lunedì 3 settembre 2012
Squalllide operazioni sulla morte del cardinal Martini - Rispetto e
verità - Roberto Colombo, 2 settembre 2012, http://www.avvenire.it
Neppure di fronte alla morte di
una personalità eminente, il cardinale Carlo Maria Martini, testimone
appassionato e credibile di un profondo amore alla vita propria e di tutti
coloro che incontrava nel suo ministero culturale, magistrale e pastorale, si sono
fermati i soliti innescatori di baruffe mediatiche, sempre alla caccia di
presunte incoerenze tra l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia morale
e le posizioni personali di alcuni suoi membri. La morte, mysterium tremendum,
è strappata al riguardoso silenzio, alla commozione della mente e del cuore,
forma laicissima di contemplazione del culmine dell’esistenza dell’uomo, che
incute reverenziale timore ed esige rispetto incondizionato. Così è per tutti,
credenti e no, per il naturale trasudare di una sensibilità umana limpida e
vivace. O, più precisamente, dovrebbe essere, se il dibattito pubblico su
questioni delicate e decisive della vita non fosse inquinato da istanze
ideologiche e revansciste che accecano gli occhi e l’intelligenza e portano a
vedere ovunque distinzioni e divisioni, creando contrapposizioni che non hanno
riscontro nella realtà dei fatti, né fondamento nell’argomentazione
ragionevole.
Paragonare la lucida e umanissima
decisione del cardinale e dei suoi medici di fronte all’ultima crisi
parkinsoniana, di metà agosto, che ha segnato il breve epilogo della sua
esistenza terrena (circa due settimane), segnato dalla «incapacità a deglutire
cibi solidi e liquidi» – come affermato dal suo medico curante – con le scelte
del padre di Eluana Englaro o di Piergiorgio Welby è una operazione strumentale
priva di ogni realistico riferimento clinico ed etico. L’arcivescovo emerito di
Milano soffriva di una malattia neurodegenerativa, quella di Parkinson, che gli
ha consentito di idratarsi e nutrirsi ordinariamente per via orale fino a poco
prima della sua morte. La libera accettazione dell’ineludibile avvicinarsi
della morte gli ha fatto chiedere, come fece anche il beato Giovanni Paolo II
(che soffriva di una patologia simile), che non si procedesse a manovre di
posizionamento di sonde per l’alimentazione enterale o ad altri interventi
sproporzionati e incongruenti con la decisione di accogliere i tempi e i modi
con i quali il Signore gli è venuto incontro nell’ultimo, definitivo abbraccio.
Per questo «è rimasto lucido fino all’ultimo e ha rifiutato ogni forma di
accanimento terapeutico», ha dichiarato il dottor Pezzoli.
Ben diversa di fatto, e opposta
di valore, è stata la decisione arbitraria di sospendere l’idratazione e
l’alimentazione di Eluana, da 17 anni in stato vegetativo persistente, una
condizione patologica stazionaria che non l’aveva portata, sino a quel momento,
alle soglie della morte. Non era in agonia né stava per entrarvi. La donna
avrebbe continuato a vivere ancora per parecchio tempo (non possiamo sapere
quanto) e, per il suo stato clinico, la nutrizione enterale era perfettamente
appropriata, condizione necessaria per supportare la fisiologica necessità di
acqua e cibo. Infine, la decisione venne presa da altri, non da lei stessa.
Welby, invece, venne colpito
all’età di 16 anni dalla distrofia muscolare di Becker, una malattia
neuromuscolare a progressione generalmente assai più lenta della malattia di
Parkinson. Su sua richiesta, il respiratore gli venne staccato 45 anni dopo,
anche in questo caso non in prossimità della morte (la vita di pazienti affetti
da questa forma particolare di distrofia muscolare può durare a lungo). Una
scelta di eutanasia volontaria, in un momento della propria malattia, che nulla
ha a che vedere – né clinicamente, né moralmente – con la decisione di
rinunciare a forme di «accanimento terapeutico» alle soglie della morte.
Non vi è spazio per chi vuole
ignobilmente speculare sulla morte dignitosissima ed evangelica di un tenace
difensore della dignità della vita umana e di «generoso servitore del Vangelo»,
come lo ha chiamato Benedetto XVI.
© riproduzione riservata
FESTIVAL DI MANTOVA - Schmitt, 400 milioni di assenti al banchetto
della vita, 3 settembre 2012, http://www.avvenire.it/
Eric-Emmanuel Schmitt non smette
di stupire. Lo scrittore e drammaturgo francese, Premio Moliére per la sua
opera drammaturgica, già autore dell’indimenticabile Il Vangelo secondo Pilato
(San Paolo), capace di tratteggiare un Ciclo dell’invisibile che con diversi
racconti brevi affronta varie tradizioni religiose – Oscar e la dama in rosa
(Rizzoli) e Ibrahim e i fiori del Corano (Edizioni e/o) i titoli più noti – ora
approda in Cina con il suo nuovo lavoro (in libreria da mercoledì): I dieci
figli che la signora Ming non ha mai avuto (Edizioni e/o, pp. 144, euro 12) è
un apologo che affronta il tema della politica del figlio unico e dell’aborto
in generale con una prospettiva decisamente pro-life. Il protagonista del
racconto infatti, dopo un iniziale rifiuto, accoglie il figlio della sua
compagna dopo aver conosciuto in Cina la signora Ming, vittima delle scelte
anti-vita di Pechino perché impedita nel suo desiderio di maternità. Schmitt
sarà ospite di un doppio appuntamento al Festival della letteratura di Mantova
sabato 8 settembre: alle 10.30 a Casa del Mantegna parlerà su «A cosa serve la
letteratura?»; alle 17.45 a Palazzo San Sebastiano presenta il suo nuovo
racconto.
Dunque, per lei a cosa «serve» la
letteratura?
«Vaste programme, questa domanda.
Penso che ci siano tante risposte quante sono gli scrittori e i lettori. Per me
la letteratura rappresenta la scoperta della molteplicità dei punti di vista e
l’esplorazione del labirinto della condizione umana. Se la filosofia cerca di
semplificare, la letteratura tende alla complicazione. Sono sempre rimasto
colpito dalla nascita della filosofia e della poesia nel V secolo a.C. in
Grecia: se da un lato la filosofia cercava l’unità, la singolarità e la verità
con una formula matematica, la poesia e il teatro – ad esempio l’Antigone –
mostrano e creano situazioni che presentano diversi punti di vista. In tal modo
la letteratura dimostra che ciascuno ha ragione dal suo punto di vista e torto
dalla prospettiva degli altri. La letteratura ci chiede di fare attenzione a
proclamare una verità e ci suggerisce che ve ne esistono molte. Se la filosofia
sembra quasi voler abbattere il labirinto della condizione umana, la
letteratura lo vuole percorrere per intero. Per me poi la scrittura è una
scuola di tolleranza contro il fanatismo e un modo per coltivare il mistero:
essa è un’apertura costante all’altro e all’alterità».
Il filosofo Theodor Adorno diceva
che «dopo Auschwitz, non è più possibile fare poesia». Tanti critici pensano
che nella nostra epoca post-moderna il romanzo sia ormai morto. Lei continua a
scrivere, però …
«Infatti la frase di Adorno è
un’idea semplice e direi ideologica, che vuole semplificare la realtà. Il
romanzo ha diverse armi rispetto alla filosofia per comprendere ciò che ci sta
intorno: la compassione, la simpatia, l’immedesimazione…».
Il suo scritto più recente, «I
dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto», è un singolare testo in cui
lei affronta la questione della politica anti-natalista del figlio unico.
«Grazie alla legge 400 milioni di cinesi avevano evitato di nascere. Com’era
possibile felicitarsi per quattrocento milioni di fantasmi? O meglio, di
assenti… Che senso aveva investire sul nulla anziché sull’essere». Perché ha
scelto questo tema?
«Le politiche demografiche della
Cina si basano su una razionalità matematica: si limitano le nascite perché, si
dice, altrimenti non ci sarebbero i mezzi per mantenere i nuovi nati. Ma tale
razionalità è triste: vedere che non sono nati 400 milioni di bambini è una
cosa di cui rattristarsi, una tragedia. In questa prassi politica c’è una
visione anti-vita e anti-natalista che non approvo. Ricordiamoci che la
razionalità non è sempre morale: per me il valore più alto è la vita e la
libertà, in questo caso la libertà di scegliere di diventare genitori».
Fra pochi giorni debutta a Parigi
la sua trasposizione teatrale del «Diario» di Anna Frank. Come è arrivato a
questo lavoro?
«È stata un’avventura strana. Tre
anni fa alcuni produttori olandesi hanno fatto delle proposte di casting a
diversi drammaturghi in tutto il mondo per una trasposizione teatrale del
Diario. Sono venuti a trovarmi a Bruxelles, dove abito, e mi hanno chiesto come
avrei fatto un’opera simile. In seguito sono stato scelto e ho lavorato insieme
ad alcuni storici e membri della Fondazione Anna Frank di Amsterdam. Il mio
testo teatrale presenta il punto di vista del padre della ragazza, Otto,
l’unico ad essere sopravvissuto al lager nazista. Questo papà, che ogni giorno
va alla stazione ferroviaria per vedere se la moglie e le due figlie stanno
tornando, rinviene il Diariodella figlia e ne scopre il carattere di
scrittrice, a lui ignoto».
Speriamo di vedere presto questa
piéce anche in Italia…
«Sì, certamente, ci sono già
state richieste al riguardo».
Se i quiz salgono in cattedra a scuola - Giorgio Israel - 03/09/2012, Il
Messaggero, http://www.flcgil.it
NON si può che ammirare chi ha il
coraggio di sedersi su una poltrona difficile come quella della Pubblica
Istruzione. Da anni ogni ministro riceve in dote dal precedente un’eredità
sempre più pesante, per l’accumularsi di problemi aggravati da mediocri
compromessi politico-sindacali e da cattive riforme ispirate all’ideologia
anziché al buon senso, una merce ormai rara nel sistema dell’istruzione. Quindi
l’unica via per un ministro è perseguire il difficile dosaggio tra una grande
determinazione nel tagliare nodi aggrovigliati fino all’inverosimile e una
grande saggezza nel tener conto di esigenze tutte rispettabili.
È una miscela necessaria di
fronte al lascito di personale scolastico precario e all’esigenza di aprire una
porta ai giovani; perché un sistema dell’istruzione che non sia alimentato da
nuovi apporti innestati con continuità sulle esperienze precedenti è destinato
a sicuro declino. Inoltre, occorre por fine alla prassi disastrosa
dell’immissione in ruolo di nuovi insegnanti senza verifiche di merito.
Pertanto, la scelta del ministro Profumo di ripartire un contingente di posti
per metà al fine di sanare le situazioni pregresse e per l’altra metà per far
svolgere un concorso, va considerata come una decisione coraggiosa ed
equilibrata. Purtroppo le buone intenzioni non bastano.
Pare che il concorso sarà
riservato agli abilitati, il che, in linea di principio, è sacrosanto. Ma nei
fatti non si conferiscono abilitazioni da anni né si avranno nuovi abilitati –
con i Tfa, Tirocini formativi attivi – prima di un anno, per cui si rischia di
fare una sola cosa, ossia assumere precari, con due modalità diverse. Non
sarebbe meglio far svolgere il concorso al termine del primo anno di Tfa? Si è
anche proposto di aprirlo agli ammessi ai Tfa, sotto la condizione che
conseguano l’abilitazione.
Ad ogni modo, una soluzione va
trovata, altrimenti i più giovani si troveranno di fronte alla solita porta
chiusa, che tale resterà per chissà quanto tempo. Difatti, sarebbe un miracolo
se il proposito di bandire concorsi «leggeri» a brevi intervalli finalmente si
realizzasse.
Sorvoliamo sui problemi enormi
che pone un concorso «pesante», soprattutto se aperto da un test preliminare di
«scrematura», indispensabile dato il numero enorme dei candidati. Si è parlato
di un test unificato per tutte le classi di concorso mirato alle capacità
«logico-deduttive» il che suscita allarme, soprattutto ove si pensi ai disastri
passati dal concorso per dirigenti scolastici a quello per i Tfa. Ma lasciamo
da parte la tematica dei test per porre un problema più generale di cui essa è
solo un aspetto.
Di anno in anno, gli adempimenti
e le verifiche che si accumulano sul sistema scolastico crescono come una palla
di neve che diventa valanga. La quantità di scartoffie che incombono su
insegnanti e dirigenti cresce esponenzialmente. Ora si prospetta
l’autovalutazione delle scuole mediante griglie fornite dal ministero, poi la
valutazione mediante commissioni ispettive gestite dall’Invalsi (l’Istituto di
valutazione del sistema scolastico), poi la formazione in servizio gestita
dell’Indire (l’Istituto di documentazione e ricerca educativa) e così via.
Un’immensa macchina burocratico-amministrativa si appesantisce sempre di più
sulla scuola. La massa di prescrizioni e direttive si infittisce lasciando
sempre meno spazio alla libertà metodologica personale, e restringendo il tempo
dedicato all’insegnamento propriamente detto.
Nell’ambito della politica
economica è difficile trovare chi sia contrario alla crescita: ma poi ci si
divide (anche in modo politicamente trasversale) sull’idea se vada perseguita
con interventi dirigisti o rimuovendo i vincoli che intralciano lo sviluppo
delle forze produttive. Non diversamente nel campo dell’istruzione: c’è chi
pensa che la crisi della scuola si possa superare con un controllo sempre più
stringente dall’esterno – da parte di «tecnici» – e chi pensa che occorra
mettere in atto solo i meccanismi che favoriscono l’emergere delle forze
migliori. Per i primi la valutazione del merito si fa a monte, per i secondi a
valle. I primi vedono il ministero come un controllore onnipresente, i secondi
gli attribuiscono il ruolo di favorire discretamente e costruttivamente
l’evoluzione positiva del sistema.
Il ministero italiano, per una
lunga tradizione, propende a un dirigismo che sta diventando ipertrofico,
parossistico, ed è sostenuto da ideologie didattiche soffocanti. Non esitiamo a
dire che sarebbe auspicabile che il ministro si orientasse a contrastare
tendenze più adatte a un paese totalitario che a una democrazia liberale. Si
risolverebbero così anche tanti disastri (si pensi ancora ai test) che sono
conseguenza del potere eccessivo di «esperti» che valutano il «prodotto» senza
sapere cosa contiene, e cioè sulla base di analisi statistiche e dati
quantitativi e formali nell’ignoranza completa dei contenuti in gioco.
Non è elementare buon senso che
prima di escogitare rimedi per la scuola si faccia un’analisi dei suoi mali? E
chi ha mai fatto una simile analisi in modo serio, ovvero sui contenuti, e non
limitandosi a statistiche di dubbia interpretazione? Per esempio: chi ha mai
fatto un’analisi seria dei contenuti che circolano nei libri scolastici? E
questo non per imporre questo o quel modo di insegnare ma per aprire un
dibattito di merito che solo può far migliorare la qualità dell’insegnamento.
Inutile dire che, oltre ad avere
buoni testi, vorremmo avere buoni insegnanti. Il ministro ha recentemente
proposto la sua visione di come deve essere un buon insegnante. A noi pare che
sarebbe meglio non impelagarsi nel tentativo di definire una figura tanto
complessa. Tuttavia, se proprio dovessimo scegliere la definizione preferita,
ricorderemmo quella di Hannah Arendt: l’insegnante è colui/colei che «si
qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in
proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la
responsabilità. Di fronte al ragazzo è una sorta di rappresentante di tutti i
cittadini della terra che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo».
E così facendo – osserva Arendt – fornisce al giovane gli strumenti per
avanzare liberamente con le proprie gambe.
Secondo il ministro l’insegnante
deve saper stabilire e gestire buone relazioni con gli studenti, saper stare
bene in classe, e alternare la sua posizione di docente con quella di discente,
lasciando talora la cattedra agli allievi. A parte quest’ultimo aspetto che
riporta a sessantottismi di cui non v’è proprio bisogno, la figura che emerge è
quella del «facilitatore» nell’ideologia dell’autoapprendimento. Sapere star
bene in classe e gestire bene i rapporti con gli allievi è molto importante, ma
non crediamo che si tratti di una scienza codificabile.
Colpisce l’omissione di un
requisito cruciale: che l’insegnante sia colto, che conosca la sua materia.
Tolto questo, tanto varrebbe affidarsi a Pippo Baudo, che certamente ne sa più
di certi teorici dello «stare in classe», che propinano i loro precetti nel
modo più noioso, cattedratico e trasmissivo che si possa immaginare. Abbiamo il
ricordo di insegnanti non molto capaci di gestire la classe, ma dotati di una
cultura tale da lasciare una traccia indelebile sugli allievi; ed altri,
brillanti e simpatici quanto vacui.
Migliorare il mondo
dell’insegnamento si può. Mettere le brache al mondo è tipico delle visioni
illiberali. Se poi riduciamo i contenuti dell’insegnamento a un «optional», a
qualcosa che può essere «costruito» pescando indifferentemente ovunque, senza
distinguere tra libri seri e Wikipedia, possiamo scommettere sul definitivo
declino della scuola italiana.
La gang degli aborti clandestini di Simone Traverso, 02 settembre 2012,
http://www.ilsecoloxix.it
Genova - Quattro casi al mese,
donne costrette ad abortire per continuare a vendere il proprio corpo nei
vicoli di Genova, ma pure insospettabili giovani che interrompono la loro
gravidanza indesiderata in maniera clandestina. Questa storia venuta a luce nelle
ultime settimane grazie alle segnalazioni fatte dai medici alla polizia, non
prende, come si potrebbe credere, le mosse in un basso a luci rosse della città
vecchia.
Bensì, tutto inizia in magazzino
ai margini dell’aeroporto internazionale “Silvio Pettirossi” di Asuncion, in
Paraguay. Ad oltre diecimila chilometri di distanza dai caruggi genovesi, l’11
novembre del 2008, agenti della dogana paraguaiana e investigatori
dell’Interpol, «grazie alla collaborazione di uno spedizioniere privato»
intercettano un pacco contenente «3.190 pillole abortive, per un valore
approssimativo di 191.400 dollari americani», recita la nota diffusa a
conclusione del blitz.
Il farmaco si chiama “Cytotec” e
nasce come semplice gastroprotettore. Solo che qualche medico senza scrupoli ha
scoperto che l’ingestione di queste pasticche, in quantità superiori alle
prescrizioni, provoca contrazioni tali da indurre l’aborto. E così le
organizzazioni criminali si sono ingegnate per accaparrarsi anche il traffico e
la vendita al dettaglio di questa moderna «pillola abortiva».
© Riproduzione riservata
LA SCIENZA E IL DIRITTO DEVONO PARLARE LA STESSA LINGUA - Giorgio Lambertenghi Deliliers, La Repubblica
– Milano, 3 settembre, 2012, La Repubblica - Milano
E' notizia recente che il giudice
del tribunale di Venezia ha ordinato di continuare le infusioni di cellule
staminali sulla bambina di due anni affetta da atrofia muscolare, considerando
la cura come "compassionevole". Nello scorso maggio l'Alfa, ente adibito
ad autorizzare l'uso di farmaci che abbiano requisiti di efficacia e sicurezza,
aveva imposto lo stop della terapia all'ospedale civile di Brescia. Il
provvedimento, che sta suscitando vivaci reazioni da parte degli scienziati,
ricorda altre vicende che in passato avevano richiesto interventi diretti del
governo, pressato da una certa parte dell'opinione pubblica che spesso confonde
la libertà assoluta di curarsi come uno desidera, con il diritto ad una cura
approvata dal ministero della Salute in quanto efficace e non dannosa.
L'ordine di procedere con le
infusioni di staminali rischia di stravolgere quegli aspetti etici e
deontologici della sperimentazione clinica ormai consolidati, e di rimettere in
discussione le regole che governano i rapporti tra ricercatori e legislatori.
Le pubblicazioni scientifiche internazionali più accreditate sulle cellule
staminali hanno sottolineato che non esistono prove sulla loro efficacia
curativa, tranne per alcune malattie del sangue, dell'occhio e della pelle.
In questi casi si utilizzano
staminali che per loro natura sono già orientate a fabbricare sangue, pelle o
cornea. Invece, per altre gravi condizioni patologiche, come le malattie
muscolari e neurodegenerative, l'obiettivo è di utilizzare staminali (ad esempio
del sangue) manipolate in laboratorio, così da indurle a trasformarsi in
cellule di tipo diverso, in grado di rigenerare, una volta iniettate nel corpo,
il tessuto malato (ad esempio cervello o muscolo). E un'ipotesi di ricerca
affascinante, che tuttavia per essere trasferita sul piano clinico necessita di
prove solide, non solo di efficacia ma anche di sicurezza. Sono infatti recenti
le segnalazioni di tumori insorti in pazienti trattati con staminali che, a
seguito della manipolazione in laboratorio, hanno subito alterazioni e
mutazioni a carico del loro dna, responsabili delle tragiche conseguenze.
La vicenda suggerisce altre
considerazioni. Oggi il paziente pretende la guarigione sulla scorta di falsi
annunci e dichiarazioni, che spesso hanno anche un obiettivo commerciale. E' un
rischio insito nella eccessiva scientizzazione della medicina, per cui tutto
ciò che è tecnicamente possibile fare, è giusto farlo perché serve a qualcosa.
Inoltre, l'enfasi sull'autonomia del malato, che lo ha reso praticamente
titolare di scelte terapeutiche scientificamente non ancora validate, può
avere, come sta avvenendo, risvolti di carattere giudiziario sul medico e/o
sull'ospedale, quando rifiutano determinati interventi che non hanno alcuna
garanzia di successo.
Da qui la necessità urgente di
sostenere con fermezza il ruolo decisionale degli Enti regolatori (come l'Aifa)
incaricati di redigere i criteri di qualità, sicurezza ed efficacia per
autorizzare le procedure di trattamento ed infusione delle cellule staminali nelle
diverse patologie. Ciò servirebbe anche a facilitare il delicato compito dei
Comitati etici ospedalieri, spesso discordi nella valutazione delle
sperimentazioni cliniche. E' auspicabile che prossimamente di fronte a casi
analoghi, scienza e diritto parlino lo stesso linguaggio, al fine di evitare,
come hanno scritto Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (vedi il "Sole 24
ore" di domenica 26 Agosto), che un giudice decreti che "un malato
deve continuare ad essere trattato con qualcosa che non si sa cosa sia, come
funzioni e quali effetti produca".
domenica 2 settembre 2012
Corea del Sud: una sentenza inedita a favore della vita - Il diritto
alla vita è quello più fondamentale, l’aborto rimane vietato - 2 settembre,
2012 - http://www.uccronline.it
Sul tema dell’aborto si usa
sostenere che vi siano più diritti in gioco, quello alla vita di un essere
umano e quello della libertà di sopprimere la vita di un essere umano
indesiderato. Ma quest’ultimo è configurabile come diritto? Se poi si pensa che
la gravidanza indesiderata è conseguenza di una libera scelta -ad eccezione
dello stupro- dei due partner di copulare ignorando le possibili conseguenze
del loro atto, allora si capisce ancora meno perché un innocente essere umano,
chiamato alla vita, debba pagare per una decisione irresponsabile, presa
esercitando il legittimo diritto di scegliere dei due partner. La donna
abortisce, dunque, perché ha già scelto di usare male la sua libertà
(ovviamente esclusi i casi di stupro e di aborto forzato) copulando ignorando
le conseguenze.
La Corte Costituzionale della
Corea del Sud pare aver dato credito a questo semplice ragionamento,
stabilendo, in una sentenza emessa il 23 agosto 2012, che «il diritto alla vita
è il più fondamentale dei diritti umani» e che il diritto della donna di
disporre del proprio corpo «non può essere invocato come superiore al diritto
alla vita di un feto».
A fare ricorso alla Corte
Costituzionale era stata un’ostetrica che riteneva sbagliata la pena di due
anni di carcere per gli operatori sanitari che praticano aborti illegali, ma la
Corte ha affermato la legittimità costituzionale del Codice penale in materia,
riportando in particolare che «il diritto alla vita è il più fondamentale dei
diritti umani».
La sentenza è stata criticata fortemente
dalle organizzazioni femministe (ottimo motivo per compiacersi, dunque, dato
che nulla c’entrano con la vera difesa delle donne) e accolta con soddisfazione
dai movimenti pro-life, ma anche con cautela perché preoccupa la definizione
dell’inizio della vita usata dalla Corte costituzionale, che giustifica la
manipolazione di embrioni creati in vitro: essa inizierebbe con l’annidamento
dell’ovulo fecondato nell’utero della donna, mentre per il mondo scientifico la
vita umana inizia chiaramente al momento della fecondazione dell’ovulo da uno
spermatozoo. Recentemente anche la comunità autonoma spagnola della Galizia ha
preso coscienza di questo dato oggettivo, affermando che i figli “non nati”
devono essere considerati come membri della famiglia, garantendo «il diritto
alla maternità»
Secondo un recente sondaggio a
livello internazionale, la Corea del Sud è uno dei Paesi con il più alto numero
di persone non religiose (31% e 15% di atei decisi). Anche la presenza della
Chiesa è davvero modesta e la famigerata “influenza del Vaticano” è decisamente
blanda. C’è curiosità dunque verso chi se la prenderanno adesso abortisti e
femministe, sempre pronti ad inventarsi complotti teocratici quando in realtà
si tratta di argomenti affrontabili tranquillamente attraverso ragionamenti
“laici”.
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