48 per cento) , o un’istruzione liceale (47 per cento). Se invece si considera l’età relativamente al matrimonio, la ricerca dimostra che il declino del matrimonio fra gli adulti è drammaticamente più evidente nei giovani. Solo il noce per cento degli adulti compresi fra i 18 e i 24 anni si sono sposati nel 2010, mentre nel 1960 erano il 45 per cento. Fra gli adulti compresi fra i 25 e i 34 anni meno della metà erano sposati nel 2010 (il 44 per cento, esattamente); nel 1960 si toccava l’82 per cento. Sebbene la maggior parte degli americani dalla metà dei trenta anni in avanti siano sposati, le proporzioni sono diminuite notevolmente rispetto al 1960.

Lo studio ha anche considerato le statistiche di matrimonio a seconda della razza, trovando che più della metà (55 per cento) degli adulti bianchi sono sposati, con una diminuzione netta dal 74 per cento del 1960. Fra gli ispanici, la cifra di sposati è del 48 per cento, mentre nel 1960 era il 72 per cento; e fra i neri, solo il 31 per cento è sposato, mentre nel 1960 erano il 61 per cento. “Alcune differenze fra i gruppi possono essere spiegate con i fatto che le comunità di ispanici e neri per struttura sono formate da persone più giovani, rispetto ai bianchi”, ipotizzano i ricercatori. Comunque, rispetto a 50 anni fa si arriva al matrimonio in media sei anni più tardi nella vita di ciascuno.

E c’è un’altra scoperta, del rapporto. Il numero di nuovi matrimoni negli Stati Uniti è calato del 5 per cento fra il 2009 e il 2010, una caduta secca nel periodo di un anno, probabilmente legata alla situazione dell’economia.
Il fenomeno però non è appannaggio esclusivo degli Stati Uniti. “Gli Stati Uniti non sono affatto l’unico Paese in cui il matrimonio sta perdendo posizioni da mezzo secolo. La stessa tendenza ha preso piede nella maggior parte delle società avanzate post-industriali, e questi cali di lungo termine sembrano ampiamente non legati al ciclo economico. Il calo è rimasto costante, in periodi economici buoni come in quelli cattivi”.
In realtà secondo un sociologo, W. Bradford Wilcox il calo costante nel numero dei matrimoni va attribuito a tre fattori concomitanti: il cambio nei valori della società, le decisioni della politica e i fattori economici.  Secondo Wilcox la maggior difficoltà nel trovare un lavoro stabile può condurre le coppie a coabitare, e a ritardare il momento del matrimonio. Inoltre è evidente che la cultura della società è diventata più individualistica, e pronta ad accettare alternative al matrimonio quali il sesso pre-matrimoniale e la coabitazione. Wilcox poi evidenzia come il matrimonio non è più privilegiato dalle politiche pubbliche, e talvolta è penalizzato dalla legge da un punto di vista finanziario, creando così un incentivo per le coppie a non formalizzare la loro unione.

Anche la religione, e l’allontanamento da essa, ha un suo ruolo. Un rapporto del National Marriage Project, compiuto nel 2010, evidenzia alcune caratteristiche, Le persone non religiose “hanno più probabilità di divorziare di coloro che sono impegnati religiosamente”; e la coabitazione è più comune fra i non religiosi. Gli americani nei decenni passati si sono disimpegnati progressivamente da molte istituzioni, fra cui le Chiese. Secondo Wilcox la tendenza ad abbandonare il matrimonio può danneggiare la società americana. Le coppie sposate, statisticamente sono più felici, e i bambini sono migliori quando sono cresciuti da genitori sposati; fra l’altro, dimostrano una minore tendenza alla depressione e all’uso di droghe.

Preti uccisi, paesi cattolici a rischio di Danilo Quinto, 03-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Quel che impressiona, scorrendo l’elenco degli operatori pastorali, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, assassinati nel corso del 2011 - pubblicato, come ogni anno, dall’Agenzia FIDES - è il dato relativo all’America. Infatti, in base alle informazioni raccolte dall’Agenzia FIDES, tra i 26 operatori pastorali assassinati (18 sacerdoti, 4 religiose, 4 laici), uno in più rispetto all’anno precedente, 13 sacerdoti e 2 laici sono stati uccisi in America: 6 sacerdoti e un laico in Colombia e 4 sacerdoti e una laica in Messico. Seguono, Brasile, Paraguay, Nicaragua (in ciascuno di questi paesi, è stato ucciso un sacerdote).


Colombia e Messico sono due paesi cattolici che da molti anni, per motivi diversi, sono al centro di violenze di ogni tipo, che colpiscono anche gli operatori pastorali e limitano fortemente la libertà religiosa.


Di anno in anno, aumenta in Messico il numero delle vittime della guerra in corso del narcotraffico (nel 2007, erano state 2.826, nell’intero 2010 se ne sono contate 15.273), che ha registrato episodi molto gravi, come l’irruzione, avvenuta nel 2010, senza mandato e senza avviso preliminare, di circa 200 poliziotti in piena Messa, in una chiesa di Apatzingán (Michoacán): dopo aver chiuso le porte, hanno liberato le donne e i bambini, per poi fermare e registrare gli uomini, nella speranza di catturare il capo supremo del Cartello “La Famiglia”.

La stessa Chiesa cattolica ha subito la violenza dei “cartelli” – riferisce il rapporto sulla libertà religiosa nel mondo dell’Istituto di Diritto Pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre” - che hanno assassinato il sacerdote Habacuc Hernández Benítez e, ad Arcelia, i seminaristi Eduardo Oregón Benítez e Silvestre González Cambrón, il cui veicolo è stato investito da almeno venti colpi di fucili automatici. Nel febbraio 2010, il sacerdote della chiesa dell’Assunzione del Sacrario Metropolitano,

José Luis Parra Puerto, è stato assassinato dopo essere stato rapinato di un furgone con cui percorreva uno dei quartieri occidentali del Distretto Federale. Anche la delinquenza comune svolge un ruolo di primo piano: secondo dati dell’Interpol, i templi e le opere d’arte sacra sono i più saccheggiati dell’America Latina.

Uno studio del Centro Cattolico Multimediale, che dipende dall’Episcopato messicano, ha rivelato che il Messico sarebbe il secondo posto più pericoloso per esercitare il sacerdozio in America Latina, dopo la Colombia.


In quest’ultimo paese, i rapimenti colpiscono proprio i pastori evangelici, soprattutto in quelle zone dove la presenza di cristiani può compromettere il mercato clandestino degli stupefacenti. L’associazione “Porte Aperte” afferma di avere testimonianze di guerriglieri, di componenti di gruppi armati e di coltivatori di piante per la produzione di stupefacenti che si convertono e, naturalmente, una volta convertite queste persone abbandonano le loro attività illegali, creando un danno ai gruppi criminali, i quali reagiscono con intimidazioni, minacce, violenze, rapimenti e assassinii. Durante il 2009, in Colombia sono stati assassinati cinque sacerdoti: Juan Gonzalo Aristizabal Isaza, di Medellin; Gabriel Montoya Tamayo e Jesús Ariel Jiménez, ambedue di Vichada; Óscar Cardozo Ossa, di Villavicencio, e Jaramillo Cárdenas di Santa Rosa de Osos. Decine di sacerdoti colombiani prestano il loro servizio sotto le minacce di gruppi armati. Perfino 17 vescovi ricevono protezione da parte della polizia.


Negli altri continenti, in base ai dati dell’Agenzia Fides, la situazione relativa all’anno 2011, registra 6 operatori pastorali assassinati in Africa (due in Burundi, 1 in R.D.Congo, Sud Sudan, Tunisia, Kenya): 2 sacerdoti, 3 religiose, 1 laico; 4 uccisi in Asia (3 in India e 1 nelle Filippine): 2 sacerdoti, 1 religiosa, 1 laico. In Spagna, infine, è stato assassinato un sacerdote.


“Agli elenchi provvisori stilati annualmente - avverte l’Agenzia Fides - deve sempre essere aggiunta la lunga lista dei tanti di cui forse non si avrà mai notizia, o addirittura di cui non si conoscerà il nome, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano con la vita la loro fede in Cristo. Si tratta di quella ‘nube di militi ignoti della grande causa di Dio’ - secondo l’espressione di Papa Giovanni Paolo II – che va dal Ministro pakistano per le minoranze, Shahbaz Bhatti, primo cattolico a ricoprire tale incarico, impegnato per la pacifica convivenza fra le comunità religiose del suo Paese, ucciso il 3 marzo, al giovane nigeriano che svolgeva ad Abuja, presso la chiesa di Santa Teresa, il servizio di vigilanza per proteggere i luoghi di culto nel giorno di Natale, ucciso da un attentato insieme ad altre 35 persone”.


Nel decennio 1980-1989 - i dati sono quelli in possesso e diffusi dall’Agenzia FIDES - hanno perso la vita in modo violento 115 missionari: una cifra in difetto, segnala l’agenzia, perché si riferisce solo ai casi accertati e di cui si è avuta notizia. Negli anni 1990-2000 - sempre secondo i dati dell’Agenzia – sarebbero stati 604 i missionari ad gentes in senso stretto e il personale ecclesiastico uccisi. Il numero comprende, segnala l’Agenzia FIDES, le 248 persone appartenenti al personale ecclesiastico che hanno perso la vita durante il genocidio del Ruanda. Negli anni 2001-2010, il totale degli operatori pastorali uccisi è di 255.

Libero e impunito il papà dell'ecstasy di Mario Iannaccone, 02-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

È il più grande drug designer del mondo ma non è un fuorilegge. Alexander “Sasha” Shulgin, classe 1925, nato a Berkeley, si considera uno scienziato puro ma le sue creazioni si diffondono, in forma di pasticche o cristalli, nei bar, nelle discoteche, nei rave party del mondo intero.

Sembra un simpatico nonno californiano con quelle camicie a fiorami, la testa aureolata dai capelli candidi, la brocca di limonata sempre pronta sul tavolo. Vive in una casa nella Bay Area, non lontano da San Francisco, ed è amato per i modi squisiti con cui accoglie gli ospiti assieme alla moglie Ann, psicoterapeuta. Laureato in biofarmacologia, ha lavorato presso l’esercito, specializzandosi in farmacologia psichiatrica, e poi alla Dow Chemicals. Nel 1960 fu introdotto nella cerchia dei devoti psichedelici dopo l’assunzione di una robusta dose di mescalina, come Huxley, Leary o Alpert. Nella Berkeley rivoluzionaria del decennio 1967-1976 divenne uno degli animatori della scena psichedelica in versione scientifica. Da allora si è dedicato allo studio delle sostanze psicoattive lavorando con le formule come uno scienziato da film. Si dice che in casa sua le formule chimiche siano tracciate ovunque, anche sulle pareti.

Quando la DEA l’avvisò che rischiava incriminazioni pesanti convenne ch’era meglio diventarne consulente ricevendo così un salvacondotto per continuare il suo lavoro. Già, perché la sua esperienza è considerata inestimabile. Shulgin è in assoluto il più prolifico inventore di droghe sintetiche del mondo e anche il più prudente. Alla sua creatività si debbono ben 200 droghe nuove (oltre 250 precisano altri). Alcune di queste sono diffusissime. E pericolose. Mentre altri sono finiti dietro le sbarre o sono rimasti latitanti per decenni, come il leggendario Nick Sand condannato da un giudice “per aver contribuito alla degradazione dell’umanità”, lui, grazie alla sua condotta accorta, è rimasto libero e sempre in cordiale contatto con il mondo accademico.

Shulgin vive in una specie di ranch nelle verdi colline dell’entroterra di San Francisco dove ha attrezzato un laboratorio fornito per continuare il suo lavoro nella massima discrezione, ammiratissimo dagli “psiconauti”, vituperato da pochi e ignoto al grande pubblico. Al contrario del messia spaccone Timothy Leary, Sasha si considera uno scienziato puro, esploratore degli stati alterati di coscienza, quei reami fatati, o atroci, cui si accede grazie a molecole dai nomi interminabili. Basta cambiare la posizione di un atomo – spiega – modificare di poco la temperatura di una “cottura” e la stessa molecola rivela porte occulte. Come nel mondo di Alice, la via che sembra portare al paradiso ti trascina nel peggiore degli incubi. Perciò ci vuole prudenza e così, quando annuncia una novità, l’assaggia in compagnia dei gourmet della psiconautica. Verso sera, la domenica, dopo una cena leggera, invita alcuni eletti cui distribuisce la sostanza e un lungo questionario affinché vengano annotate e descritte le peripezie della coscienza dell’assuntore. Il tutto viene poi riscritto in bella prosa e pubblicato con tanto di formula e ricetta. 

A parte Ann, il “grande amore” di Shulgin è l’ecstasy (MDMA). Nel 1976 la fece conoscere allo psichiatra Leo Zeff che la ribattezzò adam perché, secondo lui, aveva la caratteristica di riportare l’uomo alla situazione adamitica, e se ne fece promotore fra colleghi e pazienti. Nei primi anni Ottanta, l’ecstasy era considerato un farmaco facilitante nelle psicoterapie brevi, commercializzata in bevande e salutata, sulla grande stampa, come il toccasana degli yuppie. Con il nome “ecstasy” vendeva di più. Poi se ne scoprirono i pericoli e fu dichiarata illegale nel 1985.

Shulgin è sempre rimasto lontano dal mondo degli spacciatori, il suo interesse è sempre stato quello di esplorare le “frontiere della coscienza”. Ha conservato la purezza dello scienziato ricercatore, di quelli che sperimentano senza curarsi delle applicazioni letali delle loro scoperte. Le sue droghe percorrono un destino tipico: restano legali per un po’, cominciano ad essere conosciute, vengono inserite nelle tabelle delle droghe illegali, poi entrano nel circuito del mercato nero. I produttori non faticano a scoprirne la formula perché è lo stesso, ambiguo, Shulgin a rivelarla (non è il comportamento del perfetto libertario?). E così, mentre lui conduce i suoi esperimenti tra le colline verdeggianti della Bay Area, alchimista sorridente, milioni di giovani si dedicano ad un consumo scriteriato, dannoso e persino letale dell’ecstasy e delle sue infinite varianti (conosciute con il nome collettivo di Mdxx).

Formule e processi di produzione sono stati inseriti in libri come Phikal e Thikal, manuali (cookbook, in gergo) che aiutano il più inesperto chimico a produrre potenti “enteogeni”, dalla tossicità spesso ignota. Questi libri circolano liberamente su internet da un decennio. Icona dei libertari, degli antiproibizionisti con il pallino dell’ingegneria sociale, “Sasha” Shulgin e la sua enciclopedica conoscenza delle droghe potrà contare sino alla fine dei suoi giorni sulla più completa impunità. Del resto, vicino ormai ai novant’anni, tutti i danni che poteva fare li ha già fatti.

lunedì 2 gennaio 2012


Malato, cerca rene su Internet Lo dona un'amica di Facebook  - Negli Usa uomo ha pubblicato l'appello e tra i 1.400 followers risponde una donna, salvandogli la vita. Domani il trapianto, 2 gennaio 2012

Oltre che vecchi amici da tutto il mondo su Facebook si può trovare anche altro: un rene, per esempio. Il sito di social networking è infatti diventato, almeno negli Stati Uniti, un forum dove pubblicare richieste di aiuto e sono sempre di più le persone con malattie renali a sfruttarlo per cercare una soluzione. Damon Brown di Seattle ha trovato un rene tramite Facebook dopo aver raccontato la sua storia su un profilo creato appositamente da lui e dalla moglie. Amici e familiari di Brown hanno diffuso il link tra conoscenti e il sito ha presto raggiunto 1.400 followers.

Qualche tempo dopo Jacqueline Ryall, una donna che Brown e la moglie conoscono da anni ma non era un'amica stretta, ha offerto di donare un rene per salvarlo."Ha detto che non lo sta facendo per me, ma per i miei figli che meritano di avere un padre", ha raccontato il 38enne Brown. "Sono contenta della mia vita, ho ricevuto molto e ora ho la responsabilità di regalare qualcosa a qualcuno", ha spiegato la 45enne Ryall. Spero, ha aggiunto, che la mia decisione convincerà altre persone a fare una scelta simile. Quando il trapianto, che sarà effettuato domani, è stato confermato Brown ha pubblicato la notizia sul profilo di Facebook. Più di 300 persone hanno risposto congratulandosi con lui: "Wow, che meraviglioso regalo di Natale", ha scritto Kelly L. Hallissey. La storia di Damon Brown non è isolata, ha spiegato April Paschke dello United Network for Organ Sharing, un'ong privata che gestisce il sistema di trapianti per il governo federale Usa.

"Vediamo sempre più persone che trovano una soluzione tramite siti di social networking", ha riferito Paschke. "È - ha aggiunto - un'estensione del modo in cui comunichiamo. Prima che arrivasse internet la gente comunicava in altri modi: per passaparola, tramite annunci letti in chiesa o pubblicità". Molte persone non sanno che reni e fegato possono essere prelevati da donatori viventi e non soltanto da persone decedute. Dei 16.800 reni trapiantati negli Usa nel 2010, 6.277 provenivano da persone viventi.

NON ABBIATE PAURA DELLE NUOVE VITE - Un papà racconta la storia di un bambino che non sarebbe dovuto nascere di Gianni Lavopa

ZI12010110 - 01/01/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-29136?l=italian

ROMA, domenica, 1°gennaio 2012 (ZENIT.org).In questi giorni si parla tanto di previsioni astrali per il 2012, come se la nostra vita dipendesse, non dal nostro Creatore e Signore, ma dalla posizione degli astri da Lui creati. Per questo motivo vorrei raccontarvi la mia esperienza con il mio ultimo figlio Daniele.
Nel 2005 la mia famiglia era così composta: io avevo 48 anni, mia moglie Angela 42, mio figlio Gianluca 16 e Cristina 10 anni. Con Cristina, l’ultima, non pensavamo di avere altri figli, invece mia moglie scoprì di essere incinta. Per lei non fu una dolce sorpresa, un pò perché a 42 anni aveva sentito dire che le gravidanze sono più a rischio rispetto alla norma, e poi perché trattandosi del terzo figlio aveva paura di seguire la sorte di sua madre. Mia suocera infatti ha il terzo figlio portatore di un handicap mentale. A questi timori si aggiunse la presenza di un mioma di 2 cm nel liquido amniotico (riscontrato nell’ecografia). Cominciarono così le discussioni tra me (da sempre contrario all’aborto) e mia moglie (incoraggiata da mia suocera) che voleva interrompere la gravidanza (secondo loro) a rischio. Accompagnai mia moglie dal ginecologo del consultorio famigliare, per consigliarci e far vedere l’ecografia con il mioma.
Quel sabato mattina la dottoressa del consultorio vide gli esami fatti da mia moglie e rivolgendosi a lei, disse queste testuali parole: “Signora questo mioma con il passare del tempo si ingrandirà e creerà dei grossi problemi sia a lei che al bambino, inoltre c’è il rischio che il bambino subisca malformazioni fisiche o mentali. Lei passerà tutto il tempo della gravidanza a letto (potrebbe avere delle forti perdite di sangue) e ogni giorno potrebbe aver bisogno di una persona che l’accudisca. Se oltre a suo marito non c’è nessun’altro in famiglia come farà? Se suo marito è al lavoro come farà a cavarsela da sola? Signora mi creda quello a cui lei va incontro se prosegue questa gravidanza non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico, ne va di mezzo anche la sua salute”. Mi permisi di interrompere il suo discorso, ma mi fu subito replicato: “Lei caro signore non centra niente, chi deve decidere se continuare la gravidanza oppure no è sua moglie non lei!”, rivolgendosi a mia moglie riprese a dire: “Signora oggi è sabato, lunedì mattina vada in clinica e abortisca, non aspetti neanche un minuto in più!”.
Mentre andavamo via Angela ebbe un capogiro, la feci sedere e chiesi a una signora che stava nel consultorio un bicchiere d’acqua (per lei fu un duro colpo nonostante era propensa ad abortire). La domenica mattina andammo a messa, io avevo esaurito tutti i miei argomenti per convincere mia moglie a non abortire, ci recammo alla chiesa di S. Antonio (il nostro santo protettore fin dai tempi del nostro fidanzamento). Mi misi in fila per comunicarmi e col cuore in mano chiesi al Signore di liberarmi da quell’angoscia, e gli offrii la mia vita se sarebbe intervenuto in nostro aiuto. Quando giunsi quasi vicino all’altare voltai lo sguardo su un manifesto di Papa Giovanni Paolo II, che attirò la mia attenzione, con scritto “Non abbiate paura”. Subito dopo mi comunicai e tornai al mio posto con la convinzione che quella frase era rivolta a me, non dovevo temere perché sarebbe andato tutto bene. Dopo la messa io e mia moglie ci confessammo da un sacerdote chiedendogli consiglio. Padre Teofilo ci disse: “Avete sentito una campana ora sentitene un’altra, rivolgetevi a un altro ginecologo e fategli vedere tutti gli esami clinici, poi fatemi sapere”. Mia moglie vedendo la mia insistenza: “Va bene facciamo quest’ultimo tentativo”.
La mattina del lunedì prima di andare in clinica ci recammo da un ginecologo (trovato a caso un’ora prima sull’elenco telefonico), vide tutte le cartelle e disse: “E allora? Qual è il problema? Volete far nascere questo bambino oppure no? A quel punto raccontammo quello che ci aveva detto la ginecologa del consultorio, ma lui rispose: ”Non c’è nessun problema per il mioma, ho fatto partorire donne con un mioma grosse quanto un’arancia e in l’età più avanza della sua, inoltre ci tengo a dirle che non sono obbiettore di coscienza e quindi non avrei nessun interesse a mentirle. Lo ringraziammo per la cordiale disponibilità nel consultare la situazione di mia moglie, in cuor mio ringrazia Gesù perché vidi chiaramente l’intervento della sua mano Misericordiosa. Tornammo quella stessa mattina in chiesa da padre Teofilo e gli dicemmo tutto, lui seguì mia moglie nei mesi successivi incoraggiandola a portare avanti la gravidanza dicendole che Dio non l’avrebbe abbandonata.
Accadde proprio così, Angela non solo portò avanti la gravidanza senza problemi, ma si recò a casa di sua madre per aiutarla perché in quel periodo non stava bene. Successe esattamente il contrario di quello che la ginecologa le aveva pronosticato. In più Angela verso gli ultimi mesi della sua gravidanza voleva partorire con l’epidurale (perché temeva che dopo dieci anni avrebbe sofferto molto durante il parto), per vari motivi non le fu possibile portare avanti questo tipo di gravidanza indolore. E invece partorì molto più velocemente degli altri 2 figli e quasi senza dolore, nacque così Daniele che oggi ha 6 anni, un bambino molto vivace e così intelligente che spesso dice cose che ci fanno ridere, perché più grandi della sua età.
Benedico il Signore perché con la Sua Misericordia ci apre altre porte, quando ci troviamo bloccati davanti a una che non riusciamo ad aprire con le nostre sole forze.