giovedì 30 agosto 2012


I farmaci equivalenti un tabù per i medici - GIORGIO FORESTI* - 30/8/2012 - http://www.lastampa.it/

Caro Direttore, qualunque lettore di giornali non può che concordare sul fatto che, dopo i temi estivi di rito, i farmaci equivalenti, o meglio le leggende metropolitane che li riguardano, sono stati un argomento frequentatissimo in queste settimane. E mi spiace dover constatare, a 11 anni dalla loro introduzione in Italia, che l’argomento scateni una ridda di osservazioni e interventi che purtroppo alimentano confusione anziché generare una corretta informazione. E questo si è ripetuto anche per le norme volte a favorire l’impiego dei generici contenute nella spending review.

E’ il caso, per esempio, delle dichiarazioni del dottor Marasso, presidente della Fimmg di Asti, intervenuto sulla «Stampa» del 21 agosto. La prima cosa che stupisce, nel suo intervento, è che si presenti come una complicazione eccessiva – e una lesione della libertà del medico – il fatto di chiedere l’indicazione del nome del principio attivo anziché quella del marchio commerciale. Nei Paesi industrializzati si fa quasi sempre così: basterebbe aver visto qualche puntata della serie ER per constatare che i medici parlano di azitromicina e non di «Zitromax». E se non ricordo male, nei testi di farmacologia si parla di principi attivi, non di marchi, quindi il medico dovrebbe conoscerli. Così come non mi sembra una vessazione chiedere di motivare la non sostituibilità in forma sintetica, soprattutto considerando che questa motivazione si richiede soltanto all’inizio di una nuova terapia, non per chi è già in trattamento.

Mi spiace poi che per contestare la pari efficacia dei generici (lo ha fatto anche Marasso, ma non è certo il solo) ricorra ad argomenti non superati, ma superatissimi. Come quello, per esempio, delle compresse che si rompono estraendole dal blister: questo era un problema, dovuto all’eccessivo spessore del foglio metallico che chiude il blister stesso, che ha riguardato, più di cinque anni fa, i medicinali di una singola azienda e non aveva nulla a che fare con il farmaco in sé. Se si dovesse revocare in dubbio la validità di un medicinale ogni volta che un’azienda farmaceutica – di generici o di griffati – deve ritirare un lotto di medicinali per difetti minori come questo, probabilmente dovremmo tornare a curarci con le radici raccolte nei boschi. Anche la questione della variazione all’interno della quale si parla di bioequivalenza, l’ormai famigerato più o meno 20% di biodisponibilità, è spesso assolutamente mal posta. In primo luogo il valore del 20% è uguale in tutto il mondo (non esistono Paesi europei in cui ci si basi sull’1-2%): sono passati i tempi in cui per avere notizie dall’estero si dovevano attendere i velieri in porto, basta usare Internet. Se questa tolleranza fosse eccessiva come si lascia intendere, resta da spiegare perché in Gran Bretagna, in Germania o in Francia – dove il generico è presente da decenni e con «numeri» ben più alti, i pazienti non paiono proprio soffrire di questa circostanza (si veda lo studio che l’Unione delle casse malattia francesi ha pubblicato paragonando direttamente pazienti trattati con statine di marca e generiche).

D’altronde sulla bioequivalenza le imprecisioni si sprecano. E a questo proposito vorrei consigliare alla dottoressa Paola Caracristini di andare a ripassare i testi di farmacologia, perché non può un farmacista affermare, come fa lei il 18 agosto, sempre sulla «Stampa», che un medicinale possa contenere il 20% in meno (o in più) di principio attivo: siamo alle barzellette che però non fanno ridere.

Infine, sarebbe il caso di valutare se tutte le difficoltà per il paziente che spesso si temono non siano dovute anche al fatto che molti cittadini il nome dei principi attivi, dal loro medico, non lo sentono mai fare. Magari, cominciando a scriverlo sulla ricetta, può darsi che questo benedetto nome entri nell’orecchio, come certe canzoncine estive…

In realtà, da cittadino, ho l’impressione che, anche su questo argomento, si ripercuota una caratteristica tutta italiana, cioè pensare che anche quando tutto il mondo affronta un problema in modo differente da noi… hanno torto gli altri. Per carità, può anche succedere, e l’innovazione nasce anche da questo atteggiamento, ma in questi ultimi tempi mi sembra che la diversità a tutti i costi sia stata uno svantaggio, e non un vantaggio, per il Paese.

*Presidente AssoGenerici

Ecco la generazione Esausti - stressati tra lavoro e famiglia - Hanno tra i 30 e i 40 anni, sono diventati genitori tardi per riuscire nella loro professione ma quando arrivano all'apice si trovano schiacciati dalla doppia incombenza: il successo nel lavoro e i doveri verso la famiglia. Ora l'Economist li definisce Generation Xhausted - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI - 30 agosto 2012, http://www.repubblica.it

LONDRA - Sono i professionisti urbani a due velocità: quelli che vanno più lenti  con la famiglia per andare più forte nel lavoro. Rimandano la nascita  dei figli per potersi concentrare pienamente sulla carriera. Ma quando  la fanno si ritrovano in posizioni di comando in ufficio mentre sulla  porta di casa li aspettano bambini ancora piccoli, biberon e pannolini.  "Generation Xhausted", Generazione Esausti, li definisce l'Economist: i 30- 40enni d'oggi che hanno conquistato il potere precocemente, molto prima rispetto  ai loro genitori, ma che si sentono stressati, svuotati di ogni energia.  

Talvolta sono decisamente infelici, per l'accumulo  di troppe responsabilità  nel momento  sbagliato. Sono  donne come Marissa Mayer, che  a 37 anni e per la prima volta incinta  viene nominata amministratore  delegato di Yahoo, portata  via a Google come una celebrità, osannata come la manager più in voga della stagione, ma incerta su come farà adesso a gestire impegni pubblici e privati; come Louise Mensch, 41enne scrittrice di romanzi rosa e deputata conservatrice in procinto di diventare ministro, che si è dimessa dall'incarico perché non riusciva più a combinare i suoi impegni politici con quelli di madre di tre figli e moglie di un agente di rock star americane; come l'attrice 39enne Gwyneth Paltrow, che divisa tra i compiti di mamma a Londra e gli impegni cinematografici a Hollywood ha abbandonato l'Inghilterra nel tentativo di salvare famiglia e lavoro; come la politologa 49enne Anne Marie Slaughter, che ha lasciato il suo prestigioso posto di consigliera del segretario di Stato americano Hillary Clinton per tornare a occuparsi dei suoi due bambini, confessando in un articolo che ha fatto clamore sulla copertina della rivista Atlantic: "Non è vero che le donne possono avere tutto".

Ma sono esauriti pure gli uomini, quando si trovano in condizioni simili. David Cameron, diventato primo ministro britannico a 43 anni, con due figli che fanno le elementari e uno in fasce, è così sfinito che il mese scorso ha dimenticato uno dei suoi bimbi in un pub e poi è tornato a riprenderlo di corsa insieme alla scorta del servizio segreto. George Osborne, cancelliere dello Scacchiere ad appena 38 anni, è accusato di essere un pessimo ministro del Tesoro e un padre così così perché affaticato dalle duplici incombenze. Ed Miliband, nominato leader del partito laburista a 40 anni e subito allietato dall'arrivo di due pargoletti che lo hanno spinto a mettersi in "paternità", forse non ne è ancora uscito, commentano i maligni, sostenendo che il Labour è in mano al suo delfino Ed Balls.

Lo stesso fenomeno si nota nel business, dove i dirigenti delle grandi imprese sono più giovani di un tempo, e non solo in industrie digitali tipo Google (Sergey Brin ha 39 anni) e Facebook (Mark Zuckerberg ne ha 28): uno studio della Egon Zehnder International, società di cacciatori di teste aziendali, afferma che oggi il 40 per cento degli amministratori delegati di grandi aziende occidentali sono sulla quarantina, una percentuale raddoppiata negli ultimi quindici anni. Anche loro, nonostante stuoli di baby-sitter, soffrono la sindrome dell'esaurimento fisico: vedi il caso del portoghese Antonio Horta-Osorio, 46enne chief executive officer del Lloyds Banking Group, astro in ascesa della City e padre di tre figli, che l'anno scorso ha dovuto mettersi improvvisamente in malattia per stress, "volevo fare troppe cose tutte in una volta", ha dovuto riconoscere.

Non è il caso di Brin e Zuckeberger, certo, forse perché nessuno dei due ha (ancora) fatto figli: ma uno studio del Financial Times riporta che nel 2012 c'è stato un numero record (320) di dimissioni di amministratori delegati in Europa, colpa di crisi e recessione, certo, ma anche del doppio peso su executive più giovani di guidare una società e spingere carrozzine. Beninteso, il trend della spossatezza da eccessive responsabilità non riguarda soltanto capi di governo e super manager: anche nella fascia media delle professioni oggi si comincia a fare carriera prima di una volta, secondo dati dell'Office for National Statistics britannico.

Entro il compimento dei 38 anni, ammette Bagehot, pseudonimo del columnist più importante dell'Economist, "gli ambiziosi odierni sono già arrivati da qualche parte": compreso lui, che confessa di averne 37. Ciò è certamente un bene, se confrontato con le gerontocrazie del passato (o del presente, come in Italia, dove l'età media della classe dirigente politico-economica è 59 anni). Ma può diventare anche un male, perché spesso i 30- 40enni in carriera giungono a questi risultati rinviando la creazione di una famiglia e quando la formano si ritrovano schiacciati dalla doppia incombenza: il successo nel lavoro e i doveri verso i figli. In Inghilterra l'età media in cui una donna partorisce è arrivata a 32 anni e continua a crescere; quella in cui un uomo diventa padre è ancora più alta, sfiorando i 35.

Nelle generazioni precedenti, i figli si facevano prima e il successo professionale arrivava più tardi: ora le due cose coincidono, figli e successo giungono praticamente insieme, esercitando una pressione spesso insostenibile. "Ho scelto i figli e messo da parte la carriera", ammette l'ex-deputata Louise Mensch. "Se vado in crisi prenderò un sabbatico familiare ", ipotizza Marissa Meyer. "Riservo una sera alla settimana a una cena romantica con mia moglie e ogni week-end ai bambini", suggerisce come soluzione David Cameron.

Ma un rapporto di Relate, società di consulenze familiari, indica che disturbi psicologici come la solitudine, la depressione e la nevrosi sono più comuni nella fascia di età fra i 34 e i 45 anni. È anche il periodo in cui più facilmente si disintegrano le famiglie: in Gran Bretagna il più alto numero dei divorzi avviene entro tre anni dalla nascita dei figli. Non a caso il sondaggio nazionale sulla felicità promosso dal governo britannico ha riscontrato che la soddisfazione personale ha una punta intorno ai 20-25 anni, poi cala fra i 30 e i 45, per tornare a salire dopo i 50. La proverbiale "crisi di mezza età" esiste ancora, ma non colpisce più in quella che era considerata la mezza età, bensì prima: dai 35 in poi. I ruoli si capovolgono.

I 55 anni sono i "nuovi 45", affermano i sociologi: niente più ansia sul lavoro, figli finalmente grandi, voglia e possibilità di tornare a divertirsi. Guardati con invidia da quelli che 45 anni li hanno davvero. "Spent generation", generazione di scoppiati, li chiama il dottor Frank Lipman, autore di un libro con quel titolo sui 40enni esausti del giorno d'oggi. "La stanchezza di cui soffrono ha raggiunto livelli epidemici", afferma l'autore, che poi offre anche qualche ricetta per non sentirsi più così a pezzi: "Dormire di più. Fare una pausa di almeno 15 minuti per il lunche almeno una passeggiata all'aperto al giorno. Abolire caffè e zuccheri. Provare la yoga, la meditazione, qualsiasi cosa. Ma soprattutto rallentare". Facile a dirsi, per lui, che ha 55 anni, la carriera risolta e figli grandi. Più difficile se di anni ne hai 40, i tuoi dipendenti ti stanno fissando per ricevere gli ordini del giorno e poi devi correre a casa a preparare la pappa ai bebè.

Perché la grammatica può mettere d’accordo filosofia e neuroscienze - Le affinità tra Ruggero Bacone e Noam Chomsky. - Teorie del linguaggio simili al cielo stellato - Andrea Moro, 30 agosto 2012, http://www.corriere.it/

Ammettiamolo: tutti noi abbiamo una nostra teoria del linguaggio. Non è come in fisica o in chimica dove un certo timore reverenziale per la natura dei fenomeni osservati ci trattiene dal formulare spiegazioni avventate. Con il linguaggio, le cose vanno diversamente. Forse per il semplice fatto che tutti parliamo, forse per la grande facilità nell’ottenere dei dati, fatto sta che ci sentiamo autorizzati ad avere una «spiegazione» naturale di questo fenomeno. Questo stato di cose, inoltre, non caratterizza solo noi come individui ma anche la cultura dominante di un periodo storico, praticamente lungo tutto il percorso culturale della nostra civiltà. Il risultato è una sovrabbondanza unica nella storia del pensiero: praticamente ogni epoca, ogni cultura hanno espresso una teoria dominante sulla natura del linguaggio umano, a tal punto che seguendo lo sviluppo di queste riflessioni specifiche possiamo avere un campione dello «spirito del tempo», cioè della visione generale della realtà, come se la riflessione sul linguaggio costituisse una specie di «questione omerica» della storia dell’uomo. Il linguaggio è stato di volta in volta spiegato come fatto prevalentemente culturale, sociale, divino o biologico. Siamo certamente di fronte a una situazione speciale e non è facile capire cosa sappiamo oggi di più sul linguaggio umano rispetto al passato. Sempre che se ne sappia di più.

La situazione è simile a quella alla quale ci troviamo di fronte quando guardiamo un cielo stellato dove le stelle sono le opinioni che nel corso degli anni si sono formate sul linguaggio. Istintivamente, non possiamo fare a meno di congiungere tra loro le stelle che più risaltano: se non siamo particolarmente esperti, o comunque condizionati, ognuno di noi si costruisce le proprie costellazioni, alcune ovvie altre più ardite, altre implausibili. Ma il cielo notturno ha anche un’altra particolarità. Sappiamo infatti che non tutte le stelle che vediamo sono necessariamente ancora attive: la luce che ci arriva è una luce antica, che potrebbe essere ancora in viaggio quando la stella è già morta. Il cielo è dunque contemporaneamente simile a un museo di storia naturale e a uno zoo: accanto ad animali vivi vediamo l’impronta di quelli che non ci sono più. Dunque le nostre costellazioni non solo sono fondamentalmente arbitrarie, ma sono anche in qualche modo dei miraggi che possono anche essere fatti di fantasmi di stelle. Lo stesso accade per le teorie sul linguaggio. Ci sono tantissime opinioni: alcune attuali, altre decadute, altre ricorrenti; ma spesso non ce ne accorgiamo e anche per il linguaggio, come per il cielo stellato, ognuno si costruisce la costellazione preferita.



Xu Bing (1955), particolare dell’installazione «A book from the sky» (1987-1991), Pechino, China Art Gallery
Un esempio lampante di come le idee sul linguaggio possano essere difficili da interpretare e talvolta sorprendentemente ingannevoli è dato da questa citazione: «La grammatica è la stessa in tutte le lingue come conseguenza di ciò che la costituisce, anche se possono esserci variazioni accidentali». A che epoca corrisponde? Senza una data precisa, questo pensiero potrebbe benissimo essere attribuito a un linguista contemporaneo, di quelli che appartengono al filone inaugurato nella seconda metà del Novecento negli Stati Uniti da Noam Chomsky: da allora, infatti, sappiamo che, se facciamo astrazione dell’arbitrarietà con la quale si abbinano suoni e significati, la struttura delle lingue non può variare a piacimento, ma è vincolata dall’architettura neurobiologica del nostro cervello, del quale è espressione. Eppure il pensiero che sta alla base di questa citazione non si basa affatto su dati sperimentali ma è il frutto di una deduzione fondata su riflessioni filosofiche e, soprattutto, teologiche. Si tratta infatti di una frase tratta da un’opera di Ruggero Bacone, francescano, filosofo tanto famoso ed eccellente da meritarsi il titolo di «Doctor Mirabilis», attivo a Parigi verso la metà del Duecento. Secondo Bacone esiste una sola lingua perché la lingua rifletterebbe la struttura della realtà e, ovviamente, esiste una sola realtà. Secondo Chomsky, invece, esiste una sola lingua perché le lingue sarebbero espressioni di un progetto biologicamente determinato. Le regole di due lingue apparentemente diversissime sarebbero solo l’effetto macroscopico di alcuni (pochi) gradi di libertà microscopici delle quali sono dotate le lingue. Un fatto che stupisce senza dubbio, ma non di più di quanto stupisca il fatto che la differenza tra un maiale e una libellula sta nel numero e nella disposizione di quattro basi azotate lungo la catena del polimero di Dna. Due vie diversissime, dunque, quella neurobiologica e quella teologica, praticamente incommensurabili, eppure convergenti. Ma a seconda del percorso che si è fatto per arrivare alla stessa conclusione si aprono scenari diversissimi. Ad esempio, l’ipotesi biologica di Chomsky costituisce oggi di fatto la base teorica per la ricerca di tipo neurobiologico sul linguaggio, che sta dando risultati sorprendenti e, per certi versi, destabilizzanti.
Questo stato di cose, niente affatto isolato nel pensiero linguistico, ci costringe ad una riflessione inaspettata: nella scienza come altrove il percorso che porta ad una conclusione è decisivo quanto la conclusione stessa, perché è in base al percorso che decidiamo i passi successivi. E siccome la scienza è un percorso continuo, saranno i percorsi aperti da una teoria — le nuove domande, cioè — a qualificarne il valore non i punti d’arrivo. Come dire: non tutte le costellazioni che disegniamo sono utili per tracciare una rotta. La bontà della scelta si può alla fine misurare solo con la risposta della realtà; anche per il linguaggio umano.


Il fallimento della contraccezione: il caso inglese - Occorre cambiare metodo, partendo da una sana introduzione all’affettività e recupero di valori familiari -  30 agosto 2012 - http://www.uccronline.it

Troppi aborti tra le giovanissime? Un numero eccessivo di gravidanze indesiderate? No problem: basta promuovere più contraccezione e tutto si sistema. E’ più o meno questo il ragionamento che, ormai da molti anni, uomini delle istituzioni e talvolta anche celebri intellettuali propongono allorquando viene ricordato loro il problema mai risolto degli aborti tra donne anche molto giovani. Ora, posto che la gran parte delle pillole contraccettive – anche se taluni si ostinano a negarlo – sono potenzialmente abortive ed anche se numerosi studi hanno confutato questa credenza, riteniamo non ci sia lezione più autorevole di quella dei casi concreti. Prendiamo quindi, per stare all’attualità, il caso inglese.

Per chi non lo sapesse la Gran Bretagna è un Paese dove da alcuni anni – allarmati dal fenomeno abortivo tra le adolescenti e dal fatto che il numero complessivo delle interruzioni volontarie di gravidanza, anziché calare, abbia ripreso a salire – si è deciso di investire massicciamente nella diffusione di contraccettivi. Ebbene, con questo tipo di programma si è verificato un fatto totalmente inaspettato: le cose sono peggiorate.

Il numero degli aborti, anche se di poco, ha infatti continuato a crescere – nel 2011 sono stati 189.931, mentre nel 2010 furono 189.574 – ma soprattutto tra le giovanissime sono aumentati drammaticamente gli aborti multipli: nel 2010 in 485 hanno abortito per la terza volta, in 57 per la quarta, in 14 per la quinta, in 4 per la sesta e in 3 per la settima. Orbene, non occorre molto per capire che in un Paese dove quasi 500 adolescenti all’anno abortiscono per la terza volta è in corso un disastro educativo di immense proporzioni e, quel che è peggio, destinato a crescere.

Lo hanno confermato pochi giorni fa gli esiti di un’indagine condotta dalla società Insight Research Group, che ha intervistato donne e medici di famiglia rilevando come la crisi economica-finanziaria sia tra le cause dell’aumento degli aborti volontari. Ora, che fare? Come corrispondere al problema crescente delle gravidanze tra le adolescenti? E’ il caso di insistere con la promozione della contraccezione o si deve correre ai ripari organizzando corsi per mamme a ragazzine di 14 anni, come si è recentemente provveduto a fare nella contea di Merseyside?

La sola possibilità concreta sembra quella di voltare completamente pagina prendendo atto di una realtà: la politica contraccettiva è fallimentare contro gli aborti. Non serve. Anzi, ci sono studi che hanno messo in luce come un maggior accesso alla contraccezione, anche se nell’immediato può arginare i tassi di gravidanza e conseguentemente gli aborti, nel lungo periodo, a causa della mentalità sessualmente disinvolta che indirettamente incoraggia, finisce col favorire un aumento delle gravidanze. Un dato suffragato dal fatto che oltre la metà delle donne intenzionate ad abortire – secondo quanto emerso in alcune ricerche – in precedenza faceva regolare ricorso alla contraccezione.

La contraccezione come fallimento, dunque. Anche se la cosa sorprende assai poco, dal momento che costituisce una risposta inadeguata e materiale ad un problema (quello delle gravidanze tra giovanissime) sì reale ma anzitutto educativo. In tal senso è più che ragionevole ritenere che sostituendo la corrente apologia della contraccezione con una sana introduzione all’affettività e potenziando l’implementazione di interventi di gruppo che indirizzino il comportamento sessuale degli adolescenti, si possa effettivamente ridurre l’incidenza del fenomeno delle gravidanze indesiderate.

A questo punto però è opportuno chiedersi: saprà la cultura anglosassone riconoscere il proprio fallimento educativo? Sappiamo che più della metà dei genitori inglesi – verosimilmente delusi dai “successi” della cultura contraccettiva e consapevoli dei manifesti limiti della stessa – già ora non vuole che l’educazione sessuale venga insegnata ai bambini a scuola. Il fatto è che, per voltare pagina, occorre un ripensamento molto più trasversale, che coinvolga le istituzioni e che ricuperi con convinzione valori oggi impopolari quali la castità, la famiglia, la fedeltà coniugale. Insomma, per ripartire serve prima ammettere di aver sbagliato. Sapranno dunque i governanti inglesi fare questa coraggiosa ammissione oppure proseguiranno nell’attuale disastro?

Giuliano Guzzo
(www.giulianoguzzo.wordpress.com)

mercoledì 29 agosto 2012

No all'idea che esistano vite indegne, di Lucetta Scaraffia, 29 agosto 2012



Fioroni: "Attenti alla deriva eugenetica la vita non è un supermercato" - Intervista a Beppe Fioroni di Alberto Custodero - La Repubblica - di Giuseppe Fioroni,  pubblicato il 29 agosto 2012 http://www.partitodemocratico.it

«È appena il caso di ricordare che la legge 194 non sostiene da nessuna parte che sia consentito l'aborto del feto perché malato». Giuseppe Fioroni, leader cattolico del Pd - in attesa di conoscere le motivazioni, e senza entrare nel merito del ricorso-interviene sulla questione della compatibilità tra legge 40 e legge 194 sollevata dalla Corte di Strasburgo.

Fioroni, dovevamo aspettare l'Europa per consentire anche a chi è fertile l'accesso alla diagnosi preimpianto?

«Le linee guida del ministro Turco durante il governo Prodi avevano già introdotto l'utilizzo della tecnologia preimpianto, ma solo per finalità diagnostiche e terapeutiche sull'embrione stesso. Avevano escluso quelle tecnologie, invece, per i fmi " osservazionali", ovvero per quella forma di diagnosi che può portare a dire ai genitori: "Come lo volete il figlio, alto, occhi azzurri...?"».

Dopo la sentenza di Strasburgo, voterebbe ancora la legge 40?

«Sono sempre possibili miglioramenti normativi, come quelli fatti da Livia Turco. Ma i valori guida della legge erano validi ieri. E sono validi oggi».

Quali sono?

«La legge 40, emanata per garantire alle coppie sterili di poter ottenere una gravidanza, ha due obiettivi. Da una parte tutela il diritto dei genitori ad avere un figlio, e il soggetto debole, il nascituro, ad avere un solo padre o una sola madre (e questo fu il motivo per il "no" alla fecondazione eterologa). L'altro caposaldo era evitare che la fecondazione artificiale aprisse la strada a una selezione eugenetica in forza della quale il genitore sceglie il figlio che vuole e sopprime quello che non gli piace».

C'è però il problema sollevato da Strasburgo sulla compatibilità tra legge 40 e 194.

«La 194 non è una legge "neroniana" o figlia della "rupe tarpea": non autorizza, infatti, la soppressione di feti malati, ma prevede che si possa consentire l'aborto quando la salute fisica e mentale della madre è messa a repentaglio. Da questo punto di vista le due leggi mantengono la stessa impostazione di fondo: non consentono la soppressione della vita perché malata. E chiudono le porte al "supermercato della vita", e ai rischi delle sue derive eugenetiche e razziste. Mostruosità di cui la storia è piena».

Fonte: La Repubblica

LEGGE 40/ Gambino: non esiste un diritto a un figlio sano - INT. Alberto Gambino - mercoledì 29 agosto 2012 - http://www.ilsussidiario.net


Alberto Gambino, giurista ed esperto di bioetica, interviene sulla sentenza della Corte di Strasburgo che avrebbe rilevato una incoerenza nel nostro ordinamento tra due leggi, la legge 40 sulla procreazione assistita e la 194 sull’interruzione di gravidanza. I coniugi Rosetta Costa e Walter Pavan - che non hanno affatto esaurito i gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento - sono ricorsi a Strasburgo per poter accedere alla Fivet e avere così un figlio sano, pur essendo portatori sani di fibrosi cistica. In realtà la legge italiana consente l’accesso a queste tecniche solo alle coppie infertili, vietandolo a chi può avere figli per vie naturali.

Professore, che cosa è accaduto con quest’ultima sentenza della Corte di Strasburgo?

La Corte di Stasburgo, in fase di giudizio di prima istanza, dunque non definitivo e dunque con provvedimento impugnabile, avrebbe affermato (il condizionale è d’obbligo perché ancora non abbiamo il testo della decisione) che la legge 40 sulla procreazione assistita sarebbe in contrasto con la legge 194 sull’interruzione della gravidanza, in quanto quest’ultima consente di fare esami anche invasivi sul feto, come l’amniocentesi, al fine di valutare la presenza di certe malattie genetiche, mentre la legge 40 non consente di effettuare esami invasivi sull’embrione, come la cosiddetta diagnosi preimpianto, con la quale si prelevano alcune cellule per esaminarle.

La Corte ha bocciato dunque l’impossibilità di accedere alla diagnosi preimpianto. Quali conseguenze ha questa “bocciatura”? In che cosa si traduce dal punto di vista dell’accesso alle tecniche?

Intanto dobbiamo aspettare una decisione definitiva, poi se la tesi passasse significherebbe che coppie con queste problematiche potrebbero chiamare a loro supporto i principi applicati dai giudici di Strasburgo.

La Corte ha individuato una “incoerenza” nella normativa del nostro ordinamento. Ma allora, ben venga la sentenza della Corte europea: dobbiamo intervenire sulle nostre leggi. È così?

Ritengo che l’incoerenza non ci sia. La legge 194 consente diagnosi sul feto perché effettuate con tecniche aventi rischi ritenuti accettabili, mentre la legge 40 esclude tali diagnosi perché sottrarre una o due cellule da un embrione di poche cellule significa in diversi casi menomarne definitivamente l’integrità e provocarne la morte.

La Corte ha dato ragione a due coniugi che vogliono ricorrere alla Fivet per avere la garanzia di un figlio sano. Quali considerazioni suggerisce questo fatto? Esiste un diritto a un figlio sano?

Non esiste un diritto a un figlio sano, ma un interesse, un desiderio, che se assorto a diritto nella fase della vita nascente con rischi di imperfezioni, farebbe retrocedere l’essere umano a mero materiale biologico.

I giudici di Strasburgo nella sentenza hanno richiamato l’articolo 8 della Convenzione: “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare”. Che significa questo riferimento?
Non è la prima volta che questo articolo viene richiamato in un’accezione del tutto riduttiva, cioè come se la vita familiare fosse solo quella dei desideri e delle aspettative della coppia senza considerare la presenza e i diritti all’integrità fisica e allo sviluppo dei soggetti più fragili, come coloro che sono stati appena concepiti . Così il diritto alla vita privata e familiare finisce per trascurare indebitamente lo spessore giuridico di diritti e interessi di altri esseri umani che fanno parte della stessa famiglia.

Esiste la possibilità di una deriva eugenetica?

Sì, esiste certamente la possibilità di una deriva eugenetica se solo si riflette che proprio nel caso della fibrosi cistica che ha dato origine a questo caso, l’esito di tanti esami che danno un risultato infausto in realtà non implicano affatto che gli embrioni saranno malati, ma che, come i genitori, saranno portatori sani della patologia. È giusto eliminarli per questo? Allora la coerenza richiamata dalla Corte implicherebbe che venissero eliminati anche i genitori… Questa sarebbe selezione eugenetica aberrante. Perché, eliminare embrioni portatori sani come i genitori non è lo stesso?

Non è la prima volta che due ordinamenti, il nostro e quello europeo, entrano in conflitto.

Grazie al cielo non è un contrasto tra ordinamenti, ma n vaglio di coerenza circa leggi tutte italiane e trattandosi di interpretazioni, i giudici di Strasburgo possono sbagliare e non sarebbe la prima volta.




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