giovedì 22 dicembre 2011


LA COMPLEMENTARIETÁ DELLE SCIENZE ESSENZIALE PER COMPRENDERE L’UOMO di Massimo Gandolfini*, Newsletter di Scienza & Vita n°52 del 21 Dicembre 2011, http://www.scienzaevita.org  

La “lectio magistralis” del Cardinale Bagnasco,  riletta “a freddo”, è una vera fucina di provocazioni  di alto profilo culturale,  su temi la cui attualità è  costante, inerendo l’uomo in quanto tale, nel suo  rapporto con se stesso, con la comunità umana e con  la vita. Ognuno di questi esigerebbe un’attenta e  rigorosa trattazione. Da “uomo di scienza” vorrei  raccogliere lo stimolo che ci è stato proposto in  apertura, con la domanda: “E’ possibile conoscere?”,  correlata alla successiva affermazione: “La  conoscenza fa appello al senso comune,  all’esperienza universale”.  Personalmente ci leggo l’invito a riaffrontare il  grande tema del rapporto  fra “scienza” ed “etica”:  può esistere – o addirittura, deve esistere – una  scienza libera dall’etica? Sono sistemi fra loro  complementari o non piuttosto istanze  reciprocamente incompatibili?  Storicamente, il mondo scientifico nasce dal mondo  filosofico, come un esercizio particolare del pensiero,  finalizzato a dar vita ad un “sistema di conoscenze” –  ottenute con procedimenti metodici e rigorosi,  attraverso un’attività di  ricerca organizzata – in  modo da giungere a una descrizione, verosimile ed  oggettiva, della realtà e delle leggi che regolano  l’accadere dei fenomeni naturali.  La scienza, fin dal suo atto di nascita, ha  essenzialmente tre scopi: comprendere, spiegare e  (quando possibile) predire: giungendo aduna  conoscenza sia qualitativa che quantitativa dei  fenomeni osservati, si elaborano teorie interpretative  del reale, aventi, se possibile, capacità predittive.  Questo processo ci ha consentito, nel tempo, di  pervenire a un corpo di conoscenze in qualche modo  oggettive, nel senso di “teoricamente verificabili da  chiunque e ovunque”.  Nel mondo greco (si pensi ai Pitagorici o agli  Esclepiadi, notoriamente “parenti” tra loro) come nel  mondo latino e fino all’Illuminismo, “scienza” ha  sempre significato “conoscenza”, senza distinzione di  “campi del sapere”. E’ solo con l’affermarsi dei  “lumi” che inizia a operarsi una distinzione fra  “scienze naturali” e “scienze morali”, aprendo la  strada al positivismo che suggerì di riservare il titolo  di “scienza” alle “conoscenze dure o esatte”. Auguste  Comte affermò che la scienza, per essere tale, deve  necessariamente esprimersi in modelli matematici,  essendo “la matematica la base universale di tutte le  scienze”.   Questa impostazione operò nel sentire comune, nella  mentalità diffusa delle persone, in particolare dei  “non addetti ai lavori”, una netta distinzione : le  “scienze naturali” sono scienze esatte, indiscutibili,  oggettive, libere da ogni condizionamento culturale  d’altra natura che non sia la scienza stessa; le  “scienze morali” sono visioni soggettive, parziali,  opinabili, prive di un’impalcatura certa e  incontestabile. La rappresentazione matematica del  tema affrontato diviene la garanzia della oggettività  dell’assunto. A tutt’oggi questa mentalità permea  l’opinione dei più, per cui viene visto come “non  scientifico” (e, quindi, poco veritiero) ogni aspetto  della lettura del mondo che ci circonda che non sia di  ordine matematico, geometrico, chimico, e così via.  A smentire questa erronea visione, in tempi  recentissimi, è stato nientemeno che uno dei “padri”  della fisica/matematica, Albert  Einstein.  In  un  suo  famoso scritto, “Geometry and Experience” –  sottolineando che la matematica è uno strumento  parziale costruito dall’uomo per il solo studio  “quantitativo” della natura – si spinse a dichiarare  che “nella misura in cui le leggi della matematica si  riferiscono alla realtà, non sono certe; e nella misura  in cui sono certe, non si riferiscono alla realtà”.  Effettivamente, a ben vedere, siamo tutti consapevoli  che la natura ed il mondo del reale che ci circonda è  un vero sistema complesso multifattoriale, non  riducibile ad un’unica dimensione.  Riprendendo il paragone,  utilizzato dal Cardinale  Bagnasco, dell’opera d’arte, è incontestabile che la  Cappella Sistina non può essere valutata, letta,  giudicata correttamente se non si utilizzano  numerosi strumenti – o meglio, numerose “scienze”,  diverse e complementari (teologia, filosofia, fisica,  arte, architettura, estetica,  ecc..) – pena averne una  visione parziale e, quindi, erronea.  Questo criterio, a maggior ragione, deve valere per  “comprendere” il reale che ci circonda; in particolare,  l’uomo. Parti essenziali dell’esperienza umana non  sono valutabili, in modo ragionevole, all’interno di  un sistema rigido come quello che caratterizza le  cosiddette “scienze esatte”. Nessuna scienza,  singolarmente presa, è in grado di leggere la totalità  della realtà: ciascuna è solo in grado di produrre  percezioni incomplete, parti di una verità più grande,  nascosta nella complessità e totalità del fenomeno.  Il fisico Victor Weisskopf  (1994) affermò che  “l’approccio fisico, matematico, etico, artistico e  religioso non si contraddicono a vicenda, ma si  completano l’un l’altro”.   19 20 E’ il principio di “complementarietà” delle scienze,  che non può mai essere dimenticato (o peggio,  osteggiato) quando l’oggetto dello studio e della  programmazione scientifico-politica è nientemeno  che l’uomo stesso e il suo futuro.  Contrapporre “scienze naturali”, esatte, e “scienze  umanistiche”, aleatorie e opinabili, è  metodologicamente errato e storicamente pericoloso,  perché costituisce la base  ideologica della “scienza  senza etica”, essendo l’etica percepita e  rappresentata come freno e intoppo allo sviluppo del  sapere cosiddetto scientifico.  Anche sul piano rigorosamente storico, non si è mai  dato un agire scientifico che non rispondesse ad una  precisa impostazione etica. Il vero problema non è  affermare l’autonomia della scienza, quanto costruire  una “buona etica” che indichi un preciso sistema di  valori “indisponibili” cui riferirsi, primo fra tutti la  vita.  Ancora una volta, l’appello alla “ragione” costituisce  una sorta d’imperativo categorico se il fine cui  tendere è il bene di ciascun uomo e dell’intera  comunità degli uomini. E fra la pluralità di forme  d’esercizio della ragione, scienza ed etica sono  fondamentali “per garantire che i progressi medici  non vengano mai compiuti  ad  un  prezzo  umano  inaccettabile” (Benedetto XVI, 14 novembre 2011) .



* Primario neurochirurgo,
Direttore Dipartimento Neuroscienze,
Poliambulanza Brescia;
Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita

LA CONOSCENZA COME RADICE DELL’ETICA, di Carlo Bellieni* , Newsletter di Scienza & Vita n°52 del 21 Dicembre 2011, http://www.scienzaevita.org  
Oggi più che mai, la bioetica deve essere  fondata sulla ragione, cioè sull’esperienza. L’etica  insomma è esclusivamente legata al conoscere, cioè  al riconoscere. Questo ci porta ad inevitabili  conseguenze
1-      La bioetica nasce dal riconoscere la realtà  La ragione è approcciare la realtà cercando di non  censurare nulla, abbracciandola secondo la totalità  dei suoi fattori. Ma contemporaneamente non  dimenticando nulla di noi: la nostra storia e i nostri  desideri. Confrontare storia e desideri con la totalità  dei fattori di ciò che  incontriamo significa  conoscerlo, dunque farne esperienza. L’uso della  ragione nella conoscenza implica due cose: che non  ne censuriamo nulla a priori (ragionevolezza), e che  addirittura siamo disposti a cambiare qualsiasi  opinione che ci siamo pre-formata, se la realtà del  fatto che affrontiamo lo impone (realismo). E, terza  premessa, che la realtà ci interessi davvero: senza  interesse ogni giudizio etico è formale e superficiale,  dunque artefatto.
2-      Certi giudizi etici dipendono dalle nostre fobie  Le reazioni affettive ad  un evento avverso hanno  anch’esse bisogno della mediazione della ragione per  organizzarsi e sbocciare. Non sono immediatamente  sviluppate dall’evento che le produce. Perdendo la  capacità di ragionare, subentra un meccanismo che  potremmo definire sottocorticale, cioè stereotipato,  che talora sfocia in patologia, in pensiero  catastrofico, che così tanto imbibisce la nostra  società.  L’ipotesi che io sollevo, è che alla base di tanti  fenomeni etici “nuovi”, come suicidio assistito,  liberalizzazione della droga, aborto facile, ci sia una  tendenza negativa personale, che diventa una  patologia sociale: una paura del reale e una  negazione del reale di alcune persone, che contagia la  visione del reale della popolazione, la rende  pessimista e nichilista, tanto da preferire la morte  all’affronto della realtà.  
3-      La bioetica non deve seguire “principi”, ma “la  realtà”  Il primo passo per una nuova bioetica è superare la  bioetica dei principi o quella delle conseguenze, che  cercano di dettare delle norme accettabili da tutti,  ma che in realtà giustifica tutto in base al fatto che la  persona lo decide autonomamente (principialismo) o  che il fine giustifica i mezzi (consequenzialismo).   Si deve tornare ad una bioetica basata sulla ragione  (non censurare nessun fattore del fatto reale), sul  realismo (accettare di cambiare idea se la realtà lo  impone) e sull’empatia (l’amore o almeno l’interesse  verso il soggetto che si ha davanti).   Senza queste tre dimensioni, il giudizio etico è un  giudizio burocratico, fatto per nascondere le nostre  fobie e patologie mentali.  La persona etica non è chi segue le norme, ma chi  riconosce nella realtà un disegno buono (una legge  naturale) e cerca di seguirlo.  E occorre ironia. Perché senza ironia prendiamo  troppo sul serio noi stessi, mentre dobbiamo  prendere sul serio la realtà (e il mistero divino di cui  la realtà è segno), non la nostra capacità o forza  tecnica.

* Neonatologo,   UO Terapia Intensiva Neonatale,   Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena;   Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita 

LA LIBERTÁ CHE NON COSTRUISCE L’UOMO NON PUÓ ESSERE VERA LIBERTÁ, di Gino Passarello* , http://www.scienzaevita.org/  Newsletter di Scienza & Vita n°52, del 21 Dicembre 2011

“Solo la tutela e la promozione della vita  garantiscono il pieno rispetto dei diritti di ogni  essere umano. Solo una scienza al servizio di ogni  essere umano è al sicuro da qualsiasi tentazione di  onnipotenza”..  Così recita il manifesto nazionale dell’Associazione  Scienza & Vita che ha, come sua mission, la difesa  della vita in ogni sua fase e condizione, in un  momento in cui l’orizzonte antropologico appare  incerto e la dignità propria dell’essere umano è  messa fortemente in discussione.  È per riflettere e confrontarsi sul valore della vita e la  sua tutela come fondamento di una società  autenticamente democratica, che è stato promosso  l’VIII Convegno Nazionale  svoltosi a Roma il 18  Novembre u.s. a cui hanno partecipato tutte le  Associazioni locali.  Momento centrale dell’evento è stata la  lectio  magistralis di Sua Eminenza il Cardinale Monsignor  Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza  Episcopale Italiana che ha subito sottolineato la  delicatezza del tema della vita sul quale si  confrontano posizioni tanto diverse da essere un  argomento “divisivo” ma da cui non si può  prescindere se si vuole costruire una società giusta e  solidale. In una cultura dominata dalla dittatura del  relativismo, come afferma  Benedetto XVI, “Cos’è la  verità? - si chiede il Cardinale - esiste nulla di  oggettivo in grado di essere metro della verità  morale, che possa regolare, normare i  comportamenti? Qualcosa che sia talmente  fondamentale per l’uomo da  essere universale?” Il  tema della verità è strettamente legato all’altro, non  meno fondamentale, della libertà e  dell’autodeterminazione. La tendenza della cultura  contemporanea è quella di considerare la libertà  individuale un valore assoluto, affrancata da ogni  norma e anche dalla verità di ciò che si sceglie con la  conseguente affermazione di un assolutismo della  libertà individualista che finisce per “rivoltarsi  contro l’uomo”. La libertà, afferma il Cardinale, deve  fare i conti con l’uomo e con il suo bene oggettivo e,  certamente, il primo bene, sancito dalla nostra  Costituzione è la vita e, quindi, la salute La libertà  che non costruisce l’uomo e che non ha come fine il  suo bene oggettivo non è libertà. Da questa  costatazione nasce il dovere, l’urgenza, per i cattolici,  di contribuire alla costruzione della civitas terrena  sulla base di quelle verità che scaturiscono dalla  coscienza naturale, che sono fondamento del bene  comune e norma per la libertà. La verità, infatti, è  una e rende realmente libero l’uomo. Se non c’è  nessuna verità universale che sia vincolante per la  coscienza dell’uomo vengono a cadere i fondamenti  dell’umanità e anche i fondamenti della democrazia.  È necessario, pertanto, diffondere un’antropologia  che fondi l’umanesimo integrale, ove manchi una  chiara visione dell’uomo come essere unico, creato  ad immagine di Dio, “creato per amore e chiamato  nello stesso tempo all’amore” (FC,11), che si realizza  pienamente nel dono sincero di sé, un uomo aperto  alla trascendenza, “al confine tra cielo e terra”, viene  anche a cadere la sua dignità inviolabile quale  fondamento morale universalmente condiviso. Il  tema della vita non può essere relegato ad un ambito  privato, non riguarda solo la singola persona ma la  società in quanto tale, perciò Benedetto XVI, nella  Caritas in veritate, afferma che “la questione sociale  è diventata radicalmente questione antropologica”.  Sulla base della convinzione che l’uomo non è solo  un bene in sé ma anche un bene per gli altri e che per  sua natura è un essere in relazione, è possibile  costruire una società solidale capace di farsi accanto  a chi è più debole e a chi è nella sofferenza.  Il dolore e la fragilità che l’uomo moderno tenta  disperatamente di negare, sono il luogo dove Dio fa  sentire all’uomo la sua vicinanza e la sua infinita  tenerezza, anzi è proprio questa condizione che Dio  condivide con l’umanità nel suo Figlio Gesù ed è  17 proprio nella fragilità e nel dolore che l’uomo scopre  la comune condizione con gli altri uomini e la  capacità e la gioia di farsi prossimo.   È questo il nuovo umanesimo auspicato da Giovanni  Paolo II, il solo che possa garantire una esperienza  autentica di democrazia e aprire orizzonti di  speranza all’uomo contemporaneo.   

UN SENSO DIVERSO DELLA GIUSTIZIA  FONDATO SULLA DIGNITÁ DELL’ALTRO  di Luciano Eusebi*, http://www.scienzaevita.org/  Newsletter di Scienza & Vita n°52, del 21 Dicembre 2011

  «Nessuno deve sentirsi solo e abbandonato  nella società-comunione, né nei momenti di gioia, né  nei momenti del dolore,  della malattia e della  morte»: così il Cardinale Bagnasco nell’intervento al  Convegno dell’Associazione Scienza & Vita sul tema  «Scienza e cura della vita: educazione alla  democrazia», tenutosi a Roma il 18 novembre 2011.  In effetti, la premura per il rispetto e la cura della  vita si riassume essenzialmente in quelle parole:  parole le quali – sollecitando a riappropriarci di un  concetto solidaristico dei rapporti umani – pongono  una questione cruciale circa i contenuti sostanziali e  il futuro della democrazia. Il fatto è che abbiamo  coltivato, nella nostra cultura, una visione curiosa del  rapporto con l’altro. Quella secondo cui sarebbe  giusto agire verso gli altri secondo reciprocità: faccio  del bene a coloro dai quali ritengo di ricavare  un’utilità, ma ove ravviso nell’«altro» qualcosa che  potrebbe risultare negativo per me, egli merita il  mio agire negativo verso di lui. Se, tuttavia, il  rapporto con l’altro si fonda sul giudizio, si troverà  sempre qualcosa in lui che appare negativo, perché  non risponde a quel modello dell’affermazione di se  stessi  contro gli altri che rappresenta il lato oscuro  della nostra personalità e  della nostra cultura. Una  volta stabilito che un’altra realtà esistenziale  rappresenta qualcosa di negativo, è in fondo  normale, secondo un simile concetto di giustizia, che  si agisca per escluderla dal proprio orizzonte, o  addirittura per eliminarla. Non avvertendo che in  questo modo si finisce per distruggere le stesse  occasioni che la vita ci offre per realizzare quanto di  più elevato c’è in noi, che è la capacità di amare.  Ovvero, con terminologia più laica, la capacità di  esprimere accoglienza, e non esclusione; di  affrontare le difficoltà, e non di rimuoverle. Si tratta  di coltivare un senso diverso della giustizia, in  conformità con l’art. 3 della Costituzione: non quello  fondato sull’agire in modo corrispondente al  giudizio, positivo o negativo, che si è dato dell’altro,  bensì quello fondato sull’agire secondo la dignità di  ogni  altro che incontriamo sul nostro cammino: in  altre parole, secondo progetti di bene dinnanzi al  male, sia esso incolpevole o colpevole. Solo questo  rivoluziona, nei rapporti interpersonali e globali, la  catena delle contrapposizioni e delle ritorsioni cui ci  condanna la giustizia della bilancia. E solo questo ci  libera dal senso di soccombenza di fronte al male e,  in radice, di fronte  alla morte. La tentazione è quella  di dare copertura giuridica a una formalizzazione  asettica dei rapporti umani, che finisce per non  rispondere affatto alla  salvaguardia dei soggetti  deboli e che, non di rado, potrebbe concretizzarsi in  una sollecitazione implicita a utilizzare presunti  diritti, come quello di morire, che liberano la società  dal peso della  cura. «E se dietro al rispetto di ogni  volontà – si chiede il Cardinale Bagnasco – ci fosse il  desiderio di non prendersi  in carico la fragilità,  poiché il prendersi cura richiede intelligenza e cuore,  tempo e sacrificio, risorse umane ed economiche?».  Una logica di  rottamazione dei soggetti deboli (per  malattia, fase dello vita o condizione sociale,  rappresenterebbe il crepuscolo della democrazia. È,  invece, la prospettiva di una relazionalità accogliente  verso l’altro – non fondata su un giudizio circa la sua  condizione esistenziale, ma derivante dal suo darsi  semplicemente come un «tu»,  vale  a  dire  come  un  essere umano vivente – che sola può rispondere alla  dignità di chi è debole e realizzare la dignità di chi lo  accosta. Solo una società che mantiene la  disponibilità a piegarsi anche sui membri più deboli  che, pur sempre ne sono parte, può essere una  società davvero umana e può guardare con fiducia al  futuro.  

* Ordinario di Diritto Penale,  Università Cattolica del Sacro Cuore,  Milano;  Consigliere nazionale  Associazione Scienza & Vita   

LA VITA UMANA NON PUÓ ESSERE  ARGOMENTO DIVISIVO, di Lucio Romano*, http://www.scienzaevita.org/  Newsletter di Scienza & Vita n°52, del 21 Dicembre 2011

 La Lectio Magistralis: bussola che delinea  l’orizzonte di senso; guida  secondo valori costitutivi  dell’umano “per tutti intelligibili come verità  dell’esistenza”. Percorso antropologico, teologico,  filosofico che dall’etica della vita e dai valori costitutivi  della persona – “non conculcabili, né parcellizzati o  negoziati attraverso mediazioni  che, pur con buona  intenzione, li negano” – favorisce un corretto approdo  all’etica sociale. Una stringente e rigorosa  argomentazione che riconosce il ruolo ineludibile della  ragione che, se cancellata, indebolisce anche la fede.  Sono affrontati complessi snodi della bioetica e della  biopolitica quali quelli della conoscenza, della verità,  della libertà e dell’autodeterminazione, della  partecipazione dei cattolici alla civitas, e l’altrettanto  sempre attuale tema dell’umanesimo e degli umanesimi.  Molteplici le riflessioni che  scaturiscono da un accorto  studio  della  Lectio Magistralis,  così  le  chiavi  di  lettura  che tutte, armonicamente, si correlano in un virtuoso  percorso argomentativo da cui scaturisce per ognuno –  nel privato e nel pubblico – la considerazione che la vita  umana non può essere argomento divisivo.  La questione che emerge è prima di tutto antropologica  e  valoriale,  da  cui  le  ricadute  in  ambito  sociale.  Le  domande che ci interpellano possono essere  rappresentate dalle seguenti: è riconoscibile il valore  della vita umana nella sua nudità? La vita umana, “nei  momenti di massima fragilità e di più pericolosa  esposizione”, è un bene disponibile? La vulnerabilità,  cifra dell’esistenza umana, deve essere considerata nel  sociale paradigma inclusivo o esclusivo?   L’articolata risposta che ci  viene offerta invita a una  presa diretta sulla realtà oggettiva dell’essere umano,  nella sua irriducibile totalità, che altrimenti svanirebbe  dall’orizzonte della conoscibilità qualora volessimo  riferirci “ad una realtà unicamente costruita dal soggetto  pensante, […] alle prese solo con le nostre opinioni  individuali.” Si potrebbe dire: sospetto, dubbio metodico  e universale, scetticismo, nichilismo di senso e di valori,  immane svalutazione della vita, dittatura del relativismo  versus “la fiducia al mondo e all’uomo”, “la conoscenza  che parte da un atto positivo, di fiducia e fa appello al  senso comune, all’esperienza universale”, cognitivismo  etico, dignità intrinseca e valore intangibile di ogni vita  umana.  Proprio dal conflitto - affatto celato - tra non  cognitivismo e cognitivismo etico, si gioca il valore della  via umana. Nella visione non cognitivista la declinazione  dei valori può avvenire solo nell’ambito della  soggettività individuale e sociale,  in  nome  della libertà  individuale, senza che nulla esista di oggettivo in grado  di essere metro della verità morale. Così per quanto  attiene i comportamenti. Consta a tutti rilevare il  richiamo costante alla libertà e all’autodeterminazione  secondo cui già il fatto che  un atto sia conseguenza di  una libera scelta qualifica  l’agire come buono, vero,  giusto. “A ben vedere, come qualunque agire non si  qualifica da sé ma è qualificato da ciò verso cui tende  […] così la libertà, se per un verso è valore in se stesso in  quanto è condizione di responsabilità, per altro verso  non è la sorgente della bontà morale. La libertà è  qualificata dal contenuto che scelgo liberamente, e sta  ad esso come il contenitore sta al suo contenuto. Il fatto  che un atto sia una mia scelta non qualifica l’agire come  buono, vero, giusto. […] la libertà sciolta da vincoli e  norme ma anche indipendente dalla verità di ciò che  sceglie […] si rivolta contro  l’uomo  e  perde  se  stessa,  diventa prigioniera di se stessa come ogni personalità  narcisista.” Si evince, logicamente, che l’assolutizzazione  della libertà individuale  è del tutto oppositiva al  riconoscimento e alla realizzazione della persona nella  comune-unione sociale.  Sono queste considerazioni di sola pertinenza bioetica?  Certamente no. Sono anche questioni sociali e politiche.  La democrazia, come concezione politico-sociale e come  ideale etico, si fonda sul riconoscimento dei diritti  inviolabili di ognuno, indipendentemente da qualsiasi  giudizio circa le sue condizioni esistenziali. La titolarità  dei diritti umani dipende  esclusivamente, pertanto,  dall’esistenza in vita di ciascun individuo. E la tutela  della vita costituisce il presidio del mutuo 10 riconoscimento degli esseri umani come eguali nei loro  diritti. Possiamo dire, forse,  che queste considerazioni  configgono con la ragione? Non si tratta di voler imporre  valori impropriamente classificabili come confessionali,  piuttosto si tratta di riconoscere i valori costitutivi  dell’umano e che sono leggibili da tutti, senza pregiudizi  o ideologie per ciò stesso fuorvianti.   Il portato culturale della  vulnerabilità è chiaramente  rappresentato dalla Dichiarazione di Barcellona del  1998 che auspica il passaggio dalla rivendicazione dei  diritti contrattuali alla rivendicazione di diritti  protettivi. E individua nel paradigma della vulnerabilità  “un ponte tra stranieri morali in una società pluralistica”  così che “il rispetto per la vulnerabilità dovrebbe essere  fondamentale nelle scelte politiche in un modello di  moderno welfare state”.  Riconoscere che la vulnerabilità è condizione sostanziale  dell’essere umano, in tutte le sue fasi di sviluppo dal  concepimento alla morte naturale, richiama l’etica della  responsabilità. La responsabilità ci interpella per  intersoggettività (essere  con gli altri) e ancor più per  reciprocità (essere  per gli altri). Obbliga ad assumere  impegni che consentano di trattare ogni essere umano,  indipendentemente dalle condizioni esistenziali, da  eguale e non egualmente; richiede una presa in carico  dell’altro, consapevoli della  doverosità soprattutto nei  confronti di soggetti deboli o in situazioni di particolare  fragilità. E’ l’esistere stesso che fonda l’assunzione della  responsabilità verso l’altro, in reciprocità. Una  responsabilità che non si richiami a valori  razionalmente riconoscibili da tutti, pertanto irriducibili  e non negoziabili, sarebbe un vuoto esercizio ridotto a  procedure contrattualizzate. Quale il rischio, pertanto,  per la democrazia, l’equità, la giustizia? Il prevale del più  forte sul più fragile: vulnerabilità fattore di discrimine.  L’estrema fragilità dell’altro non giustifica in alcun  modo l’oppressione del più forte sul più debole, la  soppressione diretta o occulta, né ostinazioni o  accanimenti. Ricorda il bioeticista W.T. Reich: “la  vulnerabilità stabilisce una  relazione asimmetrica tra il  debole e il potente, nel senso che richiede l’impegno  morale del più forte a proteggere il debole al di là di ogni  condizione”.  Su  questo  tema  si  rileva  il  fondamento  dell’esistere  umano e della democrazia.   

LECTIO MAGISTRALIS su “SCIENZA E CURA DELLA  VITA: EDUCAZIONE ALLA DEMOCRAZIA”  di Angelo Bagnasco* , http://www.scienzaevita.org/  Newsletter di Scienza & Vita n°52, del 21 Dicembre 2011

Saluto i partecipanti al Convegno  sul tema “Scienza  e cura della vita: educazione alla democrazia”, e  ringrazio l’Associazione “Scienza & Vita” per questa  iniziativa che affronta una questione quanto mai  delicata e ineludibile non solo per ogni singola persona,  ma anche per la società, sapendo che dalla   responsabilità e dai modi di affronto della vita nei suoi  vari momenti si ha una prima e decisiva misura del  livello umano della convivenza. Siamo tutti consapevoli  della delicatezza dell’ argomento in gioco,  così come   delle visioni diverse che spesso si confrontano, tanto da   essere considerata – la vita umana – uno di quegli  argomenti “divisivi” di cui è meglio non parlare, come se  l’ordine sociale, basato sulla giustizia,  potesse reggersi    sull’ ingiustizia che deriva  dal non affrontare ciò che  fondamentale:  “ come Chiesa e come credenti –  abbiamo scritto nel Documento conclusivo della XLVI  Settimana Sociale – siamo chiamati al grande compito  di servire il bene comune della civitas italiana in un  momento di grave crisi e allo stesso di memoria dei  centocinquant’anni di storia politicamente unitaria”  (Documento conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010,  n.2). E’ questo lo spirito e l’intendimento dei cattolici  consapevoli che, storicamente, “se non abbiamo fatto  abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma  perché non lo siamo abbastanza” (CEI,  La Chiesa  Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n.13).   Tutti ci rendiamo conto che  siamo dentro ad una crisi  internazionale che non risparmia nessuno, e che  nessuno, nel mondo, può atteggiarsi da supponente  maestro degli altri. I grandi problemi dell’economia e  della finanza, del lavoro e della solidarietà, della pace e  dell’uso sostenibile della natura, attanagliano  pesantemente persone, famiglie e collettività,  specialmente i giovani. Su questi versanti, che declinano  la cosiddetta “etica sociale”, la sensibilità e la presenza  della Chiesa sono da sempre sotto gli occhi di tutti.  Fanno parte del messaggio cristiano come  inderogabile  conseguenza: “Chi non ama il proprio fratello che vede,  non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20).  L’incalcolabile rete di vicinanza e di solidarietà che  abbraccia l’intero territorio  nazionale grazie ai nostri  sacerdoti, consacrati, innumerevoli volontari,  associazioni, rappresenta una mano tesa trasparente,  universalmente nota: è quotidianamente frequentata da  un crescente stuolo di fratelli e sorelle in difficoltà che   ricevono ascolto, aiuto, attenzione. Ed è sempre più  anche luogo di incontro e di concreta integrazione tra  popoli, religioni e culture. Una rete che si avvale di  risorse provvidenziali e di quell’amore gratuito che  nessuna legge può garantire poiché l’amore viene dal  cuore e dall’Alto.
1.       E’ possibile conoscere?
Ma oggi dobbiamo puntare la nostra attenzione  sulla vita umana nella sua nudità: è evidente che gli  aspetti citati fanno parte dell’esistenza concreta di ogni  persona, ma essi non devono oscurare la vita nei  momenti della sua maggiore  fragilità e quindi di più  pericolosa esposizione. Per questo credo sia inevitabile  allargare, seppur brevemente, l’orizzonte per poter  meglio affrontare il tema  della vita umana nella sua  assoluta indisponibilità o, se si vuole, sacralità. Per poter  parlare  di qualcosa, infatti, bisogna innanzitutto  chiederci se esiste qualcosa fuori di noi. E, se esiste,  possiamo conoscerla? Oppure siamo dentro ad una  realtà unicamente costruita dal soggetto pensante,  siamo alle prese solo con le nostre opinioni individuali,  senza una presa diretta sulla realtà oggettiva? E’ il  problema antico ma non scontato della conoscenza.  Come rispondere? Dando fiducia al mondo e all’uomo!  La conoscenza, infatti, parte da un atto positivo, di  fiducia: fa appello al senso comune, all’esperienza  universale. E’ più naturale, logico, istintivo, porre questo  atto di fiducia oppure sfiduciare l’universo? E’ dunque  un atto  di sintonia, di comunione preriflessa con il  mondo il punto di partenza del nostro rapportarci con il  mondo, non il rinchiuderci nel sospetto e nel dubbio  metodico e universale che – forse con aria di profonda  intelligenza – accusa di fanatismo chi affermi che la  verità esiste ed è conoscibile. La storia umana della  conoscenza – nonostante grovigli a volte sofferti – corre  sostanzialmente su questo filo e testimonia che, ogni  qualvolta lo scetticismo si è imposto, gli esiti personali e  sociali non sono stati più felici.   Il figlio di questo atteggiamento è lo scetticismo che  genera inevitabilmente quel nulla di significato e di  valore, quello svuotamento della vita e del mondo che  già Nietzsche aveva annunciato. In realtà egli lo fa  derivare dalla dichiarata “morte di Dio”, ma quando la  ragione viene cancellata dall’ orizzonte, anche la fede si  indebolisce: “Cerco Dio! Cerco Dio! (…) Dove se n’è  andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi  ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!   Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il  mare bevendolo fino all’ultima goccia? Che mai  facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo  sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo  noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno  precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i  lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse  vagando come attraverso un infinito nulla?” (Nietzsche,  La gaia scienza, Mondadori 1971, pagg. 125-126). Il  nichilismo di senso e di valori nasce da una visione  materialista dell’uomo e del mondo, e si alimenta allo  spettro ridente del consumismo che porta a concepire  l’esistenza come una spasmodica spremitura di  soddisfazioni e godimenti fino all’estremo. Ma ben  presto – lo vediamo nella cronaca – ne deriva una  immane svalutazione della vita. Essa non è più custodita  dal sigillo della sacralità, e così quando non è più gradita  o risulta faticosa, la si  vorrebbe eliminare. “Si va  costituendo – dice Benedetto XVI - una dittatura del  relativismo che non riconosce nulla come definitivo e  che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue  voglie. Questa ideologia è divenuta un modo di vivere,  una prassi, che troviamo presente in molti ambiti e che  ha diversi volti” (J. Ratzinger, Omelia della Messa Pro  eligendo Pontifice, 18.4.2005).
  2.       Cos’è la verità?
“Cos’è la verità?” chiedeva Pilato a Gesù  prigioniero davanti a lui. E’ una domanda sempre  attuale che richiede una risposta seria e motivata. Per  aiutarci con un esempio, possiamo dire che la verità  della cappella Sistina consiste nella sua corrispondenza  con l’idea di Michelangelo: in questo caso, la Sistina  dipende dal pensiero di chi l’ha ideata. Ma la verità della  mia idea dell’aula  in cui siamo consiste nella  corrispondenza della mia idea con ciò che è  oggettivamente davanti a me: in altre parole è il mio  pensiero che dipende dall’oggetto conosciuto. La  tradizione culturale parla di verità ontologica nel primo  caso, e di verità logica nel  secondo. E’ vero che nella  conoscenza logica il soggetto  entra  in  gioco  con  la  sua  soggettività, ma mai a tal punto da falsare la realtà  stessa; infatti ognuno di noi  si ribella quando si sente  conosciuto da un altro in modo distorto.   Ora, se dal piano teoretico passiamo al piano pratico  dell’agire, ci chiediamo: nella conoscenza dei valori  morali  in quale campo siamo? Ontologico, per cui  siamo noi, come Michelangelo, a creare qualcosa?  oppure in quello logico per cui noi dobbiamo piegarci  alla realtà di qualcosa che ci precede e che non ammette  distorsioni? Oggi si tende a pensare che, sul piano  dell’etica, ognuno è costruttore di ciò che per lui,  soggettivamente, ha importanza e significato;  che il  nostro compito è quello di  comporre i diversi, a volte  opposti,  valori;    che  l’importante  –  quando  va  bene  -  è  disturbare gli altri il meno possibile. Ma non esiste  qualcosa a cui l’uomo possa rifarsi nella sua conoscenza  e quindi adeguarsi raggiungendo così la verità? E’ fuori  dubbio che non pochi di quelli che chiamiamo valori  appartengono alla sfera della soggettività individuale e   sociale, basta pensare al modo di vestire, di nutrirsi, a  tante convenzioni che hanno un peso nella convivenza,  hanno una importanza, ma sono destinati nel tempo a  mutare. Ma è tutto solo così? Non esiste nulla di  oggettivo in grado di essere metro della verità morale?  Che possa regolare, normare i miei comportamenti?  Qualcosa che sia talmente fondamentale per l’uomo da  essere universale, cioè per tutti? Di solito,  fino ad un  certo punto di questo ragionare  tutti si è concordi, ma  quando entra in gioco la questione del “valido per tutti”,  allora si accende una spia e sorge in noi una trincea  difensiva quasi si sentisse in pericolo la propria libertà  individuale, che si esprime nell’ autodeterminazione.
 3.      La libertà e l’autodeterminazione
 Entra sulla scena, dunque, la libertà nervo sensibile  dell’anima moderna. Mi pare interessante ricordare  quanto affermava Hegel nella sua Enciclopedia delle  scienze filosofiche: “La libertà è l’essenza propria dello  spirito e cioè la sua stessa realtà. Intere parti del mondo,  l’Africa e l’Oriente, non hanno mai avuto questa idea (…)  i Greci e i Romani, Platone e Aristotele (…) non l’hanno  avuta: essi sapevano che l’uomo è realmente libero in  forza della  nascita (come cittadino ateniese, spartano,  ecc.); o della forza del carattere o della cultura, in forza  della filosofia. Quest’idea è venuta nel mondo per opera  del cristianesimo, ed essendo oggetto e scopo dell’amore  di Dio, l’uomo è destinato ad avere relazione assoluta  con Dio come spirito, e far sì che questo spirito dimori in  lui. cioè l’uomo è destinato  in sé alla somma libertà”  (Hegel,  Enciclopedia delle scienze filosofiche,  Tr. It.,  Laterza, Bari 1951, pp. 442-443). Del resto è noto che,  prima del Cristianesimo, si concepiva come superiori  all’uomo le grandi potenze del Fato, della Natura, della  Storia; ed egli doveva obbedire a queste forze.   Ora, se l’uomo è libero per dono di Dio, ed egli si realizza  attraverso l’esercizio della propria libertà (in actu  exercito), bisogna chiederci se qualunque forma di  esercizio realizza la persona oppure no. A ben vedere,  come qualunque  agire non si qualifica da sé ma è  qualificato da ciò verso cui tende - camminare per fare  una passeggiata non è lo  stesso che camminare per  andare a fare una rapina – così la libertà, se per un verso   è valore in se stesso in quanto è  condizione di  responsabilità, per altro verso non è la sorgente della  bontà morale. La libertà è qualificata dal contenuto che  scelgo liberamente, e sta ad esso come il contenitore sta  al suo contenuto.  Il fatto che un atto sia una mia scelta  non  qualifica l’agire come buono, vero, giusto. Inoltre,  non bisogna dimenticare che  la bontà e il male morale  non sono astrazioni lontane  alle quali sacrificare gli  uomini nei loro desideri individuali; il bene è tale perché   mi fa crescere come persona  mentre il male mi  diminuisce nella mia umanità. E se le persone crescono  nel loro essere persone, la società intera cresce dato per  acquisito che tra l’individuo e la collettività vi è un  rapporto reciproco.  Oggi la tendenza diffusa è rendere  la libertà individuale un valore assoluto, sciolto non solo  da vincoli e norme ma anche indipendente  dalla verità  di ciò che sceglie; in tale modo però essa  si rivolta  6 contro l’uomo e perde se stessa, diventa prigioniera di se  stessa come ogni personalità narcisista. Ecco perché il  Signore Gesù ricorda che la verità libera la libertà e   rende libero l’uomo. Oggi vi è una certa allergia per ciò  che si presenta come assoluto, cioè oggettivo, universale  e definitivo: sembra di sentirsi come in una gabbia  insopportabile. Ma, dobbiamo chiederci, qual’ è la vera  prigione: l’assolutismo di  una libertà individualista o  l’assolutezza della verità?
  4.          Partecipazione dei cattolici alla civitas
Ma torniamo alla domanda: esiste qualcosa con  la quale la nostra libertà deve rapportarsi come ciò che  la precede nel valore e la qualifica morente?  Qualcosa che, conosciuto dalla nostra ragione, permetta  di superare l’angusto cerchio dell’opinione e di  camminare liberi nella verità oggettiva per tutti e per  sempre? Verità che dia senso al vivere e alla storia, alla  persona e alla società? Risuonano sempre attuali le  parole di Schopenauer quando parlava della “naturale  disposizione metafisica  dell’uomo”, quella disposizione  universale che spinge ciascuno a suo modo a cercare una  risposta alla più tremenda e fondamentale delle  domande: “Per quale motivo esiste qualcosa piuttosto  che il nulla se nulla ha necessità di esistere?”. Una  verità, dicevo, che crei appartenenza e generi una  comunità di vita e di destino? Oppure non esiste altro  che vari, piccoli e brevi significati, relativi alla riuscita  nella vita, al piacere, alle  voglie, alle emozioni, alla  fortuna? Ogni anno in Europa muoiono circa 50.000  persone per suicidio,  e  in una quindicina di Paesi  europei la più alta percentuale di morte dei giovani è  costituita dal suicidio! Se tutto è relativo, merita ancora  vivere quando la vita mostra le sue durezze?   La Chiesa, inviata dal suo Signore come sale della terra e  luce del mondo, svolge la sua missione evangelizzatrice  in molti modi, con la Parola, i Sacramenti e il servizio  della carità. Fa parte del suo servire il mondo l’essere  con umiltà e amore coscienza critica e sistematica della  storia: non è arroganza, ingerenza o intransigenza, ma  fedeltà a Dio e agli uomini. E’ portare il suo contributo  alla costruzione della civitas terrena. Per questo non c’è  da temere per la laicità dello Stato, infatti il principio di  laicità inteso come “autonomia della sfera civile e  politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da  quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto  dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è  stato raggiunto (…). La laicità, infatti, indica in primo  luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che  scaturiscono dalla conoscenza naturale dell’uomo che  vive in società, anche se tali verità sono nello stesso  tempo insegnate da una religione specifica, poiché la  verità è una” (Congregazione per la Dottrina della Fede,  Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti  l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita  politica, 24.11.2002, n. 6).   E’ dunque giusto riconoscere la rilevanza pubblica delle  fedi religiose: però se il semplice riconoscimento  è già  un valore auspicabile e dovuto, dall’altro è fortemente   insufficiente in ordine alla costruzione del bene comune  e  allo  stesso  concetto  di  vera  laicità.  Potremmo  dire  che  è come una cornice di apprezzabile valore ma che deve  essere riempita di contenuti. Fuori dall’immagine, la  laicità positiva non può ridursi a rispetto e a procedure  corrette, ma deve misurarsi con l’uomo, per ciò che è in  se stesso universalmente, cioè con la sua natura. E’  questa -  la sua conoscenza integrale e il suo rispetto  plenario - che invera le diverse culture e ne misura la  bontà o, se si vuole  il livello intrinseco di umanesimo. A  questo livello primario si colloca il doveroso apporto dei  cristiani come cittadini,  consapevoli  che le principali  virtù di chiunque si dedichi al servizio della città è la  competenza e il merito: questo è l'insieme di onestà,  spirito di sacrificio e stile sobrio. Essi offrono il loro  contributo senza per questo dover mettere tra parentesi  la propria coscienza formata dalla Dottrina Sociale della  Chiesa, dal Magistero autentico e da una solida vita  spirituale nella comunità ecclesiale, ricordando che la  coscienza è l’eco della voce di Dio – come affermava il  beato Newman – ed deve essere sempre attenta perché  le opinioni, le ideologie, gli interessi o le abitudini, non  oscurino quella suprema voce che indica la via della  verità e del bene. Il ministero di Pietro, che è servizio di  verità e di carità, è posto  da Cristo Gesù perché la  coscienza non si smarrisca tra gli innumerevoli rumori  del mondo.      
5.     Umanesimo e umanesimi
Se, come ha affermato il Santo Padre Benedetto  XVI, “la questione sociale  è diventata radicalmente  questione antropologica” (Benedetto XVI,  Caritas in  veritate, 75), allora i cattolici non possono tacere circa la  concezione dell’uomo che fonda l’umanesimo integrale.  Non tutti gli umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il  profilo morale; da umanesimi differenti discendono  conseguenze opposte per la  convivenza civile. Se si  concepisce l’uomo in modo individualistico, come oggi si  tende, come si potrà costruire una società aperta e  solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo  si concepisce in modo materialistico, chiuso alla  trascendenza e centrato su se stesso, un “sasso” che  rotola  nello spazio, come riconoscerlo non come  “qualcosa” tra altre cose, ma come “qualcuno” che è  qualitativamente diverso dal resto della natura? L’uomo  si autotrascende nel senso che è sempre più di se stesso,  tende ad andare oltre di sé per essere sé, già e non  ancora, finito e desiderio di infinità, tempo ma con la  scintilla di eterno: è la creatura di confine fra cielo e  terra, umano ma chiamato all’intimità  con Dio.  Individuo ma non individualista, unico ma non chiuso,  soggetto aperto al mondo e agli altri in virtù dell’istinto  di comunione nella verità e nell’amore. “ Il mondo  moderno – scriveva J.  Maritain – confonde  semplicemente due cose che la sapienza antica aveva  distinte: confonde l’individualità e la personalità” ( J.  Maritain, Tre riformatori, Brescia 1964, 26).   Purtroppo, segnali inquietanti di questa tragica  confusione non mancano.  7 Su che cosa, allora, si potrà poggiare la sua dignità  inviolabile, e quale il fondamento oggettivo e perenne  dell’ordine morale? Era questa la domanda che il Santo  Padre Benedetto XVI poneva nel viaggio apostolico nel  Regno Unito e anche a in Germania. E sta proprio qui il  punto di incontro e d’intesa di ogni dialogo civile e  politico, sta qui il  giudizio di verità su ogni società,  cultura e religione: “La Chiesa cattolica è convinta di  conoscere, attraverso la sua fede, la verità sull’uomo e  quindi di avere il dovere di intervenire in favore che  sono validi per l’uomo in quanto tale  indipendentemente dalle varie culture. Essa distingue  fra la specificità della sua fede e le verità della ragione, a  cui la fede apre gli occhi e alle quali l’uomo in quanto  uomo può accedere anche a prescindere da questa fede.  (…). La Chiesa, al di là dell’ambito della sua fede,  considera suo dovere difendere, nella totalità della  nostra  società,  le  verità  e  i valori, nei quali è in gioco la  dignità dell’uomo in quanto tale. Quindi, per citare un  punto particolarmente importante, non abbiamo diritto  di giudicare se un individuo  sia ‘già persona’, oppure   ‘ancora persona’, e ancor meno ci spetta manipolare  l’uomo e voler, per così  dire, farlo. Una società è  veramente umana soltanto  quando protegge senza  riserve e rispetta la dignità di ogni persona dal  concepimento fino al momento della sua morte  naturale” (Benedetto XVI,  Discorso al nuovo  Ambasciatore tedesco, Roma 7,11,2011). Non si tratta  quindi di voler imporre la fede e i valori che ne  scaturiscono direttamente, ma solo di difendere i valori  costitutivi dell’umano e che per tutti sono intelligibili  come verità dell’esistenza. Poiché appartengono al DNA  della persona non possono essere conculcati, né  parcellizzati o negoziati attraverso mediazioni che, pur  con buona intenzione, li negano. E’ questo il ceppo vivo  e solido che costituisce l’etica della vita, ed è su questo  ceppo che germogliano tutti gli altri necessari valori che  vengono riassunto con etica sociale. Tra questi, la vita  umana, dal suo concepimento  alla sua fine naturale, è  certamente il primo. La coscienza universale ha  acquisito - e sancito almeno nelle carte - una elevata  sensibilità verso i più poveri e deboli della famiglia  umana. Ma ci dobbiamo chiedere: chi è più debole e  fragile, più povero, di coloro che neppure hanno voce  per affermare il proprio diritto, e che spesso nemmeno  possono opporre il proprio volto? …Vittime invisibili ma  reali! E chi più indifeso di chi non ha voce perché non  l’ha  ancora  o,  forse,  non  l’ha  più?  La  presa  in  carica  dei  più poveri e indifesi esprime il grado più vero di civiltà  di un corpo sociale e del suo ordinamento. E modella,  educa, l forma di pensare e di agire – il costume- di un  popolo e di una Nazione, il  suo modo di rapportarsi al  suo interno, di sostenere le diverse situazioni della vita  adulta sia con codici strutturali adeguati, sia nel segno  dell’attenzione e della gratuità personale.  A volte si evidenzia che un conto è la presa in carica, il  prendersi cura della vita fragile di chi questo vuole e  comunque ne ha diritto, e un altro sarebbe la volontà  diversa di chi  determina  un diverso comportamento.  Torniamo ad un punto cruciale: se la libertà individuale   abbia o non abbia qualcosa di più alto a cui riferirsi e a  cui obbedire. Abbiamo visto  che l’autodeterminazione  non crea il bene e il male, ma ciò che è scelto. Ora la  libertà è tenuta a fare i conti con la natura umana, con il  suo bene oggettivo poiché per questo Dio ce l’ha donata,  perché costruissimo noi stessi e non per andare contro  noi stessi. Ma anche fuori da un’ottica religiosa, penso si  possa giungere alla medesima conclusione. A questo  punto credo che le questioni siano due. Innanzitutto,  come anche recita la nostra Costituzione, il bene della  salute e quindi della vita, ma dovremmo dire ogni uomo,  è un bene non solo per sé ma anche per gli altri; e questi  altri non sono solamente i familiari e gli amici – che  purtroppo a volte possono non esserci  – ma sono la  società nel suo insieme. Qui  sta una nota dolente a cui  bisogna sempre più reagire: se l’uomo sta scivolando  dalla realtà di persona a quella di individuo assoluto e  geloso della propria assoluta indipendenza e autonomia,  allora la società si concepirà come una massa di monadi  dove ciascuno si arrangia a portare la vita, nutrendo dei  diritti verso il corpo sociale  come la casa, il lavoro, la  sicurezza… ma lasciando gli altri fuori per tutto il resto.  Il punto non è far entrare la società nel privato, ma si  tratta di ricuperare la natura relazionale della persona  sicché la società possa e debba concepirsi e strutturarsi  non solo come erogatrice di servizi, ma come comunione  di destino. Cambia totalmente la prospettiva. Nessuno  deve sentirsi solo e abbandonato nella società- comunione, né nei momenti di gioia né negli  appuntamenti del dolore, della malattia e della morte. E  se dietro al rispetto di ogni volontà ci fosse il desiderio  di non prendersi in carica,  poiché il prendersi cura  richiede  intelligenza e cuore, tempo e sacrificio, risorse  umane e economiche? Una cultura siffatta sarebbe più  rispettosa o più egoista, umana o violenta? E poi, mi  sembra esiste un secondo nodo: dobbiamo recuperare il  senso del dolore che è sistematicamente emarginato,  nascosto nella sua naturalità, oppure è esorcizzato  somministrandone dosi massicce e continuative nel  tentativo di anestetizzare la sensibilità della gente e  renderla quindi impermeabile. Due modalità diverse ma  lo scopo è identico: far morire la morte. La cultura  contemporanea deve riconciliarsi con il dolore e la  morte se vuole riconciliarsi con la vita, poiché i primi  fanno parte della seconda. E quindi dobbiamo  recuperare la capacità di portarlo insieme. La persona  sofferente ha paura di essere sola, abbandonata: tutti  abbiamo sperimentato quanto una persona malata  cerchi il contatto fisico della mano dell’altro, e questo  piccolo, umanissimo gesto ha il potere di tranquillizzare  e rasserenare. E’ la presenza, la compagnia d’amore che  dobbiamo riscoprire non solo come singoli e famiglie,  ma come società. Ma per questo dobbiamo rimettere al  centro la relazione, sull’esempio di Dio che in Cristo ci  ha incontrato nel nostro dolore, nelle molte fragilità  della vita e nelle stesse gioie, facendo sentire che  nessuno è solo, e che assolutamente nessuno sarà da Lui  abbandonato. Grazie.
* Arcivescovo di Genova,  Presidente della Conferenza Episcopale Italiana   

IL CASO/ 1. Lei musulmana, lui cristiano: quell’amore "proibito" finito davanti al pm - INT. Salvatore Abbruzzese, giovedì 22 dicembre 2011, il sussidiario.net

E’ finito davanti al giudice l’amore “proibito” tra due ragazzi di 23 e 19 anni, entrambi della provincia di Venezia. Una storia come tante altri, se non fosse che lei è musulmana del Kosovo e lui cattolico e italiano. I genitori della ragazza, quando hanno saputo della relazione, hanno tentato di stroncarla sul nascere con minacce di morte, intimidazioni e violenze verbali. Al punto che sono dovuti intervenire i carabinieri, i quali hanno informato la Procura di Venezia. E il pm Massimo Michelozzi ha deciso di disporre per padre, madre e fratelli di lei il divieto di avvicinare la stessa ragazza, il suo fidanzato italiano e di recarsi nel Paese dei familiari del ragazzo. Ilsussidiario.net ha chiesto a Salvatore Abbruzzese, professore di Sociologia della Religione all’Università di Trento, di commentare questo fatto di cronaca.

Professor Abbruzzese, che cosa può scattare nella mente di un padre che arriva a minacciare la figlia di morte?

Quanto avvenuto a Venezia è l’esempio di ciò che avviene quando si sposta una persona sradicandola dal luogo in cui ha i suoi punti di riferimento e facendola entrare in un contesto completamente diverso e per molti versi antitetico. Gli immigrati che arrivano in Italia non si rendono conto del fatto che i figli subiranno comunque il fascino della nuova cultura nella quale si trovano a vivere. Sembra che le persone non vogliano assolutamente rendersi conto di come gli universi culturali siano in qualche maniera esterni alle loro valutazioni e abbiano la loro influenza. E’ un problema classico delle famiglie degli immigrati venire dal Kosovo in Italia illudendosi che si possa vivere nel nostro Paese con i propri valori d’origine, senza che i figli abbiano dei problemi e confidando semplicemente sulla propria capacità di tenere salda la barra. Lo avevano anche le famiglie degli immigrati italiani quando andavano in Francia, in Svizzera o negli Usa. C’era esattamente questo stesso problema. L’errore sta quindi nel sottovalutare l’influenza delle culture, specialmente nei confronti dei più giovani che sono personalità aperte, che si stanno strutturando e quindi si guardano intorno, cercando dei modelli che non sempre sono positivi, ma che inevitabilmente finiscono per influenzarli. Qualsiasi famiglia che sceglie di emigrare in un altro Paese dovrebbe sapere queste cose.

In questo caso però oltre a una differenza di nazionalità, ce n’è anche una religiosa. Fino a che punto può diventare una differenza ancora più radicale?
Sicuramente la religione diventa una differenza radicale quando è usata strumentalmente come un’arma di differenziazione per motivi identitari. Le religioni in realtà convivono da moltissimi secoli e sono passate attraverso momenti di tensione, ma anche attraverso secoli di convivenza pacifica. Il problema è l’uso distorto delle religioni, quando cioè queste non sono più praticate come messaggi di salvezza, ma come strumenti di definizione della propria esistenza sociale e del proprio profilo culturale. E’ come se io, invece di vivere il mio cattolicesimo per affermare che Gesù si è incarnato, lo utilizzassi per difendere la mia tradizione nazionale.

Per quale motivo le società finiscono per utilizzare la religione in modo strumentale?

Fino a quando io non mi rendo conto del valore dell’altro, ma in qualche modo lo cancello e lo determino a priori, la conseguenza è sempre e comunque lo scontro. E questo è un problema reciproco, sia da parte dei cattolici sia da parte dei musulmani. Fino a quando un musulmano è convinto che l’altro sia portatore soltanto di valori negativi, in quanto professa un’altra religione, qualsiasi soluzione pacifica è assolutamente improponibile: con quel sistema, con quel metro di valutazione della realtà, senza introdurre elementi di mediazione, mi sembra chiaro che nei fatti non c’è nessuna possibilità di apertura. L’Islam vieta il matrimonio tra una donna musulmana e un uomo cristiano.

Questo può rappresentare un ostacolo insuperabile all’integrazione?
Ovviamente rappresenta un ostacolo non di poco conto. Occorre vedere però come di fatto si sono comportate nei confronti di questo precetto islamico le comunità immigrate negli Stati Uniti. Qui infatti l’universo musulmano è passato attraverso trasformazioni veramente significative. Alcuni dei musulmani americani dell’ultima generazione per esempio non prendono più dei nomi arabi, bensì inglesi. Negli Stati Uniti cioè ha avuto successo una convivenza che ha profondamente trasformato la stessa natura dell’Islam. E non è un caso se il dialogo con i musulmani avviene molto di più negli Usa che non in Europa. Quindi in America abbiamo avuto una religione che è andata incontro a una notevole apertura, con persone che pur restando musulmane non discreditano affatto chi ha convinzioni diverse dalle loro.

Quindi la capacità di integrarsi non dipende dalla religione, ma dal modo in cui la si vive?

Sì, ne sono profondamente convinto. Le religioni sono sistemi apparentemente chiusi su un piano teologico, nel senso che un principio teologico è di fatto dato una volta per tutte. Ma le possibilità applicative, le evoluzioni e le trasformazioni sono assolutamente molto più frequenti di quanto non si creda. Un conto è il “dogma teologico”, un altro le sue applicazioni e i suoi sviluppi sociali.

Ma di fatto come si può superare una norma religiosa che impone una chiusura agli altri?
Nel pensiero islamico sono presenti degli elementi di riconoscimento dell’altro, ma in questo momento non sono fatti valere. Ciò su cui si insiste, al contrario, è l’istanza di separazione e di condanna. Il problema che mi preoccupa di più è il fatto che ad andarci di mezzo siano persone concrete, ragazzi e soprattutto ragazze. Dopo essere state portate in Italia come dei “pacchi”, giungono qui e trovano un mondo diverso, trovandosi a vivere un dramma infinito.

E’ vero che gli immigrati sono gli strati di solito meno colti dei popoli da cui provengono?

Su questo starei attento, perché noi in realtà conosciamo molto spesso l’universo musulmano attraverso fatti di cronaca come quello di Venezia. Finiamo quindi per leggerlo attraverso dei fenomeni di scontri o di devianze perché sono quelli che fanno più rumore. Mentre non sappiamo nulla degli immigrati che si integrano, perché non fanno notizia e quindi nei loro confronti ci vorrebbe uno strumento di analisi completamente diverso. Quello che noi finiamo per conoscere è l’Islam peggiore, e così leggiamo dai giornali dell’immigrato che vuole accoltellare la figlia, e non sappiamo nulla dei 1.500 che cercano dei percorsi di convivenza e ricomposizione. E’ un mondo che esiste ma non emerge, in parte perché queste persone non vogliono apparire e in parte perché noi viviamo di ciò che ci arriva dai mezzi di comunicazione di massa.

(Pietro Vernizzi)


© Riproduzione riservata.