lunedì 27 febbraio 2012


Staminali isolate in ovaie, cambia 'orologio' fertilita' - Creati ovociti; speranze contro sterilita'e per ritardo menopausa, 27 febbraio, http://www.ansa.it

Staminali isolate in ovaie, cambia 'orologio' fertilita'
La fertilita' femminile potrebbe non avere quell'inesorabile 'data di scadenza' rappresentata dalla menopausa: la donna possiede infatti una fonte potenzialmente infinita di fertilita', rappresentata da cellule staminali ovariche isolate per la prima volta nelle ovaie di donne adulte.

Con queste staminali sono state prodotte cellule uovo (ovociti).

Le staminali umane sono state isolate in tessuto ovarico di giovani donne grazie a una ricerca condotta da Jonathan Tilly del Massachusetts General Hospital di Boston e pubblicata sulla rivista Nature Medicine.

Analoghe cellule erano state isolate finora nei topi femmina ma non nelle donne. Aver trovato tali cellule anche nella donna e' la prova definitiva che anche in eta' adulta esiste una fonte cellulare da cui produrre ovociti. Quindi, potenzialmente, isolando le staminali ovariche e conservandole in banche cellulari, ogni donna potrebbe, anche dopo la menopausa, dare alla luce un bimbo. Inoltre in queste staminali potrebbe nascondersi la soluzione a tanti casi di sterilita'.

Secondo l'ipotesi classica riguardo alla riproduzione femminile, la donna nasce con un numero finito di ovociti che poi nel corso della sua vita riproduttiva sono consumati fino a esaurimento, cosa che determina il sopraggiungere della menopausa. L'aver isolato le staminali ovariche da ovaie di donna e aver prodotto ovociti a partire da esse, smonta questa teoria della ''data di scadenza'' della fertilita' femminile.

Le prime staminali ovariche furono isolate in topi alimentando un acceso dibattito sulla possibilita' che la menopausa sia aggirabile. Nel 2009 Ji Wu, dell'universita' di Shanghai Jiao Tong, aveva dimostrato in una ricerca apparsa su Nature Cell Biology che le staminali ovariche di topi possono produrre ovociti fecondabili. Questi ovociti, trapiantati nelle ovaie di topi femmine sterili, hanno permesso loro di riprodursi. Ma nella donna mancava ancora la prova dell'esistenza di simili staminali.

Till ha raffinato la tecnica di isolamento delle staminali ovariche gia' usata sui topi in precedenti lavori, e attraverso essa e' riuscito a isolare le staminali sia in ovaie di topi sia da tessuto ovarico corticale di donne giovani. Dopo di che ha testato l'utilita' di queste cellule iniettandole in tessuto ovarico di donna poi trapiantato sotto cute in topi. Le staminali ovariche umane, opportunamente 'taggate' con un colorante verde fluorescente per riconoscerle, hanno prodotto ovociti.

Chiaramente per motivi etici e legali Till non ha potuto testare gli ovociti umani per vedere se sono fecondabili, come fatto invece con successo con quelli di topo, dai quali sono stati appunto ottenuti embrioni.

Ma gia' solo il fatto che da queste staminali di donna si possono produrre ovociti e' la prova di principio del loro valore. La prospettiva e' che un giorno le staminali di donne siano conservate in biobanche per poi essere scongelate in caso di bisogno per produrre ovociti da usare nella fecondazione in vitro o in altri trattamenti anti-sterilita'.

Unlimited human eggs 'potential' for fertility treatment By James Gallagher Health and science reporter, BBC News, 26 February 2012 Last updated at 18:02 GMT, http://www.bbc.co.uk

Researchers say stem cells in ovaries may one day improve fertility treatment
It may be possible to one day create an "unlimited" supply of human eggs to aid fertility treatment, US doctors say.

Researchers have shown it is possible to find stem cells in adult women which spontaneously produced new eggs in the laboratory.

Further experiments on mice showed such eggs could be fertilised, according to a study in the journal Nature Medicine .

One British expert said the study re-wrote the rule book with "exciting possibilities" for improving fertility.

The long-established theory is that women are born with all the eggs they will ever have. Lead researcher Dr Jonathan Tilly, from Massachusetts General Hospital, said this study, a follow up to one on mice in 2004 , disproves that.

His team has reported finding and isolating the stem cells which go on to produce eggs in the ovaries of reproductive age women. It was done by searching for a protein, DDX4, which was unique to the surface of the stem cells. This allowed researchers to fish out the right cells.

When grown in the laboratory, the cells "spontaneously generated" immature eggs - or oocytes, which looked and acted like oocytes in the body.

The cells were "matured" when surrounded by living human ovarian tissue, which had been grafted inside mice.

There are tight legal and ethical restrictions on research on human eggs. The same experiments repeated using stem cells taken from mice showed the eggs could be fertilised with sperm and produced embryos.

'Unprecedented'
Dr Tilly said: "The primary objective of the current study was to prove that oocyte-producing stem cells do in fact exist in the ovaries of women during reproductive life, which we feel this study demonstrates very clearly.

"The discovery of oocyte precursor cells in adult human ovaries, coupled with the fact that these cells share the same characteristic features of their mouse counterparts that produce fully functional eggs, opens the door for development of unprecedented technologies to overcome infertility in women and perhaps even delay the timing of ovarian failure."

He told Nature: "These cells, when maintained outside of the body, are more than happy to make cells on their own and if we can guide that process I think it opens up the chance that sometime in the future we might get to the point of having an unlimited source of human eggs."

Dr Allan Pacey, a fertility expert at the University of Sheffield, said: "This is a nice study which shows quite convincingly that women's ovaries contain stem cells that can divide and make eggs.

"Not only does this re-write the rule book, it opens up a number of exciting possibilities for preserving the fertility of women undergoing treatment for cancer, or just maybe for women who are suffering infertility by extracting these cells and making her new eggs in the lab."

'Potential landmark'
Stuart Lavery, a consultant gynaecologist and director of IVF at Hammersmith Hospital, said the findings were "extremely significant" and "a potentially landmark piece of research".

He told the BBC: "If this research is confirmed it may overturn one of the great asymmetries of reproductive biology - that a woman's reproductive pool of gametes may be renewable, just like a man's."

While cautioning that the cells were "some way" from any clinical use, Mr Lavery said they had potential, "particularly in young women facing sterilising treatment such as chemotherapy".

Ici, attacco alla carità Gabriele Toccafondi, lunedì 27 febbraio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Si doveva far chiarezza ma con l’emendamento Monti, se non chiarito, si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Prima per non pagare l’Ici bastava dire che eri una non profit adesso tutto ruota intorno al concetto di “attività commerciale”. Sembra semplice, ma apre un mondo di interpretazioni e i comuni che riscuotono l’imposta non hanno voglia di molte interpretazioni ma di molti soldi.

Prima però occorre fare un po’ di storia dell’esenzione Ici. Basterebbe poco per farsi un’idea sul perché alcuni immobili non pagano l’Ici o l’Imu e di conseguenza arrivare alla conclusione che è un bene non far pagare alcunchè. Prima di dare un giudizio bisognerebbe fare un elenco di tutti coloro che l’Ici non la pagano.

Non pagano l’Ici tutti i locali pubblici: scuole, università, musei, teatri lirici, lo stadio comunale, gli impianti sportivi, le Ipab ovvero le case di riposo pubbliche, gli ospedali, le sedi Asl. Che senso avrebbe infatti fare pagare un’imposta a chi svolge attività pubblica cioè per tutti? È per la stessa ragione che non pagano l’Ici le scuole paritarie, i teatri degli oratori, l’impianto sportivo di una società dilettantistica, una casa di riposo gestita da una onlus, un circolo ricreativo come le case del popolo o l’Arci, la sede della Misericordia o della Pubblica assistenza. Non la pagano per la stessa ragione ovvero perché svolgono attività pubblica cioè rivolta a tutti.

Alla bontà della normativa sulle esenzioni che io continuo a difendere, negli anni alcuni, pochi, immobili non hanno pagato l’imposta pur svolgendo attività profit o parzialmente utilizzando locali a fini commerciali. Dopo alcuni ricorsi dei radicali a livello europeo e una sentenza era necessaria una norma chiarificatrice ed è arrivato l’emendamento del governo di venerdì sera. Con la novità dell’emendamento Monti al Senato però il rischio, se non si chiarisce l’interpretazione, è quello di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. La chiarezza sulla questione Imu è necessaria, ma l’emendamento proposto va chiarito, così com'è rischia di mettere in difficoltà e di far chiudere tante realtà che operano per tutti: scuole paritarie, asili, ospizi, mense per indigenti. L’emendamento infatti, se nessuno lo definirà meglio, si basa sul concetto che l’esenzione non è più prevista per quei soggetti, anche del non profit, che svolgono un’attività commerciale. Se prima l’esenzione si basava sulla proprietà del locale o sull’attività svolta, adesso si baserà sul fatto che l’attività svolga o meno attività commerciale. Sembra facile ma il concetto “attività commerciale” apre una voragine interpretativa.

Un’attività o è commerciale o non lo è. Come si fa a gestire una scuola, un asilo, un ospizio, un ospedale, ma anche una mensa per indigenti o un’assistenza domiciliare senza modalità commerciali? Come è possibile farlo senza rette, passaggi di denaro, convenzioni con l’ente pubblico? Chi per gestire finalità utili a tutti riuscirà a pagare uno stipendio di un insegnante, la luce, il gas o la benzina per un auto senza porre in essere in qualche modo “attività commerciale”?
La onlus che fa assistenza domiciliare ai malati oncologici, raccoglie fondi per pagare infermieri e medici che hanno contratti con l’ente, una mensa per indigenti può anche avere una convenzione con un ente locale per pagare parte delle spese come l’acquisto di generi alimentari, in un ospizio gestito anche da religiose ci possono essere contratti di lavoro per il personale ausiliare, un asilo non statale ha le rette e servono per pagare gli insegnanti. Tutte azioni commerciali eppure fatte da non profit.

Poi non capisco perché si continua a scrivere che l’emendamento è fatto per i beni della Chiesa. Ricordo che non pagano l’Ici o l’Imu i beni delle confessioni religiose che hanno stipulato con lo Stato un concordato e tutte le non profit, le fondazioni e quindi anche partiti e sindacati. Che sia chiaro, l’emendamento del Governo se cambia la legge non la cambia alle opere che nascono dalla Chiesa cattolica ma modificherà la norma per tutti. Dico questo perchè sono assolutamente convinto che tutto l’argomento è nato contro la Chiesa cattolica e non certo contro partiti, sindacati e circoli Arci.

Io invece continuo a difendere il principio che è contenuto nella legge del 1992 che istituì le esenzioni Ici, prevedendola anche per gli enti non profit. Chi svolge attività senza fini di lucro ha diritto all’esenzione perché svolge attività pubblica cioè per tutti. Io continuo a difendere l’esenzione per tutti anche per i circoli Arci che hanno la pizzeria e fanno quindi attività commerciale, ma quell’attività serve per far rimanere aperto tutto il circolo, dove si fanno ancora discussioni politiche, sempre che a sinistra ci sia ancora qualcuno che voglia discutere di politica.


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MEDICINA/ Presto avremo la guida per orientarci nei sentieri molecolari del dolore Gaia Soldà, lunedì 27 febbraio 2012, http://www.ilsussidiario.net

La capacità di percepire le informazioni provenienti dal mondo esterno è di vitale importanza per ogni organismo, essa è detta esterocezione ed è legata a sensi quali la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto. Un altro tipo di percezione sensoriale è correlata a stimoli provenienti dall’interno del nostro corpo e prende il nome di enterocezione. La terza tipologia sensitiva è invece conosciuta come propriocezione e si esplica nella capacità di riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione/rilassamento muscolare.
Stimoli come il dolore, la pressione e il calore vengono elaborati dal nostro organismo attraverso nervi sensoriali e recettori situati nella pelle. Il funzionamento di questi è basato sulla presenza di speciali proteine di membrana che si assemblano a costituire canali ionici. L’apertura di queste vie molecolari nel caso di stimolazione meccanica avviene a seguito della deformazione della membrana plasmatica al di sopra di una certa soglia. Essa determina il passaggio di ioni calcio, sodio e potassio dall’esterno all’interno della cellula. Il flusso di carica che ne deriva innesca un potenziale generatore che, se sufficientemente elevato determina l’insorgere di un impulso nervoso che verrà interpretato dal cervello come una sensazione ben precisa.
Le proteine di membrana coinvolte in questo processo di trasduzione del segnale hanno suscitato l’interesse degli scienziati dell’Istituto di Ricerca Scripps (il più grande istituto al mondo per ricerche biomediche non-profit). Lo sforzo d’indagine mira a caratterizzare i percorsi sensoriali, riconoscendo le molecole in essi implicate. L’obiettivo è inoltre capire come il funzionamento di questi sentieri sensitivi venga interrotto da particolari disturbi.
In due pubblicazioni apparse recentemente sulla rivista scientifica Nature, Ardem Patapoutian, Bertrand Coste, Bailong Xiao, Mauricio Montal, Sung Eun Kim e altri loro colleghi riferiscono di aver identificato una famiglia di proteine essenziali nel rilevare gli stimoli dolorosi. Queste sono note come proteine “piezo” (dal greco piezein: comprimere).
Tale tipologia proteica è stata oggetto di pubblicazione da parte di Bertrand Coste già nell’anno 2010 quando, nel condurre esperimenti su proteine di topo due di queste mostrarono particolari proprietà nella trasduzione di stimoli meccanici. Le cellule in cui esse erano espresse, se soggette a stimolazioni pressorie, svelavano un flusso ionico che creava uno sbilanciamento di carica.
Il passo successivo nella ricerca, cui fa riferimento la recente pubblicazione, è stato  quello di mostrare come queste proteine, così simili a quelle costituenti i canali ionici fossero in effetti proteine di canale ionico. Esse, assemblandosi in un tetramero, sono infatti in grado di creare una struttura complessa e di notevoli dimensioni che si insinua attraverso il doppio strato fosfolipidico tramite un gran numero di ripiegamenti (anche oltre 100). Tale capacità di assemblaggio spontaneo è stata rilevata anche in membrane artificiali dove non fossero presenti altre proteine.
La seconda parte di questi nuovi studi ha riguardato esperimenti condotti su larve di moscerini della frutta del genere Drosophila. Questi sono infatti utilizzati come sistemi modello per il sistema nervoso dei mammiferi, che pure presenta le proteine “piezo” rinvenibili tra l’altro anche in particolari cellule dell’orecchio, del rene, del cuore e di altri tessuti.
Sung Eun Kim ha constatato come gli individui in cui il gene “piezo” non era espresso, mostrassero un calo di sensibilità agli stimoli dolorosi mentre rispondevano normalmente a stimolazioni più lievi quali, ad esempio, pressioni di minore intensità e calore. Gli studi hanno dimostrato inoltre che anche interrompendo l’espressione del gene il risultato era il medesimo; se poi questa veniva artificialmente riattivata si poteva tornare a uno schema di ricezione sensoriale standard.
Le ricerche sulle proteine “piezo” e su altre proteine che potrebbero essere coinvolte negli stessi processi di trasduzione meccanica stanno continuando; in particolare l’attenzione verrà data al loro probabile ruolo nella percezione di stimoli sonori, pressione sanguinea e stress meccanici della membrana ma anche alle interruzioni e ai malfunzionamenti di questi complicati sistemi di recezione.


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IL CASO/ Bastano un righello e una matita per smentire il nichilismo di Vattimo Carlo Bellieni, lunedì 27 febbraio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Gianni Vattimo annuncia sul Corriere della Sera del 23 febbraio che “la metafisica è finita”. Per farlo non tralascia di citare Nietzsche, maestro della critica radicale alla metafisica, di cui sottolinea il pensiero: la filosofia “arriva a riconoscere l’idea stessa di verità come favola”, dunque è breve il passo alla scoperta della “verità come finzione”.
Questo piacerà a molti filosofi; ma a tanti che fanno scienza la cosa non andrà giù. Sembra un paradosso, ma per lo scienziato la metafisica è un must. La metafisica intesa come desiderio di capire, dunque di trovare la verità; e come certezza che questa verità esiste, prova ne siano le leggi della natura senza riconoscere le quali e senza basarsi sulle quali, la scienza non regge. E intesa come esperienza dura ma vera che la mente non ha il potere di arrivare al cuore delle cose (“Tutte le immagini portano scritto: Più in là”, recitava Montale, e potremmo metterlo sull’entrata di ogni laboratorio chimico).
Già, il cuore delle cose: tutto quello su cui si basa la scienza, che pur usiamo e studiamo ogni giorno, si basa su fattori indefinibili; in altre parole, costruiamo con mattoni che non solo non conosciamo, ma che ammettiamo di non  poter conoscere. Basti pensare che “cose concrete” come un punto, una retta, un piano, per la matematica e la geometria sono indefinibili, cioè non esiste una definizione, o, detto in altri termini, ne usiamo ma non sappiamo cosa sono. Provate a definirli, e poi ne parliamo… E tempo e spazio, concetti senza cui non potremmo né parlare né muoverci, provate a dire cosa sono! Ci dicono che non sappiamo cosa è lo spirito… provate voi invece a definire cosa è la materia.
Certo, siamo orgogliosi delle nostre conquiste, ma come la scienza di 100 anni fa oggi è preistoria, tra 100 anni le nostre certezze mediche e biologiche saranno fumo: in che modo, non lo sappiamo, ma è molto facile che i nostri nipoti pensando a chi viveva all’inizio del 21° secolo sogghigneranno, un po’ pensando ad un mondo in cui si usavano telefoni cellulari e su curavano le malattie con gli antibiotici. Sentiamo ogni giorno crollare le certezze e vederne crescere altre: un bel mistero!
Caro professor Vattimo, è proprio un mistero la realtà; tanto che inchinarci “al cielo stellato sopra di me e alla legge morale dentro di me”, come diceva Immanuel Kant, non è fideismo, ma riconoscere che siamo piccole pulci in un microscopico pianetino sperduto in qualche parte dell’universo ma che al tempo stesso sentiamo ogni intoppo o gioia come “catastrofi” o “successi galattici”: e sono vere entrambe le cose, la nostra piccolezza cosmica e la nostra grandezza morale, cioè è vero che siamo fatti di due nature unite ma qualitativamente diverse.
Riconoscerlo è ammettere che poco davvero sappiamo o sapremo mai - direbbe Socrate - perché quello che c’è da conoscere è fatto anche di dimensioni e qualità diverse da quello che noi possiamo destrutturare e analizzare. Pensate solo come è qualitativamente diverso dal nostro vissuto l’universo visto in quattro dimensioni di Einstein. E l’animo scientifico ricerca la verità, ma non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente diversa da quello che abbiamo in testa, altrimenti è una ricerca che scava dentro il “già noto”.
Una metafisica (viva o morta che sia) che parla di un mondo di cui il nostro è solo una brutta copia ci interessa poco, perché  il cristianesimo ci insegna ad inchinarsi al reale che si vede al reale che non si vede, perché sono entrambi segni e parte di un Disegno buono. Se invece dire metafisica è affermare che esista una “verità”, un “significato”, allora possiamo star tranquilli: gode di ottima salute. Se non ci fosse la verità non si muoverebbe la scienza a cercarla, se non ci fosse, non potremmo condannare un malvagio per la sua cattiveria, se non ci fosse, non avremmo nemmeno la certezza che facendo cadere una mela, andrebbe a finire sul tappeto, e che  fatte salve le dimensioni e le velocità (e la presenza del tappeto), questo vale anche su Marte o sulla luna. La verità esiste. E la realtà ne è la porta.


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A tutta ICI contro le scuole cattoliche di Marco Lepore, 27-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Quante sono le scuole paritarie ospitate in locali di proprietà ecclesiastica?

Molte, moltissime; 7049, con ben 453.757 alunni se consideriamo solo le scuole cattoliche dell’infanzia. Oltre 9mila se contiamo anche quelle cattoliche o di ispirazione cristiana di ogni ordine e grado.


E quante sono le scuole paritarie in generale che svolgono un servizio pubblico senza fini di lucro e che si caratterizzano dunque come realtà no profit? Quasi tutte, circa il 90%, cioè oltre 12mila.

Eppure l’emendamento al Decreto Legge n° 1 del 2012, appena approvato dal Consiglio dei ministri in merito all’esenzione dall’imposta ICI/IMU di cui beneficiano gli enti non commerciali (“Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”), così come presentato mette in ulteriore gravissima difficoltà la scuola paritaria, che svolge a tutti gli effetti un servizio pubblico e garantisce allo Stato Italiano un importante risparmio.


Sarebbe bene che il governo Monti tenesse presente che questa norma potrà portare qualche spicciolo nelle casse dello Stato esattore, ma in breve tempo finirà per rivelarsi un formidabile boomerang, dato che le entrate previste sono davvero briciole a confronto dei nuovi oneri (e degli enormi problemi sociali) che lo Stato dovrà sostenere se gli enti scolastici cesseranno le loro attività.

Nell’attuale contingenza economica, infatti, che vede una sensibile riduzione di iscritti perché molte famiglie non riescono a far fronte alla retta scolastica, diverse scuole paritarie di ogni ordine e grado hanno già dovuto chiudere non per mancanza di iscritti ma per insostenibilità economica.


Ma lo sa il governo Monti che la scuola paritaria, pubblica esattamente come la statale, fa risparmiare allo Stato 6 miliardi di euro all’anno? Ha senso farla chiudere?

Sì, chiudere, poiché l’esenzione dall'IMU sarà limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga in modo esclusivo attività di natura non commerciale, e l’attività svolta dalle scuole paritarie senza scopo di lucro viene considerata commerciale. Dunque si pagherà l’IMU, ed è già un bagno di sangue adesso per costi del personale, costi ordinari e straordinari di gestione, manutenzione delle strutture e altri numerosi balzelli diretti e indiretti…..


La soluzione è semplice: il Governo colga l’occasione per riconoscere e precisare quanto è già nella realtà dei fatti: la scuola non statale paritaria senza scopo di lucro, alla pari di quella statale e paritaria comunale che resteranno esenti dall’IMU, non svolge attività commerciali ai fini fiscali.

Si eviterà, in tal modo, di mettere in ginocchio un settore già duramente provato dalle attuali ristrettezze economiche, penalizzando conseguentemente tutte le famiglie e gli alunni che si avvalgono del prezioso servizio pubblico da esso offerto.

Si eviterà inoltre di correre il rischio – nell’intento di realizzare maggiori entrate fiscali - di perdere progressivamente risorse ben più importanti, anche sotto il profilo economico.

Matrimonio (breve) all'italiana di Tommaso Scandroglio, 27-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/

La proposta di legge dell’on. Maurizio Paniz sul "divorzio breve", approvata settimana scorsa dalla Commissione Giustizia della Camera, mira non tanto a rendere più brevi i tempi per chiedere il divorzio, bensì ad accorciare ancor di più la vita all’istituto matrimoniale.

In due articoletti secchi l’onorevole del PdL assesta un colpo letale al matrimonio e alle famiglie perché, in puro spirito libertario, sacrifica sull’altare del libero arbitrio del singolo il bene comune. Cosa prevede questa proposta di legge? Secondo la legge vigente dopo la separazione dei coniugi devono passare almeno tre anni per poter chiedere il divorzio. Fino al 1989 gli anni necessari per richiedere il divorzio erano cinque. Paniz vuole abbassare ulteriormente questo limite portandolo da tre ad un solo anno (eccetto nel caso in cui ci siano figli minori).


Questa soluzione è in contraddizione con tutto il quadro legislativo che disciplina l’istituto del matrimonio e quello del divorzio. Costituzionalmente infatti è il matrimonio ad essere un valore giuridico non il divorzio. L’art. 29 stabilisce che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Non ci consta che vi sia da qualche altra parte nella Costituzione un articolo dove si dica che la Repubblica riconosce anche il divorzio come un valore. Da qui tra l’altro il sospetto più che fondato che la legge n. 898/70 che ha introdotto il divorzio nel nostro Paese sia anti-costituzionale. Ma andiamo oltre.


Perché questo atteggiamento di favore dell’ordinamento giuridico verso il matrimonio? Perché lo Stato deve tutelare ed incoraggiare tutte quelle condotte e fenomeni sociali che accrescono il bene comune e a specchio scoraggiare e in alcuni casi addirittura punire tutte quelle condotte che invece minano il bene collettivo. Ora la famiglia fondata sul matrimonio è il mattone di base attraverso cui si edifica l’intera società. Ecco allora che lo Stato deve favorirla in tutti i modi e proteggerla da quelle scelte che potrebbero disgregarla: in primis la volontà dei coniugi di rompere il patto di comunione di vita.


In quest’ottica il divorzio, introdotto nel 1970 con la legge n. 898, è - seppur solo formalmente – tollerato nel nostro ordinamento giuridico, non è indicato come scelta giuridicamente valida. La decisione di divorziare è considerata dal legislatore, almeno sulla carta, non un’opzione da favorire bensì da scoraggiare. Per la nostra legislazione il divorzio non è una possibile scelta fisiologica degli sposi, da rispettare sempre e comunque, bensì una patologia da evitare il più possibile. Il divorzio è quindi considerato – non tanto nella prassi giuridica bensì sul piano meramente normativo – come extrema ratio e non prima ratio.


Il termine dei tre anni attualmente vigente mira proprio ad obbligare i coniugi a pensarci bene prima di compiere un tale passo definitivo. E’ cosa nota che molti sposi rimangono spesso a vita solo separati e non decidono di divorziare perché sono incerti sulla decisione presa o perché chiedere il divorzio è per loro stessi spegnere qualsiasi speranza futura di rappacificazione.

Questo atteggiamento di protezione giuridica verso il matrimonio e invece di tolleranza nei confronti del divorzio è poi testimoniato da altre norme.


Innanzitutto il nostro ordinamento giuridico considera il matrimonio come un patto di vita che per sua natura giuridica deve durare per sempre: il divorzio è quindi qualificato come un’anomalia giuridica. L’art. 108 del Codice civile infatti dispone che il matrimonio non può essere sottoposto a termine temporale alcuno, né a nessuna condizione. Ciò a voler dire che l’evento che in ipotesi provocherà la fine anche giuridica del matrimonio deve essere accidentale, diremmo quasi imprevedibile, non può essere presente nel momento del consenso perché sarebbe in contraddizione con la natura giuridica dell’istituto stesso.


Questo dato è confortato da un altro: l’art. 143 sempre del Codice Civile prevede come primissimo dovere dei coniugi quello della fedeltà. E la fedeltà o è per sempre o non è fedeltà. La fedeltà a tempo non è tale. In tale prospettiva il divorzio, che contraddice l’obbligo della fedeltà coniugale, è considerato dalla legge un’eccezione giuridica, non una prassi da incoraggiare e rendere più agevole come invece vorrebbe l’on. Paniz.


Anzi lo Stato, rappresentato dalla figura del giudice, deve far di tutto per tentare di rappacificare la coppia che vuole separarsi così come attesta l’art. 707 del Codice di Procedura Civile: "Il presidente [del Tribunale] deve sentire i coniugi prima separatamente e poi congiuntamente, procurando di conciliarli". Nonostante quest’azione obbligatoria del giudice si risolva quasi sempre nella prassi in una domandina, fatta ad entrambi congiuntamente, del seguente tenore: “Siete sicuri che volete separarvi?” – evidentemente inefficace a far cambiare idea a chicchessia - rimane il fatto giuridico che il favor del nostro ordinamento è a vantaggio della famiglia e non di quelle scelte personali che tendono a comprometterla.


Ma vi sono altre norme che stanno a testimoniare il fatto che il diritto spinge affinchè dopo la separazione i coniugi tornino sui loro passi. Altro che accelerare le pratiche per rompere definitivamente. E’ il caso dell’art. 154 del Codice civile che disciplina l’istituto della riconciliazione e dell’art. 157 c.c. in cui si prevede che per far cessare gli effetti della separazione è sufficiente “un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione […]senza che sia necessario l'intervento del giudice”. Ciò è assai significativo. E’ da sottolineare infatti che per rompere un matrimonio la legge esige un iter burocratico a più fasi, giustamente articolato e assai lungo, ma per far rivivere il rapporto matrimoniale per cui si è chiesta la separazione basta invece un semplice comportamento cosiddetto concludente, senza bolli, timbri nè dichiarazioni ufficiali. La legge perciò compie opera di deterrenza verso i coniugi che vogliono marciare speditamente verso il divorzio e cerca di trattenerli il più possibile facendoli ponderare assai – anche tramite procedure formali e burocratiche – sul passo che stanno compiendo.


La proposta dell’on. Paniz si pone invece in antitesi con lo spirito legislativo in materia di matrimonio e di separazione/divorzio. Paniz scrive nella proposta: “La realtà odierna ci dice che il termine di tre anni, dall’inizio della separazione, per lo scioglimento del matrimonio, non serve in alcun modo come deterrente per la prosecuzione di esperienze di coppia ormai logorate”. Un’affermazione che brilla per mancanza di logica giuridica. Il parlamentare di centro-destra infatti è come se dicesse: dato che il matrimonio sempre più spesso precipita nel burrone dopo tre anni, diamogli una spinta perché ci finisca prima; anticipiamo il naufragio facendo colare a picco una nave già piena di falle.

Occorrerebbe invece dire all’opposto: constatato che i matrimoni falliscono sempre più spesso e il tempo di separazione di tre anni non è un valido deterrente, allora sarebbe il caso non di abbreviare ulteriormente ma semmai di allungare tale termine temporale. Mutatis mutandis in campo penale osserviamo che laddove una sanzione viene giudicata come troppo lieve la si inasprisce ancor di più e non si arriva a dire: “Dato che tre anni di carcere per questo reato non servono come deterrente allora diamogli solo un anno”. Laddove un termine temporale appare inefficace lo si estende, di certo non lo si accorcia.


Il retroterra ideologico di questa proposta è poi evidente. In prima battuta perché il progetto di legge è stato proposto nel lontano maggio del 2008: non mollare l’osso dopo quasi quattro anni la dice lunga su quanto sia considerata importante questa battaglia a favore del divorzio e a detrimento del matrimonio.

In secondo luogo Paniz nel progetto di legge strizza l’occhio anche alle coppie di fatto che, lui dice, sono ancora di fatto e non riconosciute giuridicamente a motivo di una certa “rigidità” del legislatore su questi temi.


Infine è illuminante il seguente passaggio del testo approvato dalla Commissione Giustizia: “La disciplina del divorzio nel nostro Paese appare molto rigida rispetto alle effettive dinamiche sociali e culturali che il legislatore deve saggiamente accompagnare, senza la pretesa di imporre comportamenti nè di intralciare l’autonomia dei soggetti”. Un classico esempio di etica fenomenologica: è la prassi che determina cosa è giusto o sbagliato sotto l’aspetto giuridico, non vi è altra fonte normativa.


Nulla di nuovo sotto il sole: se un comportamento è diffuso significa che è normale, se è normale significa che è buono, se è buono non si vede il perché non renderlo legittimo anche sul piano normativo. Invece l’assetto costituzionale del nostro ordinamento giuridico non funziona proprio così: il legislatore costituzionale per redigere le norme non ha compiuto un sondaggio di opinione, bensì ha indicato alcuni valori di carattere sociale ben precisi a cui i cittadini si possono e a volte debbono ispirarsi. La legge predilige alcuni orientamenti indispensabili per il bene comune rispetto ad altri: non ogni scelta che viene dal basso ha diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento. Tra le opzioni benedette dalla legge c’è sicuramente la scelta di sposarsi, perché il matrimonio è necessario per costruire una comunità civile di persone. Ecco il motivo per cui, come abbiamo visto, il legislatore vede con sfavore il divorzio, considerato come nemico della società perché nemico del matrimonio. Quindi tutto ciò che intacca il matrimonio intacca inevitabilmente anche il consesso civile. Accelerare i tempi del divorzio comporta automaticamente accelerare i tempi di dissoluzione del tessuto sociale.