lunedì 3 settembre 2012

Staminali, a Catania c'è un'altra Celeste



Squalllide operazioni sulla morte del cardinal Martini - Rispetto e verità - Roberto Colombo, 2 settembre 2012, http://www.avvenire.it

Neppure di fronte alla morte di una personalità eminente, il cardinale Carlo Maria Martini, testimone appassionato e credibile di un profondo amore alla vita propria e di tutti coloro che incontrava nel suo ministero culturale, magistrale e pastorale, si sono fermati i soliti innescatori di baruffe mediatiche, sempre alla caccia di presunte incoerenze tra l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia morale e le posizioni personali di alcuni suoi membri. La morte, mysterium tremendum, è strappata al riguardoso silenzio, alla commozione della mente e del cuore, forma laicissima di contemplazione del culmine dell’esistenza dell’uomo, che incute reverenziale timore ed esige rispetto incondizionato. Così è per tutti, credenti e no, per il naturale trasudare di una sensibilità umana limpida e vivace. O, più precisamente, dovrebbe essere, se il dibattito pubblico su questioni delicate e decisive della vita non fosse inquinato da istanze ideologiche e revansciste che accecano gli occhi e l’intelligenza e portano a vedere ovunque distinzioni e divisioni, creando contrapposizioni che non hanno riscontro nella realtà dei fatti, né fondamento nell’argomentazione ragionevole.

Paragonare la lucida e umanissima decisione del cardinale e dei suoi medici di fronte all’ultima crisi parkinsoniana, di metà agosto, che ha segnato il breve epilogo della sua esistenza terrena (circa due settimane), segnato dalla «incapacità a deglutire cibi solidi e liquidi» – come affermato dal suo medico curante – con le scelte del padre di Eluana Englaro o di Piergiorgio Welby è una operazione strumentale priva di ogni realistico riferimento clinico ed etico. L’arcivescovo emerito di Milano soffriva di una malattia neurodegenerativa, quella di Parkinson, che gli ha consentito di idratarsi e nutrirsi ordinariamente per via orale fino a poco prima della sua morte. La libera accettazione dell’ineludibile avvicinarsi della morte gli ha fatto chiedere, come fece anche il beato Giovanni Paolo II (che soffriva di una patologia simile), che non si procedesse a manovre di posizionamento di sonde per l’alimentazione enterale o ad altri interventi sproporzionati e incongruenti con la decisione di accogliere i tempi e i modi con i quali il Signore gli è venuto incontro nell’ultimo, definitivo abbraccio. Per questo «è rimasto lucido fino all’ultimo e ha rifiutato ogni forma di accanimento terapeutico», ha dichiarato il dottor Pezzoli.

Ben diversa di fatto, e opposta di valore, è stata la decisione arbitraria di sospendere l’idratazione e l’alimentazione di Eluana, da 17 anni in stato vegetativo persistente, una condizione patologica stazionaria che non l’aveva portata, sino a quel momento, alle soglie della morte. Non era in agonia né stava per entrarvi. La donna avrebbe continuato a vivere ancora per parecchio tempo (non possiamo sapere quanto) e, per il suo stato clinico, la nutrizione enterale era perfettamente appropriata, condizione necessaria per supportare la fisiologica necessità di acqua e cibo. Infine, la decisione venne presa da altri, non da lei stessa.

Welby, invece, venne colpito all’età di 16 anni dalla distrofia muscolare di Becker, una malattia neuromuscolare a progressione generalmente assai più lenta della malattia di Parkinson. Su sua richiesta, il respiratore gli venne staccato 45 anni dopo, anche in questo caso non in prossimità della morte (la vita di pazienti affetti da questa forma particolare di distrofia muscolare può durare a lungo). Una scelta di eutanasia volontaria, in un momento della propria malattia, che nulla ha a che vedere – né clinicamente, né moralmente – con la decisione di rinunciare a forme di «accanimento terapeutico» alle soglie della morte.

Non vi è spazio per chi vuole ignobilmente speculare sulla morte dignitosissima ed evangelica di un tenace difensore della dignità della vita umana e di «generoso servitore del Vangelo», come lo ha chiamato Benedetto XVI.

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FESTIVAL DI MANTOVA - Schmitt, 400 milioni di assenti al banchetto della vita, 3 settembre 2012, http://www.avvenire.it/

Eric-Emmanuel Schmitt non smette di stupire. Lo scrittore e drammaturgo francese, Premio Moliére per la sua opera drammaturgica, già autore dell’indimenticabile Il Vangelo secondo Pilato (San Paolo), capace di tratteggiare un Ciclo dell’invisibile che con diversi racconti brevi affronta varie tradizioni religiose – Oscar e la dama in rosa (Rizzoli) e Ibrahim e i fiori del Corano (Edizioni e/o) i titoli più noti – ora approda in Cina con il suo nuovo lavoro (in libreria da mercoledì): I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto (Edizioni e/o, pp. 144, euro 12) è un apologo che affronta il tema della politica del figlio unico e dell’aborto in generale con una prospettiva decisamente pro-life. Il protagonista del racconto infatti, dopo un iniziale rifiuto, accoglie il figlio della sua compagna dopo aver conosciuto in Cina la signora Ming, vittima delle scelte anti-vita di Pechino perché impedita nel suo desiderio di maternità. Schmitt sarà ospite di un doppio appuntamento al Festival della letteratura di Mantova sabato 8 settembre: alle 10.30 a Casa del Mantegna parlerà su «A cosa serve la letteratura?»; alle 17.45 a Palazzo San Sebastiano presenta il suo nuovo racconto.

Dunque, per lei a cosa «serve» la letteratura?
«Vaste programme, questa domanda. Penso che ci siano tante risposte quante sono gli scrittori e i lettori. Per me la letteratura rappresenta la scoperta della molteplicità dei punti di vista e l’esplorazione del labirinto della condizione umana. Se la filosofia cerca di semplificare, la letteratura tende alla complicazione. Sono sempre rimasto colpito dalla nascita della filosofia e della poesia nel V secolo a.C. in Grecia: se da un lato la filosofia cercava l’unità, la singolarità e la verità con una formula matematica, la poesia e il teatro – ad esempio l’Antigone – mostrano e creano situazioni che presentano diversi punti di vista. In tal modo la letteratura dimostra che ciascuno ha ragione dal suo punto di vista e torto dalla prospettiva degli altri. La letteratura ci chiede di fare attenzione a proclamare una verità e ci suggerisce che ve ne esistono molte. Se la filosofia sembra quasi voler abbattere il labirinto della condizione umana, la letteratura lo vuole percorrere per intero. Per me poi la scrittura è una scuola di tolleranza contro il fanatismo e un modo per coltivare il mistero: essa è un’apertura costante all’altro e all’alterità».

Il filosofo Theodor Adorno diceva che «dopo Auschwitz, non è più possibile fare poesia». Tanti critici pensano che nella nostra epoca post-moderna il romanzo sia ormai morto. Lei continua a scrivere, però …
«Infatti la frase di Adorno è un’idea semplice e direi ideologica, che vuole semplificare la realtà. Il romanzo ha diverse armi rispetto alla filosofia per comprendere ciò che ci sta intorno: la compassione, la simpatia, l’immedesimazione…».

Il suo scritto più recente, «I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto», è un singolare testo in cui lei affronta la questione della politica anti-natalista del figlio unico. «Grazie alla legge 400 milioni di cinesi avevano evitato di nascere. Com’era possibile felicitarsi per quattrocento milioni di fantasmi? O meglio, di assenti… Che senso aveva investire sul nulla anziché sull’essere». Perché ha scelto questo tema?
«Le politiche demografiche della Cina si basano su una razionalità matematica: si limitano le nascite perché, si dice, altrimenti non ci sarebbero i mezzi per mantenere i nuovi nati. Ma tale razionalità è triste: vedere che non sono nati 400 milioni di bambini è una cosa di cui rattristarsi, una tragedia. In questa prassi politica c’è una visione anti-vita e anti-natalista che non approvo. Ricordiamoci che la razionalità non è sempre morale: per me il valore più alto è la vita e la libertà, in questo caso la libertà di scegliere di diventare genitori».

Fra pochi giorni debutta a Parigi la sua trasposizione teatrale del «Diario» di Anna Frank. Come è arrivato a questo lavoro?
«È stata un’avventura strana. Tre anni fa alcuni produttori olandesi hanno fatto delle proposte di casting a diversi drammaturghi in tutto il mondo per una trasposizione teatrale del Diario. Sono venuti a trovarmi a Bruxelles, dove abito, e mi hanno chiesto come avrei fatto un’opera simile. In seguito sono stato scelto e ho lavorato insieme ad alcuni storici e membri della Fondazione Anna Frank di Amsterdam. Il mio testo teatrale presenta il punto di vista del padre della ragazza, Otto, l’unico ad essere sopravvissuto al lager nazista. Questo papà, che ogni giorno va alla stazione ferroviaria per vedere se la moglie e le due figlie stanno tornando, rinviene il Diariodella figlia e ne scopre il carattere di scrittrice, a lui ignoto».

Speriamo di vedere presto questa piéce anche in Italia…
«Sì, certamente, ci sono già state richieste al riguardo».


Se i quiz salgono in cattedra a scuola - Giorgio Israel - 03/09/2012, Il Messaggero, http://www.flcgil.it

NON si può che ammirare chi ha il coraggio di sedersi su una poltrona difficile come quella della Pubblica Istruzione. Da anni ogni ministro riceve in dote dal precedente un’eredità sempre più pesante, per l’accumularsi di problemi aggravati da mediocri compromessi politico-sindacali e da cattive riforme ispirate all’ideologia anziché al buon senso, una merce ormai rara nel sistema dell’istruzione. Quindi l’unica via per un ministro è perseguire il difficile dosaggio tra una grande determinazione nel tagliare nodi aggrovigliati fino all’inverosimile e una grande saggezza nel tener conto di esigenze tutte rispettabili.
È una miscela necessaria di fronte al lascito di personale scolastico precario e all’esigenza di aprire una porta ai giovani; perché un sistema dell’istruzione che non sia alimentato da nuovi apporti innestati con continuità sulle esperienze precedenti è destinato a sicuro declino. Inoltre, occorre por fine alla prassi disastrosa dell’immissione in ruolo di nuovi insegnanti senza verifiche di merito. Pertanto, la scelta del ministro Profumo di ripartire un contingente di posti per metà al fine di sanare le situazioni pregresse e per l’altra metà per far svolgere un concorso, va considerata come una decisione coraggiosa ed equilibrata. Purtroppo le buone intenzioni non bastano.
Pare che il concorso sarà riservato agli abilitati, il che, in linea di principio, è sacrosanto. Ma nei fatti non si conferiscono abilitazioni da anni né si avranno nuovi abilitati – con i Tfa, Tirocini formativi attivi – prima di un anno, per cui si rischia di fare una sola cosa, ossia assumere precari, con due modalità diverse. Non sarebbe meglio far svolgere il concorso al termine del primo anno di Tfa? Si è anche proposto di aprirlo agli ammessi ai Tfa, sotto la condizione che conseguano l’abilitazione.
Ad ogni modo, una soluzione va trovata, altrimenti i più giovani si troveranno di fronte alla solita porta chiusa, che tale resterà per chissà quanto tempo. Difatti, sarebbe un miracolo se il proposito di bandire concorsi «leggeri» a brevi intervalli finalmente si realizzasse.
Sorvoliamo sui problemi enormi che pone un concorso «pesante», soprattutto se aperto da un test preliminare di «scrematura», indispensabile dato il numero enorme dei candidati. Si è parlato di un test unificato per tutte le classi di concorso mirato alle capacità «logico-deduttive» il che suscita allarme, soprattutto ove si pensi ai disastri passati dal concorso per dirigenti scolastici a quello per i Tfa. Ma lasciamo da parte la tematica dei test per porre un problema più generale di cui essa è solo un aspetto.
Di anno in anno, gli adempimenti e le verifiche che si accumulano sul sistema scolastico crescono come una palla di neve che diventa valanga. La quantità di scartoffie che incombono su insegnanti e dirigenti cresce esponenzialmente. Ora si prospetta l’autovalutazione delle scuole mediante griglie fornite dal ministero, poi la valutazione mediante commissioni ispettive gestite dall’Invalsi (l’Istituto di valutazione del sistema scolastico), poi la formazione in servizio gestita dell’Indire (l’Istituto di documentazione e ricerca educativa) e così via. Un’immensa macchina burocratico-amministrativa si appesantisce sempre di più sulla scuola. La massa di prescrizioni e direttive si infittisce lasciando sempre meno spazio alla libertà metodologica personale, e restringendo il tempo dedicato all’insegnamento propriamente detto.
Nell’ambito della politica economica è difficile trovare chi sia contrario alla crescita: ma poi ci si divide (anche in modo politicamente trasversale) sull’idea se vada perseguita con interventi dirigisti o rimuovendo i vincoli che intralciano lo sviluppo delle forze produttive. Non diversamente nel campo dell’istruzione: c’è chi pensa che la crisi della scuola si possa superare con un controllo sempre più stringente dall’esterno – da parte di «tecnici» – e chi pensa che occorra mettere in atto solo i meccanismi che favoriscono l’emergere delle forze migliori. Per i primi la valutazione del merito si fa a monte, per i secondi a valle. I primi vedono il ministero come un controllore onnipresente, i secondi gli attribuiscono il ruolo di favorire discretamente e costruttivamente l’evoluzione positiva del sistema.
Il ministero italiano, per una lunga tradizione, propende a un dirigismo che sta diventando ipertrofico, parossistico, ed è sostenuto da ideologie didattiche soffocanti. Non esitiamo a dire che sarebbe auspicabile che il ministro si orientasse a contrastare tendenze più adatte a un paese totalitario che a una democrazia liberale. Si risolverebbero così anche tanti disastri (si pensi ancora ai test) che sono conseguenza del potere eccessivo di «esperti» che valutano il «prodotto» senza sapere cosa contiene, e cioè sulla base di analisi statistiche e dati quantitativi e formali nell’ignoranza completa dei contenuti in gioco.
Non è elementare buon senso che prima di escogitare rimedi per la scuola si faccia un’analisi dei suoi mali? E chi ha mai fatto una simile analisi in modo serio, ovvero sui contenuti, e non limitandosi a statistiche di dubbia interpretazione? Per esempio: chi ha mai fatto un’analisi seria dei contenuti che circolano nei libri scolastici? E questo non per imporre questo o quel modo di insegnare ma per aprire un dibattito di merito che solo può far migliorare la qualità dell’insegnamento.
Inutile dire che, oltre ad avere buoni testi, vorremmo avere buoni insegnanti. Il ministro ha recentemente proposto la sua visione di come deve essere un buon insegnante. A noi pare che sarebbe meglio non impelagarsi nel tentativo di definire una figura tanto complessa. Tuttavia, se proprio dovessimo scegliere la definizione preferita, ricorderemmo quella di Hannah Arendt: l’insegnante è colui/colei che «si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la responsabilità. Di fronte al ragazzo è una sorta di rappresentante di tutti i cittadini della terra che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo». E così facendo – osserva Arendt – fornisce al giovane gli strumenti per avanzare liberamente con le proprie gambe.
Secondo il ministro l’insegnante deve saper stabilire e gestire buone relazioni con gli studenti, saper stare bene in classe, e alternare la sua posizione di docente con quella di discente, lasciando talora la cattedra agli allievi. A parte quest’ultimo aspetto che riporta a sessantottismi di cui non v’è proprio bisogno, la figura che emerge è quella del «facilitatore» nell’ideologia dell’autoapprendimento. Sapere star bene in classe e gestire bene i rapporti con gli allievi è molto importante, ma non crediamo che si tratti di una scienza codificabile.
Colpisce l’omissione di un requisito cruciale: che l’insegnante sia colto, che conosca la sua materia. Tolto questo, tanto varrebbe affidarsi a Pippo Baudo, che certamente ne sa più di certi teorici dello «stare in classe», che propinano i loro precetti nel modo più noioso, cattedratico e trasmissivo che si possa immaginare. Abbiamo il ricordo di insegnanti non molto capaci di gestire la classe, ma dotati di una cultura tale da lasciare una traccia indelebile sugli allievi; ed altri, brillanti e simpatici quanto vacui.
Migliorare il mondo dell’insegnamento si può. Mettere le brache al mondo è tipico delle visioni illiberali. Se poi riduciamo i contenuti dell’insegnamento a un «optional», a qualcosa che può essere «costruito» pescando indifferentemente ovunque, senza distinguere tra libri seri e Wikipedia, possiamo scommettere sul definitivo declino della scuola italiana.

La gang degli aborti clandestini di Simone Traverso, 02 settembre 2012, http://www.ilsecoloxix.it

Genova - Quattro casi al mese, donne costrette ad abortire per continuare a vendere il proprio corpo nei vicoli di Genova, ma pure insospettabili giovani che interrompono la loro gravidanza indesiderata in maniera clandestina. Questa storia venuta a luce nelle ultime settimane grazie alle segnalazioni fatte dai medici alla polizia, non prende, come si potrebbe credere, le mosse in un basso a luci rosse della città vecchia.

Bensì, tutto inizia in magazzino ai margini dell’aeroporto internazionale “Silvio Pettirossi” di Asuncion, in Paraguay. Ad oltre diecimila chilometri di distanza dai caruggi genovesi, l’11 novembre del 2008, agenti della dogana paraguaiana e investigatori dell’Interpol, «grazie alla collaborazione di uno spedizioniere privato» intercettano un pacco contenente «3.190 pillole abortive, per un valore approssimativo di 191.400 dollari americani», recita la nota diffusa a conclusione del blitz.

Il farmaco si chiama “Cytotec” e nasce come semplice gastroprotettore. Solo che qualche medico senza scrupoli ha scoperto che l’ingestione di queste pasticche, in quantità superiori alle prescrizioni, provoca contrazioni tali da indurre l’aborto. E così le organizzazioni criminali si sono ingegnate per accaparrarsi anche il traffico e la vendita al dettaglio di questa moderna «pillola abortiva».

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LA SCIENZA E IL DIRITTO DEVONO PARLARE LA STESSA LINGUA - Giorgio Lambertenghi Deliliers, La Repubblica – Milano, 3 settembre, 2012, La Repubblica - Milano

E' notizia recente che il giudice del tribunale di Venezia ha ordinato di continuare le infusioni di cellule staminali sulla bambina di due anni affetta da atrofia muscolare, considerando la cura come "compassionevole". Nello scorso maggio l'Alfa, ente adibito ad autorizzare l'uso di farmaci che abbiano requisiti di efficacia e sicurezza, aveva imposto lo stop della terapia all'ospedale civile di Brescia. Il provvedimento, che sta suscitando vivaci reazioni da parte degli scienziati, ricorda altre vicende che in passato avevano richiesto interventi diretti del governo, pressato da una certa parte dell'opinione pubblica che spesso confonde la libertà assoluta di curarsi come uno desidera, con il diritto ad una cura approvata dal ministero della Salute in quanto efficace e non dannosa.

L'ordine di procedere con le infusioni di staminali rischia di stravolgere quegli aspetti etici e deontologici della sperimentazione clinica ormai consolidati, e di rimettere in discussione le regole che governano i rapporti tra ricercatori e legislatori. Le pubblicazioni scientifiche internazionali più accreditate sulle cellule staminali hanno sottolineato che non esistono prove sulla loro efficacia curativa, tranne per alcune malattie del sangue, dell'occhio e della pelle.

In questi casi si utilizzano staminali che per loro natura sono già orientate a fabbricare sangue, pelle o cornea. Invece, per altre gravi condizioni patologiche, come le malattie muscolari e neurodegenerative, l'obiettivo è di utilizzare staminali (ad esempio del sangue) manipolate in laboratorio, così da indurle a trasformarsi in cellule di tipo diverso, in grado di rigenerare, una volta iniettate nel corpo, il tessuto malato (ad esempio cervello o muscolo). E un'ipotesi di ricerca affascinante, che tuttavia per essere trasferita sul piano clinico necessita di prove solide, non solo di efficacia ma anche di sicurezza. Sono infatti recenti le segnalazioni di tumori insorti in pazienti trattati con staminali che, a seguito della manipolazione in laboratorio, hanno subito alterazioni e mutazioni a carico del loro dna, responsabili delle tragiche conseguenze.

La vicenda suggerisce altre considerazioni. Oggi il paziente pretende la guarigione sulla scorta di falsi annunci e dichiarazioni, che spesso hanno anche un obiettivo commerciale. E' un rischio insito nella eccessiva scientizzazione della medicina, per cui tutto ciò che è tecnicamente possibile fare, è giusto farlo perché serve a qualcosa. Inoltre, l'enfasi sull'autonomia del malato, che lo ha reso praticamente titolare di scelte terapeutiche scientificamente non ancora validate, può avere, come sta avvenendo, risvolti di carattere giudiziario sul medico e/o sull'ospedale, quando rifiutano determinati interventi che non hanno alcuna garanzia di successo.

Da qui la necessità urgente di sostenere con fermezza il ruolo decisionale degli Enti regolatori (come l'Aifa) incaricati di redigere i criteri di qualità, sicurezza ed efficacia per autorizzare le procedure di trattamento ed infusione delle cellule staminali nelle diverse patologie. Ciò servirebbe anche a facilitare il delicato compito dei Comitati etici ospedalieri, spesso discordi nella valutazione delle sperimentazioni cliniche. E' auspicabile che prossimamente di fronte a casi analoghi, scienza e diritto parlino lo stesso linguaggio, al fine di evitare, come hanno scritto Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (vedi il "Sole 24 ore" di domenica 26 Agosto), che un giudice decreti che "un malato deve continuare ad essere trattato con qualcosa che non si sa cosa sia, come funzioni e quali effetti produca".

domenica 2 settembre 2012


Corea del Sud: una sentenza inedita a favore della vita - Il diritto alla vita è quello più fondamentale, l’aborto rimane vietato - 2 settembre, 2012 - http://www.uccronline.it

Sul tema dell’aborto si usa sostenere che vi siano più diritti in gioco, quello alla vita di un essere umano e quello della libertà di sopprimere la vita di un essere umano indesiderato. Ma quest’ultimo è configurabile come diritto? Se poi si pensa che la gravidanza indesiderata è conseguenza di una libera scelta -ad eccezione dello stupro- dei due partner di copulare ignorando le possibili conseguenze del loro atto, allora si capisce ancora meno perché un innocente essere umano, chiamato alla vita, debba pagare per una decisione irresponsabile, presa esercitando il legittimo diritto di scegliere dei due partner. La donna abortisce, dunque, perché ha già scelto di usare male la sua libertà (ovviamente esclusi i casi di stupro e di aborto forzato) copulando ignorando le conseguenze.

La Corte Costituzionale della Corea del Sud pare aver dato credito a questo semplice ragionamento, stabilendo, in una sentenza emessa il 23 agosto 2012, che «il diritto alla vita è il più fondamentale dei diritti umani» e che il diritto della donna di disporre del proprio corpo «non può essere invocato come superiore al diritto alla vita di un feto».

A fare ricorso alla Corte Costituzionale era stata un’ostetrica che riteneva sbagliata la pena di due anni di carcere per gli operatori sanitari che praticano aborti illegali, ma la Corte ha affermato la legittimità costituzionale del Codice penale in materia, riportando in particolare che «il diritto alla vita è il più fondamentale dei diritti umani».

La sentenza è stata criticata fortemente dalle organizzazioni femministe (ottimo motivo per compiacersi, dunque, dato che nulla c’entrano con la vera difesa delle donne) e accolta con soddisfazione dai movimenti pro-life, ma anche con cautela perché preoccupa la definizione dell’inizio della vita usata dalla Corte costituzionale, che giustifica la manipolazione di embrioni creati in vitro: essa inizierebbe con l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero della donna, mentre per il mondo scientifico la vita umana inizia chiaramente al momento della fecondazione dell’ovulo da uno spermatozoo. Recentemente anche la comunità autonoma spagnola della Galizia ha preso coscienza di questo dato oggettivo, affermando che i figli “non nati” devono essere considerati come membri della famiglia, garantendo «il diritto alla maternità»

Secondo un recente sondaggio a livello internazionale, la Corea del Sud è uno dei Paesi con il più alto numero di persone non religiose (31% e 15% di atei decisi). Anche la presenza della Chiesa è davvero modesta e la famigerata “influenza del Vaticano” è decisamente blanda. C’è curiosità dunque verso chi se la prenderanno adesso abortisti e femministe, sempre pronti ad inventarsi complotti teocratici quando in realtà si tratta di argomenti affrontabili tranquillamente attraverso ragionamenti “laici”.