venerdì 31 agosto 2012


PAKISTAN/ Rafique (Apma): gli islamisti vogliono uccidere Rimsha, 14 anni, solo perché cristiana - INT. Pervaiz Rafique - venerdì 31 agosto 2012 - http://www.ilsussidiario.net

Nel corso dell’udienza di fronte al tribunale di Islamabad per il caso della minorenne cristiana Rimsha Masih accusata di blasfemia, ieri gli avvocati dei religiosi musulmani si sono opposti alla scarcerazione e hanno presentato ricorso contro i risultati della Commissione medica. Il fronte islamista ha sostenuto che la ragazzina avrebbe non meno di 14 anni e non sarebbe affetta da disturbi mentali. I termini per la carcerazione preventiva di Rimsha scadono il primo settembre, ma non è chiaro quale posizione prenderà il tribunale. IlSussidiario.net ha intervistati Pervaiz Rafique, presidente e fondatore dell’All Pakistan Minorities Alliance (Apma) e parlamentare cristiano dell’assemblea provinciale.

Perché i giudici pachistani continuano a tenere agli arresti Rimsha Masih, anche se è una ragazzina di 14 anni analfabeta e con problemi mentali?

E' per la sua salvezza, la stanno proteggendo dagli estremisti religiosi che hanno tentato di bruciarla viva. I rapporti medici hanno confermato che non è sana di mente, ma non è stato ancora stabilito se sia effettivamente incapace di leggere e scrivere. Secondo alcune informazioni che ho ricevuto, sarebbe in grado di leggere.

Come viene discusso in Pakistan questo caso? Vi sono politici od opinionisti musulmani che difendono Rimsha, o tutti i musulmani sono contro di lei?

Il partito religioso musulmano Namos-e-Raisalat l'ha difesa, sostenendo che è minorenne e che non dovrebbe essere accusata in base alla legge sulla blasfemia. Il Pakistan Christian Post ha scritto che Muqadas Kainat, una ragazza cristiana di 12 anni, è stata stuprata e uccisa vicino a Sahiwal.

Cosa sa attorno a questo tragico fatto e la notizia, secondo lei, è attendibile?

Ho letto la notizia e sto conducendo indagini su di essa, quindi per il momento non sono in grado di confermarla. Molti giornali e giornalisti cristiani sono incorsi in qualche esagerazione nel riportarla. Per quanto mi riguarda, non voglio pronunciarmi prima di aver accertato i fatti.

Secondo lei, comunque, si sarebbe trattato di una discriminazione religiosa contro i cristiani o di un crimine comune?
Si tratta di discriminazione religiosa, i cristiani e le altre minoranze religiose sono discriminate ogni giorno in ogni aspetto della vita. Il continuo riproporsi di questi gravi fatti sta ponendo molte riserve sul futuro delle minoranze religiose in Pakistan.

Quindi stupri e assassini di ragazze cristiane sono frequenti in Pakistan?

Sì, questi crimini stanno diventando purtroppo frequenti in Pakistan. Il governo non è capace di proteggere le vite e le proprietà dei cristiani e una delle principali ragioni è che i leader, autoproclamatisi tali e imposti alla nostra comunità, non osano dire la verità sulla situazione. Durante le loro visite all'estero, continuano a dire che in Pakistan le minoranze religiose hanno uguali diritti, ma la realtà è ben altra.

Come vivono i cristiani pachistani in questa situazione di continua discriminazione?

Vivono in una continua paura, essendo discriminati ogni giorno nella vita quotidiana. Hanno cercato di far sentire la loro voce in pubblico e in Parlamento, ma i nostri rapresentanti ci sono stati imposti, proclamano di rappresentare le minoranze, ma in realtà non osano opporsi a queste discriminazioni.

Cosa dà ai cristiani la forza di continuare a restare in Pakistan e perché non cercano invece di espatriare?

Questa è la nostra terra, siamo nati qui. Malgrado l'accusa frequente di essere agenti dell'Occidente, siamo sempre stati leali verso la nostra patria. Molti però cercano di andarsene e se questa tragica situazione continua, temo che saremo costretti, come gli indù, ad emigrare.

(Pietro Vernizzi)


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giovedì 30 agosto 2012


La strage di Oslo e il suo autore - Quel male che nasce dal dimenticare chi siamo di Costantino Esposito, 30 agosto 2012, http://www.avvenire.it

Com’è facile, di fronte a eventi terrificanti, come la strage compiuta un anno fa sull’isola norvegese di Utoya da un fanatico ultranazionalista, Anders Behring Breivik, in cui persero la vita 68 giovani partecipanti ad un campo estivo dei 'laburisti' (e altre nove erano state le vittime di un’esplosione sempre progettata dallo stesso Breivik nel centro di Oslo), archiviare il caso come un atto di assurda violenza, nutrito nel torbido terreno dell’odio xenofobo e razzista.

Tutto questo è vero, senz’altro. E la condanna inferta all’assassino – 21 anni, il massimo previsto dalla legislazione norvegese – sembra quasi un argine inadeguato contro il terribile sguardo del reo confesso, tutto fiero beffardamente della sua azione, pentito solo di non averne potuto uccidere di più, dei suoi giovani "nemici", come egli stesso ha dichiarato dopo la lettura della sentenza. Ma anche una risposta del tutto insufficiente (e questo a prescindere dal numero di anni di prigionia) all’attesa di giustizia che un tale evento provoca inevitabilmente in noi.

Si tratta di un’azione in qualche modo non risarcibile, e la giusta pena non colma la misura abissale della distruzione di quelle vite. In altri Stati la condanna sarebbe stata certamente molto più pesante, e coloro che considerano la leggerezza del castigo una misura del tutto inadeguata rispetto all’enormità del delitto (come una crepa evidente nelle legislazioni occidentali più liberal rispetto alle sfide delle società multiculturali e multietniche) si opporranno senz’altro a coloro che invece plaudono alla saldezza di una giurisprudenza che riesce a contenere, senza demonizzare indebitamente, anche i delitti più eclatanti, mettendo al centro la possibilità e anzi il diritto dei colpevoli ad una rieducazione sociale.

Ma in entrambi i casi questa condanna non può esimerci dal guardare in faccia il male che un uomo – riconosciuto peraltro dal Tribunale "sano di mente" – è capace di fare. Questa parola, "il male", ci inquieta profondamente: e difatti tutti noi cerchiamo di sbarazzarcene subito o addossandolo interamente sul funzionamento psicologico dell’assassino, e vederlo così, a distanza, come una possibilità orrenda – un difetto neurologico, insomma – che non potrà mai essere nostra; oppure pensando che essa è solo il frutto di un contesto sociale inadeguato, esso sì veramente colpevole di aver permesso e sviluppato un’ideologia cha avrebbe armato la mano del colpevole.

Eppure il male è un punto non risolto nella nostra esperienza: una possibilità drammatica che affonda nelle pieghe della nostra individualità personale (personale: cioè dotata di ragione e libertà), e che con altrettanta evidenza tutti noi condividiamo. Noi non siamo come l’assassino Breivik, grazie a Dio; e tuttavia bisogna pur dire che alla radice del gesto inconcepibile di quest’uomo si rende manifesta una tendenza o almeno una possibilità che in qualche maniera – ecco l’inquietante, ecco l’inaudito – ci appartiene.

Guardare in faccia questo male, accettare di non censurarlo o nasconderlo, può significare però due cose diverse per noi. O arrendersi al fatto che in definitiva la libertà umana non possa sottrarsi a un destino irrazionale, rimanendo prigioniera della sua stessa volontà di potenza e di distruzione; oppure percepire tutto lo stridore e la contraddizione che il male provoca in noi, rispetto a ciò che desideriamo per noi stessi.

Percepire questa contraddizione tra la nostra capacità di fare il male, cioè di distruggere noi stessi e il mondo attorno a noi, e il nostro desiderio di "essere" positivamente noi stessi è forse una delle esperienze più interessanti e decisive del nostro "io", e noi ce ne accorgiamo soprattutto quando proviamo rimorso o pentimento. Ma questo può succedere proprio perché è presente in noi, come una traccia indelebile, l’evidenza di un bene che viene prima del male, e che ci fa giudicare – dentro il male che possiamo fare – che siamo fatti invece per il bene e che siamo noi stessi un "bene", come si può vedere in maniera affascinante in alcuni personaggi dei romanzi di Dostoevskij.

È come una "fattezza" originaria che si rende trasparente nell’esperienza del male: siamo fatti bisognosi di tutto: ma non è un bisogno sinonimo di impotenza, bensì indice del nostro rapporto con un’alterità senza di cui non saremmo davvero liberi. E difatti anche il 'peccato originale' è tale perché all’origine dell’uomo c’è il rapporto buono con il suo creatore e la sua libertà è chiamata sempre a scegliere se seguirlo o disfarlo. È forse qui il più acuto dramma di Anders Breivik, quello di non sentirsi bisognoso di nient’altro da se stesso e pensare di poter e dover essere il padrone di sé e del mondo. Ma è proprio quello che il suo gesto assurdo e malvagio ci chiede di riconoscere ancora una volta.


La grave sentenza di Strasburgo - Mors tua salus mea? - Roberto Colombo, 30 agosto 2012, http://www.avvenire.it

Una sentenza provvisoria, quella della Corte di Strasburgo sull’ammissibilità della selezione eugenetica degli embrioni umani mediante diagnosi preimpianto, ma comunque destinata a lasciare un segno scuro nella giurisprudenza europea. Conferma, infatti, che non pochi giuristi si sono orientati a imboccare la china dei "passi indietro" nella storia del riconoscimento, della tutela e della promozione dei diritti di ciascun uomo e di tutti gli abitanti del Vecchio Continente. Non solo per gli aspetti su cui hanno già disquisito diversi commentatori: la denuncia della (presunta) incongruenza tra due leggi dell’Italia, uno dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa (e dunque firmatari della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), che riguardano la vita umana prenatale; le ripercussioni che il pronunciamento potrebbe avere, se confermato, sulla normativa italiana e di altri Paesi dell’Unione; e la contraddizione di principio giuridico tra questo giudizio e quello espresso lo scorso anno dalla Corte di Giustizia europea sulla non brevettabilità dell’embrione umano. Aspetti rilevanti, sui quali è giusto riflettere giuridicamente e politicamente. Ma ce n’è ancora un altro, dagli effetti dirompenti eppure quasi inosservato.

La sentenza ha sancito - di fatto, anche se non di principio esplicito - che il perseguimento della salute di un uomo o di una donna non ancora nati può giustificare la distruzione della vita di altri uomini e donne, anch’essi nella vita prenatale, ma malati o che potrebbero diventare tali. Le sentenze sull’aborto non si erano mai spinte fino a questo punto: alcune erano giunte ad ammettere la insindacabile prevalenza, a loro dire, della salute della donna sulla vita del concepito, malato o anche sano; altre, quella dei cosiddetti "interessi" della famiglia e della società rispetto alla nascita di bambini affetti da patologie congenite, tali da autorizzare la loro soppressione in utero.

Infine, con l’aborto selettivo (la "riduzione" del numero dei feti nelle gravidanze plurigemine attraverso l’eliminazione di uno o più di essi), si è voluta privilegiare la salute di uno o più feti sani e della donna a scapito della vita di altri feti, anch’essi sani, il cui sviluppo contemporaneo avrebbe potuto compromettere la salute dei primi. In un certo numero di Paesi extraeuropei si è arrivati a tollerare anche la soppressione di un concepito femmina (per quanto sano) a favore della nascita di figli maschi.

I giudici di primo livello a Strasburgo non si sono fermati qui (e siamo già ben oltre ogni limite di civiltà). Hanno abbracciato la tesi inaudita che la salute di un fratello o di una sorella vale la morte di un altro fratello o sorella, coetanei (stessi primi giorni di vita), con la sola "colpa" di essere affetti da anomalie genetiche legate allo sviluppo di alcune malattie.

E così dalla locuzione «mors tua vita mea» – vertice dell’egoismo umano – si arriva all’ancor più abominevole sentenza «mors tua salus mea», senza neppure passare per una, sia pur indebita, applicazione del cosiddetto "principio terapeutico". La morte degli embrioni malati non è neppure lo strumento operativo per recuperare la salute di un altro embrione o bambino malato attraverso un processo terapeutico, ma solo una condizione "a priori" (e, come tale, dovrebbe essere sostenuta da robuste ragioni teoretiche e pratiche, e non semplicemente affermata) per non accogliere e promuovere la vita di un figlio che potrebbe risultare segnata dalla malattia, decidendo i genitori – sempre aprioristicamente – di consentire lo sviluppo esclusivamente a un figlio dichiarato sano, addirittura non ancora impiantato in utero (e, in alcuni casi, neppure concepito) in quel momento.

Nella "civiltà della salute" europea sembra aprirsi l’inquietante scenario di una discriminazione – non strumentale alla guarigione ma precondizionale all’assenza di malattia – tra soggetti di pari razza, età, sesso, grado e luogo di sviluppo, figli dello stesso uomo e della stessa donna, che non possiamo non definire una nuova versione di autentica eugenetica negativa (con buona pace di coloro che insorgono di fronte a questo appellativo), che si consuma nei laboratori di una clinica per la procreazione medicalmente assistita.

Nel nostro continente, come in altri, si è molto - troppo - discusso sull’ambizione di una eugenetica positiva, a partire dalle possibilità della clonazione e dell’ingegneria genetica, e troppo poco sulla tentazione di un ritorno all’eugenetica negativa, questa volta non con il volto truce dello sterminio di massa, ma con le parvenze ammalianti della biotecnologia riproduttiva individuale. Faremmo bene a riflettere su quale strada si sono incamminati i diritti umani di tutti e di ciascuno, a partire da quello fondamentale e inalienabile alla vita che, a rigore di ragione e di esperienza elementare dell’uomo, precede e rende possibile ogni altro diritto, anche quello alla salute.

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FECONDAZIONE ASSISTITA - Le derive della provetta - IL BUSINESS DEGLI OVULI E I SEMI DEI DEFUNTI, 30 agosto 2012, http://www.avvenire.it


È stato e resta il divieto più discusso e criticato della nostra legge, eppure la fecondazione eterologa ha portato a pratiche selvagge su cui diversi Paesi sono dovuti intervenire in senso più restrittivo. Trattasi della possibilità che il seme (oppure l’ovulo) provengano da un soggetto esterno alla coppia. La pratica – invocata in particolare dalle coppie omosessuali e da quelle in cui uno dei due sia portatore di una malattia genetica – è alla base del “business” degli ovociti, che ha stravolto la vita di migliaia di donne nei paesi del Terzo mondo, pronte (complici massacranti cicli di iperstimolazione) a farne merce di scambio per poche manciate di dollari. Ma il mercato degli ovuli è prolifico anche in Paesi ricchi come Inghilterra e Stati Uniti, dove studentesse e adolescenti si improvvisano donatrici per pagarsi studi o vacanze. La fecondazione eterologa è anche all’origine di casi limite che hanno scatenato controversie giudiziarie: dalle donne che hanno impiegato il seme di defunti (è accaduto, per esempio, in Inghilterra) al fenomeno dei genitori-nonni (caso clamoroso quello italiano di Torino, con mamma di 58 anni e papà di 70) per arrivare a quella dei padri che disconoscono i figli in quanto non informati del ricorso all’eterologa da parte della madre (la Cassazione ha dato l’ok se la scoperta viene fatta entro un anno).

BIMBI “SALVATORI” PER CURARE I FRATELLI MALATI
Nello spirito originario della legge 40, il divieto di diagnosi pre-impianto è conseguente a quello di «ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti». La norma si riferisce «agli interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione e a predeterminarne caratteristiche genetiche» (art.13). La pratica di selezionare embrioni, invece, ha portato a effetti choc soprattutto in Gran Bretagna, dove l’Autorità sulla fecondazione assistita ha individuato una lunga lista di malattie (e rischi di malattie) per cui si può facilmente scartare un embrione. Fece discutere, per esempio, nel 2008 il caso di una coppia di sordi che volevano ricorrere a tecniche di fecondazione assistita e che si scontrarono con quanto previsto dalla legge sulla selezione degli embrioni, che scarta automaticamente quelli con problemi di sordità. Una pratica che ha inorridito i coniugi, assolutamente contrari a rifiutare un bimbo sordo. Ma l’Inghilterra ha fatto di più, avallando la selezione di “bambini medicina” (o “salvatori”), ovvero selezionati sani in provetta e fatti nascere al solo scopo di garantire materiale biologico di ricambio al fratellino affetto da una malattia genetica. Eil primo “bimbo medicina” è nato in Francia, nel 2011, con un corredo genetico selezionato ad hoc, ovvero completamente compatibile con i due fratellini malati di beta talassemia.

EMBRIONI CHIMERA E FIGLI CON TRE GENITORI
La legge 40 infine vieta «qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano», «la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione», «interventi di clonazione» e «la fecondazione di un gamete umano con un gamete di specie diversa e la produzione di ibridi o di chimere». Limiti che fino all’apparenza invarcabili e che invece la genetica spregiudicata degli ultimi anni ha percorso in lungo e in largo, per fortuna al di fuori dei nostri confini. È sempre il caso della vicina Inghilterra, che s’è spinta fino a concedere l’ibridazione di embrioni umani con quelli animali al fine di creare cellule staminali utili nella ricerca. Dopo una lunga battaglia parlamentare, la creazione di “chimere” mescolando materiale genetico umano a quello bovino è stata avallata, ma senza alcun esito: gli embrioni sono morti dopo 72 ore di vita in laboratorio, risultando inutili. Da allora di ibridazione e chimere non s’è più parlato. E in un binario morto è finita anche l’autorizzazione a clonare, sia in Inghilterra che nei Paesi asiatici: la cosiddetta “clonazione terapeutica” (che avrebbe dovuto fornire una miniera illimitata di organi e cellule da usare anche per l’uomo) si è dimostrata fallimentare. E nel 2010 un gruppo di ricercatori britannici dell’Università di Newcastle ha annunciato di aver messo a punto una nuova tecnica di manipolazione genetica: una tecnica riproduttiva che prevede tre genitori, cioè due corredi genetici impiantati nell’ovulo della madre. Obiettivo? “Terapeutico”, pare:il bimbo dovrebbe essere più sano.

Vita  - L'INTERVISTA - Eusebi: «Programmare vite di riserva, la disumanità che abbiamo fermato» di Viviana Daloiso, 30 agosto 2012, http://www.avvenire.it

C’è un problema di fondo, nella sentenza di Strasburgo. Un’incoerenza – questa sì – con i principi cardine dell’ordinamento costituzionale che non sfugge a Luciano Eusebi, ordinario di diritto penale nell’Università Cattolica del Sacro Cuore e membro della Commissione chiamata a preparare le Linee guida della legge 40 emanate nel 2004 dall’allora ministro Sirchia.

Professore, a cosa si riferisce?
Si sente spesso dire che il ricorso alla diagnosi pre-impianto sia finalizzato a non trasmettere ai figli malattie, e in sé questo fine è più che comprensibile. Il problema, però, è che con questa tecnica il fattore genetico da cui la malattia dipende viene pur sempre trasmesso e gli embrioni a cui viene trasmesso vengono selezionati.

Questo cosa significa?
Che nel ricorso alla diagnosi pre-impianto si prevede a priori la generazione di vite umane (e tra queste di vite umane malate) cui verrà negato il diritto all’esistenza. La logica della selezione prevale su quella della cura: secondo una ben nota espressione di Jürgen Habermas, si generano embrioni “con riserva”, cioè embrioni dei quali si sa che in gran parte verranno selezionati in quanto portatori di un fattore genetico negativo. Ora, tutti vorremmo non trasferire fattori di questo tipo ai nostri figli, ma dobbiamo chiederci: davvero la strada giusta è quella di agire, mediante la selezione, su vite già iniziate?

Questo partendo dal presupposto che gli embrioni sono vite...
Una certezza, non un presupposto. La vita sussiste da quando è in atto una sequenza esistenziale che procede senza bisogno di ulteriori impulsi esterni, come per esempio ha nitidamente rimarcato, riconducendo il sussistere dell’embrione al momento fecondativo, la sentenza 18-10-2011 della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Non solo la sentenza di Strasburgo avvalla la pratica della diagnosi pre-impianto, ma critica la legislazione italiana rilevando una «incongruenza» tra la legge 194 sull’aborto e la 40 sulla fecondazione assistita. Che idea si è fatto di questi rilievo?
In realtà il passaggio argomentativo fondamentale della sentenza – la quale motiva in rapporto all’asserita praticabilità dell’aborto su feti portatori di gravi anomalie – trascura il fatto che la legge n. 194/1978 non consente in alcun modo l’interruzione volontaria della gravidanza per il solo sussistere di una patologia del concepito, ma richiede a quel fine il sussistere di un pericolo, serio o grave, per la salute fisica o psichica della donna. La pura discrezionalità dell’aborto o il venir meno della tutela della vita umana (ancorché prima della nascita) per considerazioni relative allo stato di salute di quest’ultima sono state sempre ritenuti inaccettabili dalla giurisprudenza costituzionale italiana.

Secondo la nostra legislazione, insomma, la malattia in se stessa non fa decadere il diritto fondamentale alla vita del concepito.
Esatto. Con la diagnosi pre-impianto, d’altra parte, non ci si ritrova – malauguratamente – in presenza di una malattia, ma si mette in conto la generazione di vite umane portatrici di patologie. E la programmata selezione di vite umane sulla base di riscontri genetici resta pur sempre, quale sia la loro natura, “eugenetica”.

La legge 40 è di nuovo sotto attacco. È una norma “scomoda” per molti, anche fuori dall’Italia. Perché?
Con questa legge il nostro Paese ha fatto una scelta importante: quella di privilegiare il livello qualitativo della fecondazione assistita. Si è cercato, cioè, di ottenere un’alta qualità nelle tecniche evitando una produzione incontrollata di embrioni: così da permettere a tutti gli embrioni in gioco di avere una chance di sviluppo e così da escludere, inoltre, forme pericolose per la donna di iperstimolazione ovarica. La legge ha favorito altresì la consapevolezza relativa al problema concernente i criteri umanamente accettabili della generazione umana: riflessione che non dipende affatto da considerazioni di carattere confessionale. Sarebbe accettabile, per esempio, una totale sostituzione tecnica della gravidanza, e dunque del ruolo, in essa, della donna? O una generazione senza l’apporto genetico di due individui di sesso diverso? O il coinvolgimento di gameti al di fuori di qualsiasi relazionalità tra i soggetti generanti. O, per l’appunto, l’apertura alla logica selettiva? Sono temi di grande spessore, sui quali è necessario che la nostra società torni a discutere con pacatezza.

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PROPOSTE E POLEMICHE - Adozioni in crisi - Regole da cambiare, Laura Silvia Battaglia, 30 agosto 2012, http://www.avvenire.it

L’istituto dell’adozione è in crisi. Addirittura, l’Aibi, l’Associazione Amici dei Bambini, parla di «dati preoccupanti» perché dalle 6mila richieste di idoneità da parte delle coppie nel 2006 si è passati alle 3mila del 2011.

«Di questo passo – sottolinea il presidente Marco Griffini – nel 2018 chiuderemo le adozioni». Il punto è capire perché succede. E la risposta è semplice: l’adozione internazionale è un iter lungo, pieno di ostacoli e, in alcuni passaggi, davvero difficile.In particolare, il giudizio dei tribunali dei minori sull’idoneità delle coppie, ha reso il percorso «inquisitorio, punitivo», rimarca Griffini. «Anzi, dico di più: l’istituzione dei tribunali dei minori è una scelta medievale». La procreazione assistita ha dato, poi, un’ulteriore botta alla pratica dell’adozione, sempre meno attraente per le coppie.

Ecco perché ieri Aibi ha presentato la proposta di riforma di legge 184/1983 sull’adozione internazionale che è qualcosa di più di una proposta. «È una riforma culturale» dice Aibi. I punti focali della proposta di legge sono sei ma il primo li riassume tutti. «Puntiamo soprattutto a passare da un criterio di selezione a un principio di accompagnamento delle coppie aspiranti, prima, durante e dopo l’adozione», dice il presidente di Aibi. Un «atteggiamento culturale necessario» anche perché, finora, «il percorso era troppo sbilanciato sul prima adozione e molto poco sul dopo, e questo diventava uno dei deterrenti nella scelta della coppia».
Con la proposta di legge non dovrebbe più accadere anche perché, uno degli obiettivi è la riunificazione dei percorsi paralleli (i servizi, i tribunali, gli enti), in uno solo, molto più agile. E questo sarà possibile soprattutto eliminando il passaggio ai tribunali cioè rendendo l’iter d’adozione solo amministrativo. Non solo: l’inserimento di termini di conclusione dell’iter perentori (6 mesi o 9 mesi, non un giorno di più o di meno) sarebbe finalizzato a non aumentare le ansie dei futuri genitori e, sopratutto, a non fare gettare loro la spugna prima ancora di imbarcarsi in questa avventura.

Non meno importante, la riduzione dei costi di adozione che attualmente in Italia si aggirano intorno ai 18mila euro con punte di 30mila. Griffini: «Per ridurre i costi è necessario anche ridurre gli enti autorizzati a fornire questo servizio: l’Italia è una giungla, ne abbiamo di molto piccoli e di grandi. Se da 66 enti di varia entità venissero ridotti a 20, con una figura di riferimento per ogni Regione, personale dipendente su ogni Paese straniero dove operano e riuscissero a fare circa 200 adozioni l’anno, i costi si abbasserebbero in base alla legge dell’economia di scala».

Altre innovazioni previste: la totale gratuità del servizio per le coppie meno abbienti; l’inserimento dell’adozione internazionale negli affari di competenza del ministero degli Esteri con deleghe agli ambasciatori; estensione delle adozioni di bambini con bisogni speciali ai single (durante il convegno è stata davvero straordinaria la testimonianza di Silvia Kramer, una cittadina italo-americana che ha adottato una bambina cinese non vedente); infine, la legalizzazione dell’adozione per il nascituro, la promozione dell’affido internazionale per i minori dei Paesi in emergenza umanitaria; il riconoscimento dell’istituto islamico della kafala.

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Nell'ospedale in cui fanno nascere i bimbi condannati da mali incurabili