venerdì 27 luglio 2012


Nuovo studio: pillola anticoncezionale aumenta rischio di infarto e ictus - Studio pubblicato sul prestigioso “New England Journal of Medicine” - 27 luglio, 2012, http://www.uccronline.it/

Proprio recentemente rendevamo noti i risultati di un ampio studio sull’uso della pillola anticoncezionale, dove si rilevava come il suo utilizzo aumenta la pressione sanguigna nella tarda adolescenza, aumentando il rischio di cardiopatia ischemica e ictus in età adulta.

I ricercatori della Stanford University School of Medicine,  attraverso uno studio precedente pubblicato sull’“American Journal of Obstetrics and Gynaecology”, hanno invece dimostrato come la pillola contraccettiva aumenta del 500% il rischio di morte per coaguli di sangue (il rischio arriva ad oltre il 1700% per le donne con una malformazione della vena).

Poche settimane fa, invece su Drug Safety un gruppo di ricercatori italiani ha mostrato attraverso una meta-analisi, che la pillola aumenta fino a 5 volte il rischio di trombosi.

Ora tocca al prestigioso “New England Journal of Medicine”, il quale ha pubblicato uno studio danese secondo cui la pillola aumenta il rischio di infarto e ictus. L’indagine è stata condotta su oltre 1.600.000 donne fra i 15 e i 49 anni, seguite per 15 anni: la probabilità di eventi cardiovascolari aumenterebbe oltre il 50% con dosi di estrogeno etinilestradiolo dai 30 ai 40 microgrammi. Per cerotti e anelli vaginali il pericolo sarebbe pari o superiore a quello delle pillole a più alto dosaggio.

Continuiamo a ricordare l’esistenza dei Metodi naturali di regolazione della fertilità, completamente innocui dal punto di vista della salute della donna, e che permettono anche uno stile di vita positivo e responsabilizzante nell’esercizio della sessualità. Metodi che, come ha spiegato Giovanni Paolo II, rispettano «la verità totale dell’incontro coniugale nella sua dimensione unitiva e procreativa, quale è sapientamente regolata dalla natura stessa nei suoi ritmi biologici». Oggi, grazie alla tecnologia moderna, possono anche ritenersi fortemente sicuri ed efficaci.

Dovevano essere abortiti, ma la forza della vita li ha salvati - Quattro storie di quattro bambini felici, di quattro mancati aborti – Davide Galati e Luca Pavani, 26 luglio, 2012, http://www.uccronline.it

Aveva 23 anni Lacey Buchanan, quando i medici le consigliarono di abortire perché il suo bambino aveva una sindrome molto rara e, una volta nato, non sarebbe riuscito a respirare da solo. Lei e il marito, invece, decisero di portare a termine la gravidanza.  Christian è nato e sopravvissuto, molti coloro che hanno indicato Lacey come una donna cattiva per aver scelto di amare il suo bimbo. A starle vicino la comunità della chiesa a cui da sempre appartiene, che ha dato coraggio a Lacey di realizzare un video -cliccatissimo- per mostrare al mondo il valore di suo figlio: «sono felice che Christian stia diventando la faccia e la voce che dimostra che la bellezza è molto di più dell’aspetto esteriore. Quando Christian sarà abbastanza grande, chiedete a lui se è felice che lo abbia lasciato vivere. Il suo sorriso ha così tanto valore che a 14 mesi Christian sta facendo molto di più di quello che molte persone fanno in una vita», ha spiegato Lacey.

Una storia molto simile a quella di Luz Maria, concepita nel 2011 in seguito ad uno stupro ma lasciata venire alla luce dalla madre, nonostante le pressioni da parte di organizzazioni pro-choice e media. Oggi quella bambina è la gioia della sua famiglia e la  testimonianza vivente che dalla violenza può nascere la gioia, e non è giusto rispondere con un altro atto di violenza, come quello dell’aborto.

Anche Kellie Burville, di 27 anni, non ha voluto dare ascolto né ai medici né ai loro pronostici, ma solo alla vita che portava in grembo. «Quando Kellie era al nono mese di gravidanza abbiamo visto che la piccola aveva un’emorragia cerebrale. Il rischio che nascesse handicappata era del 50 per cento. Così abbiamo proposto ai genitori di abortire», sono le parole di un medico del Chelsea Westminster Hospital di Londra. Il medico spiegò anche che se la piccola fosse sopravvissuta, non sarebbe stata in grado né di camminare né di parlare, incapace di nutrirsi: «ma l’idea dell’aborto non mi ha sfiorato nemmeno per un secondo», ha raccontato Kellie. La piccola è nata solo con poche piastrine nel sangue, ma è bastata una trasfusione per regolarizzarla. E’ stata battezzata:  «Ora fa tutto quello che ti aspetti da una bimba sana. Lei è il mio miracolo», ha detto Kellie, mentre il papà spiegava la meraviglia di «vederla fare tutte le cose che i medici dicevano che non sarebbe mai stata in grado di compiere».

Una nascita difficile anche quella di Kenna Claire Moore, nata nel gennaio scorso a sole 25 settimane, con un peso di 270 grammi. Anche in questo caso i medici hanno consigliato l’aborto alla madre, che soffriva di ipertensione gestazionale indotta dalla gravidanza. Ma uccidere sua figlia non era una cosa che la interessava, anche se aveva il 60 per cento di probabilità di vedere sua figlia sopravvivere. Pochi giorni fa Nicki e Sam, i genitori di Kenna, hanno portato a casa la piccola che sembra stare in condizioni migliori. «Spero che Kenna possa ispirare altre persone che si trovano ad attraversare momenti così duri» ha spiegato la madre.



Esiste davvero il “cervello gay”? - Fattori biologici e cerebrali nell’omosessualità. - di Alberto Carrara, biotecnologo e neuroeticista, 26 luglio, 2012, http://www.uccronline.it/

La giornalista Ann Landers, anni fa, lo assicurava e milioni di persone ci hanno creduto e continuano ad aver fede nelle certezza che: “si nasce gay”[1]. Ci chiediamo allora: vi sono dati empirici che la scienza possa fornire per dimostrare in modo apodittico tale affermazione? In sintesi: omosessuale si nasce o si diventa?

Questo studio riassuntivo vuole confrontare nel modo più obiettivo possibile i dati che la neuroscienza e la genetica forniscono sul questa tematica. Mi concentrerò prevalentemente sulla prima parte dell’ultima domanda: “omosessuale si nasce?”. Prima di trattare l’enigma se l’omosessualità sia una condizione determinata da fattori biologici, cioè, se sia una situazione compatibile con ciò che si suol denominare “normale” all’interno della stessa natura umana, bisogna premettere alcune distinzioni e chiarimenti utili.

Bisogna precisare che: una cosa è “sentire” una tendenza, altra cosa è “acconsentire” e assecondare tale tendenza mediante atti umani deliberati. Tutti gli studi scientifici condotti in materia di omosessualità per provare se tale condizione fosse determinata da fattori biologici e neurologici, hanno coinvolto persone che si definiscono “gay”, cioè individui che oltre a percepire una tendenza sessuale verso persone dello stesso sesso biologico, praticano atti omossessuali. In questo studio verrà presa in considerazione la tesi secondo la quale l’omosessualità praticata risulterebbe qualcosa di “normale e naturale” dato che corrisponderebbe a specifici fattori genetici e a particolari conformazioni della struttura del sistema nervoso, in particolare, del cervello. I dati empirici che verranno presentati, serviranno per verificare la veridicità di questo nuovo ambito del determinismo neuroscientifico che comprende la sfera dell’orientamento della sessualità umana.

“Il sistema nervoso, quale centro d’integrazione della vita istintiva, come pure del mondo emotivo ed affettivo, ha molto a che vedere con la sessualità e considerando il fatto che il comportamento sessuale dell’uomo e della donna sono distinti, bisogna supporre a priori che i centri nervosi sessuali presentano differenze in entrambi i sessi”, in questo modo formulava il problema un esperto[2]. Nel 1978 quattro scienziati del Dipartimento di Anatomia dell’Istituto di Ricerca sul Cervello dell’Università della California (USA), pubblicarono un articolo sulla prestigiosa rivista Brain Research nel quale veniva descritta una chiara diversità morfologica tra i due sessi, maschile e femminile, a livello cerebrale[3]. Questo fu uno dei primi lavori che volevano dimostrare scientificamente il dimorfismo sessuale localizzandolo a livello dei centri nervosi. I ricercatori affermarono di aver evidenziato il fatto che uno dei nuclei ipotalamici anteriori presentava, nel ratto, un volume maggiore nei maschi, rispetto alle femmine.

Simon LeVay, neuroscienziato del Salk Institute for Biological di San Diego (uno degli attivisti gay più famosi della California), pensò subito che questo dimorfismo sessuale potesse darsi anche nella specie umana e, nello specifico, nei maschi eterosessuali ed omosessuali. Così, nel 1991 pubblicò sulla prestigiosa rivista scientifica Science uno studio in cui si provava effettivamente che anche negli esseri umani, negli uomini, si manifestava lo stesso dimorfismo sessuale dimostrato nei ratti in modo tale che il nucleo 3 dell’ipotalamo anteriore aveva un’area quasi doppia nei maschi, rispetto alle femmine[4]. Nello stesso studio LeVay ricercò le dimensioni di questo nucleo in un gruppo di 27 gay deceduti a causa dell’AIDS. La sua conclusione fu che in questi soggetti l’area risultava essere minore (in volume) rispetto agli eterosessuali e appariva, sempre secondo LeVay, simile alle dimensioni dello stesso nucleo ipotalamico delle donne. LeVay affermò quanto segue: “questi risultati indicano che il nucleo ricercato presenta un dimorfismo in relazione all’orientamento sessuale, almeno negli uomini e suggerisce che l’orientamento sessuale abbia un sostrato biologico”.

Dal semplice suggerimento si passò presto a dichiarare il fatto: “l’omosessualità ha una base biologica”! Questi risultati vennero lanciati e propagandati dai gay e dalla stampa senza alcuna distinzione e con titoli clamorosi come il seguente: “LeVay e il suo gruppo hanno dimostrato la base neurologica della gaycità”. Queste interpretazioni, decisamente di parte e non prive di pregiudizi, dei risultati e la scarsa significatività statistica dei valori riportati dallo stesso LeVay, furono sufficienti per stimolare parte della comunità scientifica che rispose con una serie di articoli critici[5]. Effettivamente numerosi neuroscienziati non si spiegavano come LeVay, noto e rispettato ricercatore, avesse potuto pubblicare un lavoro del genere con una base scientifica così patentemente insufficiente per sostenere le conclusioni addotte. Il numero di casi studiati da LeVay, considerando la dispersione dei valori statistici ottenuti, era insufficiente a concludere qualsiasi cosa. In realtà, il nucleo ipotalamico in questione presentava in alcuni soggetti gay un’area simile in volume a quella di soggetti eterosessuali e, al contrario, in certi eterosessuali il volume dello stesso nucleo risultava poco più grande di quello delle donne. Si potrebbe anche ribattere che, mentre LeVay misurava le dimensioni del nucleo come elemento disciminativo, in realtà sarebbe stato meglio, cioè sarebbe risultato più specifico considerare il numero di neuroni o la cariometria.

Swaab e Hofman affermarono in modo chiaro e lampante che le osservazioni di LeVay non erano state ancora confermate, né risultava chiara il loro ruolo funzionale[6]. Così LeVay si vide obbligato a spiegare alla comunità scientifica che ciò che pubblicò corrispondeva solamente ad una piccola parte, ad uno studio iniziale che sarebbe proseguito nel tempo. Beh, sono trascorsi più di 10 anni da questa affermazione e la comunità scientifica sta ancora aspettando con ansia lo studio completo. Dopo due anni dall’intento fallito del dottor LeVay, che voleva dimostrare la base neurologica della “gaycità”, un altro dottore, Dean Hamer rese noto al pubblico i risultati della sua ricerca sul presunto gene responsabile dell’orientamento sessuale gay. Questi risultati furono ovviamente ripresi da LeVay che nel 1993 pubblicò un libro dal titolo emblemetico: “Il cervello sessuale”[7].

Dean H. Hamer, genetista dell’Isistuto Nazionele del Cancro negli Stati Uniti e, tra l’altro noto gay, affermò di aver trovato finalmente un gene localizzato sul cromosoma X, che avrebbe potuto essere il responsabile dell’omosossualità. Prima di pubblicare questo suo lavoro, Hamer iniziò a indagare il possibile carattere ereditario di questo orientamento sessuale. Studiando un’ampia popolazione, osservò che nelle famiglie in cui si avevano più di un figlio omosessuali, un numero significativo di zii della linea materna avevano anch’essi più di un figlio omosessuale. Ciò non avveniva con la stessa frequanza nella linea paterna. Questo fece pensare a Hamer che doveva esserci un gene localizzato sul cromosoma X che poteva essere “imputato” della tendenza omosessuale. Prendendo le mosse da questa ipotesi di lavoro, lo scienziato americano ricercò sul cromosoma X un gene o marcatore che presentasse qualche variante significativa correlata all’eterosessualità. Questa variante esiste, secondo Hamer, e si trova (in 33 casi su 40, dei soggetti reclutati da Hamer) nel marcatore denominato q28 che Hamer “ribattezzò” gene Xq28 affermando: “abbiamo dimostrato che una forma di omosessualità nei maschi si trasmette in modo preferenziale per via materna ed è legata geneticamente alla regione q28 del cromosoma X”[8].

Nel 1995 il gruppo di ricerca di Hamer pubblicò un nuovo studio similare sulla prestigiosa rivista Nature Genetics[9]. Per l’ennesima volta la stampa divulgò la notizia “scoop” come avvenne in precedenza con le ricerche infondate di LeVay. Nonostante ciò, all’interno della comunità scientifica, questi risultati non furono recepiti con lo stesso entusiasmo delle comunità ed associazioni gay, anzi, un clima di scetticismo pervase sumerosi studiosi e scienziati seri. In effetti, diversi scienziati, tra i quali spiccano George Rice, Carol Anderson e George Ebers della Western University (Ontario, Canada) e Neil Risch dell’Università di Stanford, cercarono di replicare lo studio di Hamer, cosa ovvia e abbastanza scontata per gli scienziati che ci seguono (la scienza positiva funziona così da secoli). I loro risultati vennero pubblicati 6 anni più tardi rispetto al lavoro di Hamer, sulla rivista Science, la stessa in cui, precedentemente Hamer aveva esposto le sue considerazioni scientifiche circa l’orientamento sessuale. La ricerca di questo gruppo di scienziati incluse un numero maggiore di coppie di fratelli omosessuali rispetto al campione considerato da Hamer (52 coppie, contro le 40 di Hamer). Le conclusioni però furono opposte: i risultati ottenuti non permettevano di concludere, dal punto di vista della significatività statistica, che tra gay si desse l’alterazione allelica indicata da Hamer. Questi autori concludevano il loro studio con queste parole: “questi risultati non supportano l’esistenza di un gene localizzato sul cromosoma X responsabile dell’omosessualità”[10]. Lo stesso Hamer dovette perciò smorzare le sue conclusioni iniziali.

Nello stesso anno in cui comparve il primo lavoro di Hamer sull’argomento (1993), William Byne e Bruce Parsons della Columbia University pubblicarono uno studio critico dei risultati dello stesso Hamer. Per Byne e Parsons, la ricerca e le conclusioni del lavoro di Hamer suscitavano numerosi sospetti, specialmente di manipolazione. Questi due scienziati affermarono che “oggigiorno non ci sono evidenze scientifiche che supportino una teoria biologica dell’omosessualità”[11].

Tale tendenza di alcune correnti gay di ricercare in modo sfrenato una giustificazione scientifica, sia biologica, come neurologica, dell’orientamento sessuale e dell’omosessualità, è stata messa in discussione e criticata dagli stessi omosessuali. Edward Stein, infatti, manifestó pubblicamente la sua sfiducia nei confronti di una ricerca smaniosa della base biológica dell’omosessualità che, dopo tutto, conduceva molti ricercatori gay a forzare le interpretazioni dei risultati ottenuti dalle loro ricerche[12]. Le ricerche di LeVay e di Hamer sono certamente tra le più famose e citate. Ci sono però altri filoni che considerano: il diametro della commissura anteriore del cervello, le impronte dattilari, la lunghezza dell’indice della mano e la sequenza di nascita. Tutte queste ricerche hanno in comune il fatto che considerano caratteristiche biologiche che insorgono prima della nascita, cioè che si vanno determinando durante lo sviluppo embrionale. Ciò dovrebbe portare alla dimostrazione, come sostengono ancora alcuni scienziati, che l’orientamento sessuale (omosessualità inclusa) venga determinato prima della nascita. Insomma, che sia un dato di natura: si nascerebbe con una certo e determinato orientamento sessuale. Questi studi, pubblicati su riviste scientifiche prestigiose, costituiscono un’ulteriore prova in favore del grande interesse, da parte di numerosi omosessuali, nel dimostrare che tale orientamento sessuale sia un qualcosa di biologico e congenito, in modo tale che qualsiasi tipologia di “discriminazione” risulti vessatoria e “omofoba”.

Recentemente sulla rivista Neuroscientist la scienziata cinese Ai-Min Bao e il ricercatore landese Dick F. Swaab hanno pubblicato un articolo nel quale si afferma un determinismo stretto, genetico, nei confronti dello sviluppo dell’orientamento sessuale umano. Tali scienziati affermano che “allo stato attuale, non vi sono prove che l’ambiente sociale post-natale abbia un effetto cruciale sull’identità di genere o nell’orientamento sessuale”[13]. Tali affermazioni, capovolgendo completamente la logica della scienza empirica, dimostrano l’incongrunza di pensiero che si nasconde dietro un’ideologica che viene spacciata per scienza seria. Questi ricercatori sembra che si siano dimenticati completamente, per un’amnesia, che le evidenze attuali seguono una tendenza opposta alla loro visione: sempre più i biologi molecolari stanno prendendo coscienza del fatto che i geni (meglio bisogna dire, le varianti alleliche dei geni) cooperano strettamente con l’ambiente circostante. L’importanza dei fattori cosiddetti epigenetici risulta cruciale e permette all’essere umano di “sfuggire” allo stretto determinismo biologico e neuroscientifico.

Al concludere questo studio sintetico di analisi eravamo partiti dal voler dimostrare la domanda: “omosessuali si nasce?”. Bisogna perciò affermare che oggigiorno non possediamo alcuna prova neuroscientifica, né genetica, che possa sostenere in modo credibile e scientifico la pretesa che l’omosessualità sia uno stato naturale dell’essere umano, al contrario, come si è cercato di dimostrare in questo breve contesto, esistono numerosi studi condotti sull’argomento dell’orientamento sessuale umano e vi sono abbontanti evidenze empiriche che negano l’esistenza di basi genetiche e neurologiche causali responsabili della cosiddetta “gaycità”. Non esiste neppure, il celebre “cervello gay” postulato da LeVay. Tutto ciò non esclude affatto che possano esserci fattori biologici, genetici e neurologici che possano fungere da cofattori che, insieme a molti altri di diverso genere, possano contribuire, anche in maniera sensibile, allo sviluppo di un certo orientamento sessuale. Ciò che sembra abbastanza chiaro è che, nel contesto dell’omosessualità, non ci troviamo davanti ad un determinismo neuroscientifico, piuttosto si dovrebbe parlare di condizionamento psicologico e, molto probabilmente, sociologico.



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Note
[1]. Cf. J. Reisman, Kinsey and the homosexual revolution, «Journal of Human Sexuality» 21, 1996, pp. 24-31.
[2]. L. M. Gonzalo Sanz, Entre libertad y determinismo. Genes, cerebro y ambiente en la conducta humana, Ediciones Cristiandad, Madrid 2007, p. 96.
[3]. R. A. Gorski, J. H. Gordon, J. E. Shryne, A. M. Southam, Evidence for a morphological sex difference within the medial preoptic area of the rat brain, «Brain Research» 148, 1978, pp. 333-346.
[4]. S. LeVay, A difference in hypothalamic structure between heterosexsual and homosexual men, «Science» 253, 1991, pp. 1034-1037.
[5]. D. F. Swaab, M. A. Hofman, Sexual differentiation of the human hypothalamus in relation to gender and sexual orientation, «Trends Neuroscience» 18, 1995, pp. 264-270.
[6]. Ibid.
[7]. S. LeVay, The sexual Brain, MIT Press, Cambridge, Massachusetts 1993.
[8]. D. H. Hamer, et al., A linkage between DNA markers on the X chromosome and male sexual orientation, «Science» 261, 1993, pp. 321-327.
[9]. S. Hu, A. M. Pattatucci, C. Patterson, L. Li, D.W. Fulker, S. S. Cherny, L. Kruglyak, D. H. Hamer, Linkage between sexual orientation and chromosome Xq28 in males but not in females, «Nature Genetics» 11,1995, pp. 248-256.
[10]. G. Rice, et al., Male Homosexuality: Absence of Linkage to Microsatellite Markers at Xq28, «Science» 23, 1999, pp. 665-667.
[11]. W. Byne, B. Parsons, Human sexual orientation, «Arch Gen Psychiatry» 50, 1993, pp. 228-239.
[12]. L. M. Gonzalo Sanz, Entre libertad y determinismo…, p. 100.
[13]. A-M. Bao, D. F. Swaab, Sex Differences in the Brain, Behavior, and Neuropsychiatric Disorders, «Neuroscientist» 16, 2010, pp. 550-565.

Pisapia illude i gay e li lascia senza diritti




Pisapia si arrende ai cattolici - Dietrofront dopo le polemiche: diktat del Pd, passano solo le unioni civili, Marta Bravi Alberto Giannoni - Ven, 27/07/2012, http://www.ilgiornale.it/


Pisapia si arrende. E si piazza a destra del Pd. Sul registro delle unioni civili c'è il via libera. Ma il prezzo, per il sindaco di Milano, è una capitolazione, formalizzata dall'annuncio in Consiglio: «Escludo - ha detto - che questa delibera apra alla possibilità di matrimoni gay». Al di là del folklore e della visibilità mediatica degli ultrà laici o anticlericali, e delle associazioni gay, è chiaro che i cattolici del Pd, giocando di sponda degli «amici» del Pdl, hanno vinto.


Hanno vinto su un dato politico simbolico - come politica è stata la discussione, ben oltre il significato concreto e amministrativo della delibera, che prevede il registro e che - come nelle altre città italiane - probabilmente servirà a poco.Il sindaco ha dichiarato ufficialmente che a Milano non si apre la strada ai matrimoni fra persone dello stesso sesso. E così ha rassicurato gli scettici, preoccupati perché non si capiva bene dove si andava a parare. In particolare aveva scombussolato i piani la citazione nella delibera della famiglia. Un riferimento normativo è stato poi mantenuto quando si è capito che sganciarsi - lo ha detto chiaramente il capo della componente cattolica del Pd, Andrea Fanzago - avrebbe voluto dire «creare qualcosa di nuovo, andare oltre, e magari aprire la strada a chissà cosa», creando «seri problemi» di coscienza.Ma Pisapia è andato oltre. Ha previsto la necessità di una legge, visto che il registro comunale in effetti non può regolare la materia. Ma ha parlato di una legge «probabilmente» costituzionale. Con ciò - sembra - riconoscendo implicitamente che la Costituzione oggi prevede il matrimonio fra uomo e donna. Il «vendoliano» Pisapia insomma scavalcherebbe a destra il Pd nazionale (la linea Rosi Bindi) compiendo un grosso passo indietro rispetto alle velleità di qualche giorno fa, quando indicava nella soluzione milanese un modello nazionale. Una resa forse sofferta, ma non improvvisa, se è vero che lo stesso Fanzago qualche ora prima aveva previsto «una dichiarazione del sindaco che ci tranquillizza». La coperta della maggioranza ovviamente è corta. E messa al sicuro l'ala cattolica dei democratici, resta scoperto il fianco laico, o anti-clericale: «Basta con gli aut aut del consigliere Fanzago - aveva detto Roberto Biscardini, della componente socialista del Pd - Fanzago non può pretendere di condizionare la politica di Milano e del Pd in materia di diritti civili». «L'unità del gruppo democratico è a rischio» aveva avvertito, ma non è bastato a mandare all'aria il compromesso. Il senso politico di tutta questa discussione non è sfuggito al governatore Roberto Formigoni. «La vicenda ha terremotato la maggioranza di Palazzo Marino», ha detto Formigoni, facendo emergere altresì «anche tutta l'inutilità di un provvedimento di questo tipo. Ovviamente - ha concluso - la maggioranza del Comune può decidere ma non credo che sia positivo». Ma le questioni di concetto - visto, come sostiene il capogruppo Carlo Masseroli che «con questo registro non si affronta la questione dei diritti nel merito» - hanno diviso anche le due anime del Pdl. Con l'ala liberal che, pur con distinguo fondamentali aveva deciso di dare il suo appoggio al registro, in serata smaschera «l'imbroglio della maggioranza di centrosinistra che vuole far passare i matrimoni gay - denuncia il coordinatore cittadino Giulio Gallera - Ma noi non ci stiamo».

A Milano via libera alle Unioni Civili. Nasce il registro. Pisapia: "Nessuna scorciatoia verso i matrimoni gay" - Venerdì, 27 luglio 2012 - http://affaritaliani.libero.it/

Aveva scansato ogni dubbio, semmai ce ne fossero stati, nel pomeriggio di ieri dicendo chiaramente di "escludere" che la delibera in discussione nell'Aula di Palazzo Marino potesse aprire ai matrimoni gay; poi Giuliano Pisapia l'ha ribadito la scorsa notte, quando il provvedimento era stato ormai approvato dall'Aula: "non abbiamo inventato nessuna scorciatoia per i matrimoni - ha detto - pero' sono fiero che Milano abbia il Registro delle Unioni civili". Il sindaco ha seguito la discussione fino alla votazione finale, arrivata alle 3.40, per poi prendere la parola e celebrare quella che ha definito una "bella giornata per Milano. Abbiamo dato vita a un confronto rispettoso - ha spiegato - basato sull'attenzione alle diverse sensibilita'. Sono orgoglioso dell'alto livello degli interventi".

Pisapia ha ribadito che quanto fatto dalla citta' e dalle sue Istituzioni e' un passo in avanti verso "il riconoscimento di diritti e il superamento della discriminazione. Sono sicuro che sara' di stimolo per il Parlamento a prendere in esame una legge che riconosca le coppie di fatto e le unioni civili. Anche quelli che qui sono stati contrari hanno riconosciuto che il Parlamento debba occuparsene. Noi, da parte nostra, abbiamo fatto il possibile e non potevamo fare di piu'. Da domani - ha concluso - le donne e gli uomini che si vogliono bene saranno piu' felici e io sono felice di questo"


Alla fine e' stato, letteralmente, stappato lo spumante. Quando alle 3.40 della notte il consiglio comunale di Milano ha dato definitivamente il via libera al Registro delle Unioni civili, il pubblico presente e qualche consigliere hanno potuto trattenere l'entusiasmo giusto il tempo di far intervenire Giuliano Pisapia; poi e' stata l'ora della festa. L'Aula di Palazzo Marino, riunitasi a oltranza dalle 16.30 di ieri per la terza e ultima seduta dedicata al provvedimento, ha licenziato nella notte la delibera con 29 voti favorevoli, 7 contrari e 4 astenuti.

Numeri che potrebbero far credere che tutto sia andato come avrebbe dovuto, quando in realta' la discussione s'e' piu' volte complicata. Resta il valore del risultato, sottolineato dal sindaco ("e' una bella giornata per Milano - ha detto - da domani gli uomini e le donne che si vogliono bene saranno piu' felici e io sono felice per questo"), e dalla gioia dei presenti, Arcigay in testa, che hanno seguito a distanza ravvicinata ogni passo dei lavori dell'Aula.

Il Registro delle Unioni Civili, dunque. La delibera che ha trovato il consenso del consiglio comunale e' quella emendata dalla proposta di modifica che era stata al centro di un intermedio accordo tra la maggioranza e l'area liberal del PdL, poi 'naufragato' per la posizione del coordinatore cittadino del PdL, Giulio Gallera, che si e' sentito 'tradito' dal voto contrario a un emendamento simile, e che sembrava dover essere archiviato fino a quando il giovane piedillino Pietro Tatarella non ne ha richiesta la votazione a prescindere dall'abbandono dell'Aula da parte dello stesso Gallera. Si e' cosi' determinata la struttura portante del documento, secondo un proprio 'modello Milano', che istituisce presso l'anagrafe un registro separato, specificatamente dedicato alle Unioni civili (verra' rilasciato attestato a chi si iscrive), agganciato alla normativa statale che disciplina la famiglia anagrafica (art. 4 DPR 223/1989).

Per potersi iscrivere al registro, quindi, bisognera' prima essere iscritti alla stessa residenza all'interno della stessa famiglia anagrafica. Per arrivare alla maggioranza che, alla fine ha promosso la delibera, ci sono volute ore di trattativa che hanno concesso ai cattolici del Pd di astenersi e a due consiglieri del PdL (Tatarella e Pagliuca), ma anche all'esponente di Nuovo Polo, Manfredi Palmeri, di aggregarsi ai sostenitori. Contraria la Lega (che ha ritenuto che la delibera introducesse "regole gia' esistenti"), Mariolina Moioli di Milano al Centro e i restanti consiglieri del PdL sempre fermi sulle proprie posizioni. Anche in questa occasione, come gia' in altre, Giuliano Pisapia ha presidiato il proprio scranno fino alla votazione, insieme al vicesindaco Maria Grazia Guida e all'assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino. La maggioranza ha potuto tirare un sospiro di sollievo alle 2.17 quando Palmeri ha ritirato uno dei suoi emendamenti, l'ultimo che restava da discutere. C'e' voluta ancora oltre un'ora, durante la quale i consiglieri hanno snocciolato le proprie dichiarazioni di voto, perche' Pisapia potesse dire: "Abbiamo fatto quello che potevamo ed e' un passo avanti nella direzione di una citta' che ha piu' rispetto per tutti. Sono sicuro che questo voto sara' di stimolo al Parlamento".

giovedì 26 luglio 2012


DOSSIER - Troppi errori in corsia Boom di assicurazioni per i camici bianchi - Dei 500 milioni di euro raccolti nel 2010, il 58% riguarda le polizze stipulate dalle strutture sanitarie e il 42% quelle dei professionisti - Il rapporto Ania: nel 2010 spesi 500 milioni di euro - LUCA ROSSI - 26/07/2012 - http://www3.lastampa.it

TORINO
Chirurghi estetici, ginecologi e ortopedici in testa. Ma anche neuro e cardiochirurghi. Aumentano i medici che decidono di assicurarsi contro il rischio di essere denunciati per possibili errori commessi in sala operatoria. Lo rivela il rapporto Ania (l’Associazione nazionale imprese assicuratrici) 2012. Per stare più tranquilli, certo. E per evitare, magari, di incappare nella disavventura capitata ad una loro collega, una pediatra, costretta a risarcire la famiglia di una bimba morta di peritonite, anche se era all’estero in ferie quando è stato commesso l’errore. Eppure, il 19 gennaio 2011, i giudici del tribunale di Firenze hanno imposto alla dottoressa in vacanza il risarcimento di tre milioni di euro ai familiari assieme, ovviamente, alla sua sostituta e ad un medico di guardia. Questi ultimi condannati, invece, rispettivamente ad un anno e ad otto mesi.

Sta di fatto che, secondo le stime dell’Ania, le polizze per la copertura del rischio di essere denunciati per eventuali casi di malasanità sono costate 485 milioni di euro nel 2009. E nel 2010 hanno sfiorato i 500, se si considera - soprattutto - la lievitazione del 5,3% dei soldi versati dai professionisti, a fronte di un più ridotto aumento dell’1,5% delle cifre sborsate dalle strutture mediche.

I numeri snocciolati da Roberto Manzato, direttore «vita e danni non auto» di Ania, mettono meglio a fuoco la tendenza: «Un chirurgo estetico può spendere fino a 15 mila euro l’anno, mentre i medici generici arrivano a sborsare fra i 300 e i 400 euro. I professionisti dipendenti possono pagare tra i 1000 e i 1500 euro all’anno. I prezzi più alti si hanno per le specialità più rischiose, che vanno dalla stessa chirurgia estetica alla ginecologia, fino all’ortopedia, e per i liberi professionisti».

Manzato spiega poi i motivi del boom di assicurazioni contro gli episodi di malasanità: «C’è molta litigiosità da parte dei pazienti, ma è anche cambiata la giurisprudenza. Se una volta c’erano delle complicazioni, il medico non era civilmente responsabile dell’errore commesso. Ormai i giudici hanno deciso di intervenire anche su questo ambito». E non solo. Secondo Manzato, va considerato anche un altro aspetto: «Se il dottore dipendente sbaglia, risponde in prima battuta il luogo di cura. Ma la struttura ha il diritto di rivalsa sullo specialista che ha causato un danno nel paziente solo in caso di colpa grave o dolo. Ecco perché, come succede anche negli altri ambiti, i dottori decidono di rivolgersi alle assicurazioni. Chiunque può causare dei danni ai propri clienti e, in questo caso, ai pazienti. Funziona così: se il medico è civilmente responsabile, la compagnia lo aiuta».

E i dati parlano chiaro: c’è stata una crescita di queste polizze tra il 2000 e il 2010 del 7,8 per cento all’anno. Ancora: dei 500 milioni raccolti nel 2010, il 58 per cento riguarda le polizze stipulate dalle strutture sanitarie e il 42 per cento quelle siglate dai professionisti che hanno visto crescere in modo pesante i costi assicurativi. Impennato anche il costo medio per gli errori in campo medico, che ha toccato quota 27.689 euro nel 2010: due mila euro in più rispetto ai 25.083 dell’anno precedente.

Secondo le stime dell’Ania, poi, in 15 anni le denunce sono più che triplicate e mediamente sono aumentate ogni anno dell’8,2%. Dai 9.567 casi di danni denunciati nel 1994, ecco un balzo fino ai 33.682 sinistri del 2010, con un picco di 34.035 sinistri nel 2009.

Eppure, negli ospedali italiani si sbaglia più o meno come in quelli francesi, spagnoli, olandesi e canadesi: solo cinque casi su cento. Meno della mediadei dati internazionali (9%). E oltre il 56% degli episodi nel mirino riguarda errori clinici evitabili. È quanto emerge da uno studio italiano pubblicato sulla rivista «Epidemiologia&Prevenzione» su oltre 7500 cartelle cliniche di pazienti ricoverati nel 2008 in cinque grandi ospedali italiani. Però, per non vedersela brutta come la pediatra fiorentina, i medici, con i chirurghi estetici in testa, si rivolgono alle assicurazioni.